venerdì 5 febbraio 2021

PREVIEW

 


Dopo due album al numero #1 della classifica inglese, più di 2 milioni di copie vendute ed un incredibile successo di pubblico e critica, forse pensavate di sapere bene cosa aspettarvi dai Royal Blood. Tutti i preconcetti sono stati spazzati via quando il duo ha pubblicato la scorsa estate “Trouble’s Coming”. Un melting pot ben riuscito di fiero rock e beat dance tramite il quale i Royal Blood hanno presentato qualcosa di fresco, sorprendente ed inaspettato, ma perfettamente in linea con il loro percorso fino ad ora.

La reazione a “Trouble’s Coming” è stata fenomenale, come dimostrano gli oltre 20 milioni di stream raggiunti in breve tempo. Il singolo ha immediatamente guadagnato la cover della playlist ROCK THIS di Spotify ed è stato supportato da emittenti radiofoniche di tutto il mondo. In breve tempo i Royal Blood sono pronti a diventare più grandi di quanto lo siano mai stati fino ad ora. Questo si concretizzerà quando la band pubblicherà il terzo album “Typhoons”, in uscita il 30 Aprile su etichetta Warner Records.

Quando Mike Kerr e Ben Thatcher hanno iniziato a parlare del nuovo album sapevano esattamente quale obiettivo volevano raggiungere. Un consapevole ritorno alle proprie origini, quando la loro musica era influenzata da Daft Punk, Justice e Philippe Zdar dei Cassius. Un approccio emozionale, viscerale e originale, simile a quello che aveva portato alla creazione del loro omonimo album di debutto.

“Ci siamo imbattuti in queste melodie senza quasi rendercene conto ed è stato subito divertente suonarle”, ricorda Kerr. “Questo è ciò che ha alimentato la creatività per il nuovo album, il rincorrere quelle sensazioni. È stato strano, anche se ripensandoci, in ‘Figure it Out’ era già presente in fase embrionale ciò che abbiamo fatto oggi. Abbiamo capito che non dovevamo necessariamente distruggere tutto quanto creato in passato per andare avanti, dovevamo semplicemente cambiare marcia. Sulla carta sembra una cosa da poco ma quanto ascolti il nuovo album tutto appare fresco”.

Tutto questo traspare immediatamente dal nuovo singolo e title track “Typhoons”. I riff di basso di Kerr danno forma a un’ipnotica spirale ascendente la cui intensità è in costante crescita, mentre i pressanti beat di Thatcher sorreggono il tutto con una forza inesauribile.

Dettato il ritmo con “Trouble’s Coming”, l’album colpisce duro con il groove metallico di “Who Needs Friends”. L’incredibile contrasto creato da Million & One” e “Limbo” non lascia più dubbi sulla freschezza dell’intero lavoro. Già presentata live e amata dai fan, “Boilermaker” è all’altezza della propria reputazione, “Mad Visions” è un brano in grado di evocare un Prince super-aggressivo. Chiude l’album la sorprendente “All We Have Is Now”, ballad al pianoforte dall’incredibile impatto emotivo.

Sia direttamente che allusivamente, l'album esplora il rovescio della medaglia del successo che Kerr e Thatcher hanno sperimentato sulla propria pelle. Tutto nasce dalla realizzazione che il successo è molto più complicato di quello che sembra ed avere il tempo di riconquistare la giusta prospettiva è un bene prezioso che diventa sempre più sfuggente. La situazione ha richiesto riflessione e cambiamento e il primo passo è stato fatto da Kerr a Las Vegas. Dopo aver ordinato un Espresso Martini ha dichiarato che quello sarebbe stato il suo ultimo drink e poco dopo ha scoperto che la sobrietà ritrovata stava portando grandi benefici alla sua creatività e a tutta la sua vita.

Il nuovo approccio si manifesta anche nella decisione del duo di produrre Typhoons” in totale autonomia. Fanno eccezione i brani “Boilermaker”, prodotto da Josh Homme (frontman dei Queens of the Stone Age), e “Who Needs Friends”, prodotto dal vincitore di Grammy Award Paul Epworth.

 


 

 

Blackswan, venerdì 05/02/2021

giovedì 4 febbraio 2021

STEVIE NICKS - LIVE IN CONCERT / THE 24 KARAT GOLD TOUR (BMG, 2020)

 


L’ultimo disco in studio di Stevie Nicks risale ormai a sei anni fa. 24 Karat Gold (Songs From The Vault), uscito nel 2014, era composto da quattordici canzoni che riposavano nei cassetti della Nicks (anzi erano secretate, come suggerisce il titolo del disco) e che sono tornate a vedere la luce solo quando la bionda cantante di Phoenix ha deciso di riprenderle in mano e rileggerle, reinterpretarle, rivederle con gli occhi della maturità. Canzoni, dunque, che arrivano da un passato a volte remoto, risalenti a un periodo compreso fra il 1969 e la metà degli anni novanta, ma che venivano ripresentate alle nostre orecchie in abiti modernamente vintage, senza che trasparissero i segni del tempo, ma mantenendo, invece, intatto il proprio nitore d'origine.

Il suono era esattamente quello che tutti si sarebbero aspettati, quello cioè meravigliosamente stilizzato in album come Rumours o Bella Donna: un amalgama perfettamente equilibrata di rock americano, appassionato romanticismo e pop da classifica, che è diventato un marchio di fabbrica di valore assoluto.

Non è, quindi, un caso che quell’album non solo ricevette giudizi entusiastici dalla critica, ma ottenne un successo, forse non inaspettato, ma di certo superiore alle aspettative, dal momento che scalò le classifiche statunitensi e britanniche, attestandosi alle prime piazze nelle rispettive top ten.

Live In Concert – The 24 Karat Gold Tour (colonna sono di un omonimo film uscito nelle sale il 24 e 25 ottobre dello scorso anno) è la fotografia del tour di promozione di quel disco, un doppio cd che coglie il meglio delle performance live della Nicks, accompagnata da una band coi fiocchi, composta da Carlos Rios alla chitarra, Al Ortiz al basso, Drew Hester alla batteria, Ricky Peterson e Darrell Smith alle tastiere.

Da 24 Karat Gold, in realtà, vengono eseguite solo tre canzoni (Belle Fleur, Starshine e If You Were My Love), mentre il resto della scaletta si concentra sul meglio della carriera della Nicks, pescando da album solisti (Edge Of Seventeen, Stop Draggin’ My Heart Around) e da quelli, ancora più celebri, registrati con i Fleetwood Mac (Gold Dust Woman, Landslide, Rhiannon). La prima facciata, poi, si chiude con una splendida versione di Moonlight (A Vampire’s Dream) che la cantante originaria dell’Arizona dedica all’amato Prince.

In realtà, non ci sarebbe un motivo valido per acquistare questo live, dal momento che, se siete fan della Nicks o dei Flettwood Mac, queste canzoni le avrete ascoltate, anche dal vivo, chissà quante volte (ricordo che nel 2019 uscì un box triplo, dal titolo Stand Back, con un terzo cd interamente live). Tuttavia, la performance, pur non riservando soprese, è suonata talmente bene e con così tanta classe che, almeno per quelli che come il sottoscritto sono fan della prima ora, non dovrebbero lascierselo sfuggire. La solita grande voce, che l’età ha arricchito di sfumature, le solite canzoni, la solita, impagabile, meraviglia.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, giovedì 04/02/2021

 

mercoledì 3 febbraio 2021

PREVIEW

 


Julia Stone condivide oggi un nuovo estratto dal suo prossimo album da solista Sixty Summers, la struggente traccia "We All Have" con Matt Berninger dei The National. Inoltre è stato rivelato oggi che la pubblicazione del disco è stata posticipata a venerdì 16 aprile (BMG).

"We All Have" è la canzone più tenera di Sixty Summers, una dolce ballata che celebra la capacità di ogni essere umano di guarire anche di fronte a un dolore devastante e rappresenta la dualità dell'album.
“This song is about how everything transforms and moves; even though you feel so shitty at one point, it might shift into something new,” afferma Julia riguardo all'ispirazione dietro la canzone. “Love is all that we really need to be here for - not love with someone else but love in your heart.”.

Matt Berninger, frontman dei The National, presente nella splendida traccia, condivide la sua euforia per il coinvolgimento in "We All Have": "It's always really inspiring to hear old friends creating such amazing music. I've been a big fan of Julia's work for a long time, and it was so fun to be invited to be a part of this song!".

"We All Have" è il quarto estratto da Sixty Summers.
Il primo è stato "Break", traccia che ha segnato il ritorno alla carriera solista di Julia, intrisa di pop abbagliante, seguito dalla eterea e ultraterrena "Unreal" e, più recentemente, la sognante "Dance". Alla fine del 2020, la Stone ha pubblicato  una rivisitazione dei tre singoli fino ad oggi in un EP intitolato Twin. Ha anche trovato il tempo per pubblicare un EP natalizio di quattro tracce intitolato Everything Is Christmas.

"We All Have", è anche accompagnato da un video musicale diretto dal regista nominato due volte agli ARIA AWARDS Gabriel Gasparinatos (Baker Boy, ONEFOUR).
La clip, girata in uno dei paesaggi più remoti della Tasmania nell'arco di una settimana, segue la relazione appartata tra un sub e il suo marinaio, esplorando i momenti di leggerezza e di oscurità che si alternano nell'isolata quotidianità della vita su una barca.

Otto anni dopo il suo ultimo disco solista, Sixty Summers rappresenta una potente rinascita della Stone, uno degli artisti più prolifici dell'Australia.
Partendo dalle terre selvagge del folk e dell'indie-rock, con Sixty Summers Julia Stone si tuffa a capofitto nel mondo cosmopolita ed edonistico del pop notturno.
Lo splendido album è una perfetta testimonianza della grinta e dello scintillio della vita della città, con tutte le sue gioie, pericoli, storie d'amore e rischi. Il disco ci rivela la natura più profonda, vera e brillante della Stone che, finalmente, condivide con noi la sua segreta storia d'amore con questo genere musicale.

Registrato nell'arco di cinque anni, dal 2015 al 2019, Sixty Summers è stato profondamente plasmato dalle preziose collaborazioni che figurano nel disco: Thomas Bartlett, alias Doveman, e Annie Clark - cantante, autrice e produttrice vincitrice di Grammy nota come St. Vincent.
Bartlett e Clark sono la coppia di cui Stone aveva bisogno per realizzare la sua prima visione pop. Mago della produzione e della scrittura di canzoni, Bartlett è stato in grado di catturare lo spirito indipendente della Stone e trasferirlo all'interno di Sixty Summers, scrivendo e registrando oltre 50 demo con lei nel suo studio di New York.
Essendo questo un luogo di passaggio per i luminari dell'indie rock alcuni di loro, come Matt Berninger dei The National e Bryce Dessner, li ritroviamo nell'album, confermando il fatto che lo studio di Bartlett è stato un terreno fertile perfetto per la crescita della Stone.
“Making this record with Thomas, I felt so free. I can hear it in the music,” afferma la Stone. “He brings a sense of confidence to recording sessions.”.

La portata di Sixty Summers è incredibilmente vasta: chilometri di distanza dal lavoro passato di Stone, è un mondo a sé, un nuovo paesaggio surreale e mozzafiato.
Se i precedenti dischi solisti della Stone, "The Memory Machine" del 2010 e "By The Horns" del 2014, l'hanno trovata alle prese con l'oscurità naturale che deriva dall'amare troppo, in questo disco Julia Stone rivendica ogni parte di sè stessa: fuoco, furia, amore, lussuria, desiderio. Toccando punti di riferimento più disparati come l'avant-funk di Talking Heads (in "Break"), le romantiche riflessioni delle due di notte di Serge Gainsbourg ("Free", "Dance") e l'elegante ed estatico lavoro di synth di Lorde's Melodrama ("Substance" ), Sixty Summers è un album su cui si può ballare, ma anche un disco in cui perdersi completamente.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 03/02/2021

martedì 2 febbraio 2021

TROUBLE - COLDPLAY (Parlophone, 2000)

 


Chi non si è comportato da vero stronzo almeno una volta nella vita? Chi non ha mai fatto male deliberatamente a qualcuno che ama, fosse questo un amico o il partner? Chi non ha mai ferito, con parole o azioni, le persone che gli stanno intorno, magari per nervosismo, per rivalsa o semplicemente perché ha perso il controllo?

Beh, chi non lo ha mai fatto, alzi la mano e si prenda tutti gli applausi, perché è un santo votato alla beatificazione. Per tutti gli altri, compreso il sottoscritto, non resta che cospargersi il capo di cenere e ascoltare Trouble, terzo singolo estratto da Parachutes, esordio datato 2000 del gruppo britannico dei Coldplay.

La canzone, infatti, fu scritta da Chris Martin quando si rese conto di essersi comportato da vero coglione nei confronti degli altri membri della band. Una canzone di scuse, questo il senso, rivolta ai compagni di avventura, a quelle persone insieme alle quali, non solo condivideva la maggior parte della giornata, ma stava inseguendo un sogno che, poi, di lì a breve, sarebbe diventato realtà.

In tal senso, i versi “I never meant to cause you trouble, And I never meant to do you wrong” sono espliciti della volontà di fare ammenda di tutti gli errori e di liberarsi di quella ragnatela di rimorsi e di pensieri (“a spider web and I'm caught in the middle, So I turned to run, The thought of all the stupid things I've done”) che stava togliendo al cantante la serenità in un momento così decisivo della propria vita.

Trouble rispecchia perfettamente il mood che attraversa Parachutes, un disco che sembra composto di canzoni fragili e all’apparenza semplicissime, e che invece riesce a toccare il cuore dell’ascoltatore, proprio grazie a un disperato spleen malinconico, a tratti reso diafano dal falsetto etereo di Chris Martin.

E pensare che Trouble, originariamente, era tutto tranne la canzone tristissima che oggi conosciamo. Scritta nel settembre del 1999, il brano era caratterizzato da ritmi adrenalinici e da riff di chitarra distorti, tanto da avere quasi le sembianze di una sfuriata punk rock. Così, però, la canzone non funzionava e, prova dopo prova, si rafforzò nei Coldplay la convinzione che, rallentandola, Trouble avrebbe suonato decisamente meglio. Fu quindi ripensata e ricostruita intorno a un dolente e delicato riff di pianoforte, che ne divenne così il corpus estetico e sostanziale.

La canzone fu un clamoroso successo commerciale, arrivando nella top ten delle classifiche inglesi e piazzandosi benissimo in tutte le classifiche, americane comprese. La notorietà del brano, spinse molte aziende a chiedere in prestito la canzone per accompagnare spot pubblicitari, ma nonostante le offerte multimilionarie di Diet Coke e Gap, la band si è sempre rifiutata di venderne i diritti. In fin dei conti, Trouble era una canzone di scuse, sentita e personale, che Martin aveva scritto per farsi perdonare dai suoi amici. E il pudore, si sa, non ha prezzo.

 


 

Blackswan, martedì 02/02/2021

lunedì 1 febbraio 2021

MR. BUNGLE - THE RAGING WRATH OF THE EASTER BUNNY DEMO (Ipecac Recordings, 2020)

 


Mike Patton è un genio irrequieto e onnivoro. Ha scritto un pagina fondamentale del crossover anni’90 con i suoi Faith No More, ha creato nel tempo tanti progetti paralleli, che gli consentissero la massima libertà espressiva (Fantomas, Tomahawks, Peeping Tom), ha prestato la voce alla band punk/hardcore dei Dead Cross, ha collaborato con disparati artisti (Dillinger Escape Plan, Zu, John Zorn, etc.), si è misurato con le colonne sonore (1922) e ha avuto anche il tempo di implementare la propria discografia da solista.

Prima di tutto questo, anche prima dei Faith No More, Patton diede vita al progetto Mr. Bungle, nato a metà degli anni ’80, quando pubblicò in cassetta quattro demo. La storia prese corpo, però, negli anni ’90, quando la band firmò un contratto con la Warner e rilasciò, nel corso del decennio tre album, prima di sciogliersi definitivamente all’inizio del nuovo millennio. I Mr.Bungle, pur ruotando intorno alle figure di Patton e dei suoi amici Trey Spruance (chitarra) e Trevor Dunn (basso), erano una band apertissima a incorporare nuovi musicisti che condividessero la stessa bizzarra idea di canzoni meticce e sperimentali, che incorporavano, praticamente, tutto lo scibile musicale umano, dal metal all’elettronica, dal funk al rock, dal free jazz allo ska.

Nel 2019, i Mr. Bungle, arricchiti dalla presenza di Dave Lombardo (Slayer) e Scott Ian (Anthrax), sono tornati a collaborare, prima suonando dal vivo la scaletta del demo d’esordio, The Raging Wrath Of The Easter Bunny (1986), poi rimettendoci mano in studio, registrandolo nuovamente e trasformandolo in un vero e proprio full length, rinforzato da cinque canzoni in più (tra cui la cover di Speak English Or Die, dei Stormtroopers of Death - qui chiamata Habla Español o Muere – e Loss For Words dei Corrosion Of Conformity).

Canzoni, dunque, scritte quasi trentacinque anni fa, ritoccate, certo, ma in modo tale da non far perdere loro l’originale e primigenia ferocia. Già, perché The Raging Wrath Of The Easter Bunny Demo è un assalto sonoro all’arma bianca, armati di mazze ferrate, un’aggressione ai padiglioni auricolari che mette a dura prova la tenuta dei timpani. Non traggano in inganno gli evanescenti arpeggi di Grizzly Adams con cui il disco si apre: è solo uno specchietto per le allodole, lo zuccherino per indorarvi la pillola di una rapida e sconquassante discesa all’inferno, le cui porte si aprono già con la successiva Anarchy Up Your Anus, concentrato di tutto quello che troverete nelle nove rimanenti canzoni.

Un impasto malefico di thrash, hardcore e death metal che non lascia scampo alle orecchie e alle casse dello stereo, una scossa tellurica da far invidia agli Slayer, declinata però con la consueta, non convenzionale e beffarda intelligenza a cui Patton da sempre ci ha abituati (ascoltate, ad esempio, Eracist, o la fulminatissima Hypocrites/ Habla Español o Muere).

Un disco che per delle orecchie gentili e non aduse al genere potrebbe essere fatale, ma se il thrash old school è la vostra fede, in questo The Raging Wrath Of The Easter Bunny potrete trovare un capitolo importante della Bibbia del metal.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 01/02/2021