I
famigerati NO A.G.E. sono tornati! Un duo chitarra/batteria (Randall e
il batterista/vocalist Dean Spunt) con un debole per i campionamenti, i
No Age se ne fregano di cose come lo spazio e la pausa, e Goons Be Gone è meravigliosamente denso, una distesa nebbiosa e delirante che disorienta e al tempo stesso conforta.
Ascoltando Goons Be Gone
è difficile capire come sia possibile che solo due persone possano fare
tanto rumore rimanendo comunque controllate e misteriose – molto più
facile immaginare Randall e Spunt che eruttano queste canzoni
sott’acqua, esplodendo da una colossale cava della California piuttosto
che da un minuscolo, soffocante spazio artistico a pochi isolati dai
bassifondi di Los Angeles. Il primo singolo “Turned To String” oscilla
tra netti riff ritmici impostando il cruise control su FAST; un tempo
che Dean e Randy fanno di tutto per rallentare con ritmi interni e
armonici di chitarra che si gonfiano come un’orchestra.
Goons Be Gone
è così cacofonico, così fertile e così maturo nel suono che analizzare e
distinguere i samples e i vari effetti e gli strati di chitarre è quasi
impossibile; d’altro canto, proverete molta più soddisfazione se
chiuderete semplicemente gli occhi, ascoltandolo e lasciandovi
trasportare.
In
fondo, fa parte del fascino dei No Age il fatto che questo nuovo album
sia così difficile da capire, che riesca ad essere così grande pur
provenendo da un luogo così piccolo: la sola certezza è che vorrete
riascoltarlo ancora e ancora. Forse per sempre.
Goons Be Gone uscirà il 5 giugno; nel frattempo godetevi "Turned To String".
E’
inevitabile chiedersi, quando nasce un supergruppo, se ci si trova di
fronte a un progetto solido, con vista sul futuro, o se invece, siamo al
cospetto di un evento estemporaneo, una gita fuori porta fra amici, che
hanno voglia di allontanarsi dalla casa madre e fare qualcosa di
diverso, svincolati da obblighi di scuderia.
E’ quello che si erano domandati un po' tutti all’uscita di Heaven Doesn`t Want You and Hell Is Full,
primo disco dei We Sell The Dead, band nata nel 2016 da un’idea di
Niclas Engelin (In Flames/Engel) e Jonas Slättung (Drömriket), a cui si
sono poi uniti Apollo Papathanasio, frontman dei Firewind e Spiritual
Beggars, Gas Lipstick, il batterista presente nel primo album ed ex HIM
(oggi, sostituito dal batterista degli Engel Oscar Nilsson), e Petter
Olsson, alle tastiere. Dubbio legittimo che con l’uscita del sophomore Black Sleep, è stato definitivamente fugato.
Se
il primo disco, per quanto positivo, palesava qualche incertezza sulla
strada da prendere e qualche defaillance compositiva, il seguito è
invece un lavoro solido e omogeneo, con un suono strutturato e idee
chiarissime, che vanno nella direzione di un hard rock di derivazione
seventies, rinvigorito dalla potenza di tiro di innesti di metal moderno
e reso scintillante da un intrigante piglio melodico.
E’ inevitabile, poi, visto anche il nome della band e il titolo del disco (Black Sleep
è con tutta evidenza una metafora che richiama la morte), che talvolta
le atmosfere si facciano cupe e inquietanti, introducendo elementi di
derivazione gotica; tuttavia, nel computo finale, emergono soprattutto
l’energia debordante del suono e la capacità della band di creare
ritornelli fulminanti.
L’apertura di Caravan,
coi suoi inserti acustici classicheggianti, apre ad atmosfere
ossianiche; tuttavia, a risaltare sono soprattutto la struttura
progressive del brano, i cambi di tempo e il saliscendi fra riff
tenebrosi e stasi meditativa. Decisamente più lineare e pompato il
singolo Across The Water, con uno straordinario lavoro alle chitarre da parte di Engelin, ottimo brano per passaggi radiofonici. La title track
è, invece, clamorosamente seventies, e ai più attenti non sfuggiranno
molte assonanze con l’hard rock leggendario di band come Deep Purple o
Rainbow.
Una
tripletta iniziale davvero notevole, di quelle che invogliano a stare
sul pezzo fino alla fine. Anche perché il disco non ha punti deboli: The Light, per dire, è una ballata che in molti farebbero carte false per avere nel proprio repertorio, Nightmare And Dream
riesce a essere cupa e orecchiabile al contempo, con quel ritornello
che è un attimo ritrovarsi a cantare a squarciagola, mentre il basso
distortissimo di River In Your Blood introduce il brano più duro del lotto, con Engelin e la sua chitarra ancora sugli scudi.
Black Sleep
è, dunque, un disco che vive in perfetto equilibrio fra modernità e
citazioni classiche, e che trova la sua forza d’impatto in un mood
ondivago di chiaro scuri, vista sull’abisso e melodie rilucenti. Un
album, quindi, che possiede una precisa linea artistica, a dimostrazione
che anche i supergruppi, con l’ispirazione giusta, sanno creare musica
di altissimo livello.
Making A Door Less Open, è il titolo del nuovo album dei Car Seat Headrest, il seguito di Teens f Denial del 2016, in uscita il 01 maggio su Matador Records. Oggi la band condivide “Can’t Cool Me Down” il nuovo singolo accompagnato da un video.
Scritto nel corso di quattro anni, Making a Door Less Open è il risultato di una fruttuosa collaborazione tra i Car Seat Headrest, guidati da Will Toledo e 1 Trait Danger,
un progetto CSH elettronico formato dal batterista Andrew Katz e
l’entità alternativa di Toledo, “Trait”. La band ha registrato l’album
due volte: una volta con chitarre, batteria e basso, e la seconda in un
ambiente MIDI utilizzando solo suoni sintetizzati. Durante il processo
di mixing, i due approcci sono stati gradualmente combinati utilizzando
elementi da entrambe le registrazioni e con l’aggiunta di
sovraincisioni.
In questo modo Making A Door Less Open vede
Toledo adottare nuovi metodi creativi nella scrittura e nella
registrazione, dando enfasi ai brani singoli, ognuno con la propria
energia speciale, al posto di cercare di creare una narrazione coerente
in tutto l’album, come già fece in passato. Ne risulta il suo album più
aperto e dinamico di sempre.
Formati da Will Toedo, Andrew Katz (batteria), Ethan Ives (chitarra) e Seth Dalby (basso), i Car Seat Headrest hanno
publicato o 11 o 3 album, dipende da come la si vede. Cantautore
prolifico Toledo prese il suo moniker dal fatto che iniziò a scrivere
musica nella macchina della sua famiglia, pubblicando numerosi album
autoprodotti su Bandcamp e costruendosi un seguito di fan appassionati. Teens of Style del 2015 è una raccolta di brani scritti agli esordi. Il debutto su Matador del 2016 Teens Of Denial li ha catapultati al successo, mettendo in risalto le grandi capacità di scrittura di Toledo. Twin Fantasy del
2018 è una rivisitazione epica di un album pubblicato originariamente
nel 2011, dimostrando una nuova profondità e nuove ambizioni.
Il
metal meticcio dei Sepultura (thrash, death, sonorità tradizionali
brasiliane) è stato uno dei suoni più eccitanti e influenti degli anni
’90 e quella leggendaria tripletta di dischi (Arise del 1991, Chaos A.D. del 1993 e Roots
del 1996), che ha portato il combo brasiliano ai vertici della scena
del periodo, è uno scrigno di gemme che ogni appassionato di genere
tiene gelosamente custodito fra le sue cose più preziose.
Dopo di che, però, il nulla o quasi. I Sepultura, diciamoci la verità, avrebbero fatto meglio a sciogliersi dopo Roots,
quando il leader Max Cavalera se ne andò per fondare i Soulfly. Il
seguito, infatti, è stato un susseguirsi di dischi fiacchi, tra concept
album pasticciati (Dante XXI del 2006) e imbarazzanti album di cover (Revolusongs,
Ep datato 2003), fino all’uscita dalla line up anche di Igor Cavalera,
momento esatto in cui il brand Sepultura perse definitivamente ragione
d’essere e la band divenne qualcosa d’altro.
Insomma,
da quel momento in avanti in pochi avrebbero scommesso sul futuro del
gruppo di Belo Horizonte, che, si perdoni il gioco di parole, avevamo
già dato per morto e sepolto. Invece, Machine Messiah (2017)
dava timidi segnali di rinascita, era un disco non riuscito al 100%, ma
sicuramente incoraggiante da un punto di vista compositivo e con momenti
decisamente interessanti.
Il nuovo Quadra,
non che ci volesse molto, è un ulteriore passo avanti verso la seconda
giovinezza di una band che cerca, poco alla volta, di sgravarsi di dosso
un’eredità davvero troppo ingombrante. Diviso geometricamente in
quattro parti, come se fossero ognuna la facciata di un LP doppio, Quadra
ci propone una band in palla che, stufa di guardare solo al passato,
cerca di sperimentare attraverso nuove strade. Il suono è quello lì,
certo, ma le variazioni sullo spartito questa volta si sentono eccome.
La prima parte del disco ripropone i Sepultura nella loro veste classica: tre bordate trash metal devastanti (Isolation, primo singolo, Means To An End e Last Time) che fanno sanguinare le orecchie e che rappresentano l’anello di congiunzione con gli anni d’oro della band.
Poi,
qualcosa cambia. Le successive tre canzoni, pur non perdendo un
briciolo della potenza iniziale, ammiccano esplicitamente a sonorità
contigue a Roots, con la sezione ritmica al centro della scena e qualche maggior concessione alla melodia.
E’
però con la seconda parte del disco, e cioè le ultime sei canzoni, che
il cambio di passo si fa ancora più evidente. La band porta a compimento
il processo già iniziato con Machine Messiah, e tende a strutturare in maniera più complessa i brani, aprendo a variazioni quasi progressive, come in Guardians Of Earth, in Agony Of Defeat e nella conclusiva Fear-Pain-Chais-Suffering,
e giocando con elementi melodici e partiture classicheggianti. Una
deriva, dunque, straniante rispetto al classico suono Sepultura, ma che
convince per il tentativo di uscire da uno spartito prevedibile e
abbastanza logoro.
Il risultato è che Quadra
è il disco migliore della band da anni a questa parte. Una band, tra
l’altro, che sembra aver ritrovato un ottimo stato di forma (grazie
soprattutto all’efficace performance del vocalist Derrik Green) e la
capacità di dosare violenza e furore con un pizzico di intelligenza in
più.
Nella versione deluxe del disco, trovate un secondo cd, intitolato Alive In Brazil,
con la registrazione di un concerto tenutosi a San Paolo, il 20 giugno
2015, per celebrare il trentesimo anniversario di vita della band.
Non saprei dire se siano più contagiosi il Coronavirus o l’isteria
collettiva. Cominciamo dai virologi che si sbertucciano sui social come
dei veri influencer. Gismondo contro Burioni, Burioni che attacca
Gismondo e tutto il parterre dei luminari che si schiera ora con l’una,
ora con l’altro, come autentici leoni da tastiera. Chi sostiene che il
virus è solo poco più di una influenza, altri che affermano essere
qualcosa di serio. Ma quanto serio, di grazia? Ad ogni modo, una buona
parte dei media ci sta mettendo il carico da novanta. Leggiamo titoloni
di giornali con toni dapprima catastrofici poi rassicuranti, ultimamente
quasi insofferenti per il perdurare delle misure prudenziali adottate
dal governo. Non c’è dubbio che la paura, pardon, il panico faccia
vendere i giornali. Il panico fa audience in tv, dove trasmissioni
salottiere si popolano di personaggetti che si atteggiano a scienziati
dell’ultima ora. Poi ci sono i menagrami di mestiere. E così la
“casalinga di Voghera” sprofonda nell’angoscia.
Per tornare alle testate
dei quotidiani, titoli iniziali come “Prove tecniche di strage”,
“Mangiano i serpenti e poi crepano” fino agli ultimi come “Virus, ora si
esagera”, scandiscono il ritmo della situazione politica che più che
fibrillato appare schizofrenico. Il “Capitone” Salvini sembra avere
svolto il ruolo di direttore d’orchestra di certi giornalisti. Dapprima
ha accusato il governo di sottostimare il virus invocando misure
draconiane, come la blindatura delle frontiere e la sospensione del
trattato di Schengen, per poi arrivare a pubblicare su Facebook un video
di segno diametralmente opposto: “Il mondo deve sapere che venire in
Italia è sicuro perché siamo un paese bello, sano e accogliente.
Altro
che lazzaretto d’Europa, come qualcuno sta cercando di farci passare”.
Il riferimento è al premier Conte che si è trovato nel pieno di una
crisi di nervi in cui mantenere la barra dritta è assai complicato. Però
anche a lui, a un certo punto, è partito l’embolo con tutte quelle
apparizioni televisive domenicali. Non sapremo mai se volesse arginare
lo stillicidio di Salvini ma tant’è. Pure i governatori della Lombardia e
del Veneto si sono lasciati andare a una escalation nei toni. Il primo
(Fontana) inizialmente ha mantenuto uno stile sobrio. Poi lo scazzo con
Conte a proposito di presunte irregolarità in un ospedale, per chiudere
in bellezza con il video della mascherina indossata al contrario. E Zaia
non è da meno in questo delirio collettivo. Toni bassi iniziali e poi
il botto finale: “La Cina ha pagato un grande conto di questa epidemia
perché comunque li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi o questo
genere di cose”. Forse è il caso che ci fermiamo a riflettere.
Se è vero
che il venir meno della nostra quotidianità genera panico è altrettanto
certo che l’uomo privato della propria routine dimostra un lato
spregiudicato e aggressivo. L’antidoto al virus è anche quello di
recuperare un forte senso di aggregazione sociale che in questi giorni
sembra essersi estinto. Dobbiamo impegnarci in questa direzione. Tutti,
nessuno escluso.