martedì 8 novembre 2022

FOLLOW YOUR ARROW - KACEY MUSGRAVES (Mercury Nashville, 2013)

 


Ci sono canzoni apparentemente innocue, la cui leggerezza è sinonimo di divertimento, che, però, loro malgrado, finiscono nell’occhio del ciclone. Lo sa bene Kacey Musgraves, giovane songwriter texana, sei volte vincitrice ai Grammy, che quando pubblica Follow Your Arrow, uno scanzonato country pop e undicesima traccia del suo album d’esordio, Same Trailer Different Park (2013), viene travolta da un’infinità di polemiche. Con lei se la prendono soprattutto i conservatori e gli appassionati di country, in parte espressione di quell’America bigotta e tradizionalista, che non vede di buon occhio le aperture progressiste di una musicista, che parla spesso di diritti civili e non perde occasione per schierarsi dalla parte delle minoranze.

E pensare che, inizialmente, la Musgraves aveva scritto, quello che successivamente sarebbe diventato il testo della canzone, come una piccola poesia di accompagnamento a un ciondolo a forma di freccia, regalato a un’amica che si stava trasferendo per quattro mesi a Parigi, ed era terrorizzata dall’idea, perché non conosceva la lingua francese. “Segui la tua freccia”, scrisse Kacey, e ancora: “Bacia un sacco di ragazzi!”. Due frasi, queste, che le rimasero impresse e che furono l’abbrivio per completare le liriche di una melodia che le frullava in testa da tempo.

Fu così che la songwriter texana concepì una canzone che fosse una sorta d'invito ai suoi fan di rimanere fedeli a se stessi, di seguire la propria strada e le proprie pulsioni, senza tener conto dell’ipocrisia della società e del giudizio della gente. E lo fece con parole ironiche, brillanti, che trovavano ancora più forza nell’andamento allegro di un brano che si canticchia fin dal primo ascolto.

Quelle parole, però, erano un affronto alla società conservatrice, e a quei valori tradizionali, che l’America puritana fa propri anche attraverso la musica country. Da questo punto di vista, la canzone fece rizzare i capelli sulla testa a mezza Nashville, e non solo. L'intenzione della songwriter era quella di concentrarsi sull'ipocrisia della società, a partire dal suo distico di apertura, che è un attacco frontale all’istituzione del matrimonio: "Se ti risparmi per il matrimonio, sei una noia. Se non ti risparmi per il matrimonio sei una persona orribile".

Lo scopo era quello di mettere in evidenza l’insensatezza dei giudizi delle persone, che ne hanno per tutti, qualunque cosa uno faccia: “Se non vuoi bere, allora sei un puritano. Ma ti chiameranno ubriacone, non appena lo fai. Se non riesci a perdere peso, allora sei solo grasso, ma se ne perdi troppo, allora sei in crack. Sei dannato se lo fai, e sei dannato se non lo fai”. Un circolo vizioso, dunque, dal quale è impossibile uscire. Pertanto, non resta che fregarsene e vivere la propria vita seguendo la direzione indicata dalla freccia del cuore:” Quindi, fai un sacco di rumore, Bacia un sacco di ragazzi, o bacia molte ragazze, se è qualcosa che ti piace… Arrotolati una canna, oppure no, segui la tua freccia, ovunque punti”.

Apriti cielo! In poche righe, un riferimento positivo all'omosessualità e un esplicito invito a fumare cannabis. E’ per questo che la casa discografica della cantante, la Mercury Nashville, si rifiutò inizialmente di pubblicare la canzone come singolo, salvo poi cedere alle insistenze della Musgraves. E quando la canzone fu pubblicata, il tradizionalissimo mondo del country andò in subbuglio, molte radio si rifiutarono di passare il brano e ai Country Music Awards del 2013, la famosa frase "Roll up a joint" venne censurata, perché troppo controversa per essere ascoltata alla televisione in prima serata.

Dopo tante ingiuste critiche, alla fine, la ragazza texana, ebbe però il suo riscatto: Rolling Stone ha inserito il brano alla posizione 39 delle 100 canzoni country più belle di tutti i tempi e Follow Your Arrow è stata nominata canzone dell’anno agli CMA nel 2014. Al momento di salire sul palco per ritirare il premio, la Musgraves disse: “Ragazzi, vi rendete conto di cosa significa questo per la musica country?" Questo premio significa molto, perché il nostro genere è stato costruito su canzoni semplici e buone sulla vita reale, e Follow Your Arrow lo è”.

 


 

 

Blackswan, martedì 08/11/2022

lunedì 7 novembre 2022

TOM CHAPLIN - MIDPOINT (BMG, 2022)

 


Non sono passati nemmeno vent’anni da Hopes And Fears (2004), esordio dei britannici Keane, band appartenente alla seconda ondata del brit pop, il cui suono era caratterizzato dall’assenza delle chitarre. Eppure, sembra passato un secolo. Un po' perché i Keane, pur continuando a fare buona musica, hanno perso un po' del grande appeal che avevano guadagnato quando il fenomeno era all’apice, e un po' perché i componenti della band hanno seguito anche progetti paralleli, che li hanno allontanati periodicamente dalla casa madre.

Il più talentuoso tra i quattro membri è sicuramente il cantante Tom Chaplin, la cui carriera solista, iniziata nel 2016 con la pubblicazione dell’ottimo The Wave, non è mai uscita dall’anonimato della nicchia, tanto che verrebbe da dire che Chaplin è probabilmente uno dei cantanti e interpreti più sottovalutati della sua generazione. Ed è un vero peccato, perché il musicista originario di Battle è un autore sensibile e ispirato, capace di plasmare sublimi melodie pop attraverso una sincerità espressiva unica nel suo genere.

Se The Wave era una potente raccolta di canzoni con cui il songwriter rifletteva a cuore aperto, a volte con dettagli espliciti, sulle sua lotta con la dipendenza, sui conseguenti problemi mentali e le sue turbolente relazioni sentimentali, questo nuovo Midpoint, sotto il profilo dell’intensità e della profondità delle liriche, non è da meno. Si è solo spostato il baricentro della narrazione: dopo essersi messo a nudo e analizzato nel profondo, oggi, Chaplin, che ha compiuto quarantatre anni, si sofferma a riflettere sulla mezza età, lo scorrere del tempo, la nostalgia per il passato e il dolore causato dalla lontananza dagli affetti, unica certezza della sua vita.

Un mood come sempre colloquiale e intimo, che si dipana attraverso tredici canzoni di pop cantautorale, meditabondo, malinconico, aggraziato e dolcissimo. Tra acustica e morbidi inserti di elettronica, Chaplin si racconta nuovamente e con una nuova consapevolezza, esponendo senza filtri dubbi, paure, nevrosi, ma con uno sguardo meno pessimista, che trova forza nella speranza, ed energia nella carica vitale data dagli affetti.

E’ questo il tema cardine del disco, immediatamente sviluppato dalla bellezza volatile dell’opener "All Fall Down", un inizio solo apparentemente di basso profilo, che mostra la straordinaria capacità del cantante di costruire ballate senza tempo. La sua voce si innalza senza sforzo su una semplice melodia accompagnata dal pianoforte e con un cristallino falsetto ricorda all'ascoltatore che "tutti cadiamo giù", ma che vicino a ciascuno c’è chi può rallentare la caduta e mostrare la strada per tornare a casa. Lo sfarfallio celestiale con cui inizia questa canzone prefigura anche ciò che arriverà poi in termini di strumentazione e trame sonore, sempre stratificate, sempre intricate, eppure sempre tanto immediate, da raggiungere il cuore in un lampo.

E’ quasi un miracolo la maestria con cui Chaplin riesce a trasmettere in modo soave messaggi potenti e riflessioni decisive, tenendo sempre l’ascoltatore in bilico sul confine che separa l’estasi dal tormento. E’ il caso, ad esempio, di "Black Hole", una filastrocca che si apre con le risate dei bambini e il canto degli uccelli, e i cui cori estatici avvolgono di dolcezza un brano che parla della vita che inevitabilmente volge al termine, suggerendo di prepararci all’inevitabile, senza paura, perché solo così si può vivere con serenità il tempo che resta. E per dare ulteriore forza a questi pensieri, riesce a incastonare nel finale della canzone, e in perfetta armonia con tutto il resto, un’inaspettata citazione dal "Requiem" di Mozart.

Come sia possibile che un disco di questo livello non se lo sia filato praticamente nessuno, è un mistero. Non c’è uno sbaffo, un virgola fuori posto. E non parlo solo di forma, ma soprattutto di sostanza, di melodia, di canzoni. Tutte belle da spappolare il cuore. Il pianoforte drammatico di "Rise And Fall", che evoca i migliori Radiohead, la tensione magistrale che avviluppa la title track fino a uno struggente finale corale, gli arrangiamenti ariosi e il crescendo, in cui si rincorrono pianoforte e chitarra, del primo singolo "Gravitational", o il velluto sui cui scorre "New Flowers", in cui Chaplin riflette sulla sua età, cantando di voler fare un passo indietro e vedere crescere nuovi fiori, sono autentiche gemme. E proprio "New Flowers" è uno dei (tanti) momenti toccanti del disco, in cui si riesce a coglie il punto di vista di Chaplin, quello di un uomo che ha vissuto una vita veloce e ora ha imparato a fermarsi, e ad apprezzare ciò che ha lasciato alle spalle e ciò che, oggi, riempie i suoi giorni.

Il disco si chiude con "Overshoot", un brano scarno, asciutto, la strumentazione spoglia all’inverosimile, che mostra la potenza vocale di Chaplin, il cui timbro cristallino raggiunge altezze vertiginose. Chaplin canta come se non ci fosse un minuto in più da vivere, come se tutto dipendesse da quella voce che fa tremare i padiglioni auricolari e l’anima. E inevitabilmente il groppo arriva alla gola e le lacrime inumidiscono gli occhi.

Midpoint è un disco molto meno diretto di The Wave, sia dal punto di vista lirico che strumentale, procede lentamente, si prende il suo tempo, trasuda passione, disegna melodie coloratissime che, però, spingono inevitabilmente verso quel mondo, in cui domina il blu della malinconia. Ogni canzone è coinvolgente e lascia con il cuore gonfio d’amore per un cantante, interprete e cantautore che, purtroppo, solo in pochi avranno la fortuna di ascoltare. Se foste tra i fortunati a voler approfondire, non indugiate oltre: prendetevi del tempo, abbandonatevi al flusso delle emozioni e poi raccontatelo in giro. Che questo è uno dei dischi più belli del 2022.  

VOTO: 9




Blackswan, lunedì 07/11/2022

venerdì 4 novembre 2022

MR. BLUE SKY - ELO (Jet Records, 1977)

 


Nel 2020, Mr. Blue Sky degli Elo è stata votata, dagli ascoltatori di Greatest Hits Radio, una delle emittenti radiofoniche più importanti del Regno Unito, come la canzone più allegra di tutti i tempi. Si può essere d’accordo o meno con il sondaggio di GHR, ma è fuor di dubbio che questo piccolo gioiellino pop sia in grado di strappare il sorriso fin dal primo ascolto.

D’altra parte, una canzone che inizia con i versi “Sun is shinin' in the sky, There ain't a cloud in sight, It's stopped rainin' everybody's in the play, And don't you know, It's a beautiful new day” e che si sviluppa su una melodia “beatlesiana” zuccherina come una caramella alla frutta, è realmente in grado di dare una svolta decisiva alla giornata di chi l’ascolta. E’ un tonico, una pozione corroborante e ricostituente, un dolce lenimento alle asprezze della vita.

La canzone, che chiude la prima facciata del secondo disco di cui è composto Out Of The Blue (facciata nota anche con il titolo di Concerto For A Rainy Day), fu composta da Jeff Lynne quando si trovava in Svizzera, paese in cui si era trasferito per trovare l’ispirazione per scrivere il seguito di A New Wolrd Record, sesto album della band, finito nelle top ten di Stati Uniti e nel regno Unito, l’anno precedente, nel 1976.

Lynne e i suoi compagni d’avventura avevano noleggiato gli strumenti in un negozio di Ginevra e, quindi, si erano spostati in un silenzioso chalet di montagna, situato presso un paesino con poche anime e due negozietti in croce, dove nessuno sapeva chi fossero quei capelloni provenienti dall’Inghilterra.

Tuttavia, l’atmosfera incantevole dell’amena località svizzera era resa molto meno bucolica da un tempaccio che non voleva proprio andarsene. Lynne rimase chiuso nello chalet per due settimane, mentre fuori il clima era buio e nebbioso, senza riuscire a scrivere una sola nota. Poi, finalmente, una mattina, ecco splendere il sole, mentre in lontananza lo spettacolo delle Alpi riluceva di un chiarore mozzafiato. Fu quello l’abbrivio per l’ispirazione tanto agognata: in quindici giorni, Lynne scrisse quattordici canzoni, tra cui appunto, Mr. Blue Sky, uno dei più grandi successi di sempre della band.

Una canzone semplice e spensierata, quasi una filastrocca per bambini, in cui le immagini del cielo blu e del sole splendente, trasmettevano un euforico sentimento di vitalità.

Ma c’è di più, perché questa leggerissima canzone nascondeva nel titolo, come per altri brani di Lynne, la passione del musicista per il calcio, in particolare per la sua squadra del cuore, il Birmingham Football Club, di cui era, ed è, tifosissimo. La compagine, infatti, viene chiamata dai propri fan semplicemente “The Blues” (per via del colore delle maglie), e Mr. Blue Sky, negli intenti di Lynne, era anche un modo per omaggiare l’amore calcistico di una vita. Non è un caso, quindi, che il brano degli Elo risuoni dagli altoparlanti dello stadio St.Andrew’s, prima dell’inizio di ogni partita casalinga della squadra.

 


 

 

Blackswan, venerdì 04/11/2022

giovedì 3 novembre 2022

THE DEAD DAISIES - RADIANCE (SVP, 2022)

 


Sesto album in nove anni per i The Dead Daisies, un supergruppo che somiglia tanto a un porto di mare, dal momento che nella line up della band sono transitati (tanti) musicisti straordinari, da Darryl Jones (Rolling Stones) a Dizzy Reed (Guns'n'Roses) e John Corabi (Motley Crue), solo per citarne alcuni. A capo della band, da due dischi a questa parte, è Glenn Hughes (Deep Purple, Trapeze, Black Sabbath), in veste di vocalist e bassista, ulteriore fiore all’occhiello di quello che poteva essere considerato un esperimento estemporaneo e, invece, a dispetto dei continui avvicendamenti, ha dato prova di inusuale stabilità.

Questo Radiance esce dopo l’acclamato Holy Ground (2021) e la formula, un hard rock di matrice settantiana, tutto riff, assoli e potenza, oltre a un importante dose di blues a impacchettare la confezione, resta immutata. Radiance è un lavoro di ottima fattura, tecnicamente ineccepibile, a cui forse manca un filo di originalità, a fronte di un mestiere consolidato e di un songwriting con il pilota automatico innestato. Queste, tuttavia, sono considerazioni risapute, che valgono un po' per tutti gli album che lo hanno preceduto. Quel che manca a questo nuovo lavoro è, semmai, l’ispirazione, quel quid, insomma, che rende un lavoro derivativo credibile ed emozionante.

La caratura dei musicisti, per carità, non si discute: l’accoppiata Aldrich e Lowy alle chitarre è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni, la sezione ritmica (oltre Hughes c’è il redivivo Brian Tichy) martella come da canovaccio. L’ex Deep Purple, tuttavia, pur essendo una delle migliori ugole in circolazione, almeno per quanto riguarda il genere, risulta essere un po' sottotono, non all’altezza di precedenti performance, forse a causa delle tonalità basse delle composizioni.

A Radiance, poi, mancano brani che alzino il livello della scaletta, alcuni ritornelli sono fulminanti ("Hypnotize Yourself" e "Shine On"), anche perché questa è una band capace di lanciare ganci melodici irresistibili, ma le canzoni, questa volta, restano nell’ombra di un’anonima prevedibilità e, talvolta, perdono slancio a causa di una struttura che spesso spegne gli assalti in digressioni più lente.

Certo, il suono delle chitarre è magnifico per tutta la durata dell’album (l’assolo in "Courageous" è da capogiro), l’idea di aprire "Kiss The Sun" con l’uso di un talkbox è suggestiva, e la conclusiva "Roll On", un midtempo molto melodico, avvolto in un bel arrangiamento d’archi, è decisamente un bel modo di chiudere la scaletta. Ma è un po' troppo poco per una band che, basta guardarsi dietro, possiede potenzialità enormi. Non c’è nulla di inascoltabile in Radiance, e se siete amanti del genere, l’ascolto resta godurioso, ma dai Dead Daisies bisogna pretendere ben altro e qui, spiace dirlo, siamo appena sopra il minimo sindacale.

VOTO: 6,5

 


 

Blackswan, giovedì 03/11/2022

mercoledì 2 novembre 2022

PETRO MARKARIS - ULTIME DELLA NOTTE (Bompiani, 2000)



Il commissario Kostas Charitos vive ad Atene, metropoli sospesa tra Oriente e Occidente, crocevia di immigrati clandestini, ex spie sovietiche e trafficanti d'organi. Charitos tenta comunque di ritagliarsi uno spazio di tranquillità personale, per dedicarsi anche ai propri problemi famigliari. Ma un efferato omicidio lo costringe a scendere in campo, scontrandosi con schegge impazzite di realtà.

 

Una coppia di giovani albanesi viene trovata brutalmente assassinata. Il colpevole viene catturato subito e confessa. Si tratterebbe di un delitto passionale, o almeno così lo liquida il Commissario Charitos, titolare dell’inchiesta. La morte della nota giornalista Ghianna Karaghiorghi, uccisa negli studi televisivi proprio mentre stava per annunciare in diretta televisiva un clamoroso scoop, lo porterà, però, a rivedere il caso.

Inizia così, il primo romanzo che vede come protagonista il Commissario Kostas Charitos, una figura di poliziotto spesso paragonata al Pepe Carvhalo di Manuel Vazquez Montalban o al Montalbano del nostro Camilleri. In realtà, Charitos è un personaggio con caratteristiche peculiari che lo rendono un unicum nella letteratura di genere. Scontroso, maleducato, cinico, frustrato da un matrimonio abitudinario con una donna che passa le giornate davanti al televisore, Charitos si concede come unica distrazione la lettura degli amati dizionari, vivendo una vita piatta e grigia, confortata esclusivamente dall’amore per la figlia Katerina, che vive lontano da casa, per motivi di studio.

Eppure, dietro la scorza di uomo rude e scostante, si nasconde una verace umanità che coincide spesso con un indefettibile senso di giustizia, quel senso di giustizia che lo rende allergico alle regole e al compromesso, che lo spinge a inimicarsi chiunque cerchi di manovralo, che è il carburante nobile di una testardaggine che lo induce a indagare anche là, dove non dovrebbe, fino a svelare, nonostante le mille pressioni dall’alto, un complesso e redditizio progetto criminoso.

Le indagini di Charitos si svolgono nelle strade di Atene, metropoli sospesa tra Oriente e Occidente, crocevia di etnie che convivono tollerandosi a fatica, città rumorosa e caotica, in cui il traffico sembra prendere il sopravvento sulla storia e le bellezze artistiche, che sembrano offuscate da un’inquietante coltre di smog. Se la Marsiglia di Izzo, il cui malinconico Fabio Montale incarna la stessa figura di perdente di Charitos, era il cuore pulsante della narrazione, per Markaris Atene è solo una muta testimone alle vicende, fredda e distante dagli eventi, una città il cui volto umano si manifesta solo attraverso la bontà dei souvlaki, gli spiedini di cui Charitos è ghiotto.

Uscito nel 1995, e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2000, Ultime Della Notte è un noir costruito magnificamente, che non ha bisogno di ritmi serrati per coinvolgere il lettore in una vicenda che conquista fin dalla prima pagina. Una prosa lineare e piacevolissima, intrisa di ironia e aperta anche alla critica sociale e politica (il razzismo, gli strascichi della feroce dittatura dei colonnelli, l’arroganza del potere, il cannibalismo di una stampa a cui non interessa la verità ma solo mettere il mostro in prima pagina), fanno di questo romanzo un must per gli amanti del genere, che cercano nel thriller intelligenza e profondità, e non solo sangue e violenza.

Blackswan, mercoledì 02/11/2022