giovedì 15 giugno 2023

REDEMPTION - I AM THE STORM (SFM Records, 2023)

 


Quando, dopo le registrazioni di The Art Of Loss (2016), il cantante Ray Alder molla i Redemption per dedicarsi in esclusiva alla sua band d’origine, i Fates Warning, la carriera della band losangelina sembrava sul punto di chiudersi. Dopo essersi messi alla ricerca di un nuovo vocalist, Nick van Dyk, chitarrista e mente pensante della band, ha avuto un’intuizione tanto semplice, quanto efficace: coinvolgere Tom S. Englund, amico di lunga data e frontman degli svedesi Evergrey, band che declina un’idea musicale molto contigua a quella dei Redemption.

Englund esordisce così nelle fila della band con Long Night's Journey Into Day, pubblicato del 2018, un disco avvincente, che combinava gli elementi peculiari del suono del quintetto con un rinnovato entusiasmo. Da tempo affermatisi come portabandiera americani del prog metal, la band losangelina è riuscita, pertanto, a resistere a una potenziale calamità ed è tornata più vitale e ambiziosa che mai. D’altra parte, senza togliere nulla al suo predecessore, Englund possiede quel tipo di voce capace di emozionare anche un paracarro, perfetto per certi momenti in cui i Redemption toccano le corde della malinconia e per la visione musicale pirotecnica di van Dyk e del tastierista Vikram Shankar, autori, congiuntamente o singolarmente, di tutti i brani della band.

Sono passati cinque anni da quel rinnovamento personale e creativo, ma la scarica di adrenalina che ha attraversato i ranghi del gruppo all'arrivo di Englund non si è ancora esaurita. Al netto di una delle copertine più brutte dell'anno, I Am The Storm è, infatti, un disco di livello altissimo, grazie alla struttura di questi brani progressive metal che, a parte qualche episodio più diretto e tonitruante, è intricata e complessa, tanto che a un primo ascolto è difficile riuscire a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle. La tecnica del quintetto, poi, talvolta declinata a velocità supersonica, è mostruosa, l'interplay fra le due chitarre (Bernie Versailles e Nick van Dyk) è da capogiro, e il bravo Tom Englund si inventa linee vocali laddove per altri ci sarebbe solo afasia. In tutto, dieci brani, in cui l'approccio dirompente è solo in parte rintuzzato da un impianto melodico solidissimo anche se non immediatamente assimilabile.

Il disco si apre con la title track, un arrembante inno di quattro minuti che condensa la brutale eleganza dei Redemption in un unico, travolgente ed esiziale cazzotto sullo zigomo. Gli assoli di Van Dyk sono audaci, il cantato di Englund è elettrizzante, e l'intero brano risuona con un avvincente senso di urgenza. E’ chiaro che la proposta dei Redemption non sta solo in questo exploit, e chi conosce la band sa che ad aspettarlo ci saranno episodi più elaborati. Tuttavia, anche la successiva "Seven Minutes From Sunset" imbocca la stessa strada, trascinata da un giro pazzesco di basso di Sean Andrews: un'altra derapata supersonica di quattro minuti in cui tecnica pirotecnica e melodia viaggiano potenti e aggressive sulle ali dell’adrenalina.

Con "Remember The Dawn" si allunga il minutaggio a otto minuti, tra synth ipnotici e psichedelici, epiche esplosioni sinfoniche e il consueto arrembaggio heavy metal, il tutto tenuto insieme dal cantato di Englund, le cui linee vocali si adattano miracolosamente a tanta complessità espositiva. "The Emotional Depiction Of Light", invece, è un brano malinconico, che in crescendo si apre al pop, e che conduce all’esplosiva "Resilience", in cui è la batteria del polipo Chris Quirarte a farla da padrone.  

La seconda metà del disco contiene due lunghe suite, "Action At A Distance" e "All This Time (And Not Enough)", oscuro e audace contrappunto alla brillante concisione delle canzoni più brevi ascoltate finora. La prima è benedetta da continui sbalzi d'umore e momenti di cristallina chiarezza melodica, con una sezione densa e orchestrale che esplode a metà strada e si intreccia intorno alla melodia culminante del ritornello di Englund, ancora ispiratissimo. La seconda, invece, è più marcatamente progressive, possiede un retrogusto malinconico e sfoggia un lavoro pianistico sontuoso di Shankar. Restano da citare il brillante remix operato da Vikram Shankar su "The Emotional Depiction Of Light", e due cover azzeccatissime: "Turn It On Again" dei Genesis, eseguita più velocemente e con le chitarre maggiormente in risalto, in modo da esaltarne l’anima rock, e "Red Rain" di Peter Gabriel, molto fedele all’originale, se non fosse il frenetico sferragliare delle chitarre in sottofondo.

Attraverso la potenza del metal, l’irresistibile ricchezza di melodie e le complesse derive progressive, i Redemption hanno realizzato una delle loro uscite più carismatiche e divertenti. Le canzoni traboccano di personalità, ganci emotivi, idee memorabili e una sublime perizia tecnica, elementi che fanno di I Am The Storm una straordinaria raccolta di brani, imperdibile per chi ama il genere.

VOTO: 8

GENERE: Progressive Metal




Blackswan, giovedì 15/06/2023

 

mercoledì 14 giugno 2023

UPDOWN GIRL - BILLY JOEL (Family Productions/CBS, 1983)

 


Vado a memoria, e ovviamente potrei sbagliarmi, ma non ricordo un'altra pop star al mondo, che sia stata in grado di far innamorare due bellissime modelle, come ha fatto Billy Joel. Il quale, consapevole di non essere mai stato particolarmente avvenente, si è sempre domandato come fosse possibile, per un uomo bruttarello assai, riuscire a concupire alcune delle donne più ambite del pianeta. Una circostanza, questa, che l’ha sempre sorpreso, tanto che, quasi come una sorta di ringraziamento al benevolo fato, decise di scriverci anche una canzone, Uptown Girl, sesta traccia da An Innocent Man, album datato 1983.  

Ma andiamo con ordine.  Nel 1971, Joel convola a giuste nozze con la sua manager, Elizabeth Weber, una donna affascinante e molto intelligente, con cui resta sposato fino al 1982, anno in cui la copia divorzia. Un evento traumatico per chiunque, ma non per Joel, che, incredibilmente, inizia una liaison con la diciannovenne top model australiana Elle Macpherson. Una ragazza così bella da essere soprannominata semplicemente “The Body”, e che abbinava all’avvenenza fisica anche un’intelligenza superiore alla media, che in breve tempo la portò a imparare e parlare fluentemente italiano, francese e spagnolo. Insomma, Joel usciva con una ragazza da sogno, oggetto del desiderio della metà degli uomini del pianeta.

Billy conobbe Elle durante una vacanza ai Caraibi. Una sera, stava suonando il pianoforte nella hall dell’albergo e quando alzò la testa dalla tastiera, si accorse che tre donne lo stavano guardando ammirate. Erano Elle Macpherson, Christie Brinkley e Whitney Houston, che a quel tempo era più una modella che una musicista. Quell’incontro diede vita all’idea per il brano, che, originariamente, avrebbe dovuto intitolarsi Uptown Girls, ma che ben presto il brano prese una forma diversa, visto che Joel voleva adattarla alla MacPherson, con cui iniziò a uscire poco dopo quella sera. La storia fra i due non durò molto, perché la modella dovette trasferirsi in Europa per motivi di lavoro, e la copia si lasciò nel 1982. Una batosta, questa, da cui Joel si riprese prestissimo, visto che iniziò a frequentare quella che successivamente diventò sua moglie, e cioè Christie Brinkley, altra bellissima top model, a cui bastava un solo sorriso per mettere ko chiunque.

I due convolarono a nozze nel 1985, e tutti hanno sempre pensato che Uptown Girl, uscita due anni prima, fosse stata ispirata dalla Brinkley (che compare nella video clip che accompagna la canzone), con la quale, invece, Billy intratteneva solo un rapporto di affettuosa conoscenza.

Come detto, Joel si è detto incredulo dall’essere riuscito a frequentare, una di seguito all’altra, due tra le donne più desiderate del pianeta. Joel è nato nel Bronx e cresciuto a Long Island, New York, e si è sempre considerato un ragazzo normale della classe operaia, una persona semplice, che non ha mai nascosto le proprie umili origini. Uptown Girl è, quindi, il suo ringraziamento alla dea bendata, una canzone che riflette la sua sorpresa per essere stato capace di attrarre donne tanto belle e affascinanti. Tanto che, con molta autoironia, in un'intervista rilasciata, nel 1987, alla rivista Q, Joel disse: "Il fatto che io possa attrarre una donna così bella come Christie, dovrebbe dare speranza a ogni ragazzo brutto del mondo!"

L'intero album An Innocent Man, e in particolare questa canzone, nacquero con l’idea di rendere omaggio alla musica pop degli anni '60, cercando di ricalcare lo stile dei The Four Seasons, e ispirandosi alla figura artistica di Frankie Valli. Quando iniziarono le registrazioni di Uptown Girl, Joel aveva in mente una canzone dei Four Season, Rag Doll, in cui Valli cantava di una ragazza povera che lui amava comunque, a dispetto delle differenze sociali.

Come detto poc’anzi, Christie Brinkley compare nel video della canzone, nel ruolo della Uptown Girl, mentre Joel veste i panni di un meccanico. Un’idea, che, qualche anno dopo, nel 1985, ispirò Bruce Springsteen per la clip di I’m On Fire, in cui il Boss, nei panni di un meccanico unto e bisunto, si trova a dialogare con una donna che è chiaramente fuori dalla sua portata.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 14/06/2023

 

martedì 13 giugno 2023

Le breve e triste vita di Napoleone II

Se sei il figlio di Napoleone Bonaparte e Maria Luisa D'Asburgo, come minimo ti aspetti una vita luminosa, facile, se non gloriosa. Il suo stesso padre scrive euforico per la tanto agognata nascita: "Lo invidio, io ho dovuto correre dietro la gloria, Lui non dovra' che tendere le braccia, io sono stato Filippo, Lui sara' Alessandro"

 

Invece, a causa di un fato impietoso e strani scherzi del destino la vita di Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte non sara' propriamente gloriosa, ma a tratti addirittura beffarda, come vedremo.

Napoleone Bonaparte aveva un estremo bisogno di un erede. La piu' anziana moglie Giuseppina di Beauharnais, non poteva dargli figli, ergo, il confluire a nozze con Maria Luisa d'Asburgo sembrava cogliere due piccioni con una fava: la garanzia della successione dinastica e lo stretto legame con l'Impero Austriaco, praticamente una alleanza. 

Nato a Parigi il 20 Marzo del 1811 viene subito incoronato Re d'Italia. I festeggiamenti nella capitale  francese sono grandi ed euforici. Ma presto l'entusiasmo finisce. Si parte per la guerra. Il padre e' deciso ad arrivare a Mosca. Come tutti sappiamo la decisione gli fu fatale. La rovinosa campagna di Francia nel 1814 constrinse Napoleone alla resa e alla firma del trattato di Fontainebleau con il quale rinunciava al titolo di Imperatore di Francia e Re di Roma per se' e i suoi discendenti e viene mandato in esilio sull'Isola d'Elba. Con il trattato Napoleone II acquisisce il titolo di Principe di Parma, Piacenza e Guastalla, mentre la madre Maria Luisa diventa Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla.

Il giovane "Aquilotto" ( l'Aiglon, soprannome conferitogli per l'omonima e postuma opera teatrale di Edmon Rostand che ebbe enorme successo) viene quindi, per ordini espliciti del cancelliere Metternich, mandato a Vienna sotto la custodia del nonno paterno Francesco I d'Asburgo. A Vienna il giovane viene "germanizzato". Gli cambia il nome in Franz e riceve una educazione prettamente Germanica e militare. Nel 1818 viene nominato Duca di Reichstag. Nel 1823 all'eta' di 12 anni divenne cadetto nell'esercito Austriaco. Certamente la sua carriera militare creava molte fantasie e spauracchi in tutta Europa. In fondo era il figlio di Napoleone. Ma che un Bonaparte non tornasse ad avere alcun peso politico fu la priorita' numero uno di Metternich che sostanzialmente lo isolo' nella corte Asburgica. Gli fu dato un feudo che era uno dei possedimenti piu' ricchi. Quindi ebbe vita agiata senz'altro. Ma al contempo totalmente priva di affetti. Le relazioni familiari erano pura formalita'. E tutta la sua vita fu sostanzialmente in mano ad altri, soggetta unicamente a fini politici. 

Il padre mori il 5 maggio 1821 ma con lui non ebbe praticamente alcun rapporto da quando lo saluto' per l'esilio sull'isola d'Elba. Tutte le missive che Napoleone inviava al figlio non gli furono mai recapitate. Tantomeno l'eredita' che gli lascio'. Pure con la madre i rapporti si ridussero presto, quando ella si risposo' ed ebbe altri due figli. Si illudeva di poter essere un gran generale, mitico e potente come il padre, ma nell'esercito Austriaco non avrebbe mai comandato un battaglione sul campo. No, un altro Napoleone generale non s'ha da fare pensava manzonianamente Metternich, il vero burattinaio della vita dell'aquilotto.

E cosi', in questa gabbia dorata del suo ricchissimo feudo in Boemia, morira' di tisi giovanissimo, a solo 21 anni, il 22 Luglio 1832. "Tra la mia culla e la mia tomba solo un grande zero" furono le sue stesse drammatiche parole, che ben spiegano il vero stato d'animo del giovane Franz.

 

 

Ma il destino gli riservava, ancora, un' ultima beffarda sorpresa. Nel Dicembre del 1840 l'Inghilterra, per una politica distensiva con l'eterno impero rivale d'oltremanica, decide di restituire la salma di Napoleone, morto a Sant'Elena 19 anni prima. Esattamente 100 anni dopo, nel Dicembre del 1940, fu Adolf Hitler, a restituire la salma di Napoleone II, allora seppellita nella Cripta dei Cappuccini degli Asburgo, facendola inviare a Parigi come gesto "diplomatico", che ovviamente in Francia venne preso come uno scherno dell'arcinemico tedesco. Venne quindi seppellito agli Les Invalides, dove si trovava suo padre, in una tomba con l'iscrizione Napoleone II Re Di Roma. 



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Ma il suo cuore no, quello, insieme agli intestini, come da tradizione Asburgica, rimasero a Vienna.


lunedì 12 giugno 2023

FOO FIGHTERS - BUT HERE WE ARE (Roswell/RCA,2023)

 


Eccoci qui, recita il titolo dell’undicesimo album in studio dei Foo Fighters. Eccoci qui, di nuovo, nonostante il dolore e le lacrime versate, nonostante il vuoto lasciato dalla perdita di Taylor Hawkins, l’amico di sempre, il batterista, colui che era il collante del suono, della band, dei tanti capitoli di questa storia lunga quasi trent’anni. Una perdita esiziale, di quelle che ti fanno venir voglia di mollare tutto, di mettere la parola fine al marchio FF. Il rock, però, dà forza, è lenimento, è energia vitale. E allora, riproviamoci, torniamo a suonare e a misurarci con l’assenza, riempiendo ogni interstizio lasciato aperto dal dolore con la musica, quella speranza inesauribile che ci fa dire, ancora una volta: eccoci, noi ci siamo.

Se il precedente Medicine At Midnight (2021) flirtava con il pop, il soul e il r&b, But Here We Are torna a parlare il verbo che David Grohl ha sempre declinato, quello di un rock da stadio roboante, carico di energia, forgiato nel metallo di melodie easy dal sapore bubblegum, pronte a intasare le frequenze radiofoniche e a essere cantate a squarciagola sotto il palco.

Eppure, nonostante questo sia un disco per buona parte musicalmente luminoso come una giornata di sole primaverile, il fantasma di Hawkins aleggia ovunque, e tra la vibrante elettricità di buona parte della scaletta si assapora il gusto agrodolce della malinconia (il frontman, non dimentichiamolo, ha di recente perso anche la propria madre). “I’m just waiting to be rescued, bring me back to life”, canta Grohl nell’iniziale Rescued, e ancora “I’ve been hearing voices, but none of them are you, spek to me, my love”, nel finale di Hearing Voices. E allora tutto è chiaro: la perdita esiziale, il dolore, la salvezza che arriva attraverso il potere rigenerante della musica. E’ questo il senso che permea But Here We Are, un disco che non tradisce le aspettative dei fan, che ci restituisce il meglio di una band ispiratissima, ma che deve fare il conti con un dolore che il tempo può solo attenuare, ma che non cancellerà mai del tutto.

Il “white album” dei Foo Fighters inizia a velocità supersonica con la citata Rescued, un brano Foo Fighters che più Foo Fighters non si può: chitarre rombanti, una debordante potenza punk rock e una di quelle incredibili melodie, che spingono a cantare come forsennati fin dal primo ascolto. Eccola tornata, la creatura di David Grohl, ecco quel suono che i fan amano e che scuote il corpo come una scarica di elettricità ad alta tensione. Anche la successiva Under You si muove sulle stesse coordinate, è una cavalcata a briglia sciolta che punta dritta l’orizzonte, attraverso i territori di quel rock mainstream che i Foo Fighters sanno maneggiare come pochi al mondo. Hearing Voices, invece, abbassa il volume dei decibel, è un mid tempo malinconicamente orecchiabile, che si apre in uno dei ritornelli più intensi mai scritti da Grohl.  

Un fantastica tripletta iniziale che spiega molto bene l’andamento del disco. Da un lato, la ricerca di un suono duro e puro, quello che ormai è diventato un marchio di fabbrica, sotto la cui egida sono stati pubblicati disco splendidi come One By One (2002) e In Your Honor (2005), dall’altro, invece, un approccio meno rumoroso, più funzionale a testi che indagano sulla vita, la morte, il dolore, la speranza. Ecco, allora, che nelle dieci canzoni, in scaletta, da un lato, troviamo la rabbiosa title track, cadenzata e potente, e la superlativa Nothing At All, il brano migliore del lotto, che abbina un irresistibile groove a un crescendo tutto muscoli e potenza, nel quale si possono cogliere scorie di nirvaniana memoria, e dall’altro, momenti di autentico struggimento, come l’ariosa e beatlesiana Beyond Me, il velluto melodico su cui scivola morbidissimo il ritornello di Show Me How, cantata da Grohl in duetto con la figlia Violet, o il finale raccolto e francescano della sussurrata Rest.

I Foo Fighters, si sa, sono una delle band più divisive del pianeta, amatissima dai fan, e snobbata da coloro che giudicano il gruppo come una realtà troppo mainstream per avere credibilità. Tuttavia, a prescindere dalle posizioni delle due fazioni, But Here We Are, pur essendo marchiato a fuoco dal classico suono della band, è un disco rock suonato e composto in grazia di Dio, contenete canzoni di alto profilo e un ottimo livello di ispirazione. Chissà, quindi, che non faccia cambiare idea a qualche detrattore. Per tutti gli altri, per chi è cresciuto con la musica dei Foo Fighters a infiammare le casse dello stereo, questo nuovo album è al contempo conferma e certezza. Alzate, quindi, il volume al massimo e godetevi la festa. La goduria è assicurata.

VOTO: 8

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/06/2023

venerdì 9 giugno 2023

EMPYRE - RELENTLESS (KScope, 2023)

 


Quello dei britannici Empyre è un nome relativamente nuovo, e da noi, al momento, quasi del tutto sconosciuto. Henrik Steenholdt alla voce e alla chitarra, Did Coles alla chitarra solista, Grant Hockley al basso e Elliot Bale alla batteria rappresentano una realtà emergente, che ha già dimostrato il proprio potenziale con l’album di debutto Self Aware del 2019, un disco incensato dalla critica, e che ha permesso loro di firmare un contratto con la KScope, l’etichetta che annovera tra le sue fila artisti del calibro di Steven Wilson, Porcupine Tree e Tangerine Dream. Un sigillo di qualità, dunque, per una proposta musicale davvero fresca e accattivante, capace di fondere la complessità espositiva del prog, vibranti melodie da stadio e un mood malinconico che riempie ogni interstizio tra le note di una scaletta davvero ispirata.

Gli Empyre hanno registrato Relentless tra i blocchi della pandemia e durante il ciclo di pubblicazione del loro album precedente (The Other Side, una rivisitazione in acustico dell’esordio), utilizzando i Parlour Recording Studios, e affidando i compiti di missaggio a Chris Clancy (Machine Head, Those Damn Crows, Massive Wagons), il cui lavoro ha esaltato il suono oscuro, emotivo e grintoso di una band capace di trasmettere contemporaneamente dolcezza, intimismo, disperazione e rabbia.

L'album parte alla grande con la title track, un perfetto biglietto da visita del suono della band: pathos e malinconia declinate con accenti hard rock. Il riff abrasivo, la melodia immediata, il drumming potente e la voce ruvida di Henrik Steenholdt ne fanno un gran brano in odore di arena rock. La sensazione fin da subito potrebbe essere quella di trovarsi di fronte a una band fin troppo esplicita, che comunica attraverso melodie esposte, sovraccariche e melodrammatiche. Ma l’immediata percezione di una certa prevedibilità svanisce ben presto di fronte all’intelligenza con cui questi brani vengono plasmati. Il gancio furbetto, insomma, viene ripagato da autentico pathos e dall’abile variazione dei temi, anche all’interno della stessa canzone.

E che non sia una band monotematica, è evidente da una scaletta coesa ma decisamente eterogenea. "Walking Light" è un singolo davvero brillante, un tocco di elettronica, la potenza del rock in crescendo e una voce ispida a declinare una melodia emozionante e indicibilmente triste. Parasites inverte la rotta, è un brano cupo, cinematografico, che si sviluppa in modo più complesso, tra sali e scendi emotivi, che catturano fin dal primo ascolto. "Cry Wolf" inizia gonfia e melodrammatica, poi spinge sull’acceleratore fino ad aprirsi in un ritornello di grande suggestione.

Giocano sui cambi di velocità, gli Empyre, stop, start, ritornello, stasi, ripartenza, e anche se questo è uno dei leit motiv dell’album, non finiscono mai nella trappola della prevedibilità. Tante sono le frecce all’arco della band. "Hit And Run" è un ballatone malinconico, dal retrogusto clamorosamente anni ‘80 e dall’incredibile potenziale da stadio, singalong e accendini accesi nella notte (e che bell’assolo di chitarra!).  "Forget Me" mette in mostra ulteriormente il lato emotivo dell'album, è una ballata delicata, che parte acustica e si gonfia di rock, fino al deragliamento strumentale che chiude il brano con tanta elettricità.

"Silence is Screaming" torna a ringhiare con un andamento tumultuoso, in cui ancora una volta la carta vincente è lo stop and go, riff ruvidi e melodia struggente. E la sensazione è che il lavoro di produzione fatto dagli Empyre sia la linfa vitale che rende queste canzoni ancora più accattivanti, producendo colpi di scena senza soluzione di continuità. Così non stupisca l’approccio quasi heavy di "Road To Nowhere", in cui però il riff sferragliante è compensato da un gusto per la melodia unico, ancorchè scartavetrato dalla voce burbera e ispida di Henrik Steenholdt. "Quiet Commotion" è, con i suoi 6 minuti e 10 minuti, la traccia più lunga dell'album, e si sviluppa lentamente attraverso accordi bluesy e un mood atmosferico ed elegantemente malinconico, che ben anticipa la chiosa di "Your Whole Life Slows", un altro brano dall'atmosfera dolce imparentata con il blues.

Orecchiabile, ma mai banale, Relentless è il nuovo punto di partenza di una band che potrebbe diventare enorme. Qui c’è tanta carne al fuoco, ma la cottura è sempre perfetta, soprattutto nel calibrare le spezie mainstream con una materia prima di grande qualità rock. Date un assaggio, non ve ne pentirete.

VOTO: 7,5

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, venerdì 09/10/2023