martedì 11 gennaio 2022

PAUL WELLER - AN ORCHESTRATED SONGBOOK (Polydor, 2021)

 


Non si può certo dire che gli anni funesti del lockdown abbiano tarpato le ali all’estro di Paul Weller. Due album, On Sunset e Fat Pop (Volume One), hanno mantenuto acceso il suo fuoco creativo e la sua idea di musica, che continua a svilupparsi, nonostante tutte le difficoltà, alla ricerca di nuove idee e forme espressive.  

An Orchestrated Songbook è un ulteriore tassello di un percorso artistico che ha palesato ben poche sbavature, e che, nel frangente, ha visto il songwriter scappare dallo studio di registrazione per suonare uno spettacolo unico, e decisamente speciale, al Barbican di Londra, la sera del 15 maggio di quest’anno. Insieme all'arrangiatore Jules Buckley, Paul Weller ha sbirciato nel proprio immenso songbook, e ha tirato fuori dal cilindro un’emozionante scaletta di grandi classici abbinati a brani più recenti, rileggendoli in un’inedita veste orchestrale, grazie al supporto della BBC Symphony Orchestra. Un’operazione in bilico fra il nostalgico e il coraggioso, che ha gettato nuova luce su diciotto canzoni, che continuano a suonare bellissime e intense, anche in questo approccio decisamente anomalo (e raffinato).

Apre la performance, una versione lussureggiante di "Andromeda" da Wake Up The Nation, seguita da una "English Rose" completamente rielaborata, densa e avvolgente, che non perde un grammo della sua straordinaria bellezza, gemma senza tempo (sono passati più di quattro decenni dal suo concepimento), che fu scritta da Weller quando aveva solo vent’anni. Non solo una delle signature song di una carriera impeccabile, ma anche il brano simbolo di questo nuovo album, che ben spiega l’incredibile lavoro di riscrittura fatto dall’asse creativo Weller-Buckley. Dell’era Jam viene, poi, ripresa anche la leggendaria "Carnation", sottoposta a un maquillage sontuoso, che però nulla toglie alla drammatica tensione che innerva il brano.

La presenza, poi, di tre ospiti in altrettante canzoni, rende la proposta musicale di An Orchestrated Songbook ancora più suggestiva, consentendo al songwriter inglese di misurare la bellezza delle proprie canzoni anche in duetti, quasi tutti riusciti. La meravigliosa Celeste torna alla corte di Weller per una avvolgente "Wild Wood" e la loro chimica rilassata (in passato, avevano già registrato insieme una grande versione di "You Do Something To Me") spinge questa meraviglia in una dimensione completamente diversa. Boy George trasmette ulteriore linfa vitale alla hit, periodo Style Council, "You're The Best Thing", sfoggiando un vocione soul da brividi, mentre l’inaspettata presenza di James Morrison non aggiunge nulla all’esecuzione della conclusiva "Broken Stones".

An Orchestrated Songbook non ha punti deboli, troppo belle le canzoni che lo compongono, troppo efficace l’arrangiamento orchestrale, ma tocca vette sublimi quando la rilettura sfocia nell’imprevisto, come accade nella mise en place ancora più intensa e cinematografica di "Still Glides The Stream" (da Fat Pop), in "You Do Something For Me", così ricca e maestosa nel suo svolgimento, o nella riproposizione della gioiosa e vivace "My Ever Changing Moods", mai tanto smaccatamente frastornante e pimpante.

Un disco, An Orchestrated Songbook, che non rappresenta certo un capitolo essenziale della discografia di Weller, essendo, in realtà, una sorta di best of, le cui canzoni sono arrangiate in modo diverso da come le conoscevamo in origine. Non è, però, un mero esercizio di stile calligrafico, ma un tentativo, semmai, di dare nuova linfa vitale a brani noti, accedendo a una dimensione altra, insolita, sicuramente intrigante, spesso addirittura affascinane. Non potrà mai essere un sostituto della preziosa discografia del modfather, ma di sicuro, questo nuovo lavoro, potrà farne parte senza sfigurare.

VOTO: 7,5

 

 

Blackswan, martedì 11/01/2022

 

lunedì 10 gennaio 2022

THE RECORD COMPANY - PLAY LOUD (Concord, 2021)

 


L’esordio dei The Record Company, datato 2016, fu un fulmine al ciel sereno, uno di quei dischi che fa rizzare le antenne alla stampa specializzata e capace di coagulare velocemente il consenso da parte del pubblico. Non tanto per la novità della proposta, una miscela di rock e blues con qualche debito da pagare al passato, quanto semmai per il modo arrembante e sanguigno di rileggere, senza troppi fronzoli, sonorità abbastanza prevedibili.

Il trio di stanza a Los Angeles ha svoltato velocemente, ha saputo cogliere l’attimo, interpretandolo al meglio, e dando vita a una crescita mediatica costante, che, agli esordi (2011), li ha visti macinare migliaia di chilometri per suonare in piccoli locali davanti a sparuti gruppi di appassionati, fino a meritarsi, nel 2017, la nomination ai Grammy (poi, vinto da Fantastic Negrito) per il miglior disco blues dell’anno.

Un successo che, nel giro di soli dieci anni, ha avvicinato sempre più i Record Company al mainstream, in una parabola artistica che ricorda da vicino quella dei Black Keys. Intendiamoci, la band non si è sputtanata e la qualità di questo nuovo Play Loud è comunque alta; semplicemente si sono fatti un po' furbetti, e senza rinnegare completamente le loro origini, hanno reso il songwriting meno crudo e più radio frendly. Non è un caso, quindi, che la band abbia optato per un produttore come Dave Sardy, che ha già lavorato con gruppi di altissimo profilo come Oasis e LCD Soundsystem, e abbia tentato una diversificazione del suono, guardando al soul ("Paradise"), giocando col funky nella sua accezione più piaciona (il singolo "How High") e cadendo nella tentazione pop di "Get Up And Dance!", irresistibile traino verso la pista da ballo.

Nessuno stravolgimento, per fortuna, nessun ricorso all’elettronica o deragliamento nell’hip hop, per citare due possibili contaminazioni. Le canzoni, infatti, continuano a ruotare intorno al suono della chitarra, anche se si sono arricchite di sovraincisioni che ingrassano un po' il suono e non disdegnano aperture melodiche laddove, invece, il risultato poteva essere più duro e puro (il riff stonesiano dell’iniziale "Never Leave You"). La versione più grezza dei Record Company trova realizzazione compiuta solo nell’ottima "Gotta Be Movin’", che plasma un pattern di chitarra alla Tinariwen, come a voler ribadire che le origini non sono e non vogliono, comunque, essere dimenticate.

Il cambiamento, però, è in atto, impossibile non rendersene conto, e apre, come spesso accade, a diatribe fini a se stesse tra ortodossi e chi invece è più predisposto ad accettare cambiamenti. Dal nostro punto di vista, preferiamo che una band si assuma dei rischi e provi a evolversi, perché continuare a fare lo stesso disco e a ripetere lo stesso mantra, senza annoiare, è privilegio di pochissimi. A conti fatti, il gruppo losangelino è riuscito nell’intento di aggiornare la propria proposta senza terremoti, ha mantenuto intatta la propria grinta, pur allargando i confini del blues rock e scegliendo una produzione decisamente più elaborata. Niente, dunque, che faccia scappare a gambe levate i fan della prima ora, ma un modo, con molta probabilità vincente, per conquistare alla causa nuove schiere di fan.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, lunedì 10/01/2022

venerdì 7 gennaio 2022

LA TOP TEN DEL 2021

 

 


1 THE VINTAGE CARAVAN - MONUMENTS

 


 2 BALTHAZAR - SAND



3 LATHUMS - HOW BEAUTIFUL LIFE CAN BE


4 EGO KILL TALENT - THE DANCE BETWEEN EXTREMES


5 CHRIS ECKMAN - WHERE THE SPIRIT RESTS


6 BRANDI CARLILE - IN THESE SILENT DAYS



7 JON BATISTE - WE ARE


8 DURAN DURAN  - FUTURE PAST



9 THRICE - HORIZONS/EAST



10 LUCERO - WHEN YOU FOUND ME


CI SONO PIACIUTI ANCHE:

SAM FENDER - SEVENTEEN GOING UNDER

SILK SONIC - AN EVENING WITH SILK SONIC

BILLY BRAGG - THE MILLION THING THAT NEVER HAPPENED

LANA DEL REY - BLUE BANISTERS

CURTIS HARDING - IF WORDS WERE FLOWERS

YOLA - STAND FOR MYSELF

BILLIE EILISH - HAPPIER THAN EVER

MOBY - REPRISE

MDOU MOCTAR - AFRIQUE VICTIME

WOLF ALICE - BLUE WEEKEND

CAPAREZZA - EXUVIA

PAUL WELLER - FAT POP (VOL.1)



Blackswan, venerdì 07/01/2022





mercoledì 5 gennaio 2022

SAM FENDER - SEVENTEEN GOING UNDER (Polydor, 2021)

 


Una carriera solista partita in sgommata e un successo imprevedibile. Probabilmente nemmeno lo stesso Fender, musicista ventisettenne originario di North Shields, ci avrebbe sperato: esordire ed essere in vetta alle classifiche inglesi, portarsi a casa un disco d’oro, aggiudicarsi il Critics' Choice Award ai Brit Awards del 2019 e, l’anno successivo, venire nominato Best New Artist ai BRIT Awards.

Il motivo di questa esplosione è molto semplice: Fender è di un livello superiore. Possiede una voce pazzesca, non solo potente, ma anche incredibilmente versatile per un ragazzo della sua età, e scrive grandi canzoni, fresche ma profonde, capaci di intercettare gli smarrimenti e i disagi della propria generazione, in modo sincero e tenendosi lontano dalle banalità.

Geordie Springsteen, così lo chiamano i suoi fan, guarda al grande rocker americano, a cui si ispira per l’intensità delle liriche, per lo spirito indomito che pervade di potenza le sue canzoni e per certe sonorità immediatamente riconducibili al Boss (la title track che apre il disco). Si tratta, però, solo d’ispirazione, di un modello a cui rifarsi: la musica di Fender non è un copia incolla di quella di Springsteen, ma è libera, appassionata, e suona originale e seducente.

L’inziale "Seventeen Going Under" incarna lo spirito del disco, è la chiave di volta per comprendere la poetica di Fender e il senso di undici canzoni che sembrano la perfetta colonna sonora di un film di formazione: tanta energia e tanto entusiasmo, la sopresa della scoperta, ma anche una visione ben calibrata e incredibilmente matura sul mondo circostante. Tutto, insomma, gira a mille nei solchi di quest’album, semplice e diretto, eppure ribollente di pathos, appassionante testimonianza di come nelle mani giuste il rock possa ancora suonare incredibilmente attuale. Il tiro di "Getting Started", nella sua linearità, riesce a essere contemporaneamente famigliare ed eccitante, Aye è attraversata da una drammatica tensione sotterranea, è furia allo stato puro che non ha bisogno di spingere sui volumi per mandare al tappeto anche il più distratto degli ascoltatori. "Get You Down" è un’altra delle classiche canzoni di Geordie Springsteen: la foto del Boss nel taschino, la ritmica diritta, la potenza delle chitarre e l’immancabile sax di Johnny Bluehat Davis a creare un muro di suono indistruttibile.

Un marchio di fabbrica, che non viene però reiterato all’infinito, perché Fender ha idee da vendere, e può sperimentare, come nell’incredibile "Leveller", gli archi che si muovono in perfetto sincronismo con la batteria, il cantato ipnotico di Sam che riempie i quattro minuti del brano con una stranissima sensazione malinconica. Sensazione che si prova quando il giovane rock si rinchiude in una dimensione più intima, dimostrando di saperci fare con l’intricato fingerpicking di "Spit Of You", in cui racconta le ansie della crescita, le insicurezze e la vulnerabilità di chi fatica a relazionarsi col prossimo, o con il lento sviluppo melodico della pianistica "Last To Make It Home". Due canzoni, queste ultime, che dimostrano quanto Fender sia in grado di essere sia fragile che potente, a volte anche all'interno della stessa melodia.

Il ragazzo, poi, non rinuncia nemmeno all’impegno politico e sociale, cosa che avviene in "Long Way Off", riff contagiosi, archi e ritmica basica, per una canzone che invita a schierarsi e a stare sulle barricate, o in "Paradigms", che getta uno sguardo pessimista sul degrado etico della società. Chiudi il disco "The Dying Light", una ballata rubacuori, in cui Fender mette al centro il pianoforte e la sua voce potente, prima di liberare la melodia in un crescendo springsteeniano gonfio di pathos.

Chiosa perfetta per un album che è addirittura superiore al celebrato esordio e che definisce lo stile di uno dei migliori songwriter in circolazione, capace di far convivere nella propria musica classicismo e innovazione, rabbia e dolcezza, il rosso accesso del furore giovanile e i pastelli sfumati di una meditabonda malinconia. Discone.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 05/01/2022

lunedì 3 gennaio 2022

SILK SONIC - AN EVENING WITH SILK SONIC (Atlantic, 2021)

 


Per due musicisti come Bruno Mars e Anderson .Paak, che, a prescindere dai meriti artistici, hanno vestito di perfezionismo i loro album solisti, questa collaborazione, anche se estemporanea, rappresenta una svolta quasi naturale, tanto i due talenti sembrano incredibilmente sincronizzati. Da quando è stato pubblicato il primo singolo, Leave The Door Open, è stato, infatti, chiaro che i due musicisti formassero una squadra affiatata, il cui collante, oltra a un’evidente e reciproca ammirazione, fosse determinato, soprattutto, dalla comune passione per sonorità retrò.

Un’alchimia istintiva, corroborata da una visione comune e da un’evidente voglia di divertissement, che ha spinto i due musicisti a guardarsi alle spalle, a rielaborare con gusto personale sonorità vintage, come avviene, ad esempio, nella canzone poc’anzi citata, i cui arrangiamenti sinfonici si rifanno al mainstream dei primi anni ’70, evocando con gusto il sound di certi gruppi soul di Philadelphia.

C’è, però, in questo breve, ma scintillante album, un’attenzione minuziosa ai dettagli e alla scrittura, con cui i due si tengono ben lontani dalla riproposizione pedissequa di un suono, tanto che le nove coloratissime tracce in scaletta comunicano, soprattutto, un’inaspettata freschezza, grazie ad armonie lussureggianti, ritornelli levigati da sensibilità pop e schegge di modernissimo hip hop.

Un lavoro certosino, di minuziosa levigatura, che ha visto il duo scartare decine di take per piccole sbavature che inficiavano il risultato finale sperato. D’altra parte, non poteva che essere così, visto che il progetto, realizzato solo nel 2021, ha avuto una lunga gestazione. Tutto è iniziato quando .Paak ha aperto i concerti di Mars durante le tappe europee del suo tour 24K Magic, nella primavera del 2017. La coppia si è trovata a sperimentare e suonare in studio fin da subito, concordando che, prima o poi, avrebbero realizzato un disco insieme. Nessuna dead line, però, ma l’idea che la calma e la pazienza sarebbero state in grado di dare forma e sostanza organiche alla nascente collaborazione. Quando il tour è terminato, i due artisti hanno continuato con le loro rispettive vite, fino a quando non si sono ricollegati all'inizio del 2020, dopo che Mars ha ascoltato di nuovo i demo che avevano realizzato in tour, tre anni prima.

An Evening With Silk Sonic è, dunque, un album realizzato con una cura straordinaria, che cerca di evitare trappole nostalgiche mirando semmai all'atemporalità e che, nonostante la maniacale attenzione ai dettagli, esprime comunque un’appassionata esuberanza. La sfavillante apertura Silk Sonic Intro presenta, particolare non di poco conto, l'ospite principale del disco, il leggendario membro dei Parliament-Funkadelic e signore del funk, Bootsy Collins, che riappare nella maggior parte delle canzoni del disco, dando un segno tangibile della propria presenza, che è evidentemente grande fonte di ispirazione per i due giovani artisti.

I quali, in evidente stato di grazia, hanno messo in piedi una scaletta in cui le gemme si sprecano, a partire dalla spavalda Fly As Me, un groove tipicamente funky, di orgogliosa stravaganza e ricchezza, o da 777, altro esplosivo funky declinato, però con ringhio rockista, entrambe vertici di un disco che palesa, senza soluzione di continuità, classe, stile e personalità infinite.

In An Evening With Silk Sonic, la magia sta principalmente nel modo in cui la musica si muove: le canzoni sono radiose e traboccanti di gioia, leggere e acchiappone, create dalla sinergia eccitante di due menti in fluente trip creativo. Una piccola gemma, dunque, frutto del piacere semplice, ma insostituibile, di lavorare insieme a qualcuno di cui ti fidi, e che suona, quindi, avvolgente e gratificante come un rapporto di amicizia di vecchia data, in cui basta il lampo di uno sguardo per intendersi.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 03/01/2022