martedì 15 luglio 2014

CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG - 1974





Se ne parlava ormai da tempo e finalmente 1974 è uscito nei negozi, andando praticamente a ruba già nella prima settimana. Disco singolo o box set, 1974 è la vera chicca dell'anno per tutti gli appassionati del super gruppo californiano, dal momento che si tratta di materiale assolutamente inedito, relativo a un lungo tour mondiale tenuto dai nostri quattro in quell'anno di grazia (Neil Young aveva appena pubblicato On The Beach). Tutto il materiale contenuto in questa raccolta è stato registrato durante una decina di concerti tenutisi il 14 e 15 agosto al Nassau County Coliseum di Hempstead, il 19 e il 21 agosto al Capital Centre di Landover, il 27 e il 29 agosto al Chicago Stadium di Chicago, il 14 settembre al Wembley Stadium di Londra e per finire il 14 dicembre al San Francisco Civic Auditorium di San Francisco. Il disco singolo, comunque curatissimo nel packaging, contiene sedici tracce che sono una sorta di best of tratto dalle quaranta registrazioni di cui invece è composto il box set. I grandi classici, con qualche eccezione (Almost Cut My Hair, Helplessly Hoping), ci sono quasi tutti, da Ohio a Chicago, da Teach Your Children a Helpless, da Long Time Gone (versione favolosa e molto rock) a Suite:Judy Blue Eyes (versione un po’ moscia, a dire il vero). Decisamente più interessante il box set, composto da tre cd (Almost Cut My Hair c'è, e così anche una bella versione di On The Beach) da un libretto di 188 pagine corredato da splendido materiale fotografico e, udite udite, da un dvd contenente materiale tratto dai concerti tenutisi a Landover e a Londra. In definitiva, un'opera decisamente imperdibile anche se, e qui arrivano le dolenti note, non proprio economica: circa diciotto euro il disco singolo, circa settanta il cofanetto. Si risparmia qualcosa ordinandolo su Amazon (circa dieci euro).

VOTO: 8





Blackswan, martedì 15707/2014

lunedì 14 luglio 2014

DEUTSCHLAND UBER ALLES





Quello brasiliano è stato un mondiale strano, a tratti divertente, interessante per certi versi, molto deludente, se si esclude la Germania, sotto il profilo del gioco. E' stato il mondiale dei portieri, dei numeri dieci (o dei nove e Messi), delle grandi delusioni (Spagna, Italia, Inghilterra, Russia, Portogallo, Brasile), delle squadre di seconda fascia che con grinta e organizzazione sono arrivate a traguardi inimmaginabili (Messico, Costa Rica, Cile, Colombia). Tuttavia, al di là degli strombazzamenti della stampa e degli organizzatori, è stato un torneo misero da un punto di vista qualitativo. Poche squadre hanno espresso un bel calcio (oltre alla Germania, mi è molto piaciuta la Francia), quasi tutte si sono aggrappate agli uomini simbolo, che non sempre sono riusciti però a essere decisivi nei momenti importanti (Messi e Ronaldo a esempio per tutti). Delle quattro semifinaliste, solo la vittoriosa compagine teutonica è riuscita a regalarci sprazzi di autentico divertimento. Il Brasile, tolto Neymar, si è invece  dimostrata squadra sempre in affanno, fisico e tattico, tradita da una difesa sclerotica, da un centrocampo di onesti faticatori dai piedi di cemento e da un attacco inesistente (Fred unica punta è una barzelletta che non fa ridere); l'Olanda, alla faccia del calcio totale, sembrava l'Italia degli anni '70: catenaccio e contropiede affidato alla freccia Robben, al volubile Van Persie e all'estro a singhiozzo di Sneijder, costretto a faticare in mediana da un cinico Van Gaal; l'Argentina (che, a onor del vero, ha perso un pimpante Di Maria nel momento cruciale) paga, soprattutto in finale, l'inconsistenza tattica di un allenatore confuso e confusionario, che ha un'idea di gioco a dir poco vetusta e che, nel momento topico, si suicida togliendo dal campo un Lavezzi capace da solo di terrorizzare la pur solida difesa tedesca. La Germania invece ha giocato sempre al meglio, con continuità, esprimendo trame veloci e ariose, e facendo dello spirito di squadra  la sua arma vincente (cosa davvero inusuale per un gruppo nel quale convivono tanti galli, tutti tecnicamente eccellenti).




Non è un caso che l'undici allenato da Low sia arrivato sul tetto del mondo: se è vero che una squadra di calcio riflette in qualche modo la situazione sociale, politica ed economica di un paese, è chiaro a tutti perchè i tedeschi saranno per parecchio tempo un gradino sopra agli altri. Forza e determinazione, certo, che sono da sempre un marchio di fabbrica della Germania, ma non solo. Il successo tedesco è stato costruito anno dopo anno, dando fiducia a un gruppo di giovani, favorendo l'integrazione etnica, credendo in un progetto serio senza l'assillo di dover vincere subito, basandosi sul contributo di squadre di club che lavorano anche in ottica Nazionale. Tutto il contrario dell'Italia, il cui fallimento ha radici profonde nella paura del cambiamento e nella gerontocrazia che affliggono il paese a tutti i livelli. Se la nazionale (come il paese) vuole tornare competitiva, occorre rischiare concretamente: che la discontinuità non sia di facciata ma effettiva. Occorre cambiare tutto, radendo al suolo istituzioni autoreferenziali, logore, politicamente compromesse e democristiane nel dna. Bisogna ripartire dai vivai, obbligando le società a far giocare nel campionato italiano giovani italiani pescati dalla cantera; serve mettere a capo della Federazione un tecnico cha capisca davvero di calcio e non solo di spartizioni, che non abbia alcuna entratura con poteri politici e abbiamo una visione lungimirante, di lungo periodo; bisogna avere il coraggio di far piazza pulita dei fenomeni mediatici e degli intoccabili per nobile stirpe e ripartire invece dall'under 21, con un tecnico che non si faccia intimidire da sponsor e presidenti di club. Occorre, soprattutto, aver pazienza, perchè Roma non è stata costruita in un giorno, e una squadra forte ha bisogno di tempo per crescere e costruire i successi. Esattamente come ha fatto la Germania. Uber Alles.


Blackswan, lunedì 14/07/2014

sabato 12 luglio 2014

E ADESSSO, LASSU', CHISSA' CHE CASINO...


"...non era solo musica con i Ramones. Era un idea. Era il riportare indietro un sentire che si era perduto nella musica rock. Era un uscire dagli steccati e dire qualcosa di nuovo e differente. All’inizio era solo una cosa artistica, finalmente ho sentito che era qualcosa buona abbastanza per tutti” (Tommy Ramone, 1978)"

Tommy se ne è andato ieri pomeriggio, a causa di un male incurabile. Aveva solo sessantadue anni. Era l'ultima icona di una stagione di fuoco, l'erede di una leggenda che ha cambiato le coordinate musicali di un'epoca e che ci ha regalato alcune delle pagine più sincere di quello che continuano a chiamare classic rock e che invece resta, ancora oggi, tra le musiche più futuribili di sempre. Bubble Gum Punk, la lezione dei Beach Boys tritata con inusuale ferocia, la Mosrite bianca di Johnny, il martello pneumatico di Tommy. A cui dobbiamo una canzone, anzi la canzone. Questa:





Dai, fate casino lassù, che vengon giù le madonne !


Blackswan, sabato 12/07/2014

OLD CROW MEDICINE SHOW – REMEDY



Ci sono band a cui basta un disco, magari anche un singolo, per scalare le classifiche e diventare famose; e altre, invece, che si dannano l’anima per anni senza cavare un ragno dal buco. E’ quello che, più o meno, è successo agli Old Crow Medicine Show, band di stanza a Nashville, formatasi sul finire degli anni ’90 del secolo scorso. Una gavetta dura, a sputar sangue in piccolissimi locali di periferia o a raccogliere consensi agli angoli delle strade (il nome del gruppo in tal senso è abbastanza esplicito), un po’ come si fa ancora oggi a Dublino, in Grafton Street, o da noi, nei tunnel della metropolitana. Ed è proprio durante uno di questi concerti improvvisati, davanti a una farmacia di Boone, un paesone della North Carolina, che gli OCMS vengono notati da Doc Watson, uno dei padri dell’american roots. Un bel intuito quello avuto da Watson che, dopo averli ascoltati, se li porta a suonare al Merlefest, festival di musica tradizionale che si svolge ogni anno in quel di Wilkesboro. Da qui, dal cuore dell’America rurale, la band capitanata dal cantante e violinista Ketch Secor ha iniziato un’ascesa di consensi e successo che li ha portati a suonare al Grand Ole Opry, programma radiofonico in onda ininterrottamente dal 1925 e che è considerato il massimo punto di arrivo per la consacrazione di un musicista country. Ora, gli Old Crow Medicine Show li conoscono tutti, sono il gruppo leader di quel movimento chiamato progressive blue grass, vendono milioni di dischi e si piazzano sempre ai primi posti delle posti delle classifiche di genere. Cinque dischi all’attivo (i primissimi lavori rilasciati tramite il supporto dell’audiocassetta sono praticamente introvabili) una manciata di Ep e una fama ormai consolidatissima di eccezionale live band, rappresentano il pedigree di una delle realtà più stimolanti dell’intera scena country statunitense. Anche perché questi sette ragazzi non si limitano a rinverdire i fasti della tradizione, ma amano contaminare il suono folk con un approccio incredibilmente punk rock: alternative country, quindi, suonato in acustico ma con la potenza e l’energia di una band che suona in elettrico. A esaltare questo aspetto, che è una costante di Remedy, dietro la consolle arriva l’inglese Ted Hutt (Gaslight Anthem, Flogging Molly, etc), che ha lavorato in modo molto istintivo sulla presa diretta, trasformando la scaletta del disco in una sorta di live act in studio. Immediatezza, potenza, gran ritmo e strumenti sbrigliati sono il fiore all’occhiello di quello che potremmo definire il miglior capitolo della discografia degli OCMS. Canzoni che pescano dal blue grass, che citano Dylan (la voce di Secor, senza possederne la fascinosa asprezza, ricorda da vicino quella del menestrello di Duluth), che sfociano in up tempo travolgenti (per chi non mastica la materia, rimanderei alle gighe dei Pogues, giusto per farsi un’idea) per poi adagiarsi su ballate pronunciate con accenti decisamente bluesy. Un disco che si ascolta tutto in un fiato e che trasmette la sanguigna passionalità di chi ha costruito la propria carriera trasformando ogni concerto in un pogo travolgente (ascoltate 8 Dogs 8 Banjos e comprenderete il potenziale live della band). In attesa che facciano un salto dalle nostre parti (gli Old Crow Medicine Show non sono mai venuti a suonare in Italia) non perdetevi questo disco: loro sono probabilmente la migliore roots band in circolazione. E si sente.

VOTO: 8





Blackswan, sabato 12/07/2014

DALLA PARTE DEL KILLER