sabato 27 giugno 2015
venerdì 26 giugno 2015
giovedì 25 giugno 2015
STEVE VON TILL – THE LIFE UNTO ITSELF
Ascoltare Steve Von Till è
un po’ come cercare di scalare una montagna in infradito: molti si stancheranno
alla prima pendenza e lasceranno perdere; gli altri, quelli risoluti a non
mollare, quando arriveranno in cima, saranno appagati da tanto sforzo e si
troveranno innanzi a uno spettacolo mozzafiato. La musica del cantante,
chitarrista e songwriter statunitense, inutile girarci intorno, è ostica da
morire. Lo è quando milita con i Neurosis, visionari dello sludge metal più
doom, e lo è, a maggior ragione, quando cambiando habitus mentale e formale, Von
Till segue il percorso di canzoni che sembrano provenire da una realtà
parallela. The Life Into Itself (al netto, non dimentichiamocelo, del progetto Harvestman) è il quarto capitolo di una discografia solista, senza
una pecca e granitica per rigore artistico, che ha raggiunto il suo apice con
If I Should Fall To The Field del 2002, apice, ora forse superato, da questo
ultimo, bellissimo lavoro (solo la prospettiva del tempo ce lo saprà dire).
Niente metal, niente doom, niente noise: il Von Till solista è un eremita del
fingerpicking che, lontano da tutti, estraneo al mondo che lo circonda, dalle mode
e dai suoni consueti, coltiva la sua concezione di americana in bilico fra
esoterismo, psichedelia e visione. Accostarsi alle sette canzoni che compongono
la scaletta del disco è un po’ come immergersi nel Lete, dimenticare il passato
e le certezze, abbandonarsi al fluire obnubilante della musica, per
risvegliarsi in un altrove di immense praterie e pece nerissima. Sette brani
che ipnotizzano e la cui struttura melodica si compone di patterns acustici che,
ripetuti all’infinito, celano trame disturbate di chitarra elettrica ed
esaltano la voce cavernosa e ascetica di Von Till. Si parte con In Your Wings e
la coltre è attraversata da brevi barbagli di luce. Poi, inizia un lungo piano
sequenza di strazianti malinconie, che svaniscono in una maestosa caligine morriconiana
(Known But Not Name), si sciolgono in lacrime nel funerale celtico di A Language
Of Blood o si perdono negli spazi e nei silenzi della title track, un brano che
dilata all’inverosimile quel suono “americano” che attraversa tutto il disco. A
prescindere da ogni tentativo di spiegare cosa si celi in questi quarantacinque minuti di musica, ciò che resta alla fine dell’ascolto è l’appagante sensazione
di aver vissuto un’esperienza extrasensoriale, consapevoli della propria
finitezza fisica, presenti alle nostre malinconie, ma spettatori fluttuanti
sopra il mondo senziente. Come arrivare in cima, e perdere la nostra piccola
anima nell’infinita maestosità dell’orizzonte. Intimismo per spazi aperti.
VOTO: 9
Blackswan, giovedì 25/06/2015
mercoledì 24 giugno 2015
LA FANTASTICA STORIA DELL'OTTANTUNENNE INVESTITO DAL CAMIONCINO DEL LATTE - J. B. MORRISON
Frank, neo-ottantunenne, abita con il gatto Bibì in
una tipica cittadina inglese; colleziona dvd, sperpera i suoi pochi denari alle
fiere parrocchiali e tenta disperatamente di evitare gli scocciatori che
bussano alla sua porta. Prima era abbastanza in gamba per riempire
decorosamente le sue giornate, ma ora con un braccio e un piede fratturati, la
vita gli appare decisamente grigia. Fino a quando non fa irruzione nel suo
tran-tran Kelly Natale, professione assistente a domicilio. Con la sua
utilitaria azzurra, un parcheggio da far rizzare i capelli in testa, una serena
tenacia e la risata pronta, Kelly trasforma la vita di Frank. E gli ricorda che
fuori dei muri di casa c'è un mondo avventuroso per chiunque, anche per chi ha
ottantun anni.
Qualcuno si ricorderà che J.B. Morrison,
cinquantacinquenne londinese, prima di cimentarsi come autore di romanzi, era
una rockstar. Durante gli anni 90, a capo dei Carter the Unstoppable Sex
Machine, aveva infatti riscritto le coordinate dell'alternative rock,
inventando un'originale miscela in cui confluivano punk, pop, samples, drum
machine e potenti linee di basso. Una formula che resse molto bene per un
lustro e che consegnò alla storia almeno un album imperdibile, 1992 - The
Love Album (1992), che raggiunse il primo podio delle charts inglesi e piazzò
in classifica la bellezza di quattro singoli. Chiusa l'avventura
coi Carter USM, Morrison intraprese una brillante carriera solista, per
poi dedicarsi, sul finire del decennio scorso, alla letteratura. La fantastica
storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte è la sua quarta
uscita editoriale e terzo romanzo (il quarto libro è l'autobiografia della sua
militanza nei Carter USM). Non posso fare paragoni e tracciare il percorso
letterario di Morrison, perchè non ho letto le tre precedenti opere; quindi, mi
concentrerò esclusivamente su questo libro, nel quale il passato di
musicista dell'autore torna in qualche modo a fare capolino nelle frequenti
citazioni alla musica punk, ai Sex Pistols e a una generale attenzione per
la musica che emerge dalle pagine del romanzo. Ma questo, a dire il vero, è un
aspetto del tutto marginale, funzionale a tinteggiare un certo atteggiamento
del protagonista della storia, l'ottantunenne Frank, nei confronti del
prossimo e delle convenzioni. Il romanzo, in realtà, si muove in ben altri
territori, quello, cioè della vecchiaia e della solitudine. Argomenti importanti,
che Morrison ha il merito di trattare con distacco ironico, tenendosi
lontano da banalità assortite e spingendoci alla riflessione con il sorriso
sulle labbra. La tristezza e la nostalgia sono lasciati dunque ai
margini del racconto, in cui prevalgono semmai lo humor tipicamente
british, un tocco di surreale e qualche momento (felicemente)grottesco. E
questo è senz'altro il meglio di un romanzo che, per altri versi, palesa
evidenti limiti, sia nell'intreccio narrativo (la trama è esile come il
tanga di Belen) che nella prosa, non particolarmente avvincente nè tanto
meno ricca sotto il profilo lessicale. Il finale, peraltro, è abbastanza
scontato e i personaggi di contorno sono sfumati e privi di carattere.
Tuttavia, Frank è ben tratteggiato attraverso tutta una serie di piccole manie
e di assortiti decadimenti (fisici e mentali) e soprattutto dai modi
poco urbani con cui affronta le dinamiche sociali, tanto da risultare, a conti
fatti, quasi una sorta di Sid Vicious strafatto di Gerovital. Niente
che trasformi La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino
del latte in un grande libro, ma quanto basta però a trascorrere qualche giorno
in piacevole compagnia.
martedì 23 giugno 2015
CHRIS STAPLETON - TRAVELLER
Chris Stapleton, songwriter trentasettenne, originario
del Kentuky, ma ormai di stanza a Nashville, ha regalato le proprie canzoni un
po’ a tutti. A Brad Paisley, ad Adele e a Kenny Chesney, tanto per citare
i più famosi. E non pago di tanta generosità, ha anche messo la propria
penna al servizio di stelle di prima grandezza, quali Sheryl Crow e Peter
Frampton. Poi, quasi alla soglia dei quarant’anni, ha preso il coraggio a due
mani e ha deciso di esordire con un full lenght tutto suo. Questo Traveller non
è dunque l'esordio di una giovane promessa, bensì di un autore navigato,
che conosce a menadito i segreti del songwriting e quelli di un genere che ormai
mastica da tempo e con grandi, anche se indirette, soddisfazioni (la sua Never
Wanting Nothing More, interpretata da Kenny Chesney, è stata per cinque
settimane in testa alle charts statunitensi). Non è un caso quindi che si
sia fatto produrre da Dave Cobb, una sorta di Re Mida dell'Americana, che ha
messo mano all'ultimo di disco di Sturgill Simpson (Metamodern Sound In Country
Music, balzato in vetta alle classifiche country dello scorso anno) e
soprattutto a Southeastern, capolavoro di Jason Isbell, pubblicato un paio di
anni fa. Traveller, merito anche di Cobb, è un disco pressoché perfetto
negli equilibri, grazie proprio a una produzione che cerca, raggiungendola,
omogeneità e pienezza di suoni. Non si tratta però di un album che si
sviluppa in modo uniforme: la scrittura di Stapleton è volubile,
molto legata alla tradizione country, ma capace anche di sconfinare
nel southern (Might As Well Get Stoned), di graffiare col
rock (Parachute), di corteggiare il soul nella superba rilettura di
Tennesse Whiskey, già portata al successo da George Jones. Per più di un'ora,
si susseguono tutte quelle suggestioni che chi sogna l'America a occhi aperti
ben conosce. Si viaggia in libertà, capelli al vento, su una decapottabile
in fuga su qualche statale circondata dal nulla (la title track); o si sorseggia
una birra ghiacciata, seduti in veranda, al tramonto, innanzi a una distesa di
grano (l'evocativa Daddy Doesn't Pray Anymore). E' l'America più vera,
quella che guarda alle radici, che ci stringe la gola con sconfinate
malinconie, che ci gonfia il petto di epica e ruvidi sentimenti, che
ci riscalda il cuore con la fiamma di un bourbon tracannato in un sorso
(Whiskey And You). Un disco di emozioni, prima che di grande musica, un
itinerario attraverso gli States, che suggerisce il ricordo a chi
quella terra già la conosce, ma che farà sognare anche quelli che
preferiscono viaggiare comodamente seduti sul divano di casa.
VOTO: 8
Blackswan, martedì 23/06/2015
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