martedì 8 settembre 2020

PREVIEW

 


 

Ben Harper annuncia il nuovo album Winter Is For Lovers, che vede protagonisti solo Ben Harper e la sua chitarra lap steel Monteleone ed è una raccolta di 15 composizioni strumentali originali immaginate come una sinfonia. A partire dal 1994, Ben Harper è riuscito a ridefinire i confini musicali e, per tutta la sua carriera, la sua chitarra lap steel ha avuto un ruolo determinante nel suo sound. Eppure l’artista non aveva mai realizzato un album che mostrasse tutto il suo amore per lo strumento e tutta la sua maestria nel suonarlo. A partire da oggi, i fan possono già preordinare qui una delle 2000 copie in vinile 180gr di Winter Is For Lovers, tutte autografate e numerate. La data di pubblicazione del vinile standard e della versione digitale dell’album verrà annunciata in autunno.

La musica di Winter Is For Lovers è profondamente radicata nel DNA di Ben Harper e ci porta indietro fino a The Folk Music Store, il noto negozio di strumenti musicali che i suoi nonni aprirono in California negli anni ’50. Il negozio ha ospitato artisti come Sonny Terry, Brownie McGhee, il Reverendo Gary Davis, Doc Watson e John Fahey e lo stesso Ben Harper, che ci ha lavorato durante la sua adolescenza, ha avuto l’opportunità di conoscere Ry Cooder, Leonard Cohen, Taj Mahal, David Lindley e Jackson Browne.  
 
Su Winter For Lovers, Harper racconta:
“Questo è il mio primo album interamente strumentale. È semplice, essenziale, ci siamo solo io e la mia chitarra lap steel. Suona quasi spoglio e intimo proprio come speravo, perché è come se suonassi nel tuo soggiorno. A primo ascolto potrebbe sorprenderti perché è davvero ridotto all’osso, a differenza di molti altri brani e album di oggi.
 
Sono un grande fan del flamenco, della musica classica, di quella hawaiana e della chitarra blues e spero di avere in qualche modo rappresentato tutte queste influenze in Winter Is For Lovers.
 
Ci è voluto un po’ per comporre quest’album, che mi ha posto davanti una sfida completamente nuova. Registrare un intero album solo con una chitarra, senza alcun testo, è stato molto più impegnativo rispetto ai lavori precedenti, ma anche più gratificante”.
 
Ben Harper ha vinto 3 GRAMMY Awards e ricevuto 7 nomination. Ha prodotto, tra gli altri, anche gli album di Mavis Staples, Blind Boys of Alabama, Natalie Maines e Rickie Lee Jones. I suoi brani hanno totalizzato milioni di stream e lui ha calcato i palchi delle venue e dei festival più importanti al mondo. Il precedente album No Mercy In This Land, pubblicato nel 2018 e nominato ai GRAMMY, è il secondo album registrato con il leggendario armonicista Charlie Musselwhite. Nel 2016 Harper e la band The Innocent Criminals sono tornati con Call It What It Is, un album che Ben, noto attivista, ha composto con l’intento di affrontare la tematica della brutalità della polizia.

 


 

 

Blackswan, martedì 08/09/2020

lunedì 7 settembre 2020

BLUES PILLS - HOLY MOLY! (Nuclear Blast, 2020)

Che gli svedesi Blues Pills avessero talento da vendere, era un fatto lampante fin dai primi due dischi. Tuttavia, come spesso succede, non sempre il talento da solo è sufficiente per riuscire a sfondare e conquistare un posto in Paradiso. L’arte, si sa, è, infatti, declinazione di sostanza espressa attraverso regole formali, due componenti, entrambe imprescindibili, l’una indissolubilmente legata all’altra. Con questo nuovo Holy Moly! i Blues Pills sono riusciti finalmente a far quadrare il cerchio, a definire un suono, il loro suono, raggiungendo quelle vette di maturità che nei lavori precedenti si intuivano, pur non essendo ancora così lampanti.

C’è più personalità, in questo lavoro, e più consapevolezza anche nel maneggiare quei riferimenti stilistici che apparivano chiari fin dall’omonimo disco d’esordio datato 2014. Le sonorità care alla band restano incredibilmente vintage, ma appaiono decisamente più curate, grazie a un lavoro certosino in studio attraverso apparecchiature e strumentazioni assemblate per l’occasione. Rispetto ai lavori precedenti, poi, certe divagazioni psichedeliche sono state accantonate in favore di uno scatto più deciso verso territori hard rock, contaminati con gusto e intelligenza mediante una più spiccata propensione al blues, al soul e al funky (che già si era intravista in passato).

Il risultato è una scaletta di canzoni che, pur se derivative (Grand Funk Railroad, Big Brother And The Holding Company, Free, etc.), suonano fresche, dirette, avvincenti, anche per il continuo altalenarsi fra brani tiratissimi e ballatoni torridi a lenta combustione. Basterebbero questi elementi a parlare bene di Holy Moly!, se non fosse, però, che il collante fra i brani è la freccia più acuminata dell’arco Blues Pills: la voce pazzesca di Elin Larsson, che nel corso del tempo si è arricchita di personalità e di numerose sfumature, tanto che, quel paragone che si è sempre snocciolato con la leggenda Janis Joplin, pur mantenendo un fondo di verità, non è più così esaustivo.

Oggi, l’influenza delle grandi cantanti di colore, a partire da Aretha Franklin, sono sempre più determinanti nel modo di cantare della Larsson, come è immediatamente evidente dall’ opener Proud Woman, un arrembante r’n’b che pulsa vivido e scatenato sotto una ruvida corazza hard. Ed è solo il primo assaggio di quello che la band e la sua cantante sanno confezionare egregiamente, sia quando si lanciano in ansiogene derapate hard rock che lasciano senza fiato (la devastante Low Road, il blasone sixties del rock blues grezzo e sgarbato di Dreaming My Life Away, il crescendo sferragliante di Bye Bye Birdy), sia quando recitano con piglio personale le tavole del blues nell’incredibile California, gli acuti della Larsson a dettare legge e una chitarra al cherosene in sottofondo a far avvampare di passione, sia quando deragliano nel groove funky di Kiss My Past Goodbye o quando spengono le luci e la malinconia vibra nel buio della sofferta Song From A Mourning Dove.

Al terzo tentativo i Blues Pills colgono finalmente il centro del bersaglio e rilasciano il loro capolavoro: un disco orgogliosamente vintage e dall’impatto devastante, che farà battere il cuore di tutti coloro che ancora credono nella legge delle chitarre e sono convinti che il sacro fuoco del rock è ben lontano dall’essersi estinto.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 07/09/2020

giovedì 3 settembre 2020

KANSAS - THE ABSENCE OF PRESENCE (Sony, 2020)

Sono passati quasi quarantacinque anni dall’uscita di Leftoverture, capolavoro AOR datato 1976, che lanciò definitivamente i Kansas nell’Empireo del rock radiofonico, grazie anche a quell’immortale tormentone dal titolo Carry On Wayward Son. In questo lungo lasso di tempo, tante cose sono cambiate, sia a livello di ispirazione (tra alti e bassi, questi ultimi sono stati più numerosi) che di line up (se ne sono andati Steve Walsh e Kerry Livgren, avvicendati da Ronnie Platt alla voce, l’ottimo Zak Rizvi alla chitarra e da ultimo Tom Brislin, tastierista già alla corte degli Yes).

Affacciatisi al nuovo millennio (con l’album Somewhere To Elsewhere del 2000) i Kansas sono praticamente spariti e, a parte qualche live e un paio di best of, non hanno più dato notizie di loro. Un silenzio durato fino The Prelude Implicit (2016), che arrivò come una sorta di fulmine a ciel sereno, l’inaspettata sorpresa di una band che stava ormai lambendo i confini dell’oblio e che probabilmente in molti davano per morta e sepolta. Un’uscita importante, dunque, perché ci ha restituito un gruppo che, contro ogni pronostico, si riproponeva sul mercato con una prova decisamente gagliarda.

La stessa cosa si può affermare di questo nuovo The Absent Of Presence: l’impressione, infatti, è che i nuovi arrivati abbiano dato una sferzata di energia, sia sotto il profilo delle composizioni che dell’esecuzioni dei brani, tanto che, per quanto la proposta possa risultare passatista, il disco suona, per gran parte della sua durata, vivace e fresco, come, cioè, se a misurarsi col repertorio, fosse un gruppo con un’anagrafe molto meno usurata.

I Kansas il loro mestiere lo sanno fare e bene, sia quando si misurano con brani articolati e dall’impronta chiaramente progressive (l’ottima title track, Circus Of Illusion), sia quando mostrano la potenza di tiro dell’arsenale hard (Throwing Mountains), sia quando indirizzano melodia e potenza verso un’irresistibile appeal radiofonico (Animals On The Roof, Jets Overhead).  Se è vero che in scaletta qualche punto debole c’è (Propulsion 1 è un riempitivo, Never una ballata fin troppo stucchevole), per converso la maggior parte delle canzoni del lotto riesce a togliere la polvere dal vecchio marchio di fabbrica, riportando a nuova vita quella curiosa miscela di progressive, pop e hard rock di cui i Kansas sono stati, per lungo tempo, tra gli interpreti più blasonati.

Un disco anacronistico, se si vuole, e appetibile quasi esclusivamente ai fan della band e agli appassionati di genere. Però, buone canzoni, ottimi arrangiamenti e un’indiscutibile tecnica individuale, fanno di The Absence Of Presence un ritorno davvero riuscito e una prova che supera agevolmente la sufficienza.  

VOTO: 7




Blackswan, giovedì 03/09/2020

mercoledì 2 settembre 2020

PREVIEW

THE DAMNED annunciano THE ROCKFIELD FILES EP, in uscita il 16 ottobrein uscita su Search And Destroy Records / Spinefarm. Guarda il video del primo singolo "Keep Me Alive".

Tra il 1980 e il 1981, i The Damned sono stati a Rockfield per delle sessioni di registrazione che si sono poi trasformate in The Black Album, The Friday 13th EP e Strawberries. Quel periodo ha dato vita ad alcuni dei momenti più alti della carriera dei The Damned e ad indimenticabili racconti di cavalli, mucche, vampiri, fucili e a Lemmy.
 
Nel 2019 i The Damned sono tornati a registrare nei Rockfield Studios, dopo l’album Ten Evil Spirits pubblicato nel 2018 e finito dritto in Top 10. La formazione includeva tre dei quattro membri della band presenti alle prime registrazioni nello stesso studio: David Vanian, Captain Sensible e Paul Gray.
C’erano anche Monty Oxymoron alle tastiere e Pinch alla batteria. Sebbene la band non lo sapesse ancora, quelle furono le ultime registrazioni insieme al batterista Pinch, che ha abbandonato la band dopo il leggendario show dello scorso Halloween al London Palladium.
 
Per la prima volta, Tom Dalgety (Royal Blood, Rammstein, Ghost) si è occupato della produzione dell’EP e ha anche mixato le tracce nel suo studio a Bath.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 02/09/2020

 

martedì 1 settembre 2020

TOM MCRAE - TOM MCRAE (db Records, 2000)

Nato a Chelmsford, nell’Essex, il 19 marzo del 1969, figlio di due vicari della Chiesa d’Inghilterra, Jeremy Thomas McRae Blackall inizia il suo percorso musicale cantando nel coro della parrocchia e dedicandosi allo studio della chitarra, con cui reinterpreta le canzoni dei suoi primi amori (Billy Bragg, Bob Dylan, U2).

Inizia, quindi, a comporre brani propri e milita in alcune band locali, fino a quando non incontra casualmente l'ingegnere del suono e produttore discografico Roger Bechirian, (Elvis Costello, Squeeze, Carlene Carter, The Undertones), di cui diventa amico e con cui inizia a collaborare. Bechirian contribuisce non poco a plasmare il sound acerbo di McRae, che in seguito, grazie ai buoni offici del produttore, ottiene un con la db Records di Dave Bates.

E’ il primo passo di una carriera ventennale e di un discografia di qualità, il cui primo capitolo, intitolato semplicemente Tom McRae, esce il 2 ottobre del 2000. Il disco, prodotto da Chris Hughes (quello di The Songs From The Big Chair dei Tears For Fear, per intenderci), vede la collaborazione in studio di numerosi musicisti (tra cui anche Howard Jones, che suona il piano in Untitled) e ottiene una candidatura al Mercury Music Prize.

L'esordio suscita consensi estremamente positivi da parte della stampa specializzata, ma resta (anche oggi) oggetto di culto per pochi appassionati. E non è difficile crederlo visto che l’album, nonostante sia in linea con un suono molto in voga in quel momento storico (si pensi a Damien Rice o Ben Christophers e all’esplosione del New Acoustic Movement), suona cupo, spigoloso, umbratile, poco incline a leggerezze o a melodie di facile presa. Le canzoni in scaletta rimandano alla tradizione (impossibile non citare un altro outsider come Nick Drake), l’ossatura delle composizioni è prevalentemente folk, anche se non mancano venature pop-rock, inserti di elettronica e frequenti arrangiamenti d’archi.

Il disco si apre con il fruscio di un vinile su cui si dipana la trama oscura e depressa di You Cut Her Hair, incubo rarefatto per piano, chitarra e un inquietante violoncello. E’ questa la cartina di tornasole per leggere il mood di un disco intenso e crepuscolare, così come evocato dalla bella foto in copertina.

Momenti scarni ed essenziali, come nella delicata 2nd Law o nella litania depressa per pianoforte e voce della già citata Untitled o ancora nella conclusiva I’m Scared Of Lightning, un minuto e venti per voce e chitarre di Drakeiana memoria. E ci sono momenti, invece, in cui gli arrangiamenti si fanno meno francescani e vanno a riempire spazi altrove lasciati vuoti. E’ il caso della ritmica ansiogena che attraversa A&B Song o del vento d’archi che sospinge la drammatica Language Of Fools. Tra gli highlights della scaletta meritano una citazione l’accorata Bloodless e il blues spazzolato della notturna e lacrimosa Sao Paulo Rain.

Un esordio folgorante e probabilmente il miglior capitolo di una discografia che si è sempre mantenuta a livelli qualitativi più che buoni. Tuttavia, queste canzoni tese al parossismo, che cercano la penombra o s’immergono nella grana livida di paesaggi autunnali e carichi di inquietanti presagi, costituiscono uno dei dischi inglesi più interessanti e riusciti della prima parte del nuovo millennio. Consigliato a tutte quelle anime malinconiche sempre in cerca di struggimenti.

 


 

 

Blackswan, martedì 01/09/2020