lunedì 19 dicembre 2022

NIKKI LANE - DENIM & DIAMONDS (New West Records, 2022)

 


Highway Queen, uscito nel 2017, a dispetto della copertina clamorosamente roots, è un disco che ha segnato un deciso cambiamento nel suono che aveva caratterizzato i due album precedenti di Nikki Lane, entrambi più decisamente legati all’outlaw country. Oggi, quelle sonorità persistono, ma non sono più dominanti, mentre l’impianto musicale di questo nuovo Denim & Siamonds, come il suo predecessore, è molto più composito.

In questo nuovo lavoro, infatti, trovano asilo rock, americana, pop retrò, e cantautorato, il tutto plasmato dalla sapiente mano di Joshua Homme, il leader dei Queens Of Stone Age, qui in veste di produttore. Ed è indubbio che il suo tocco si senta, soprattutto nel suono di chitarra di certi brani, in cui sono preponderanti accenti più marcatamente rock.

Il cambiamento, ormai consolidato, è probabile che faccia storcere il naso a quella fetta di pubblico più legata al roots e che aveva amato la Lane degli esordi. Eppure, il deciso scarto di rotta, come per Highway Queen, ha prodotto un risultato finale decisamente brillante. Quello è stato decisamente il suo disco più popolare, ma è stato anche un lavoro con cui la Lane ha dovuto fare i conti con un’improvvisa popolarità, che ha portato in giro l'autoproclamatasi regina dell'autostrada in estenuanti tour, che l’hanno provata fisicamente e mentalmente. Tanto che, nonostante una carriera ancora breve, la songwriter del Sud Carolina aveva preso in considerazione di mollare il mondo della musica e rinunciare al successo, nella speranza di ritrovare la tranquillità perduta. Un tema, questo, sviscerato in "Good Enough", canzone posta, non a caso, nel cuore della scaletta, in cui la Lane parla dei suoi dubbi e della stanchezza cronica derivata dai continui spostamenti e concerti.

La ragazza, però, ha reagito, eccome, e Denim & Diamonds è la risposta, energica e pimpante, di chi è stato sul punto di mollare tutto e ha, invece, ritrovato, un’insospettabile forza emotiva.

Dal garage autobiografico di "Born Tough" al countrypolitan "Good Enough" e al rock rombante che attraversa "Black Widow" e la title track (impossibile non cogliere l’impronta di Homme), tutto funziona a meraviglia e la voce della Lane si adatta come un guanto su misura ai diversi stili.

La spavalderia con cui la songwriter affronta la scaletta è coinvolgente, i ritornelli e le melodie si sviluppano con naturalezza e non appaiono mai forzati, e la backing band, esaltata dal pedal steel di Matt Pynn (particolarmente efficace nella ballata "Faded"), fa da equilibrato contrappunto alle ruvide intemperanze della Lane.

Si spera che Denim & Diamonds sia una nuova ripartenza di una carriera che, come detto, si era arenata per l’usura della sua titolare, a cui, la lunga pausa, se ha fatto perdere un po' di rilevanza mediatica, per converso, ha comunque trasmesso una rinnovata euforia, fisicamente palpabile in tutte le dieci canzoni in scaletta. Questo nuovo disco mostra Nikki Lane al suo meglio, è la fotografa di un’artista che ha scelto una direzione diversa, pur continuando a mantenere un piede saldamente piantato nella musica country e roots del suo passato. Che ha solo sfumato, senza mai rinnegarlo veramente.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, lunedì 19/12/2022

giovedì 15 dicembre 2022

BURNIN' FOR YOU - BLUE OYSTER CULT (Columbia, 1981)

 


Se Agents Of Fortune (1976) è stato il disco che ha dato una svolta decisiva alla carriera dei Blue Oyster Cult, Fire Of Unknown Origin (1981) ha rappresentato, sotto il profilo commerciale, una sorta di rinascita della band, dopo due album (Mirrors del 1979 e Cultosaurus Erectus del 1980) le cui vendite erano state assai deludenti. Il disco è stato, infatti, l'album in studio della band ad aver raggiunto la posizione più alta di Billboard 200, conquistando la piazza numero 24. Il merito di tale exploit, come spesso accade, era dovuto a una canzone, Burnin’ For You, che entrò nella Top 40 delle charts americane, piazzandosi, poi, al primo posto nella categoria Billboard Mainstream Rock.

La genesi del brano ruota intorno alla figura carismatica di Richard Meltzer, noto critico musicale (molti lo indicano come l’inventore della critica rock) che si dilettava a scrivere testi e che in passato aveva già collaborato con la band. Meltzer aveva per le mani una strana poesia intitolata Burn Out Tonight, i cui versi omaggiavano il rock’n’roll e la vita da rocker. Quando la propose ai BOC, per vedere se si poteva tirarne fuori qualcosa, le liriche piacquero moltissimo a Don "Buck Dharma" Roeser, il chitarrista della band, e al bassista Joe Bouchard, i quali si cimentarono, ognuno per conto proprio, a scrivere una canzone che ben si adattasse al testo.

Il brano scritto da Buck Dharma, che inizialmente avrebbe voluto inserirlo nel suo album solista, Flat Out, risultò il vincente nella bizzarra sfida fra i due, e fu incluso in Fire Of Unknown Origin, con il titolo definitivo di Burnin' For You.

Il testo è semplice e diretto, corroborato da una musica energica e dall’irresistibile appeal radiofonico, e comunica quella vibrante urgenza che è il carburante più nobile del rock ‘n’ roll.

I primi otto versi della canzone contengono tutti la parola "casa", che costituisce il tema della prima strofa: ”Casa nella valle, Casa in città, la casa non è bella, non c'è casa per me. Casa nell'oscurità, casa in autostrada, casa non è la mia strada, casa non sarà mai”.

Successivamente, la parola chiave diventa il "tempo", che appare in ogni riga della seconda strofa: “Il tempo è l'essenza, il tempo è la stagione, il tempo non è una ragione, non ho tempo per rallentare. Tempo eterno, è ora di giocare ai lati B, il tempo non è dalla mia parte, tempo non lo saprò mai”.

La vita di una rock è pura inquietudine, è vagabondare, è cogliere l’attimo. Non ci sono punti di riferimento certi, e l’unica cosa che conta davvero è "vivere per dare al diavolo ciò che gli è dovuto".

Nel testo, inoltre, c’è anche un piccolo indizio, inserito di proposito da Meltzer, per suggerire la sua paternità nella stesura delle liriche. "Time to play B-sides" fa, infatti, riferimento al lato B dei vinili a 45 giri, che spesso contenevano meri riempitivi, ma talvolta celavano autentici capolavori, che i critici musicali si dilettavano a scoprire.  

 


 

 

Blackswan, giovedì 15/12/2022

martedì 13 dicembre 2022

THRESHOLD - DIVIDING LINES (Nuclear Blast, 2022)

 


Trent’anni di carriera alle spalle, undici album in studio pubblicati, i britannici Threshold sono quelli che si possono definire come una vera e propria “istituzione” della scena prog metal. Al dodicesimo capitolo della loro corposa discografia, che vede alla voce Glynn Morgan, vocalist della prima ora, nuovamente arruolato alla causa dal precedente Legends Of The Shires (2017), i progster inglesi si confermano band di altissimo livello, clamorosamente in forma, nonostante il lungo tempo trascorso dai loro esordi.

Ognuna delle dieci tracce di cui si compone questo Dividing Lines è, infatti, realizzata per offrire all'ascoltatore la migliore esperienza sonora possibile, riunendo tutti gli elementi del rock classico sotto l’egida di un inimitabile stile progressivo, che è il marchio di fabbrica dei Threshold.

"Haunted" dà il via alla scaletta, palesando immediatamente le peculiarità di un suono scintillante: un riff di chitarra potente, rabbioso, che inchioda all’ascolto con un ringhio minaccioso, la batteria martellante e la voce ispida di Morgan, e poi, quelle straordinarie aperture melodiche, perfettamente incastonate nella dura pietra del rock. Un’apertura memorabile, seguita dai sei minuti di "Hall Of Echoes", un altro gioiello di melodia che si sviluppa su un tiro power metal dalle caratteristiche innodiche, sull’interazione perfetta tra tastiere e chitarra, e che sfocia in un ritornello da mandare a memoria fin dal primo ascolto.

Una fantastica introduzione alla tastiera apre "Let It Burn", un brano dal piglio galoppante, trainato da una linea di basso incalzante, e da un lavoro alla chitarra di Karl Groom che rasenta la perfezione. "Silenced" è prog moderno al 100%, si apre alla grande con voci in stile androide, e si sviluppa su un fragoroso ritmo di batteria e un lick pesante di chitarra, mentre un geniale riff di tastiera dal sapore funky, attraversa la traccia aggiungendo un tocco atmosferico. La bravura dei Threshold, come si evince da questi brani iniziali, sta soprattutto nel mascherare la pesantezza del metal con un approccio molto melodico, ma non zuccherino, dando vita a un equilibrio del quale ci si accorge solo dopo ripetuti ascolti.

"The Domino Effect" è la prima suite del disco, un brano di undici minuti costruito con gusto e intelligenza: l’introduzione morbida e melodica viene spazzata via da una ritmica aggressiva avvolta in un backup sinfonico. Si batte il piede, certo, ma è impossibile non accorgersi del lavoro straordinario in fase di composizione e arrangiamenti messo in opera dalla band. Trascinante fino a metà, il brano poi apre a una pausa molto melodica, quasi radiofonica, che include un assolo epico di Groom, per correre via veloce verso un finale super prog, con un incredibile duello fra tastiere e chitarra, che evoca, inevitabilmente, gli eroi che portarono in auge il genere negli anni ’70.  

"Complex" possiede un tiro potente, riff di chitarra aggressivo, basso e batteria che sparano autentici fuochi d’artificio, e una bizzarra partitura di tastiere spolverata da Richard West attraversa tutto il brano con un effetto fascinoso e straniante. "King Of Nothing" è costruito su drumming inesorabile, sostenuto da bassi pesanti e chitarre schiaccianti, un filo di elettronica e la voce melodica di Morgan a stemperare il ringhio metal della traccia.

Il senso del ritmo dei Threshold è quasi irreale tanto è perfetto, e quando parte "Lost Along The Way", sarà impossibile trattenersi dall’headbagging, salvo poi abbandonarsi a un ritornello super melodico, circondato da bassi ronzanti e un irresistibile groove di chitarra e tastiera. I quattro minuti di "Run" si sviluppano su un mood più oscuro, quasi angosciato, e sfociano in un finale in crescendo, una frenetica chiosa che culmina con l’ennesimo solo stratosferico di Groom.

L'album termina con "Defence Condition", altra suite di dieci minuti, una sorta di ulteriore vademecum di ciò di cui sono capaci i Threshold: è atmosferica, è pesante, è veloce, è melodica, è lenta, è straordinariamente tecnica, è, soprattutto, la testimonianza dell'indubbia abilità di una band che ha pochi eguali in ambito di prog moderno. Tanto che, nonostante l’ora abbondante della scaletta, non esiste un solo momento di stanca, e il desiderio, quando il disco finisce, è quello di riascoltarlo ancora e ancora. Chi ama il rock progressive, al netto di alcune escursioni nel metal, troverà probabilmente in Dividing Lines il suo disco preferito del 2022, posizionandolo alla stessa altezza del celebrato ritorno dei Porcupine Tree. Un autentico gioiello.

VOTO: 8,5

 


 

 

Blackswan, martedì 13/12/2022

lunedì 12 dicembre 2022

LARKIN POE - BLOOD HARMONY (Tricki-Woo Records, 2022)

 


Dopo due acclamati album, Venom & Faith e Self Made Man, che hanno implementato la loro rilevanza mediatica, ottenendo anche ottimi riscontri di vendite, le Larkin Poe, ovvero le sorelle Rebecca e Megan Lovell, duo roots rock con sede a Nashville, pubblicano Blood Harmony, un disco che nasce come tributo alla loro identità sudista (sono originarie di Atlanta, Georgia) e che dispiega uno scintillante armamentario musicale composto di blues, rock e southern. Un lavoro, questo, che impone, ancor più di prima, le Larkin Poe come una realtà potente nel panorama rock blues contemporaneo, e che sprigiona tutta la loro forza di donne indipendenti e consapevoli, cantanti, cantautrici e musiciste di grandissimo talento.

Entrambe polistrumentiste, Rebecca e Megan Lovell hanno creato un meccanismo perfettamente sincronizzato, in cui la prima è la voce solista e si cimenta anche alla chitarra e alle tastiere, mentre la seconda, che si dedica alle armonie, suona sia la lap steel che la resofonica, dando alle canzoni un tocco roots inconfondibile. Coprodotto dalle due ragazze insieme al chitarrista texano Tyler Bryant (Tyler Bryant & the Shakedown), che è anche il marito di Rebecca, Blood Harmony, si avvale del contributo di un’ottima backing band (il batterista Kevin McGowan e il bassista Tarka Layman) e, come accennato, indirizza la propria narrazione sul legame fra le due ragazze e la loro terra, gli affetti e le relazioni famigliari.

Brave a maneggiare le radici blues, utilizzando con sapienza gli strumenti della tradizione, Rebecca e Megan aggiungono alla ricetta anche uno spigliato approccio rock, un’inevitabile tocco southern e, all’occorrenza, un pizzico di soul, facendo leva su ottimi intrecci vocali e un senso del ritmo irresistibile.

Appare chiaro, fin dall’opener "Deep Stays Down", che le ragazze abbiamo lavorato molto bene anche sul songwriting, oggi più efficace che mai. L’inizio è folgorante e mette subito le carte in tavola: un inquietante ritmo blues, che pur nella sua semplicità crea immediatamente una grande atmosfera, portando l’ascoltatore alle radici del suono, fra scenari paludosi, e una storia di assassinio e dannazione (“There's a bullet in the gun, The gun went missing, Suspicion blew up like a shotgun shell, Zipping your lips. Keep the truth in prison…”).

Le medesime atmosfere gotiche avvolgono Bad Spell, un grintoso blues rock che piacerebbe tanto a Jack White, e che suona cupo, intenso, riuscendo a far convivere contemporaneamente la ferocia con un irresistibile appeal di ascolto.

Il disco, poi, prende altre direzioni, abbracciando la ballata soul in "Might As Well Be Me", o il country rock radiofonico di "Georgia Off My Mind", una vera e propria lettera d’amore alla terra natia, abbandonata dalle due ragazze per inseguire i loro sogni di musiciste, in cui la slide serpeggia sorniona fra splendide armonie.

Quando, poi, Rebecca e Megan mostrano i muscoli, il risultato è davvero sorprendente, ed è una goduria lasciarsi strattonare da brani come "Strike Gold", canzone che è un vademecum su come le Larkin Poe sappiano scrivere canzoni che si piantano in testa alla velocità della luce: una tagliente lap steel, un irresistibile groove, sincronizzati fraseggi vocali e una sezione ritmica potente e serrata.

Tutto funziona davvero bene in una scaletta che non lascia spazio a filler, sia quando nella title track si evoca un assolato immaginario sudista, sia quando, come in Summertime Sunset la potenza espressiva delle due ragazze lambisce territori contigui all’hard rock. Il disco termina esattamente come è iniziato, con il blues, questa volta scarno, di Lips As Cold As Diamonds, un altro brano attraversato da atmosfere gotiche, in cui i riferimenti alla morte si muovono attraverso un’ossatura malinconica, in cui si intrecciano chitarre acustiche ed evocativa pedal steel.

Non vi è dubbio che le Larkin Poe siano maturate tantissimo e che oggi abbiano  un’esperienza alle spalle che consente loro di muoversi attraverso sonorità roots con grande autorevolezza. E ben venga anche quel filo di furbizia melodica con cui riescono ad accostarsi anche a orecchie meno allenate al genere: Blood Harmony è un ascolto che conquista dalla prima all’ultima traccia, un gran disco, direi il migliore della loro, ancor breve, ma entusiasmante carriera. Raccomandato.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/12/2022

venerdì 9 dicembre 2022

VORBID - A SWAN BY THE EDGE OF MANDALA (Indie Recordings, 2022)


 

Il loro esordio, Mind, aveva attirato l’attenzione sui norvegesi Vorbid, di cui si intravvedeva una classe infinita, seppur quel disco suonasse in qualche modo acerbo, soprattutto in fase di produzione. L’impressione, insomma, è che fossero una buona band di tecno thrash, capace di combinare riff pesanti a soluzioni progressive, ricordando molto da vicino maestri del genere, quali i Voivod. Di buon prospetto, ma troppo derivativi e non sempre lucidi.

Con questo nuovo A Swan By The Edge Of Mandala, i Vorbid sono saliti di livello in modo sorprendente, facendo un’evoluzione sonora e stilistica che li vede approdati su un altro pianeta, in termini di originalità ed efficacia compositiva. Una maturazione incredibile, grazie alla quale i norvegesi hanno costruito uno stile proprio, pur pagando debito, in termini di ispirazione, oltre che ai citati Voivod anche ai Porcupine Tree, agli Opeth, ai Mastond, e per la struttura di alcune canzoni, addirittura ai King Crimson, paragone questo, azzardato, ma non del tutto peregrino.

I riff di chitarra sono ancora radicati nel thrash con molte belle armonie, ma questa volta sono molto più all'avanguardia e imprevedibili, riuscendo a far convivere l’incredibile pulizia tecnica e una disturbante distorsione granulosa. I brani, infatti, abbinano un costante sferragliare elettrico a partiture complesse e momenti più melodici, anche in acustico, mentre la voce alterna screaming e cantato pulito, e la ritmica è spiazzante, accelera e rallenta, giocando spesso su tempi dispari.

È davvero difficile descrivere a parole quanto sia unico questo mix di influenze, e come sia impossibile etichettare A Swan By The Edge Of Mandala, rischiando di non rendergli giustizia. Allora è decisamente meglio dedicarsi all’ascolto per cercare di comprendere. Forse basterebbe una canzone come "Ex Ante" per lasciare a bocca aperta ogni appassionato, che si troverebbe di fronte a una complessa e fascinosa epopea prog metal, spinta da un fantastico lavoro di chitarra solista. Raramente, si sono ascoltate negli ultimi anni composizioni così avventurose, che combinano in modo tanto originale il fascino del prog settantiano, gli arrangiamenti del prog moderno e l'intensità del thrash metal.

Stilisticamente, l'album spazia tra canzoni dirette e dinamiche, che si poggiano su un’infinità di riff e su ritmiche imprevedibili ("By The Edge Of Mandala", "Union", "Derealization"), a fascinose digressioni prog, che si muovono, ondivaghe, tra momenti melodici e esplosioni d’intensità disarmante, con una chiarezza espositiva impressionante ("Paradigm", l'ottimo opener "Ecotone", e la già citata "Ex Ante").

Se le chitarre sono l’asse portante del disco, è però necessario sottolineare il lavoro del batterista Marcus Gullovsen, che riesce a gestire tutti gli estremi del drumming con naturale semplicità, picchiando all’occorrenza (in fin dei conti l’ossatura è thrash), ma inventandosi un turbinio di cambi tempo che lascia senza fiato.

Si potrebbe obiettare, ed è forse l’unica nota negativa di A Swan By The Edge Of Mandala, che tanta complessità stilistica tolga alle canzoni un po' di cuore, con il risultato che nel complesso il disco finisca per risultare un filo algido. Tuttavia, si tratta proprio del classico pelo nell’uovo, perché, in fin dei conti, questo è un album di livello altissimo e chiunque sia appassionato di rock progressivo e thrash metal, e di quei dischi che, come un tempo, godevano di ricche e lunghe parti strumentali, non dovrebbe lasciarselo scappare. Insieme al sophomore degli americani The Offering, a parere di chi scrive, il più plausibile candidato a disco metal dell’anno.

VOTO: 8,5

 


 

 

Blackswan, venerdì 09/12/2022