lunedì 6 luglio 2015

IL MEGLIO DEL PEGGIO




Riceviamo dalla nostra freelance Cleopatra e integralmente pubblichiamo.

Io sto con Tsipras, qualsiasi cosa accada e a prescindere dall'esito del referendum. Un leader, che si oppone con pertinacia in nome degli ideali di libertà, giustizia e democrazia, merita rispetto.
Io sto con Tsipras, perchè ha scelto di combattere non solo un' inflessibile politica del rigore, ma una visione della società che tende a mortificare i valori della solidarietà e della dignità umana. Che sia di lezione ai figuranti della politica di casa nostra. 
Altro che Ponzio Pilato. Il referendum chiama il popolo a partecipare, a decidere insieme il proprio destino. Questo è il senso della democrazia. 
Io sto con Tsipras, perchè ha coraggio e orgoglio. Tutte qualità che non ha il nostro Premier, leader di un partito ridotto a un accrocco di poltronisti senza onore. Rottamatore a parole, autoritario con i deboli, mite con i corrotti. Sottomesso ai poteri forti ed esecutore dei diktat europei sulla scia dei suoi predecessori. Incapace di opporsi a un concetto di Europa che fa rima con austerità, inefficace e latitante sull'emergenza immigrazione, liberista come nemmeno l'ex Cavaliere era riuscito con i suoi passati governi.
Questo è Renzi. E la chiamano ancora democrazia.  

Matteo Renzi: "Il referendum greco è una scelta politica a mio giudizio molto azzardata...avrei preferito che non ci fosse stata. Io non lo avrei indetto, ma non metto bocca sulla scelta del governo greco..."

Silvio Berlusconi: "Mi reco nella Federazione Russa per alcuni giorni per incontrare il Presidente Putin, su suo stesso invito...Non posso sottrarmi al dovere di interessarmi di questa situazione perchè sono stato proprio io a far stipulare il trattato di Pratica di Mare tra la Nato e la Russia nel 2002, il trattato che ha posto fine alla guerra fredda..."

Michele Emiliano, neo governatore della Puglia:"Non cambio il miglior addetto stampa che abbia mai avuto e che lavora per me da 11 anni solo perchè ci siamo innamorati. Non sarebbe giusto". 

Massimo Ferrero (presidente della Sampdoria) sul presidente del Catania, Antonio Pulvirenti:"Gente come Pulvirenti cerca di sporcare la cosa più bella del mondo, il calcio. Ormai ci è rimasto solo questo. Mi fa schifo, mi fa ribrezzo. Buttare la chiave? No, deve morire, è finito, non deve esistere".

Cleopatra, lunedì 06/07/2015 

sabato 4 luglio 2015

ALGIERS – ALGIERS



In ambito musicale, nulla più si crea e tutto si ricicla. C’è chi lo fa male, e ci propina la solita zuppa, e c’è invece chi lo fa bene, riutilizzando in modo innovativo ingredienti risaputi. Quando ciò accade, possono nascere dischi bellissimi oppure, caso ormai rarissimo, può nascere un nuovo suono, cioè quella peculiarità che trasforma in marchio di fabbrica la musica di un artista o di un gruppo (a esempio: la chitarra di Keith Richards) o trasforma un movimento in un genere (a esempio: Seattle e il grunge). Da Atlanta, Georgia, tre ragazzi, il cantante Franklin James Fisher, il bassista Ryan Mahan e il chitarrista Lee Tesche, giungono a noi con una ventata di incredibile freschezza e un disco che, è proprio il caso di dirlo, rappresenta un unicum nel panorama odierno. Gli elementi che confluiscono in Algiers sono noti: gospel e blues, e poi industrial, post punk, goth rock, noise rock. L’innovazione sta, però, nell’aver pensato di far convivere la grande tradizione afroamericana con suoni lontanissimi per collocazione geografica e dimensione temporale. Il risultato è spiazzante, emozionante e, ne converrete, disturbante: come ascoltare le canzoni della grande Mahalia Jackson suonate dagli Einsturzende Neubauten nella sala d’attesa dell’inferno. Il gospel degli Algiers perde ogni connotazione religiosa e ne assume semmai una politica (il gruppo è apertamente e dichiaratamente marxista); e soprattutto sembra rappresentare un’umanità di replicanti in lugubre viaggio verso l’eterna dimora. Ecco, allora, che l’iniziale Remains suona esattamente come il passo dolente di un gruppo di schiavi destinati non ai campi di lavoro ma alle fiamme dell’inferno, mentre Blood è un piano sequenza sulle fucine dell’Ade, catena di montaggio della dannazione eterna. E anche quando rientrano in un alveo più convenzionale (Games), gli Algiers creano una ballata spettrale di sangue, catene e dolore che non lascia scampo. Non c’è una sola canzone in questo disco, che non sia decisiva e al contempo inquietante, un solo minuto che scorra inutile. Algiers ci prende con forza, stupra le nostre consuete capacità di ascolto, imponendoci un’attenzione uditiva e immaginifica che pensavamo aver perso per sempre. New Orleans e Berlino, chitarre lancinanti, campionamenti, sintetizzatori, spirituals, elettronica, industrial noise: se non è innovazione questa, ditemi voi cosa lo è. Gli Algiers sono destinati a grandi cose e questo debutto si candida seriamente a miglior disco dell’anno.

VOTO: 10





Blackswan, sabato 04/07/2015

mercoledì 1 luglio 2015

FLORENCE + THE MACHINE - HOW BIG HOW BLUE HOW BEAUTIFUL



E' il terzo il disco più difficile nella carriera di un'artista? Non sempre, ma probabilmente lo è stato per Florence Welch, ventinovenne songwriter londinese, qui attesa alla prova del fuoco dopo aver racimolato, grazie ai due album precedenti (Lungs del 2009 e Cerimonials del 2011), stuoli di fans osannanti e un discreto numero di dischi d'oro e di platino. Insomma, Florence non solo doveva riconfermare un successo commerciale, il quale francamente non avevo il minimo dubbio sarebbe arrivato, ma soprattutto ribadire attraverso le canzoni di essere una stella di prima grandezza nel firmamento della pop music. Da questo punto di vista How Big How Blue How Beautiful centra in pieno il bersaglio, risultando il capitolo più riuscito della, seppur breve, discografia della Welch. La quale, meglio di quanto sia riuscita in passato, da forma a una scrittura in bilico fra pop cantautorale di qualità e grandeur mainstream, mantenendo con naturalezza un perfetto equilibrio e apparecchiando un disco in cui le numerose possibili hit, alcune davvero irresistibili, sapranno eccitare la voglia di leggerezza anche in coloro che abitualmente cercano canzoni di diverso spessore. Orchestrale, sfavillante, ricco di colori, How Big How Blue How Beautiful certifica una scrittura ormai consolidata, con cui Florence maneggia il pop senza l'irrequietezza che impregnava Lungs e lontana dal mood goth di Cerimonials, esibendo invece una pienezza di suoni e di linguaggio assai variegata, ma ormai, in tutta evidenza, riconducibile alla sua penna. Tiene la bussola, la Welch, e lo fa con navigata perizia, sia quando rockeggia a la Arctic Monkeys in What Kind Of Man, sia quando deflagra nella bomba dance di Queen Of Peace, sia quando veste abiti classici come nella splendida ballata finale di Mother. Fiati scintillanti, qualche eccesso (ritengo voluto) negli arrangiamenti, un pizzico di indie, un certo retrogusto seventies, un discreto piglio soul, uno spettro di citazioni che spazia dagli Abba a Cindy Lauper: tutto questo fa di How Big How Blue How Beautiful il disco pop dell'estate e candida Florence, al netto del dato anagrafico e di un approccio mediatico e compositivo più alternative, a vestire i panni della nuova Madonna.

VOTO: 7,5





Blackswan, mercoledì 01/07/2015