martedì 8 giugno 2021

DRIVE - THE CARS (Elektra, 1984)

 


Qualcuno sostiene che Heartbeat City (1984) sia in assoluto la miglior prova dei Cars, e senza voler togliere nulla ai lavori precedenti, che vendono bene e piazzano numerosi singoli nelle chart statunitensi, probabilmente è così. Un disco, questo, che racchiude la summa del pensiero musicale del leader, il compianto Ric Ocasek: fondere l’imperante suono new wave con un pop rock dagli arrangiamenti impeccabili e costruito sulla perfetta simbiosi fra chitarre agli estrogeni e vivaci, coloratissime tastiere.

L’album, prodotto con la collaborazione di Robert John “Mutt” Lange (che l’anno precedente aveva messo mano a Pyromania dei Def Leppard), vende benissimo e si piazza alla posizione numero di 3 di Billboard 200, grazie al tiro di un pugno di singoli irresistibili: You Might Think, Magic e Drive. E’ soprattutto quest’ultima a fare, come si dice, il botto, risultando il singolo dei Cars più venduto in assoluto, raggiungendo la posizione numero tre della Billboard Hot 100, la numero cinque nel Regno Unito, la numero quattro nella Germania occidentale, la numero sei in Canada e la numero tre in Irlanda. Senza dimenticare, poi, che Drive consente ai Cars di farsi conoscere anche in Italia, paese in cui la band capitanata da Ocasek, fino ad allora, viveva nella nicchia di pochi appassionati.

A prescindere dal notevole successo commerciale, resta il fatto che Drive è il classico evergreen, una canzone senza tempo, che riesce a emozionare anche oggi, nonostante l’utilizzo dei sintetizzatori rispecchi clamorosamente il suono dell’epoca in cui è stata concepita. Una ballata elegante e impeccabilmente arrangiata, che resterà eterna per la forte tensione romantica e drammatica che la pervade.

Drive è, infatti, una canzone che parla d’amore, ma di un amore finito, di un lutto affettivo che ingenera dubbi e disillusione. E’ l’amante ferito a parlare, anche se potrebbe benissimo essere il contrario (alla voce c’è il bassista della band, Benjamin Orr), che si rivolge alla propria amata, ponendo una serie d’interrogativi destinati a rimanere senza risposta: “Chi ti dirà quando sarà troppo tardi? Chi ti dirà che le cose non sono così grandiose? Non puoi andare avanti pensando che niente sia sbagliato. Chi ti riaccompagnerà a casa, stanotte? Chi ti rialzerà quando cadrai? Chi alzerà la cornetta quando chiamerai? Chi presterà attenzione ai tuoi sogni? Chi ti tapperà le orecchie quando urlerai?”. Ed è proprio questa serie reiterata di domande, l’escamotage letterario dell’interrogazione retorica, a rendere il brano così carico di pathos e così melodrammatico nei suoi intenti romantici. Perché, è del tutto evidente, che ciò che sottende alle domande, è l’impossibilità di ricostruire un amore perduto per sempre, eterno solo nei quattro minuti della durata della canzone.

Questo brano, così malinconico e triste, fu, poi, utilizzato l’anno successivo al Live Aid di Londra, come sottofondo musicale per un drammatico video sulle esiziali conseguenze della carestia in Etiopia. Dopo l’evento, la canzone ritornò a scalare le classifiche inglesi, attestandosi alla quarta posizione e fruttando ai Cars la bellezza di 160.000 sterline, tutte devolute alla causa dallo stesso Ocasek.

Un’ultima curiosità. Nel bel video clip di Drive, girato dall’attore Timoty Hutton, compare l'allora diciottenne modella e attrice Paulina Porizkova, che, di lì a poco, sarebbe diventata la moglie di Ric Ocasek. 




Blackswan, martedì 08/06/2021

lunedì 7 giugno 2021

THE ALMIGHTY - POWERTRIPPIN' /Deluxe Edition 2021 (HNE Recordings, 2021)

 


Il 2021 è un anno decisamente denso di novità per Ricky Warwick. Prima, ha pubblicato When Life Was Hard And Fast, disco solista che ha riscosso parecchi consensi di pubblico e critica, poi, ha messo le mani a vecchio materiale, per una ricca ristampa di Powertrippin’, terzo e celebratissimo album degli Almighty, la band di cui è leader da più di trent’anni.

Il seguito di Fire & Love del 1989 e Soul Destruction del 1991, vide la luce nell’aprile del 1993, fu l’ultimo pubblicato per l’etichetta Polydor, e sancì l’ingresso nella line up del chitarrista Pete Friesen, che aveva sostituito il membro fondatore Tantrum (a fianco di Warwick c’erano anche Stump Monro alla batteria e Floyd London al basso). Powertrippin’ segna una svolta non da poco nella storia della band: è il primo album che schizza nella top ten britannica (alla quinta piazza per la precisione), grazie anche alla popolarità derivante dal tour degli Almighty come spalla degli Iron Maiden, ed è il disco che si smarca decisamente dei due lavori precedenti, grazie anche al songwriting e all’impronta di Friesen, che spinge il suono nelle braccia del Seattle Sound.

L’album, in tal senso, è figlio della sua epoca, rivisitazione in chiave europea di quel grunge che, nel 1993, ha già affievolito la sua spinta creativa, pur essendo ancora al centro del music business. Gli Almighty si schierano dalla parte di chi quel suono lo stritolava nella morsa di pesanti tenaglie metal, tanto che gli accostamenti più immediati, anche all’epoca, furono con band come gli Alice In Chains (l’iniziale e oscura Addiction sembra uscire dalla penna di Jerry Cantrell) e i Gruntruck di Push.

Roccioso, brutale, violento, poco incline a cercare compromessi con la melodia e pronto ad abbandonarsi a quelle accelerate punk, da sempre tratto distintivo della band (la title track è strettamente imparentata alla furia distruttiva dei Motorhead), Powertrippin è una forsennata cavalcata metal trainata dai riff siderurgici di Friesen e dalla voce petrosa di uno scatenato Warwick. Non c’è quasi un attimo di pausa, e i padiglioni auricolari si salvano dallo sconquasso generale solo grazie a Jesus Loves You… But I Don’t (un titolo, un programma), ispida ballata che procede per accumulo elettrico fino al deragliamento finale.

La reissue del disco, perfettamente rimasterizzato, contiene anche un secondo cd ricco di curiosità. Oltre ai singoli tratti da Powertrippin’, Addiction, Over The Edge e Out Of Season, questa riedizione deluxe include le B-side Blind, Bodies (proprio quella dei Sex Pistols), Insomnia, In A Rut (cover dei The Ruts) e Fuckin' Up (brano preso dal songbook di Neil Young). Le versioni live di Takin' Hold, Jesus Loves You...But I Don't e Powertrippin' testimoniano quanto potenti e devastanti siano sempre stati gli Almighty una volta saliti sul palco. Il disco bonus include anche le versioni demo di Free 'N' Easy e la title track di Soul Destruction, che non è mai stata registrata ufficialmente e non era apparsa nella scaletta dell'album originale. Da segnalare anche una versione acustica di Rockin' In The Free World di Neil Young, ulteriore chicca di una ristampa vivamente consigliata a tutti gli amanti dei suoni estremi.

 


 

Blackswan, lunedì 07/06/2021

venerdì 4 giugno 2021

HE HIT ME (AND IT FELT LIKE A KISS) - THE CRYSTALS (Philles, 1962)

 


Eva Narcissus Boyd, meglio conosciuta come Little Eva, è stata, negli anni ’60, una cantante pop di successo, nota soprattutto per un brano, The Loco – Motion, che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo ascoltato. Una hit da un milione di copie vendute, che nel 1962, arrivò prima in classifica negli Stati Uniti e che nel 1988 tornò nuovamente agli onori delle cronache, grazie all’interpretazione in chiave dance di Kylie Minogue. Per Eva, fu l’inizio di una carriera che durò per tutto il restante decennio, fino a quando, nel 1971, la Boyd si ritirò dalle scene, a soli ventotto anni, senza aver guadagnato, si dice, il becco di un quattrino.

Prima di arrivare al successo, questa giovane cantante di colore, proveniente dalla North Carolina, sbarcò il lunario, facendo i più disparati lavori, tra i quali quello di babysitter a casa della coppia di cantautori Carole King e Gerry Goffin (quelli che, tra l’altro, scrissero per lei The Loco-Motion).

E qui, inizia la nostra storia. Perché Eva, che è una ragazza semplice e solare e si conquista da subito la fiducia e l’affetto delle due stelle del music business, spesso si presenta al lavoro con dei lividi. Alle domande insistenti dei due, Eva ammette candidamente che il suo boyfriend dell’epoca la prende a sberle. La King e Goffin, venuti a conoscenza della cosa, spronano la ragazza (che ai tempi non aveva nemmeno vent’anni) a denunciare il fidanzato alla polizia, ma visto il diniego di Eva, le chiedono come possa sopportare di essere maltrattata in questo modo. Eva li guarda stranita e, come se fosse la cosa più normale del mondo, risponde: “E’ vero mi ha colpito. Ma lui mi picchia solo per dimostrarmi quanto mi ama”.

Dopo l’iniziale sgomento, i due cantautori ripensarono spesso alla risposta della ragazza, finché quella frase, “Mi ha colpito” (He Hit Me), divenne lo spunto per scrivere una canzone. Nasce così He Hit Me (And It Felt Like A Kiss), un brano il cui testo, senza bisogno di essere accanite femministe, oggi come allora, fa letteralmente rabbrividire. Perché quel brano, scritto probabilmente con le migliori intenzioni (la King, dichiarò successivamente, di essere stata anche lei vittima di abusi domestici – ma non da Goffin), diventava, in buona sostanza, una sorta di benedizione a tutti quei vigliacchi che maltrattavano le proprie donne. Il verso centrale, in tal senso, lascia sgomenti: “Mi ha colpito E sembrava un bacio. Mi ha colpito E sapevo che mi amavi. Se non gli importasse di me, Non avrei mai potuto farlo arrabbiare. Ma mi ha colpito Ed ero contenta”. E non ci vuole una sensibilità da poeta per comprendere quanto queste parole, che giustificano un atto ignobile, siano raccapriccianti.

Non solo. Indovinate un po'? A produrre e ad arrangiare la canzone fu Phil Spector, il geniale produttore, che di abusi coniugali e violenza sulle donne non era secondo a nessuno. L’inventore di quello che fu definito “wall of sound”, infatti, oltre che per la propria arte, è passato alla storia anche per i rapporti a dir poco burrascosi con le proprie compagne, culminati, nel febbraio del 2003, con la condanna per l’omicidio dell’attrice Lana Clarkson. Il vertice di un escalation iniziata, però, nel 1968, quando Spector sposò Veronica “Ronnie” Bennett, cantante delle Ronettes, girl group statunitense, divenuto famoso grazie proprio al produttore (ricordate Be My Baby?). Un rapporto, quello tra Ronnie e Phil, caratterizzato dalla gelosia patologica di Spector, il quale costrinse la consorte a vivere reclusa in casa, sottoposta alle sue grottesche bizzarrie (arrivò a chiuderla in un armadio, a nascondere tutte le sue scarpe in modo che non potesse fuggire e addirittura a far costruire una bara d'oro con un coperchio di vetro in cui minacciò di rinchiuderla dopo averla uccisa, nel caso l'avesse lasciato).

Spector, che era un violento narcisista con il vizietto dell’alcol e delle armi da fuoco, aveva tuttavia un talento inarrivabile, capace, negli anni d’oro della sua carriera, di fargli scrivere, arrangiare e produttore un filotto di straordinarie hit. E’ fuori di dubbio che Spector riuscisse a sentire la musica nel profondo, a cogliere l’essenza di una canzone e a cavarne il meglio. Così, affidò He Hit Me alle Crystals, gruppo r’n’b tutto al femminile lanciato dalla sua etichetta, la Philles, e arrangiò il brano come forse nessuno se l’aspettava. Avrebbe potuto giocare con l’ironia, ma non lo fece. Il testo era vergognoso e giustificava la violenza sulle donne. Ecco allora l’intuizione: un basso cupissimo introduce la voce solista (e depressa) di Barbara Alston in una cornice funerea di tamburi e archi taglienti, mentre, in sottofondo, come un coro greco, le altre tre componenti trillano beatamente la loro convinzione che il ragazzo non avesse fatto nulla di male. Tutto inquietante, ambiguo, ma geniale.

Artisticamente ineccepibile, la canzone, però, non ebbe il successo sperato: dopo i primi passaggi in radio, la protesta degli ascoltatori crebbe a dismisura, tanto che il brano lentamente scomparve dall’airplay, per perdersi, giustamente, nell’oblio.

 


 

Blackswan, venerdì 04/06/2021

giovedì 3 giugno 2021

TEXAS - HI (BMG, 2021)

 


Jump On Board, uscito quattro anni fa, fotografava una band consapevole dei propri mezzi, capace ancora di sfornare deliziosi pasticcini pop, ma in una fase, se così si può dire, riflessiva e interlocutoria. All’orizzonte, infatti, si profilava il trentesimo anniversario di Southside (1989), album d’esordio e riuscitissimo melange di country, blues e rock, con il quale la storia della band scozzese ebbe inizio.

Per celebrare degnamente il debutto, il gruppo, nel 2019, aveva messo mano ai propri archivi alla ricerca di qualcosa di speciale da condividere con i fan. Furono scoperti diversi tesori provenienti dalle sessioni di Southside, ma non solo, visto che quell’attività di ricerca portò alla luce una miniera d'oro più grande: parecchi nastri di registrazioni incompiute per White on Blonde (1997), loro quarto e più celebrato disco. Sharleen Spiteri e Johnny McElhone, le due menti pensanti dei Texas, decisero che questo materiale accantonato era troppo buono per essere lasciato incompiuto. Fu avviato, quindi, un lavoro restauro, ma poi il brillante processo creativo spronò i Texas a comporre del materiale originale per un nuovo disco, il decimo in studio, prodotto dalla mano esperta di McElhone.

In Hi convergono diversi elementi sonori che includono vintage R&B (Just Want to Be Liked), atmosfere dal tocco country (Moonstar), pulsante power pop (Sound of My Voice) e il connubio riuscitissimo tra western e hip-hop (la title track con il piccante cameo dei Wu-Tang Clan). E poi c'è il singolo Mr. Haze, evidente omaggio al suono Motown, punto di fusione fra dance e soul, un viaggio nella nostalgia che campiona Love's Unkind, hit del 1977 a firma Donna Summer.

Una varietà di temi stilistici che da sempre fanno parte del bagaglio dei Texas e che in Hi, però, sembrano indossare abiti più lussuosi e sgargianti. Merito di un ottimo lavoro in studio, in fase di produzione, e del contributo indispensabile di un gruppo di sessionisti perfettamente a loro agio nel dare manforte al nucleo storico della band: Michael Bannister e Eddie Campbell (tastiere), Ally McErlaine (chitarra), Tony McGovern (chitarra). Questi quattro musicisti, insieme a Spiteri e McElhone, rispettivamente alla chitarra e al basso, infondono in ciascuna delle dodici tracce di Hi (quattordici nell’edizione deluxe) quel trasporto e quella perizia che da sempre connotano la musica dei Texas.

Non dimentichiamo, ovviamente, quell’elemento essenziale che è la voce di Sharleen Spiteri, così carica di passione e di sentimento (ascoltate Unbelievable e You Can Call Me), e capace di funzionare alla grande anche quando si misura con quella altrui: il duetto con la cantante-attrice Clare Grogan, in Look What You've Done, e con RZA e Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, nella citata Hi, sono tra i migliori momenti in scaletta.

Il disco cresce ad ogni ascolto e viene spontaneo affermare che i Texas, nonostante gli anni di carriera alle spalle, abbiamo ritrovato un’esuberante spinta artistica e quell’ispirazione che ha contraddistinto i loro giorni migliori. Indipendentemente dal suo destino commerciale, Hi è un album di pop elegantemente confezionato, a cui è difficile restare indifferenti, e se anche non è destinato a fare la storia di questo 2021, risulterà un’ottima colonna sonora per accompagnare, con leggerezza, l’estate ormai alle porte.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, giovedì 03/06/2021

martedì 1 giugno 2021

PAUL WELLER - FAT POP (Volume 1) (Polydor, 2021)

 


Paul Weller ha sempre avuto l’indiscusso merito di non fermarsi mai, sempre in movimento, alla ricerca di nuove espressioni di un’idea di musica, legata al passato, certo, ma con lo sguardo prontamente rivolto al futuro. Non si è mai arroccato su una posizione, per quanto redditizia, non ha mai voluto vivere di rendita, prendendosi dei rischi e i relativi inciampi.

Nell'inebriante era post punk, che ha poi, ceduto i riflettori alla new wave, ha portato la sua band, The Jam, a diventare un'istituzione iconica a sé stante, arroventando col punk un suggestivo retroterra mod, beat e R&B. Con gli Style Council, sua successiva creatura, Weller ha virato verso un approccio musicale più morbido e sfumato, adottando forme espressive contigue al jazz (ma con un tocco leggero che conteneva elementi accessibili a una numerosa platea pop), per declinare i suoi testi politicizzati e militanti. Il suo istinto irrequieto, alla fine, l’ha portato nuovamente a cambiare strada e a riflettere sull'influenza di quelle icone del passato (Small Faces, Traffic, Who e Kinks) che da sempre lo avevano ispirato, dando vita a quattro decenni di carriera in costante evoluzione, il cui punto fermo è stata la coerenza di seguire, sempre e comunque, il proprio istinto.

Il suo nuovo album, Fat Pop (Volume 1), arriva meno di un anno dopo l’ultima pubblicazione, On Sunset, e lo trova nello stato d'animo congeniale (lo stop imposto dalla pandemia e maggior tempo a disposizione) per rovistare nei propri armadi e scegliere un abito, i cui colori sgargianti, riflettano quel sapere immenso che spazia, con la consueta maestria, fra generi disparati (rock, pop, elettronica, R&B, soul, folk).

Un disco, tra l’altro, che lo trova a condividere i riflettori con sua figlia Leah, accreditata come co-autrice della sognante Shades Of Blue, con la cantante Lia Metcalfe (The Mysterines), con cui duetta in True, e con il leggendario Andy Fairweather Low, la cui voce dà ulteriore nerbo al funky ondeggiante di Testify. Hannah Peel, poi, è arruolata per arrangiare gli archi in Glad Times, Cobweb Connections e Still Glides The Stream, dando a questi brani quel tocco Philly Soul che tanto andava di moda negli anni '70 e gran parte degli anni '80.

Detto questo, l'intero album, inaspettatamente, visto i tempi che corrono, sfoggia una vena pimpante, energica, attraversata solo, di quando in quando, da quel retrogusto agrodolce e malinconico, a cui spesso Weller ci aveva abituati in passato (ciò che accade, ad esempio, nella conclusiva Still Glides The Stream, a parere di chi scrive la migliore canzone del lotto).  

E’ la visione d’insieme, quindi, a essere vincente, quell’indubbia capacità che Weller ha di equilibrare la scaletta, inserendo con gusto momenti introspettivi in un contesto decisamente giocoso, e facendo convivere graffi garagisti (True) a deliziose ballate soul (Glad Times), senza che l’accostamento risulti disturbante.

Il Modfather consegna alla storia, in meno di un anno, un altro disco che può decisamente essere annoverato fra i migliori della sua carriera. In fin dei conti, Weller rimane un maestro nel creare album sofisticati e affidabili, attraversati da quei lampi di magia, che lo rendono uno dei più ispirati songwriter inglesi di tutti i tempi.

VOTO: 7,5

 


 

Blackswan, martedì 01/06/2021