Benvenuti
nel dipartimento 93, dove insieme alla squadra di Coste scenderete nei
sottoscala più inquietanti per incontrare un’umanità variegatissima;
dove crimine, perdizione e senso di giustizia si miscelano in pagine che
corrono veloci, e dove Olivier Norek ci presenta l’irresistibile
capitano Coste, che guida un gruppo di fedelissimi senza mai perdere il
suo profondo senso di umanità.
Il
corpo di un uomo viene ritrovato a notte fonda in un capannone. Sembra
morto, ma durante l’autopsia improvvisamente si risveglia.
Successivamente, viene ritrovato il cadavere di un giovane completamente
carbonizzato, la cui identità svela il collegamento con una ragazza
tossicodipendente, di cui nessuno ha mai reclamato il corpo, deceduta
mesi a seguito di indicibili sevizie. A capo delle indagini vengono
messi il capitano Coste e la sua squadra, i quali si trovano a indagare
su quelli che sembrano crimini apparentemente senza senso.
Mentre
la stampa imbastisce un circo mediatico sugli avvenimenti, Coste scopre
che dietro ai reati si nasconde un grave caso di corruzione e
insabbiamento, i cui responsabili si celano all’interno del suo
dipartimento.
Inizia così l’intricata vicenda di Codice 93,
che porterà alla luce i segreti di una nobile famiglia decaduta, mentre
in un’escalation di violenza e sangue, la carriera di Coste viene messa
a rischio da parte di chi ha tutto l’interesse a tenere nascosti i
colpevoli.
Il
mood cupo, lo sfondo della pericolosa banlieue parigina, e i numerosi
colpi di scena, fanno di questo romanzo un noir accattivante, nonostante
i ritmi non siano serratissimi. L’intreccio regge ed è ben strutturato,
eppure Codice 93 non è esente da pecche. Nulla da dire sulla
scrittura, che è rapida, asciutta, e perfettamente funzionale al genere;
ciò che manca, però, è l’approfondimento psicologico dei personaggi,
che restano sfumati e privi di personalità, cristallizzati e
stereotipati in quelli che sono clichè tanto ovvi quanto abusati.
Inoltre, Norek, talvolta, si fa prendere la mano, indulgendo in scene di
violenza gratuita, che superano i limiti dello splatter, senza che vi
sia necessità alcuna di trascendere nel grandguignolesco.
Fatti
questi appunti, lo svolgimento del romanzo resta intrigante grazie alla
trama ben congegnata e, pur senza grandi picchi, si arriva alla fine
del libro soddisfatti, per quella che è una lettura poco impegnativa,
perfetta da consumarsi sotto l’ombrellone, durante le vacanze estive.
Quando
nel 2022 i norvegesi Madrugada si riaffacciano sulle scene dopo uno
iato lunghissimo, durato ben quattordici anni, i fan della band, molti
dei quali convinti che quel progetto si fosse estinto per sempre,
tirarono un sospiro di sollievo, rimanendo incantati, oltretutto, per lo
splendore di quel nuovo Chimes Of Freedom. Evidentemente, quel
lasso di tempo trascorso lontano dalla casa madre, dovuto soprattutto
alla morte dell’amico e chitarrista Robert Buras, è servito non solo a
rielaborare il lutto, ma anche a mettere ordine alle idee e a vedere se
fosse ancora possibile fare musica tutti insieme. Nel frattempo, il
leader Sivert Høyem ha continuato a pubblicare dischi in solitaria,
l’ultimo dei quali, Lioness, risale al 2016.
Otto
anni di attesa che, come per il ritorno dei Madrugada, dimostrano
quanto, talvolta, prendersi del tempo serva ad affinare la scrittura, a
porre attenzione soprattutto alla qualità, scegliendo con cura il meglio
per produrre dischi di alto livello.
E’ il caso anche di questo On An Island,
uscito a inizio anno, e registrato in presa diretta in una vecchia casa
di preghiera chiamata Zoar, a Nyksund, un piccolo villaggio di
pescatori situato nella contea di Nordland, terra aspra e pittoresca in
cui il cantante è cresciuto. Un luogo ameno e un ambiente semplice e
rustico, che rispecchiano perfettamente i contenuti di questo nuovo
lavoro, tanto scarno quanto attraversato da palpiti nostalgici,
struggente malinconia, e avvolto in un alone soffuso di oscura
spiritualità.
Høyem
ha portato con sé in sala di registrazione gli amici Christer Knutsen e
Børge Fjordheim, per dare vita a una sorta di concept, quanto mai
autentico e organico nel suo dipanarsi, che raccontasse il decadimento
delle sue terre, il cui fascino sembra essersi dissolto alla luce del
progresso e della mano dell’uomo, indifferente di fronte alla bellezza
della natura e tradizioni culturali ataviche.
Una musica, quella contenuta in On An Island,
che ricorda molto da vicino il blues crepuscolare dei Madrugada,
declinato, però, con accenti folk rock e un pizzico di gospel. Un disco,
questo, che, pur evocando la casa madre, manca dell’urgenza espressiva
della band, per concentrarsi, invece, su una narrazione intima,
meditabonda, pervasa di una dolcezza che spesso vira verso sentori agri e
dolenti, una scaletta che sembra fatta di niente, e che tuttavia è
traboccante di rimpianti, di cose e persone andate per sempre, di un
amore arrugginito, che vorrebbe rinascere, ma che non è più corrisposto.
On An Island
è, soprattutto, uno sguardo sul presente filtrato dai ricordi del
passato, è un luogo famigliare divenuto respingente, del quale, però,
socchiudendo gli occhi è ancora possibile cogliere l’antico selvaggio
incanto, il variopinto stagliarsi sull’orizzonte delle case dei
pescatori, lo sciabordio della risacca, il pungente sentore di
salsedine, l’eco del folklore norreno trasportato dalle folate di un
vento gelido e gravido di presagi.
E’
ciò che si può cogliere fin dalla title track, la cui chitarra
riverberata evoca solitudine e spazi infiniti, e il baritono da crooner
di Høyem si dipana come una struggente elegia. Intensa, totalizzante. Un
brano scarno, la cui purezza francescana travolge di emozione, come
un’inaspettata e definitiva rassegnazione.
"Two
Green Feathers" possiede, invece, una struttura più convenzionale e
arrangiamenti più solidi, ma non per questo è meno incisiva: la
malinconia stritola il cuore, il ritornello (magnifico) lo accarezza,
mentre intorno all’ascoltatore si fa densa un’inquietudine noir che
sgomenta.
"When
Your True Love Is Gone" vira verso una declinazione più folk e, sorge
quasi inevitabile l’accostamento a certe ballate mestissime di Leonard
Cohen. Sono davvero pochi i barbagli di luce in un disco in cui sono il
crepuscolo e la notte i veri protagonisti. "In the Beginning" è una
ballata d’amore disperata (“Tu dai significato alla follia”),
in cui la voce di Høyem è quasi trasfigurata, così come in "Aim For The
Heart", in cui è ancora l’amore, nella sua accezione più dolorosa, a
farla da padrona (“Cause Only Love Will Kill You Twice, It Leaves On
Yor Name a Sweet Little Stain, Like A Train In A Station Late At Night,
It Passes Like Thunder Though Your Life”), mentre "The Rust" si sviluppa, scarna e sensuale, su un battito trip hop che sorregge il baritono profondo del cantante.
"Keepsake"
porta con sè un po’ di leggerezza grazie a una volatile melodia pop da
camera, mentre la voce cavernosa di Høyem scava l’anima. Ma è solo
fugace intermezzo, prima che "Now You See Me, Now You Don't" riporti le
tenebre sulle trame di un blues drammatico, che si carica di tensione in
un finale crudo e palpitante. Chiude l’emozionante "Not Enough Light",
ennesima ballata crepuscolare che sembrerebbe presa da un album dei
Pearl Jam, se non fosse per quel violino che le attribuisce un vago
sentore country.
On An Island
è un disco formalmente scarno, essenziale e lineare, ma in queste nove
superbe canzoni, si nasconde molta più vita di quella che si potrebbe
immaginare a un primo ascolto superficiale. Amore e disperazione sono la
chiave di lettura di un romanticismo decadente, in cui il cuore è la
vittima sacrificale di una musica sospesa al limitare della notte, quel
confine sfumato in cui si affastellano ombre, fantasmi, ricordi, e
amori, definitivamente perduti. Perfetta colonna sonora di uno
straziante soliloquio interiore.
Chi, come il sottoscritto, ebbe modo di ascoltare (e innamorarsi di) Bloodstone
(2022), esordio del chitarrista belga Thomas Frank Hopper,
probabilmente si rese conto di avere a che fare con un giovane talento, a
cui il futuro avrebbe riservato ampie soddisfazioni. Due anni dopo, se è
vero che il grande salto nel panorama rock internazionale deve ancora
arrivare, è chiaro, però, che, quanto meno da noi, grazie anche
all’egida dell’italianissima Vrec Music Label, Hopper si è costruito una
solida schiera di fan.
Non
solo perché il progetto musicale del chitarrista belga pesca a piene
mani dal bacino rock blues di settantiana memoria, che continua ad avere
stuoli di estimatori, ma anche perché il suo evidente revivalismo suona
tutt’altro che fiacco e stereotipato. Anche in questo nuovo Paradize City
ci sono idee, freschezza, consapevolezza nella scrittura e,
soprattutto, tanta passione. Tutti elementi, questi, che faranno
drizzare le antenne ai tanti amanti del classic rock, che, da queste
parti, troveranno pane per i loro denti.
A
dimostrazione che il giovane Hopper abbia più di una freccia al proprio
arco, questo eccellente sophomore ampia la gamma espressiva
dell’esordio: se, infatti, Bloodstone era un album più spontaneo, immediato, grezzo e, nell’accezione migliore del termine, anche un po’ ingenuo, Paradize City
risulta, invece, essere un lavoro più ragionato, le canzoni si sono
arricchite di ulteriori elementi (l’hammond suonato dal bravo Maxime
Siroul) e si percepisce la chiara volontà di provare a mettere un piede
fuori dalla comfort zone di un rock blues aggressivo e sfrontato.
Accompagnato
da una backing band perfettamente funzionale al progetto e tanto
tecnica quanto potente (Diego Higueras alla chitarra, Jacob Miller al
basso e Nicolas Scalliet alla batteria), il ragazzo belga mette in
evidenza ottime qualità vocali (quel timbro di plantiana memoria, che
spesso evoca il fantasma dei Led Zeppelin) ed è bravo ad armonizzare il
proprio talento alla sei corde con la restante strumentazione, evitando
di rubare la scena con inutili virtuosismi, ma mettendo la propria
chitarra al servizio delle canzoni.
E’
evidente che dischi di questo tipo paghino debito ai grandi eroi del
passato (Hendrix, Cream, i citati Led Zeppelin, etc.) e possano essere
imparentati ad altre band coeve, affascinate dai suoni vintage (i primi
Black Keys, i Rival Sons, per citarne un paio); tuttavia, sarebbe
riduttivo francobollare queste dieci ottime canzoni solo come mero copia
incolla di un retaggio lontano nel tempo.
In tal senso, Paradize City
trabocca di fisicità e vibrante divertimento, i brani esibiscono un
riconoscibile dna, ma centrano il bersaglio con inusitata efficacia e
sicurezza, sia quando esibiscono con grinta muscoli oliati e guizzanti
(l’uno due da ko delle iniziali "Troublemaker" e "Tribe"), sia quando si
imbellettano di psichedelia anni ’60 (l’evidente riferimento ai Doors
di "Chimera"), sia quando abbracciano un’incalzante e ruffiana
orecchiabilità (la title track) o giocano con elementi folk (la
splendida e zeppeliniana "Dog In An Alley").
E
quando, come un treno in corsa che non fa fermate, parte la travolgente
"April Fool", è evidente che Hopper sappia maneggiare con autorevolezza
anche il blues più classico. Un ulteriore plus di un disco, che non
inventa nulla, certo, ma esibisce una traboccante passione capace di
abbracciare con ardore sessant’anni di musica rock.
Quarta traccia dell’album dall’omonimo debutto di John Prine (1971), Sam Stone
parla di un veterano di guerra (ovviamente della guerra del Vietnam,
anche se non è menzionata esplicitamente), che, tornato a casa, combatte
i propri demoni con la droga e muore di overdose. Una storia
tristissima e un destino che, ai tempi, aveva accumunato tanti reduci,
incapaci di superare gli orrori di quell’assurdo conflitto. In tal
senso, l’incipit della canzone, racchiude in poche righe il dramma del
soldato Sam Stone e di molti suoi commilitoni:
“Sam Stone è tornato a casa dalla moglie e dalla famiglia
Dopo aver prestato servizio nel conflitto all'estero.
E il tempo in cui ha prestato servizio,
Gli aveva scosso tutti i nervi
E gli ha lasciato una piccola scheggia nelle ginocchia.
Ma la morfina ha alleviato il dolore
E l'erba gli cresceva attorno al cervello
E gli ha dato tutta la fiducia che gli mancava”
La
droga è l’unica medicina contro gli incubi, l’unico lenimento a ferite
che non potranno più rimarginarsi, ma ti costringe a vivere “con un cuore viola e una scimmia sulla schiena”.
Sam
fa fatica ad abituarsi alla vecchia vita, cerca un lavoro, ma i soldi
dello stipendio non bastano a foraggiare la sua dipendenza:
“Il benvenuto a casa di Sam Stone
Non è durato troppo a lungo.
Andò a lavorare quando ebbe speso i suoi ultimi centesimi
E Sammy cominciò a rubare
Quando ha avuto quella sensazione di vuoto
Per un'abitudine da cento dollari senza straordinari.”
Completamente in balia della sua dipendenza, Sam si ritrova a rubare, e non può farne a meno, perché l’eroina “è l'oro (che) gli scorreva nelle vene come mille treni ferroviari, e tranquillizzava la sua mente nelle ore che sceglieva”.
Il
dolore, però, non cessa, gli incubi tornano ogni notte, il lordume del
male e della ferocia insozzano le sue ore, giorno dopo giorno, e la
quantità di droga aumenta, sempre più, fino a quando giunge, quasi
anelato, l’esiziale abbraccio della morte:
“Sam Stone era solo
quando ha fatto scoppiare il suo ultimo palloncino.
Arrampicarsi sulle pareti stando seduti su una sedia.
Bene, ha giocato la sua ultima richiesta
mentre la stanza puzzava proprio di morte
con un'overdose che aleggia nell'aria.
Ma la vita aveva perso il suo divertimento
Non c'era niente da fare.”
Il
climax di questo dolorosa vicenda risiede tutto nel ritornello, che
John Prine aveva pensato prima di tutto, prima di ricamarci intorno
un’intera canzone. All’improvviso, vicino a Sam si materializza una
figura, che è quella di sua figlia, e la decisione di lasciarsi morire
diventa così ancora più drammatica, perché il reduce ha una piccola da
accudire, una bambina dalla quale ricevere amore, una speranza da
cullare. Una bambina che capisce, che sente il dolore, consapevole come,
a volte, solo i bambini riescono a essere:
“C'è un buco nel braccio di papà, dove finiscono tutti i soldi
Gesù Cristo è morto per niente, suppongo”
Nelle
intenzioni di John Prine, questa canzone doveva essere diversa da tutte
le altre che parlavano della guerra in Vietnam. Serviva una nuova
prospettiva, che non fosse esclusivamente politica e di protesta, che
non fosse quella di un inno da cantare durante un corteo. Prine voleva
parlare dei soldati, ma voleva, soprattutto, focalizzare la dimensione
privata e intima di una tragedia collettiva.
Lo stesso songwriter lo spiegò chiaramente durante un’intervista alla rivista Uncut: “Tutti
i miei amici sono tornati a casa e mi hanno cambiato. Non erano più gli
stessi. Stavo cercando di spiegarmelo, ed è così che ho scritto Sam
Stone. Non ero un manifestante o qualcosa del genere. Stavo cercando di
capire perché questa folle guerra stava accadendo e cosa stava passando
la gente laggiù. Eravamo cresciuti con John Wayne e la Seconda Guerra
Mondiale, ma questo era l'opposto di quello."
Resterà, probabilmente, il segreto meglio custodito di questo 2024, ed è un vero peccato. Perché Glovemaker,
album d’esordio del losangelino Loren Kramar, è un disco di una
bellezza disarmante, uno di quelli che bisogna farsi violenza per
togliere dal lettore, e che finisce per lasciare l’ascoltatore sospeso
in un limbo in cui non esiste altro, se non una voce splendida e melodie
senza tempo, che sbriciolano il cuore senza pietà.
Aspirazione
estatica. Dubbio. Prossimità. Desiderio. Passione. Il songwriter
californiano si imbelletta il volto e veste i suoi colori più
sgargianti, si pone al centro della scena, anela visibilità, desidera la
gloria e tutti gli occhi addosso. Lo dice con sincerità disarmante: “sono una troia per tutti i miei sogni, faccio la puttana per loro”. E’ questo il succo di Glovemaker,
un disco che parla degli abiti che indossiamo per essere visti dal
mondo, per contare qualcosa. E’ un anelito che riguarda tutti, la nostra
vita di comuni mortali, in cui ogni cosa è esposta, e non vogliamo, non
possiamo nasconderci, non importa quali guanti indossiamo.
Siamo
lì, ogni giorno, al centro della scena. Non è vanità, non è ricerca
dell’effimero, è semplicemente vita, dare un senso all’esistenza,
travalicare l’assunto pirandelliamo dell’uno, nessuno, centomila. Uno
basta: è Kramar, siamo noi.
I
testi del songwriter losangelino assumono le sembianze di deliziosi
orpelli, luccicando coraggiosamente, e poi, altrettanto velocemente,
arricciandosi, si trasformano in fragilità da esporre sotto i
riflettori, con l’unico pudore della dignità. Kravar è sempre stato
ossessionato dalla fama, non quella acquisita tramite il successo, ma
quella che nasce dall’insopprimibile desiderio di essere visti davvero.
Lui, un bambino cresciuto nella Valley, costretto a nascondere le sue
Barbie al padre, chiuso in un stanza brulicante di sogni di libertà,
viveva l’aspirazione di essere conosciuto per ciò che era, senza
nascondersi, senza fare carte false per mistificare la propria
sessualità.
Un
ragazzino consapevole di essere gay, e che, come tutti i ragazzini,
sognava un futuro avvincente, un futuro da star. Sogni che potevano
svanire di fronte al pane duro dell’esistenza, che non fa sconti alla
diversità, e che invece si sono realizzati grazie alla mamma di Loren,
che lo portò segretamente a prendere lezioni di tip tap, jazz e
pattinaggio artistico.
Oggi Kravar può finalmente cantare, senza paura, come fa in "Hollywood Blvd", “ho mani e piedi da mettere nel cemento”,
una canzone, questa, che risuona della coraggiosa spavalderia di chi
vede il traguardo a portata di mano. In "Gay Angels", poi, il musicista
ci ricorda che l’infatuazione per la celebrità è indissolubilmente
legata alla sua diversità e al suo desiderio di vivere al di fuori della
paura. Essere famosi significa essere fuori. Essere conosciuto. Essere
se stesso.
Il
disco, inoltre, è un'apertura estatica all'amore e alla solitudine, ai
sogni e alle promesse, a tutto ciò che Los Angeles offre. Un omaggio
alla rutilante metropoli, alla città delle infinite possibilità,
raccontata, come già aveva fatto Lana Del Rey, con uno sguardo capace di
spostarsi dalla luce del sole e dalla frenesia della gente, per creare
nuovi spazi, e accompagnare l’ascoltatore attraverso bar bui, arene con
luci stroboscopiche, bungalow con moquette beige e autostrade illuminate
di giallo.
Un
percorso tracciato da un mix scintillante di pop, soul, jazz e blues,
in cui i lustrini di un appassionato tocco glamour evaporano, spesso,
nell’intimismo della meditazione, nel languore vellutato di ballate che
cercano l’estasi della malinconia. Un mondo musicale, quello di Kramar,
in cui il musicista si prende tutto, le lacrime, i sorrisi, il
rigoglioso affastellarsi di arrangiamenti eleganti e charmant, e la
francescana purezza di melodie che toccano il cuore senza alcun
artificio.
La
citata "Hollywood Blvd" apre il disco con una grazia sopraffina, è
Kramar che presenta al mondo il suo mondo, un avvolgente ballata soul
pop, screziata di umori jazzy, che possiede la progressione melodica di
alcuni brani dei Madrugada, attraverso una straordinaria interpretazione
vocale, in cui un velluto baritonale convive con gli accenti di un
melodrammatico falsetto. Una canzone strepitosa, la prima di una
scaletta che non fa prigionieri, e che, ad esempio, ruba emozioni a mani
basse con la melodia scarna e luminosa di "Euphemism", voce e
handclapping a creare un miracolo di appassionato lirismo.
"I’m
A Slut", un blues dall’incedere bizzarro, trova un’improvvisa svolta
melodica in un ritornello sublime, mentre "Like A Lover" fluttua a
mezz’aria in una leggerezza estatica che lascia senza parole ed evoca,
nella voce e nella melodia, la musica celestiale di Anohni. Pianoforte e
archi avvolgono di malinconia la voce appassionata di Kramar in "Gay
Angels", un’elegia sospesa fra terra e cielo, un’estasi liberatoria che
si gonfia in un’altra straordinaria progressione che ricorda ancora una
volta i Madrugada. Il drumming cadenzato e la metrica scarna del
pianoforte della title track aprono, invece, ad atmosfere jazzy, in cui
la voce di Kramar veste i panni di Mark Hollis per un brano che sembra
uscito da Spirit Of Eden.
C’è
spazio anche per il divertissement sgangherato di "Birthday Thursday",
prima che il disco viri verso un filotto di ballate da capogiro: echi
sixties nel folk pop di "Whatever Happens", tensione melodrammatica nel
doloroso memoire di 15 Years, ascensione spirituale nella
vertigine estatica di "Oh To Be", struggimento malinconico nella
meditabonda e conclusiva "No Man", che evoca nuovamente la celestiale
bellezza di alcune canzoni di Anohni.
Glovemaker
lambisce il capolavoro, termine che, spesso e un po’ frettolosamente,
usiamo per album che non hanno la metà della caratura artistica di
questo esordio. Il quale, ci scommetterei, pur destinato a restare un
prodotto di nicchia, finirà nella top ten di chi avrà avuto la fortuna
di ascoltarlo. Meraviglia.