venerdì 6 marzo 2020

PREVIEW




I famigerati NO A.G.E. sono tornati! Un duo chitarra/batteria (Randall e il batterista/vocalist Dean Spunt) con un debole per i campionamenti, i No Age se ne fregano di cose come lo spazio e la pausa, e Goons Be Gone è meravigliosamente denso, una distesa nebbiosa e delirante che disorienta e al tempo stesso conforta.
Ascoltando Goons Be Gone è difficile capire come sia possibile che solo due persone possano fare tanto rumore rimanendo comunque controllate e misteriose – molto più facile immaginare Randall e Spunt che eruttano queste canzoni sott’acqua, esplodendo da una colossale cava della California piuttosto che da un minuscolo, soffocante spazio artistico a pochi isolati dai bassifondi di Los Angeles. Il primo singolo “Turned To String” oscilla tra netti riff ritmici impostando il cruise control su FAST; un tempo che Dean e Randy fanno di tutto per rallentare con ritmi interni e armonici di chitarra che si gonfiano come un’orchestra.
Goons Be Gone è così cacofonico, così fertile e così maturo nel suono che analizzare e distinguere i samples e i vari effetti e gli strati di chitarre è quasi impossibile; d’altro canto, proverete molta più soddisfazione se chiuderete semplicemente gli occhi, ascoltandolo e lasciandovi trasportare.
In fondo, fa parte del fascino dei No Age il fatto che questo nuovo album sia così difficile da capire, che riesca ad essere così grande pur provenendo da un luogo così piccolo: la sola certezza è che vorrete riascoltarlo ancora e ancora. Forse per sempre.
Goons Be Gone uscirà il 5 giugno; nel frattempo godetevi "Turned To String".





Blackswan, venerdì 06/03/2020

giovedì 5 marzo 2020

WE SELL THE DEAD - BLACK SLEEP (earMusic, 2020)

E’ inevitabile chiedersi, quando nasce un supergruppo, se ci si trova di fronte a un progetto solido, con vista sul futuro, o se invece, siamo al cospetto di un evento estemporaneo, una gita fuori porta fra amici, che hanno voglia di allontanarsi dalla casa madre e fare qualcosa di diverso, svincolati da obblighi di scuderia.
E’ quello che si erano domandati un po' tutti all’uscita di Heaven Doesn`t Want You and Hell Is Full, primo disco dei We Sell The Dead, band nata nel 2016 da un’idea di Niclas Engelin (In Flames/Engel) e Jonas Slättung (Drömriket), a cui si sono poi uniti Apollo Papathanasio, frontman dei Firewind e Spiritual Beggars, Gas Lipstick, il batterista presente nel primo album ed ex HIM (oggi, sostituito dal batterista degli Engel Oscar Nilsson), e Petter Olsson, alle tastiere. Dubbio legittimo che con l’uscita del sophomore Black Sleep, è stato definitivamente fugato.
Se il primo disco, per quanto positivo, palesava qualche incertezza sulla strada da prendere e qualche defaillance compositiva, il seguito è invece un lavoro solido e omogeneo, con un suono strutturato e idee chiarissime, che vanno nella direzione di un hard rock di derivazione seventies, rinvigorito dalla potenza di tiro di innesti di metal moderno e reso scintillante da un intrigante piglio melodico.
E’ inevitabile, poi, visto anche il nome della band e il titolo del disco (Black Sleep è con tutta evidenza una metafora che richiama la morte), che talvolta le atmosfere si facciano cupe e inquietanti, introducendo elementi di derivazione gotica; tuttavia, nel computo finale, emergono soprattutto l’energia debordante del suono e la capacità della band di creare ritornelli fulminanti.
L’apertura di Caravan, coi suoi inserti acustici classicheggianti, apre ad atmosfere ossianiche; tuttavia, a risaltare sono soprattutto la struttura progressive del brano, i cambi di tempo e il saliscendi fra riff tenebrosi e stasi meditativa. Decisamente più lineare e pompato il singolo Across The Water, con uno straordinario lavoro alle chitarre da parte di Engelin, ottimo brano per passaggi radiofonici. La title track è, invece, clamorosamente seventies, e ai più attenti non sfuggiranno molte assonanze con l’hard rock leggendario di band come Deep Purple o Rainbow.
Una tripletta iniziale davvero notevole, di quelle che invogliano a stare sul pezzo fino alla fine. Anche perché il disco non ha punti deboli: The Light, per dire, è una ballata che in molti farebbero carte false per avere nel proprio repertorio, Nightmare And Dream riesce a essere cupa e orecchiabile al contempo, con quel ritornello che è un attimo ritrovarsi a cantare a squarciagola, mentre il basso distortissimo di River In Your Blood introduce il brano più duro del lotto, con Engelin e la sua chitarra ancora sugli scudi.
Black Sleep è, dunque, un disco che vive in perfetto equilibrio fra modernità e citazioni classiche, e che trova la sua forza d’impatto in un mood ondivago di chiaro scuri, vista sull’abisso e melodie rilucenti. Un album, quindi, che possiede una precisa linea artistica, a dimostrazione che anche i supergruppi, con l’ispirazione giusta, sanno creare musica di altissimo livello.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 05/03/2020

mercoledì 4 marzo 2020

PREVIEW



Making A Door Less Open, è il titolo del nuovo album dei Car Seat Headrest, il seguito di Teens f Denial del 2016, in uscita il 01 maggio su Matador Records. Oggi la band condivide “Can’t Cool Me Down” il nuovo singolo accompagnato da un video.
Scritto nel corso di quattro anni, Making a Door Less Open è il risultato di una fruttuosa collaborazione tra i Car Seat Headrest, guidati da Will Toledo e 1 Trait Danger, un progetto CSH elettronico formato dal batterista Andrew Katz e l’entità alternativa di Toledo, “Trait”. La band ha registrato l’album due volte: una volta con chitarre, batteria e basso, e la seconda in un ambiente MIDI utilizzando solo suoni sintetizzati. Durante il processo di mixing, i due approcci sono stati gradualmente combinati utilizzando elementi da entrambe le registrazioni e con l’aggiunta di sovraincisioni.
In questo modo Making A Door Less Open vede Toledo adottare nuovi metodi creativi nella scrittura e nella registrazione, dando enfasi ai brani singoli, ognuno con la propria energia speciale, al posto di cercare di creare una narrazione coerente in tutto l’album, come già fece in passato. Ne risulta il suo album più aperto e dinamico di sempre.
Formati da Will Toedo, Andrew Katz (batteria), Ethan Ives (chitarra) e Seth Dalby (basso), i Car Seat Headrest hanno publicato o 11 o 3 album, dipende da come la si vede. Cantautore prolifico Toledo prese il suo moniker dal fatto che iniziò a scrivere musica nella macchina della sua famiglia, pubblicando numerosi album autoprodotti su Bandcamp e costruendosi un seguito di fan appassionati. Teens of Style del 2015 è una raccolta di brani scritti agli esordi. Il debutto su Matador del 2016 Teens Of Denial li ha catapultati al successo, mettendo in risalto le grandi capacità di scrittura di Toledo. Twin Fantasy del 2018 è una rivisitazione epica di un album pubblicato originariamente nel 2011, dimostrando una nuova profondità e nuove ambizioni.





Blackswan, mercoledì  04/03/2020

martedì 3 marzo 2020

SEPULTURA - QUADRA (Nuclear Blast, 2020)

Il metal meticcio dei Sepultura (thrash, death, sonorità tradizionali brasiliane) è stato uno dei suoni più eccitanti e influenti degli anni ’90 e quella leggendaria tripletta di dischi (Arise del 1991, Chaos A.D. del 1993 e Roots del 1996), che ha portato il combo brasiliano ai vertici della scena del periodo, è uno scrigno di gemme che ogni appassionato di genere tiene gelosamente custodito fra le sue cose più preziose.
Dopo di che, però, il nulla o quasi. I Sepultura, diciamoci la verità, avrebbero fatto meglio a sciogliersi dopo Roots, quando il leader Max Cavalera se ne andò per fondare i Soulfly. Il seguito, infatti, è stato un susseguirsi di dischi fiacchi, tra concept album pasticciati (Dante XXI del 2006) e imbarazzanti album di cover (Revolusongs, Ep datato 2003), fino all’uscita dalla line up anche di Igor Cavalera, momento esatto in cui il brand Sepultura perse definitivamente ragione d’essere e la band divenne qualcosa d’altro.
Insomma, da quel momento in avanti in pochi avrebbero scommesso sul futuro del gruppo di Belo Horizonte, che, si perdoni il gioco di parole, avevamo già dato per morto e sepolto. Invece, Machine Messiah (2017) dava timidi segnali di rinascita, era un disco non riuscito al 100%, ma sicuramente incoraggiante da un punto di vista compositivo e con momenti decisamente interessanti.
Il nuovo Quadra, non che ci volesse molto, è un ulteriore passo avanti verso la seconda giovinezza di una band che cerca, poco alla volta, di sgravarsi di dosso un’eredità davvero troppo ingombrante. Diviso geometricamente in quattro parti, come se fossero ognuna la facciata di un LP doppio, Quadra ci propone una band in palla che, stufa di guardare solo al passato, cerca di sperimentare attraverso nuove strade. Il suono è quello lì, certo, ma le variazioni sullo spartito questa volta si sentono eccome.
La prima parte del disco ripropone i Sepultura nella loro veste classica: tre bordate trash metal devastanti (Isolation, primo singolo, Means To An End e Last Time) che fanno sanguinare le orecchie e che rappresentano l’anello di congiunzione con gli anni d’oro della band.
Poi, qualcosa cambia. Le successive tre canzoni, pur non perdendo un briciolo della potenza iniziale, ammiccano esplicitamente a sonorità contigue a Roots, con la sezione ritmica al centro della scena e qualche maggior concessione alla melodia.
E’ però con la seconda parte del disco, e cioè le ultime sei canzoni, che il cambio di passo si fa ancora più evidente. La band porta a compimento il processo già iniziato con Machine Messiah, e tende a strutturare in maniera più complessa i brani, aprendo a variazioni quasi progressive, come in Guardians Of Earth, in Agony Of Defeat e nella conclusiva Fear-Pain-Chais-Suffering, e giocando con elementi melodici e partiture classicheggianti. Una deriva, dunque, straniante rispetto al classico suono Sepultura, ma che convince per il tentativo di uscire da uno spartito prevedibile e abbastanza logoro.
Il risultato è che Quadra è il disco migliore della band da anni a questa parte. Una band, tra l’altro, che sembra aver ritrovato un ottimo stato di forma (grazie soprattutto all’efficace performance del vocalist Derrik Green) e la capacità di dosare violenza e furore con un pizzico di intelligenza in più.
Nella versione deluxe del disco, trovate un secondo cd, intitolato Alive In Brazil, con la registrazione di un concerto tenutosi a San Paolo, il 20 giugno 2015, per celebrare il trentesimo anniversario di vita della band.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 03/03/2020

lunedì 2 marzo 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO



Non saprei dire se siano più contagiosi il Coronavirus o l’isteria collettiva. Cominciamo dai virologi che si sbertucciano sui social come dei veri influencer. Gismondo contro Burioni, Burioni che attacca Gismondo e tutto il parterre dei luminari che si schiera ora con l’una, ora con l’altro, come autentici leoni da tastiera. Chi sostiene che il virus è solo poco più di una influenza, altri che affermano essere qualcosa di serio. Ma quanto serio, di grazia? Ad ogni modo, una buona parte dei media ci sta mettendo il carico da novanta. Leggiamo titoloni di giornali con toni dapprima catastrofici poi rassicuranti, ultimamente quasi insofferenti per il perdurare delle misure prudenziali adottate dal governo. Non c’è dubbio che la paura, pardon, il panico faccia vendere i giornali. Il panico fa audience in tv, dove trasmissioni salottiere si popolano di personaggetti che si atteggiano a scienziati dell’ultima ora. Poi ci sono i menagrami di mestiere. E così la “casalinga di Voghera” sprofonda nell’angoscia. 
Per tornare alle testate dei quotidiani, titoli iniziali come “Prove tecniche di strage”, “Mangiano i serpenti e poi crepano” fino agli ultimi come “Virus, ora si esagera”, scandiscono il ritmo della situazione politica che più che fibrillato appare schizofrenico. Il “Capitone” Salvini sembra avere svolto il ruolo di direttore d’orchestra di certi giornalisti. Dapprima ha accusato il governo di sottostimare il virus invocando misure draconiane, come la blindatura delle frontiere e la sospensione del trattato di Schengen, per poi arrivare a pubblicare su Facebook un video di segno diametralmente opposto: “Il mondo deve sapere che venire in Italia è sicuro perché siamo un paese bello, sano e accogliente. 

Altro che lazzaretto d’Europa, come qualcuno sta cercando di farci passare”. Il riferimento è al premier Conte che si è trovato nel pieno di una crisi di nervi in cui mantenere la barra dritta è assai complicato. Però anche a lui, a un certo punto, è partito l’embolo con tutte quelle apparizioni televisive domenicali. Non sapremo mai se volesse arginare lo stillicidio di Salvini ma tant’è. Pure i governatori della Lombardia e del Veneto si sono lasciati andare a una escalation nei toni. Il primo (Fontana) inizialmente ha mantenuto uno stile sobrio. Poi lo scazzo con Conte a proposito di presunte irregolarità in un ospedale, per chiudere in bellezza con il video della mascherina indossata al contrario. E Zaia non è da meno in questo delirio collettivo. Toni bassi iniziali e poi il botto finale: “La Cina ha pagato un grande conto di questa epidemia perché comunque li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi o questo genere di cose”. Forse è il caso che ci fermiamo a riflettere. 
Se è vero che il venir meno della nostra quotidianità genera panico è altrettanto certo che l’uomo privato della propria routine dimostra un lato spregiudicato e aggressivo. L’antidoto al virus è anche quello di recuperare un forte senso di aggregazione sociale che in questi giorni sembra essersi estinto. Dobbiamo impegnarci in questa direzione. Tutti, nessuno escluso.

Cleopatra, lunedì 02/03/2020