lunedì 18 luglio 2022

SURRENDER - CHEAP TRICK (Epic, 1978)

 


Una macchina che punta l’orizzonte, il finestrino abbassato, il vento che spettina i capelli, nel cuore un’illogica allegria e in testa zero pensieri. Provate ad ascoltare Surrender, prima traccia da Heaven Tonight, disco dei Cheap Trick datato 1978, magari proprio mentre vi fate un giro in auto, in una bella giornata di sole, e le sensazioni che proverete saranno quelle di una fluttuante leggerezza e di uno straripante ottimismo. E provate a trattenervi dal cantare il ritornello, se siete capaci, perché è un’impresa che rasenta l’impossibile.

D’altra parte, Surrender è un inno per teenager, una canzone che parla di adolescenti, nello specifico dei rapporti fra un ragazzo e suoi genitori, e che inevitabilmente riconduce l’ascoltatore all’inconsapevolezza di quegli anni semplici, in cui i problemi più gravi si riassumono quasi tutti in uno scazzo con mamma e papà. Per scrivere la canzone, Rick Nielsen, chitarrista e mente pensante della band, ha più volte raccontato di aver fatto un incredibile sforzo di immedesimazione per tornare a pensare e ragionare come il quattordicenne protagonista delle liriche.

Il quale si lamenta del fatto che i genitori siano iperprotettivi, perché continuano a metterlo in guardia a proposito delle ragazze (“Me l'ha detto la mamma, sì, me l'ha detto. Incontrerei ragazze come te”), dalle quali potrebbe prendersi chissà quale malattia (“Mi ha anche detto di stare lontano, Non saprai mai cosa catturerai. Proprio l'altro giorno ho sentito Di un soldato che sta morendo, (a causa di) un po' di spazzatura indonesiana”). Tuttavia, se è vero che i suoi genitori sono un po' troppo asfissianti, è altrettanto vero che sono anche simpaticamente strani, dal momento che il ragazzo, una notte, li scopre a rotolarsi sul divano, mentre ascoltano i suoi dischi dei Kiss (una citazione, questa, inserita nel testo come ringraziamento alla band di Gene Simmons per aver supportato i Cheap Trick quando erano agli esordi).

Insomma, papà e mamma fanno quello che devono fare, e cioè proteggere e raccomandarsi, ma alla fine non sono altro che degli adolescenti un po' cresciuti, che riescono a rimanere connessi con le nuove generazioni grazie alla musica, un collante che non ha età.

L’ultimo inno per teenager degli anni ’70, così la definì Rolling Stone USA, inserendola alla posizione 471 della sua lista delle 500 canzoni più belle di sempre, Surrender fu tiepidamente accolta negli States, dove arrivò solo alla sessantaduesima piazza di Billboard 100, mentre fece sfracelli in Giappone, paese nel quale i Cheap Trick registrarono il loro album più famoso, At Budokan, uscito l’anno successivo, nel 1979). 

 


  


Blackswan, lunedì 18/07/2022

venerdì 15 luglio 2022

VATICAN - ULTRA (UNFD, 2022)

 


Americani, originari di Savannah, i Vatican posso essere tranquillamente inseriti nella folta e decisamente saturata schiera di gruppi metalcore. Tuttavia, questa giovane band, giunta oggi alla seconda prova in studio, riesce a distinguersi dalla massa grazie a una potenza di tiro realmente devastante, che evoca il puro caos dell’hardcore primigenio, solo in parte ravvivato da quegli elementi (deathcore, post-hardcore e qualche spunto elettronico) che hanno ridefinito il genere nel periodo a cavallo fra gli anni 2000 e 2010.

Rispetto al precedente Sole Impulse del 2019, non ci sono sostanziali cambiamenti e Ultra, con il suo minutaggio compresso (solo trentacinque minuti), suona esattamente come se fosse un fratello maggiore, più maturo e curato negli arrangiamenti, del già ottimo esordio.

L'opener "Slipstream Annihilation" stabilisce subito uno standard ferocemente aggressivo, che uniforma gran parte della scaletta, innescando una tripletta da ko, che continua con le successive "I Am Above" e "Reverence". Tutti e tre i brani hanno uno sviluppo selvaggio e pesantissimo, rappresentando alla perfezione quel suono a cui la maggior parte delle persone pensa quando sente la parola "metalcore". "Reverence", il singolo di punta del disco, vede anche per la prima volta in scaletta l’utilizzo di voci pulite, caratteristica già presente in alcuni episodi di Sole Impulse, e che ritorna svariate volte anche in quest’album, insieme a qualche tocco etereo, che può richiamare alla memoria i Deftones.

La prima vera svolta di Ultra giunge, però, alla quarta traccia, "Where Heavens Collide", un brano decisamente più morbido, levigato di elettronica e con le voci ancora più pulite. Una buona prova, che abbassa però il livello di ferocia che caratterizza la maggior parte delle canzoni del disco. E per fortuna, perché i Vatican quando mordono alla giugulare, palesano un istinto killer che poche band possiedono.

"[ULTRAGOLD]" ricomincia a far tremare le vene dei polsi con un devastante assalto all’arma bianca, esattamente come "Decemeta" e "Uncreated Waste", la cui potenza tellurica è circoscritta a un minutaggio inferiore ai due minuti, circostanza, questa, che mantiene altissimi i ritmi dando al disco un impatto fortemente dinamico, anche grazie all’ottima produzione di Randy LeBoeuf. Da citare anche "By Your Love", che è un inno post hardcore travolgente, le voci pulite e un ritornello che si manda subito a memoria, "Mirror Dream" che evoca il caos matematico e ritmato dei Dillinger Escape Plan, e "Did You Ever Notice I Was Gone", anomalia che si discosta dal complessivo mood dell’album, un brano atmosferico costruito su pianoforte, voce femminile e qualche elemento di elettronica.

Nonostante sia un disco rapido, come molte delle composizioni in scaletta, l’unico problema di Ultra è che è composto di quattordici canzoni, un po' troppe perché la proposta suoni veramente efficace. Detto questo, ce ne fosse di band metalcore come i Vatican: quando decidono di menare, lo fanno davvero con il sangue agli occhi e con quella violenza bruta che manca a molte band coeve. Riuscissero a eliminare completamente le parti più melodiche e gli inserti di elettronica, che oggi vanno tanto di moda, e avrebbero davvero pochi rivali al mondo.

VOTO: 7 




Blackswan, venerdì 15/07/2022

giovedì 14 luglio 2022

ICONIC - SECOND SKIN (Forntiers, 2022)

 


Il supergruppo è quella figura mitologica che ha attraversato la storia del rock, decennio dopo decennio, con risultati altalenanti, A volte, il gusto per il divertimento, la volontà di uscire dalla propria confort zone per tentare altre strade, più spesso, per motivi di opportunità, progetti di natura squisitamente commerciale, che hanno lasciato il tempo che hanno trovato per pochezza di ispirazione e forza espressiva. Ce n’è per tutti i gusti insomma, anche per chi ha la bocca buona e poche pretese.

Ultima, in ordine di apparizione, è la creatura, plasmata da Frontiers, che porta il nome di Iconic, band dal nobilissimo pedigree, che annovera tra le sue fila alcuni autentici eroi della scena metal e hard rock: Michael Sweet (Stryper) alla chitarra e alla voce, Joel Hoekstra (Whitesnake) alla chitarra, Marco Mendoza (Thin Lizzy, Twisted Sister, Black Star Riders) al basso, Tommy Aldridge (Whitesnake, Ozzy Osbourne) alla batteria e Nathan James alla voce.

Considerato il background dei singoli musicisti, è logico che l'album possieda una clamorosa aura anni '80, corroborata, oltretutto, dal fatto che la voce di James suoni vagamente come quella di David Coverdale, il che potrebbe essere anche il motivo per cui alcuni componenti si siano sentiti a loro agio nel suonare queste undici, pimpantissime canzoni. D’altra parte, avere nello stesso progetto artisti di cotanta caratura, trasmette a Second Skin un livello qualitativo che abbraccia tutti gli aspetti del disco, dall’ispirazione per le composizioni allo straordinario approccio tecnico, con cui il quintetto fa propria ogni singola canzone della scaletta. Non è un caso, quindi, che l’album rappresenti l’essenza stessa della storia dei suoi cinque protagonisti e sia un disco ricco di irresistibili riff, assoli folgoranti e, come da copione, anche di ritornelli orecchiabile e di facile presa.  

Second Skin si apre con una bomba NWOBHM che porta il nome di "Fast As You Can" in cui Sweet e James intrecciano abilmente la loro voci attorno a una linea di batteria adrenalinica e riff di chitarra potentissimo, prima che parta un duello da pelle d’oca, lungo e intricato, fra le sei corde di Sweet e Hoekstra. "Ready for Your Love" è un’altra straordinaria traccia dalla forte influenza '80, con un cambio tempo vertiginoso a metà brano, assolo di hammond in odore Deep Purple e uno di chitarra da lasciare a bocca aperta, mentre "Second Skin", incarna perfettamente il mood innodico di queste canzoni dal ritornello irresistibile e mette l’accento sulla consueta performance tecnica dei cinque fenomeni.

Ci sono anche momenti più intimi, come "All I Need" e "Worlds Apart", due power ballad che tradiscono forse un eccesso di miele, nonostante le belle melodie. Ma sono due episodi in un contesto di corse a cento all’ora. "Nowhere to Run", "All About" e "This Way", spaccano alla grande, con quei riff rocciosi, gli assoli che tolgono il fiato e una sezione ritmica che non fa prigionieri, precisa e martellante.

Second Skin è senza dubbio una raccolta di canzoni di prim'ordine forgiate nel metallo da musicisti che sanno il fatto loro, complice anche l’incredibile esperienza e il fulgido passato. Retrò, certo, ispiratissimo agli anni ’80 (qui i fan dei Whitesnake faranno festa), ma lontano da certi stereotipi di genere e attraversato da genuino entusiasmo. Una vivace combinazione di vintage e modernità, che farà godere gli appassionati di vecchia data, come il sottoscritto, ma anche le nuove generazioni, che sanno ancora eccitarsi per il potere corroborante delle chitarre elettriche.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, giovedì 14/07/2022

martedì 12 luglio 2022

EVERY LITTLE THING SHE DOES IS MAGIC - THE POLICE (A&M, 1981)

 



Prima in classifica in Inghilterra e terza negli Stati Uniti, Every Little Thing She Does Is Magic fu inserita dai Police in Ghost In The Machine al solo scopo di alleggerire l’atmosfera di un album che, a fine registrazione, suonava un po' troppo sobrio per gli standard della band. Serviva qualcosa, infatti, che stemperasse il mood della scaletta e che facesse da traino all’intero disco. Every Little Thing…era perfetta, suonava leggera e accattivante, e come Sting ha sempre sostenuto, era una canzone molto romantica, nata in un momento della sua vita in cui si sentiva decisamente felice. In realtà, le liriche, per quanto attraversate da un brioso mood sentimentale, hanno come protagonista un personaggio, per così dire, un po’ disfunzionale. Il quale, è del tutto evidente, ama follemente, senza darle tregua, una ragazza che non lo corrisponde. Anzi, si spinge ancora più in là, lambendo i territori dello stalking quando decide di chiamarla “mille volte al giorno” per chiederle di sposarla. Non certo dei versi rassicuranti, soprattutto se riletti alla luce della società odierna, molto sensibile a temi di questo tipo.

La canzone, che originariamente suonava come una ballata acustica, fu scritta da Sting nel 1976, l'anno in cui si era trasferito a Londra, e non aveva soldi, nessuna prospettiva, nessun posto dove vivere, ma solo il numero di telefono di Stewart Copeland e una vaga idea di formare una band.  Sting, poi, incise un nuovo demo di questa canzone all'inizio del 1981, insieme al tastierista franco canadese, Jean Roussel, sfruttando lo studio di quest’ultimo, situato in Montreal.

Quando i discografici dei Police, sentirono il demo, colsero subito il grande potenziale della canzone e chiesero alla band di mettersi subito all’opera per registrane una versione definitiva. Ma ottenere la magia che c’era in quella registrazione si rivelò impresa titanica, e i Police dovettero faticare non poco per ottenere un apprezzabile risultato finale. In particolar modo, era Copeland ad avere serie difficoltà a trovare un drumming adatto al pezzo. La band cercò di venirne a capo, approcciando la canzone in modi diversi, suonandola veloce e poi lenta, reggae, punk e bossanova. Niente da fare, però: ogni volta che tentavano di suonarla diversamente da come suonava nella demo, il pezzo perdeva la sua forza espressiva. A quel punto, l’unico modo per venirne a capo, invece di tentare ogni volta uno stile diverso, era che Copeland suonasse sopra la registrazione fatta da Sting e Roussel. E così fecero, con il cantante nelle vesti di direttore d’orchestra, che guidava passo per passo il batterista durante lo sviluppo del brano.

In questa versione definitiva, che venne poi inserita nell’album, la canzone, come già detto, ottenne un incredibile successo di vendite, divenendo insieme King Of Pain il secondo singolo dei Police più venduto negli Stati Uniti (il primato, spetta ovviamente, a Every Breath You Take).

Una curiosità. I versi “Do I have to tell the story, Of a thousand rainy days since we first met?, It's a big enough umbrella, But it's always me that ends up getting wet” contenuti nella canzone, furono riutilizzati da Sting per altre due composizioni: O My God da Synchronicity e Seven Days dal suo album solista Ten Summoner's Tales.

 


 

 

Blackswan, martedì 12/07/2021

lunedì 11 luglio 2022

JUST MUSTARD - HEART UNDER (Partisan Records, 2022)

 


Quando, nel 2018, uscì Wednesday, l’album di debutto dei Just Mustard, la band originaria di Dundalk, in Irlanda, si muoveva entro i confini di riconoscibili tropi shoegaze. Niente male, a dire il vero, ma nonostante qualche deragliamento nel noise rock, il disco suonava ancora acerbo e decisamente derivativo. Sono passati cinque anni, e tanta acqua sotto i ponti, un lasso di tempo abbastanza lungo perché i Just Mustard riflettessero sul loro progetto e sviluppassero nuove idee. Così, Heart Under, secondo album della band e il primo per la Partisan Records, si colloca proprio su un altro pianeta, sia da un punto di formale che di sostanza. I cinque ragazzi irlandesi hanno avuto un’evoluzione incredibile, sono usciti dagli stretti confini entro cui si muovevano con passo sicuro, ma prevedibile, ed hanno esplorato. Laddove il debutto pagava debito alla scena che li ha preceduti, Heart Under è, invece, un viaggio coraggioso in un nuovo territorio sonoro, tanto che, etichette e confronti, oltre che meno plausibili, sarebbero anche riduttivi nei confronti di una musica davvero innovativa.

Nelle dieci canzoni in scaletta, potrete cogliere chitarre post-punk travolgenti e graffianti, estatiche ed eteree digressioni dream pop, ritmiche industrial, corrosive e ipnotiche derive post rock e claustrofobiche atmosfere trip hop. In un mix altamente suggestivo. Il segno realmente distintivo, però, è dato dalla voce angelica e dolcissima di Katie Ball, che passa a volo d'uccello su territori desolati e oscuri, su plaghe di buio che inghiottiscono ogni spiraglio di luce, sulle macerie di un’umanità post atomica, le cui uniche forme di vita comunicano attraverso vibrazioni noise, schianti industriali e letali scariche elettriche. Un disco per certi versi dicotomico, strutturato sul gioco degli opposti che si attraggono e che creano una simbiosi perfetta: in cielo, melodie celestiali, in fondo, sulla terra, un mondo di vertiginosi sprofondi.

"23" apre la scaletta, impostando perfettamente il mood che attraverserà tutto il resto del disco. Le chitarre sibilano e stridono come violoncelli scordati, la voce di Katie Ball suona dolce e minacciosa allo stesso tempo, mentre tutto intorno è fredda desolazione. La peculiarità di questa musica sta anche nel lavoro fatto in fase di mixaggio, con la voce che suona decisamente più alta di tutto il resto. La voce della Ball è la vera protagonista del disco: a volte, possiede un timbro infantile, altre volte, angelico, spesso è usata per trasmettere una malinconica sensazione di noia, che accentua le astrazioni al centro delle canzoni. In questo brano, come in tutti gli altri, le frasi vengono ripetute in modo ipnotico, ancora e ancora, e quando nel ritornello la Ball canta "Did I Know You?", la corda dell’inquietudine vibra a causa di quel timbro malignamente apatico. La natura ripetitiva dei testi è un aspetto avvincente del disco, ogni canzone si presenta come un mantra e non come vera e propria narrazione. Non ci sono storie in quanto tali su Heart Under, e le canzoni sono emotive ed espressive senza avere bisogno di essere chiaramente definite o lineari sotto la veste testuale.

"Seed" inizia con un muro di rumori aspri ed stridenti, un ritmo di batteria in stile militare e una linea di basso minimal aprono lo spazio per l'assalto delle due chitarre, cariche di effetti, di David Noonan e Mete Kalyon, che pigiano furiosamente sul tremolo per instillare una sensazione di paura. La voce di Ball brilla tra flussi e riflussi cacofonici, e la stasi a metà canzone è solo la calma prima della tempesta, prima che le chitarre scatenino un’elettricità solenne, decadente, lacerante. "Blue Chalk" mette in evidenza sia la natura sperimentale dei Just Mustard, ma anche la loro capacità di creare canzoni accattivanti che sembrano entità libere, lontane da ogni forma di progettualità elaborata a tavolino. La traccia prende vita con un suono di batteria profondo, lontano, che è totalmente in contrasto con la natura eterea e mistica della melodia. Questa sensazione di suoni come contrappunti, alla fine innegabilmente complementari, mette in evidenza una band coesa e in palla, le cui idee si combinano con effetti artistici straordinari.

In un contesto alieno e disconnesso, forse la sola "Mirror" assume connotati famigliari e si offre come tributo, sic et simpliciter, alla melodia. Ma la conclusiva "Rivers" mette nuovamente in evidenza tutto ciò che è fantastico nel disco: le linee di basso, semplici e pulsanti, di Rob Clarke, fanno da metronomo, la batteria di Shane Maguire è sepolta nelle profondità del mixer, le chitarre lacerano il velo serico della voce di Ball, e mentre senti che la canzone sta andando in una certa direzione, all’improvviso ti porta da qualche altra parte.

La grandezza di Heart Under e dei Just Mustard risiede proprio in questo, nel conoscere, cioè, le regole per scrivere canzoni e volerle sfidare a tutti i costi piuttosto che conformarsi. Il risultato è uno dei dischi più avvincenti dell’anno, che mette in riga molte delle band che si cimentano in quel genere che definiamo post punk. L’hanno capito anche gli iconici Fontaines Dc, che hanno voluto i Just Mustard ad aprire i loro concerti. Chissà, magari, un giorno, i rapporti di forza si ribalteranno. Questi ragazzi se lo meriterebbero.

VOTO: 9

 


 

 

Blackswan, lunedì 11/07/2022