giovedì 25 giugno 2015

STEVE VON TILL – THE LIFE UNTO ITSELF



Ascoltare Steve Von Till è un po’ come cercare di scalare una montagna in infradito: molti si stancheranno alla prima pendenza e lasceranno perdere; gli altri, quelli risoluti a non mollare, quando arriveranno in cima, saranno appagati da tanto sforzo e si troveranno innanzi a uno spettacolo mozzafiato. La musica del cantante, chitarrista e songwriter statunitense, inutile girarci intorno, è ostica da morire. Lo è quando milita con i Neurosis, visionari dello sludge metal più doom, e lo è, a maggior ragione, quando cambiando habitus mentale e formale, Von Till segue il percorso di canzoni che sembrano provenire da una realtà parallela. The Life Into Itself (al netto, non dimentichiamocelo, del progetto Harvestman) è il quarto capitolo di una discografia solista, senza una pecca e granitica per rigore artistico, che ha raggiunto il suo apice con If I Should Fall To The Field del 2002, apice, ora forse superato, da questo ultimo, bellissimo lavoro (solo la prospettiva del tempo ce lo saprà dire). Niente metal, niente doom, niente noise: il Von Till solista è un eremita del fingerpicking che, lontano da tutti, estraneo al mondo che lo circonda, dalle mode e dai suoni consueti, coltiva la sua concezione di americana in bilico fra esoterismo, psichedelia e visione. Accostarsi alle sette canzoni che compongono la scaletta del disco è un po’ come immergersi nel Lete, dimenticare il passato e le certezze, abbandonarsi al fluire obnubilante della musica, per risvegliarsi in un altrove di immense praterie e pece nerissima. Sette brani che ipnotizzano e la cui struttura melodica si compone di patterns acustici che, ripetuti all’infinito, celano trame disturbate di chitarra elettrica ed esaltano la voce cavernosa e ascetica di Von Till. Si parte con In Your Wings e la coltre è attraversata da brevi barbagli di luce. Poi, inizia un lungo piano sequenza di strazianti malinconie, che svaniscono in una maestosa caligine morriconiana (Known But Not Name), si sciolgono in lacrime nel funerale celtico di A Language Of Blood o si perdono negli spazi e nei silenzi della title track, un brano che dilata all’inverosimile quel suono “americano” che attraversa tutto il disco. A prescindere da ogni tentativo di spiegare cosa si celi in questi quarantacinque minuti di musica, ciò che resta alla fine dell’ascolto è l’appagante sensazione di aver vissuto un’esperienza extrasensoriale, consapevoli della propria finitezza fisica, presenti alle nostre malinconie, ma spettatori fluttuanti sopra il mondo senziente. Come arrivare in cima, e perdere la nostra piccola anima nell’infinita maestosità dell’orizzonte. Intimismo per spazi aperti.

VOTO: 9





Blackswan, giovedì 25/06/2015

mercoledì 24 giugno 2015

LA FANTASTICA STORIA DELL'OTTANTUNENNE INVESTITO DAL CAMIONCINO DEL LATTE - J. B. MORRISON



Frank, neo-ottantunenne, abita con il gatto Bibì in una tipica cittadina inglese; colleziona dvd, sperpera i suoi pochi denari alle fiere parrocchiali e tenta disperatamente di evitare gli scocciatori che bussano alla sua porta. Prima era abbastanza in gamba per riempire decorosamente le sue giornate, ma ora con un braccio e un piede fratturati, la vita gli appare decisamente grigia. Fino a quando non fa irruzione nel suo tran-tran Kelly Natale, professione assistente a domicilio. Con la sua utilitaria azzurra, un parcheggio da far rizzare i capelli in testa, una serena tenacia e la risata pronta, Kelly trasforma la vita di Frank. E gli ricorda che fuori dei muri di casa c'è un mondo avventuroso per chiunque, anche per chi ha ottantun anni. 

Qualcuno si ricorderà che J.B. Morrison, cinquantacinquenne londinese, prima di cimentarsi come autore di romanzi, era una rockstar. Durante gli anni 90, a capo dei Carter the Unstoppable Sex Machine, aveva infatti riscritto le coordinate dell'alternative rock, inventando un'originale miscela in cui confluivano punk, pop, samples, drum machine e potenti linee di basso. Una formula che resse molto bene per un lustro e che consegnò alla storia almeno un album imperdibile, 1992 - The Love Album (1992), che raggiunse il primo podio delle charts inglesi e piazzò in classifica la bellezza di quattro singoli. Chiusa l'avventura coi Carter USM, Morrison intraprese una brillante carriera solista, per poi dedicarsi, sul finire del decennio scorso, alla letteratura. La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte è la sua quarta uscita editoriale e terzo romanzo (il quarto libro è l'autobiografia della sua militanza nei Carter USM). Non posso fare paragoni e tracciare il percorso letterario di Morrison, perchè non ho letto le tre precedenti opere; quindi, mi concentrerò esclusivamente su questo libro, nel quale il passato di musicista dell'autore torna in qualche modo a fare capolino nelle frequenti citazioni alla musica punk, ai Sex Pistols e a una generale attenzione per la musica che emerge dalle pagine del romanzo. Ma questo, a dire il vero, è un aspetto del tutto marginale, funzionale a tinteggiare un certo atteggiamento del protagonista della storia, l'ottantunenne Frank, nei confronti del prossimo e delle convenzioni. Il romanzo, in realtà, si muove in ben altri territori, quello, cioè della vecchiaia e della solitudine. Argomenti importanti, che Morrison ha il merito di trattare con distacco ironico, tenendosi lontano da banalità assortite e spingendoci alla riflessione con il sorriso sulle labbra. La tristezza e la nostalgia sono lasciati dunque ai margini del racconto, in cui prevalgono semmai lo humor tipicamente british, un tocco di surreale e qualche momento  (felicemente)grottesco. E questo è senz'altro il meglio di un romanzo che, per altri versi, palesa evidenti limiti, sia nell'intreccio narrativo (la trama è esile come il tanga di Belen) che nella prosa, non particolarmente avvincente nè tanto meno ricca sotto il profilo lessicale. Il finale, peraltro, è abbastanza scontato e i personaggi di contorno sono sfumati e privi di carattere. Tuttavia, Frank è ben tratteggiato attraverso tutta una serie di piccole manie e di assortiti decadimenti (fisici e mentali) e soprattutto dai modi poco urbani con cui affronta le dinamiche sociali, tanto da risultare, a conti fatti, quasi una sorta di Sid Vicious strafatto di Gerovital. Niente che trasformi La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte in un grande libro, ma quanto basta però a trascorrere qualche giorno in piacevole compagnia.

martedì 23 giugno 2015

CHRIS STAPLETON - TRAVELLER



Chris Stapleton, songwriter trentasettenne, originario del Kentuky, ma ormai di stanza a Nashville, ha regalato le proprie canzoni un po’ a tutti. A Brad Paisley, ad Adele e a Kenny Chesney, tanto per citare i più famosi. E non pago di tanta generosità, ha anche messo la propria penna al servizio di stelle di prima grandezza, quali Sheryl Crow e Peter Frampton. Poi, quasi alla soglia dei quarant’anni, ha preso il coraggio a due mani e ha deciso di esordire con un full lenght tutto suo. Questo Traveller non è dunque l'esordio di una giovane promessa, bensì di un autore navigato, che conosce a menadito i segreti del songwriting e quelli di un genere che ormai mastica da tempo e con grandi, anche se indirette, soddisfazioni (la sua Never Wanting Nothing More, interpretata da Kenny Chesney, è stata per cinque settimane in testa alle charts statunitensi). Non è un caso quindi che si sia fatto produrre da Dave Cobb, una sorta di Re Mida dell'Americana, che ha messo mano all'ultimo di disco di Sturgill Simpson (Metamodern Sound In Country Music, balzato in vetta alle classifiche country dello scorso anno) e soprattutto a Southeastern, capolavoro di Jason Isbell, pubblicato un paio di anni fa. Traveller, merito anche di Cobb, è un disco pressoché perfetto negli equilibri, grazie proprio a una produzione che cerca, raggiungendola, omogeneità e pienezza di suoni. Non si tratta però di un album che si sviluppa in modo uniforme: la scrittura di Stapleton è volubile, molto legata alla tradizione country, ma capace anche di sconfinare nel southern (Might As Well Get Stoned), di graffiare col rock (Parachute), di corteggiare il soul nella superba rilettura di Tennesse Whiskey, già portata al successo da George Jones. Per più di un'ora, si susseguono tutte quelle suggestioni che chi sogna l'America a occhi aperti ben conosce. Si viaggia in libertà, capelli al vento, su una decapottabile in fuga su qualche statale circondata dal nulla (la title track); o si sorseggia una birra ghiacciata, seduti in veranda, al tramonto, innanzi a una distesa di grano (l'evocativa Daddy Doesn't Pray Anymore). E' l'America più vera, quella che guarda alle radici, che ci stringe la gola con sconfinate malinconie, che ci gonfia il petto di epica e ruvidi sentimenti, che ci riscalda il cuore con la fiamma di un bourbon tracannato in un sorso (Whiskey And You). Un disco di emozioni, prima che di grande musica, un itinerario attraverso gli States, che suggerisce il ricordo a chi quella terra già la conosce, ma che farà sognare anche quelli che preferiscono viaggiare comodamente seduti sul divano di casa. 

VOTO: 8





Blackswan, martedì 23/06/2015