venerdì 11 novembre 2022

THE BIG MOON - HERE IS EVERYTHING (Fiction Records, 2022)

 


Difficile trovare una copertina che espliciti in modo così inequivocabile i contenuti del disco che racchiude. La foto, infatti, immortala la frontwoman del quartetto londinese delle The Big Moon, Juliette Jackson, che è rimasta incinta e ha dato alla luce il suo primo figlio durante l'incerto e spaventoso primo anno della pandemia. L'ansia della gravidanza, le notti insonni, i problemi dell'allattamento al seno e la preoccupazione che la maternità potesse in qualche modo mettere a rischio la sua carriera di musicista, sono i temi documentati in undici istantanee meravigliosamente poetiche, che, come le pagine di un diario, dischiudono una finestra narrativa sui giorni di una maternità affrontata in uno dei momenti più incerti e inquietanti della storia moderna.

Eppure, il tratto distintivo del terzo album delle The Big Moon è che, nonostante l'argomento specifico, Here Is Everything risulta un disco godibilissimo anche per coloro che non hanno mai visto un bambino in vita loro. Se il punto di partenza è chiaro, è, infatti, altrettanto evidente che la magia delle undici canzoni in scaletta spazi ben oltre il tema della gravidanza, e sia, soprattutto, l’opera collettiva di una band mai così affiatata come oggi.

Se, infatti, inizialmente, a causa delle obbiettive difficoltà (non dimentichiamoci il lockdown), le registrazioni non davano i risultati auspicati, Soph Nathan (chitarra), Fern Ford (batteria) e Celia Archer (voce, basso) non hanno messo mai pressione all’amica Juliette, si sono prese il tempo necessario e hanno lavorato con calma, fino a completare quello che è, probabilmente, il loro disco più intenso. Non solo un disco sulla maternità, quindi, ma anche sull’amicizia e sull’amore incondizionato. Una sorta di diario, dicevamo, ma anche un percorso di consapevolezza, per raccontare sentimenti che spesso si danno per scontati e che, invece, diventano incredibilmente indispensabili nei momenti di difficoltà.

Here Is Everything si apre con "2 Lines," una canzone che parla del risultato positivo al test di gravidanza e di tutti i dubbi che ne conseguono, nella consapevolezza, questa sì, che la vita sta cambiando. E’ anche, però, la prova di quanto bene hanno lavorato le quattro ragazze britanniche, capaci di maneggiare la materia indie pop con una freschezza e un lirismo da autentiche fuoriclasse. Una maestria confermata anche dalla successiva "Wide Eyes", una luccicante canzone indie pop, così perfetta da far venire le lacrime agli occhi. Lo sfarfallio delle tastiere e il nerbo della chitarra acustica strapazzata introducono una melodia accattivante e a presa rapida, sulle cui note la Jackson canta di come sia diverso il mondo visto con gli occhi degli altri, gli occhi del suo bambino, certo, ma anche gli occhi delle sue compagne di avventura, che le hanno permesso di vedere come queste canzoni, in cui lei non riponeva alcuna fiducia, fossero in realtà le migliori scritte fino a oggi.

Così Here Is Evrything finisce per essere un disco che, pur partendo da un’esperienza personale, diventa universale, perché i grandi sentimenti di cui tratta si adattano benissimo a tutti gli ascoltatori. Dal punto di vista sonoro, poi, le undici canzoni in scaletta replicano il marchio di fabbrica della band, sono indie pop al 100%, ma mai, come ora, stratificato e ricco di sfumature: dolci ed essenziali ballate per pianoforte, ("Satellites"), melodie lineari spolverate di americana ("Sucker Punch"), giocosa effervescenza che ammicca al dancefloor ("Daydreaming") e pulsante synth-pop ("Magic") sono solo alcuni degli accenti con cui viene declinata la materia.

Se il debutto della band (Love In The 4th Dimension) suonava come una giocosa festa di innocenza indie, e Walking Like We Do del 2020 esibiva una maggiore maturità, a scapito, forse, dello scintillio dell’esordio, Here Is Everything si pone come un disco creativamente ambizioso, più curato, ma non per questo meno immediato. Semplicemente, spinge il quartetto verso una superiore consapevolezza, con rinnovato senso del divertimento, e senza perdere, soprattutto, un grammo di quella sensibilità che permette alle quattro ragazze britanniche di continuare a scrivere piccole grandi canzoni pop.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, venerdì 11/11/2022

martedì 8 novembre 2022

FOLLOW YOUR ARROW - KACEY MUSGRAVES (Mercury Nashville, 2013)

 


Ci sono canzoni apparentemente innocue, la cui leggerezza è sinonimo di divertimento, che, però, loro malgrado, finiscono nell’occhio del ciclone. Lo sa bene Kacey Musgraves, giovane songwriter texana, sei volte vincitrice ai Grammy, che quando pubblica Follow Your Arrow, uno scanzonato country pop e undicesima traccia del suo album d’esordio, Same Trailer Different Park (2013), viene travolta da un’infinità di polemiche. Con lei se la prendono soprattutto i conservatori e gli appassionati di country, in parte espressione di quell’America bigotta e tradizionalista, che non vede di buon occhio le aperture progressiste di una musicista, che parla spesso di diritti civili e non perde occasione per schierarsi dalla parte delle minoranze.

E pensare che, inizialmente, la Musgraves aveva scritto, quello che successivamente sarebbe diventato il testo della canzone, come una piccola poesia di accompagnamento a un ciondolo a forma di freccia, regalato a un’amica che si stava trasferendo per quattro mesi a Parigi, ed era terrorizzata dall’idea, perché non conosceva la lingua francese. “Segui la tua freccia”, scrisse Kacey, e ancora: “Bacia un sacco di ragazzi!”. Due frasi, queste, che le rimasero impresse e che furono l’abbrivio per completare le liriche di una melodia che le frullava in testa da tempo.

Fu così che la songwriter texana concepì una canzone che fosse una sorta d'invito ai suoi fan di rimanere fedeli a se stessi, di seguire la propria strada e le proprie pulsioni, senza tener conto dell’ipocrisia della società e del giudizio della gente. E lo fece con parole ironiche, brillanti, che trovavano ancora più forza nell’andamento allegro di un brano che si canticchia fin dal primo ascolto.

Quelle parole, però, erano un affronto alla società conservatrice, e a quei valori tradizionali, che l’America puritana fa propri anche attraverso la musica country. Da questo punto di vista, la canzone fece rizzare i capelli sulla testa a mezza Nashville, e non solo. L'intenzione della songwriter era quella di concentrarsi sull'ipocrisia della società, a partire dal suo distico di apertura, che è un attacco frontale all’istituzione del matrimonio: "Se ti risparmi per il matrimonio, sei una noia. Se non ti risparmi per il matrimonio sei una persona orribile".

Lo scopo era quello di mettere in evidenza l’insensatezza dei giudizi delle persone, che ne hanno per tutti, qualunque cosa uno faccia: “Se non vuoi bere, allora sei un puritano. Ma ti chiameranno ubriacone, non appena lo fai. Se non riesci a perdere peso, allora sei solo grasso, ma se ne perdi troppo, allora sei in crack. Sei dannato se lo fai, e sei dannato se non lo fai”. Un circolo vizioso, dunque, dal quale è impossibile uscire. Pertanto, non resta che fregarsene e vivere la propria vita seguendo la direzione indicata dalla freccia del cuore:” Quindi, fai un sacco di rumore, Bacia un sacco di ragazzi, o bacia molte ragazze, se è qualcosa che ti piace… Arrotolati una canna, oppure no, segui la tua freccia, ovunque punti”.

Apriti cielo! In poche righe, un riferimento positivo all'omosessualità e un esplicito invito a fumare cannabis. E’ per questo che la casa discografica della cantante, la Mercury Nashville, si rifiutò inizialmente di pubblicare la canzone come singolo, salvo poi cedere alle insistenze della Musgraves. E quando la canzone fu pubblicata, il tradizionalissimo mondo del country andò in subbuglio, molte radio si rifiutarono di passare il brano e ai Country Music Awards del 2013, la famosa frase "Roll up a joint" venne censurata, perché troppo controversa per essere ascoltata alla televisione in prima serata.

Dopo tante ingiuste critiche, alla fine, la ragazza texana, ebbe però il suo riscatto: Rolling Stone ha inserito il brano alla posizione 39 delle 100 canzoni country più belle di tutti i tempi e Follow Your Arrow è stata nominata canzone dell’anno agli CMA nel 2014. Al momento di salire sul palco per ritirare il premio, la Musgraves disse: “Ragazzi, vi rendete conto di cosa significa questo per la musica country?" Questo premio significa molto, perché il nostro genere è stato costruito su canzoni semplici e buone sulla vita reale, e Follow Your Arrow lo è”.

 


 

 

Blackswan, martedì 08/11/2022

lunedì 7 novembre 2022

TOM CHAPLIN - MIDPOINT (BMG, 2022)

 


Non sono passati nemmeno vent’anni da Hopes And Fears (2004), esordio dei britannici Keane, band appartenente alla seconda ondata del brit pop, il cui suono era caratterizzato dall’assenza delle chitarre. Eppure, sembra passato un secolo. Un po' perché i Keane, pur continuando a fare buona musica, hanno perso un po' del grande appeal che avevano guadagnato quando il fenomeno era all’apice, e un po' perché i componenti della band hanno seguito anche progetti paralleli, che li hanno allontanati periodicamente dalla casa madre.

Il più talentuoso tra i quattro membri è sicuramente il cantante Tom Chaplin, la cui carriera solista, iniziata nel 2016 con la pubblicazione dell’ottimo The Wave, non è mai uscita dall’anonimato della nicchia, tanto che verrebbe da dire che Chaplin è probabilmente uno dei cantanti e interpreti più sottovalutati della sua generazione. Ed è un vero peccato, perché il musicista originario di Battle è un autore sensibile e ispirato, capace di plasmare sublimi melodie pop attraverso una sincerità espressiva unica nel suo genere.

Se The Wave era una potente raccolta di canzoni con cui il songwriter rifletteva a cuore aperto, a volte con dettagli espliciti, sulle sua lotta con la dipendenza, sui conseguenti problemi mentali e le sue turbolente relazioni sentimentali, questo nuovo Midpoint, sotto il profilo dell’intensità e della profondità delle liriche, non è da meno. Si è solo spostato il baricentro della narrazione: dopo essersi messo a nudo e analizzato nel profondo, oggi, Chaplin, che ha compiuto quarantatre anni, si sofferma a riflettere sulla mezza età, lo scorrere del tempo, la nostalgia per il passato e il dolore causato dalla lontananza dagli affetti, unica certezza della sua vita.

Un mood come sempre colloquiale e intimo, che si dipana attraverso tredici canzoni di pop cantautorale, meditabondo, malinconico, aggraziato e dolcissimo. Tra acustica e morbidi inserti di elettronica, Chaplin si racconta nuovamente e con una nuova consapevolezza, esponendo senza filtri dubbi, paure, nevrosi, ma con uno sguardo meno pessimista, che trova forza nella speranza, ed energia nella carica vitale data dagli affetti.

E’ questo il tema cardine del disco, immediatamente sviluppato dalla bellezza volatile dell’opener "All Fall Down", un inizio solo apparentemente di basso profilo, che mostra la straordinaria capacità del cantante di costruire ballate senza tempo. La sua voce si innalza senza sforzo su una semplice melodia accompagnata dal pianoforte e con un cristallino falsetto ricorda all'ascoltatore che "tutti cadiamo giù", ma che vicino a ciascuno c’è chi può rallentare la caduta e mostrare la strada per tornare a casa. Lo sfarfallio celestiale con cui inizia questa canzone prefigura anche ciò che arriverà poi in termini di strumentazione e trame sonore, sempre stratificate, sempre intricate, eppure sempre tanto immediate, da raggiungere il cuore in un lampo.

E’ quasi un miracolo la maestria con cui Chaplin riesce a trasmettere in modo soave messaggi potenti e riflessioni decisive, tenendo sempre l’ascoltatore in bilico sul confine che separa l’estasi dal tormento. E’ il caso, ad esempio, di "Black Hole", una filastrocca che si apre con le risate dei bambini e il canto degli uccelli, e i cui cori estatici avvolgono di dolcezza un brano che parla della vita che inevitabilmente volge al termine, suggerendo di prepararci all’inevitabile, senza paura, perché solo così si può vivere con serenità il tempo che resta. E per dare ulteriore forza a questi pensieri, riesce a incastonare nel finale della canzone, e in perfetta armonia con tutto il resto, un’inaspettata citazione dal "Requiem" di Mozart.

Come sia possibile che un disco di questo livello non se lo sia filato praticamente nessuno, è un mistero. Non c’è uno sbaffo, un virgola fuori posto. E non parlo solo di forma, ma soprattutto di sostanza, di melodia, di canzoni. Tutte belle da spappolare il cuore. Il pianoforte drammatico di "Rise And Fall", che evoca i migliori Radiohead, la tensione magistrale che avviluppa la title track fino a uno struggente finale corale, gli arrangiamenti ariosi e il crescendo, in cui si rincorrono pianoforte e chitarra, del primo singolo "Gravitational", o il velluto sui cui scorre "New Flowers", in cui Chaplin riflette sulla sua età, cantando di voler fare un passo indietro e vedere crescere nuovi fiori, sono autentiche gemme. E proprio "New Flowers" è uno dei (tanti) momenti toccanti del disco, in cui si riesce a coglie il punto di vista di Chaplin, quello di un uomo che ha vissuto una vita veloce e ora ha imparato a fermarsi, e ad apprezzare ciò che ha lasciato alle spalle e ciò che, oggi, riempie i suoi giorni.

Il disco si chiude con "Overshoot", un brano scarno, asciutto, la strumentazione spoglia all’inverosimile, che mostra la potenza vocale di Chaplin, il cui timbro cristallino raggiunge altezze vertiginose. Chaplin canta come se non ci fosse un minuto in più da vivere, come se tutto dipendesse da quella voce che fa tremare i padiglioni auricolari e l’anima. E inevitabilmente il groppo arriva alla gola e le lacrime inumidiscono gli occhi.

Midpoint è un disco molto meno diretto di The Wave, sia dal punto di vista lirico che strumentale, procede lentamente, si prende il suo tempo, trasuda passione, disegna melodie coloratissime che, però, spingono inevitabilmente verso quel mondo, in cui domina il blu della malinconia. Ogni canzone è coinvolgente e lascia con il cuore gonfio d’amore per un cantante, interprete e cantautore che, purtroppo, solo in pochi avranno la fortuna di ascoltare. Se foste tra i fortunati a voler approfondire, non indugiate oltre: prendetevi del tempo, abbandonatevi al flusso delle emozioni e poi raccontatelo in giro. Che questo è uno dei dischi più belli del 2022.  

VOTO: 9




Blackswan, lunedì 07/11/2022

venerdì 4 novembre 2022

MR. BLUE SKY - ELO (Jet Records, 1977)

 


Nel 2020, Mr. Blue Sky degli Elo è stata votata, dagli ascoltatori di Greatest Hits Radio, una delle emittenti radiofoniche più importanti del Regno Unito, come la canzone più allegra di tutti i tempi. Si può essere d’accordo o meno con il sondaggio di GHR, ma è fuor di dubbio che questo piccolo gioiellino pop sia in grado di strappare il sorriso fin dal primo ascolto.

D’altra parte, una canzone che inizia con i versi “Sun is shinin' in the sky, There ain't a cloud in sight, It's stopped rainin' everybody's in the play, And don't you know, It's a beautiful new day” e che si sviluppa su una melodia “beatlesiana” zuccherina come una caramella alla frutta, è realmente in grado di dare una svolta decisiva alla giornata di chi l’ascolta. E’ un tonico, una pozione corroborante e ricostituente, un dolce lenimento alle asprezze della vita.

La canzone, che chiude la prima facciata del secondo disco di cui è composto Out Of The Blue (facciata nota anche con il titolo di Concerto For A Rainy Day), fu composta da Jeff Lynne quando si trovava in Svizzera, paese in cui si era trasferito per trovare l’ispirazione per scrivere il seguito di A New Wolrd Record, sesto album della band, finito nelle top ten di Stati Uniti e nel regno Unito, l’anno precedente, nel 1976.

Lynne e i suoi compagni d’avventura avevano noleggiato gli strumenti in un negozio di Ginevra e, quindi, si erano spostati in un silenzioso chalet di montagna, situato presso un paesino con poche anime e due negozietti in croce, dove nessuno sapeva chi fossero quei capelloni provenienti dall’Inghilterra.

Tuttavia, l’atmosfera incantevole dell’amena località svizzera era resa molto meno bucolica da un tempaccio che non voleva proprio andarsene. Lynne rimase chiuso nello chalet per due settimane, mentre fuori il clima era buio e nebbioso, senza riuscire a scrivere una sola nota. Poi, finalmente, una mattina, ecco splendere il sole, mentre in lontananza lo spettacolo delle Alpi riluceva di un chiarore mozzafiato. Fu quello l’abbrivio per l’ispirazione tanto agognata: in quindici giorni, Lynne scrisse quattordici canzoni, tra cui appunto, Mr. Blue Sky, uno dei più grandi successi di sempre della band.

Una canzone semplice e spensierata, quasi una filastrocca per bambini, in cui le immagini del cielo blu e del sole splendente, trasmettevano un euforico sentimento di vitalità.

Ma c’è di più, perché questa leggerissima canzone nascondeva nel titolo, come per altri brani di Lynne, la passione del musicista per il calcio, in particolare per la sua squadra del cuore, il Birmingham Football Club, di cui era, ed è, tifosissimo. La compagine, infatti, viene chiamata dai propri fan semplicemente “The Blues” (per via del colore delle maglie), e Mr. Blue Sky, negli intenti di Lynne, era anche un modo per omaggiare l’amore calcistico di una vita. Non è un caso, quindi, che il brano degli Elo risuoni dagli altoparlanti dello stadio St.Andrew’s, prima dell’inizio di ogni partita casalinga della squadra.

 


 

 

Blackswan, venerdì 04/11/2022

giovedì 3 novembre 2022

THE DEAD DAISIES - RADIANCE (SVP, 2022)

 


Sesto album in nove anni per i The Dead Daisies, un supergruppo che somiglia tanto a un porto di mare, dal momento che nella line up della band sono transitati (tanti) musicisti straordinari, da Darryl Jones (Rolling Stones) a Dizzy Reed (Guns'n'Roses) e John Corabi (Motley Crue), solo per citarne alcuni. A capo della band, da due dischi a questa parte, è Glenn Hughes (Deep Purple, Trapeze, Black Sabbath), in veste di vocalist e bassista, ulteriore fiore all’occhiello di quello che poteva essere considerato un esperimento estemporaneo e, invece, a dispetto dei continui avvicendamenti, ha dato prova di inusuale stabilità.

Questo Radiance esce dopo l’acclamato Holy Ground (2021) e la formula, un hard rock di matrice settantiana, tutto riff, assoli e potenza, oltre a un importante dose di blues a impacchettare la confezione, resta immutata. Radiance è un lavoro di ottima fattura, tecnicamente ineccepibile, a cui forse manca un filo di originalità, a fronte di un mestiere consolidato e di un songwriting con il pilota automatico innestato. Queste, tuttavia, sono considerazioni risapute, che valgono un po' per tutti gli album che lo hanno preceduto. Quel che manca a questo nuovo lavoro è, semmai, l’ispirazione, quel quid, insomma, che rende un lavoro derivativo credibile ed emozionante.

La caratura dei musicisti, per carità, non si discute: l’accoppiata Aldrich e Lowy alle chitarre è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni, la sezione ritmica (oltre Hughes c’è il redivivo Brian Tichy) martella come da canovaccio. L’ex Deep Purple, tuttavia, pur essendo una delle migliori ugole in circolazione, almeno per quanto riguarda il genere, risulta essere un po' sottotono, non all’altezza di precedenti performance, forse a causa delle tonalità basse delle composizioni.

A Radiance, poi, mancano brani che alzino il livello della scaletta, alcuni ritornelli sono fulminanti ("Hypnotize Yourself" e "Shine On"), anche perché questa è una band capace di lanciare ganci melodici irresistibili, ma le canzoni, questa volta, restano nell’ombra di un’anonima prevedibilità e, talvolta, perdono slancio a causa di una struttura che spesso spegne gli assalti in digressioni più lente.

Certo, il suono delle chitarre è magnifico per tutta la durata dell’album (l’assolo in "Courageous" è da capogiro), l’idea di aprire "Kiss The Sun" con l’uso di un talkbox è suggestiva, e la conclusiva "Roll On", un midtempo molto melodico, avvolto in un bel arrangiamento d’archi, è decisamente un bel modo di chiudere la scaletta. Ma è un po' troppo poco per una band che, basta guardarsi dietro, possiede potenzialità enormi. Non c’è nulla di inascoltabile in Radiance, e se siete amanti del genere, l’ascolto resta godurioso, ma dai Dead Daisies bisogna pretendere ben altro e qui, spiace dirlo, siamo appena sopra il minimo sindacale.

VOTO: 6,5

 


 

Blackswan, giovedì 03/11/2022