STEVE GUNN annuncia il nuovo album OTHER YOU, in uscita il 27 agosto su Matador. Other You è il sesto album del cantautore americano originario della Pennsylvania.
L'album è stato registrato durante due viaggi a Los Angeles verso la
fine del 2020 e l'inizio del 2021 con il produttore Rob Schnapf (Beck,
Elliott Smith, Cass McCombs, Kurt Vile) presso i Mant Studios di sua
proprietà e con il musicista, nonchè amico di lunga data e
collaboratore, Justin Tripp.
Se
n’è andato troppo presto, Gary Moore, ucciso a soli 58 anni da uno di
quegli eccessi alcolici che hanno spesso caratterizzato la sua, ahimè,
troppo breve esistenza. Il suo lascito, però, è stato importante, sia in
termini quantitativi (una corposa discografia solista e la militanza in
band come Thin Lizzy, Skid Row, Colosseum II) che qualitativi (pochi al
mondo erano in grado di suonare (e far piangere) una Les Paul come
lui).
Dopo la pubblicazione di alcuni dischi live postumi (l’ultimo, Live In London
dello scorso anno), a dieci anni dalla sua scomparsa, gli archivi del
nordirlandese sono stati finalmente aperti per assemblare una nuova
uscita che, sebbene contenga alcuni momenti davvero notevoli, suggerisce
che di materiale ancora inedito ce ne sia poco e che quello presente
non sia proprio di qualità eccelsa. Strano, perchè Moore, per quanto
prematuramente scomparso, ha vissuto intensamente oltre quarant’anni di
carriera: dal jazz prog-rock di Colosseum II al suo periodo nei Thin
Lizzy, per non parlare poi di tanti dischi solisti in cui il chitarrista
ha spaziato dall’hard rock al rock celtico, per diventare infine un
alfiere del rock blues, grazie al suo tocco ferocemente appassionato,
timbricamente stupendo, magistralmente articolato e tecnicamente
impeccabile.
How Blue Can You Get
si concentra proprio sulla produzione blues di Moore, raccogliendo in
quarantacinque minuti otto tracce di originali inediti, cover e
alternative takes. Il disco prende il via con una doppietta mozzafiato:
la reinterpretazione ad alto numero di ottani di I'm Tore Down di Freddie King, seguita da un’altra vigorosa cover di Steppin’ Out
di Memphis Slim. E’ un po' un cliché dire che un chitarrista fa cantare
il proprio strumento, ma queste tracce dimostrano che la sua capacità
di comunicare attraverso le dita era veramente di un altro pianeta. Ciò è
particolarmente evidente anche in Love Can Make A Fool Of You, una ballata risalente all'epoca di Corridors of Power
(1982), in cui il chitarrista irlandese oltre al formidabile tocco
esprime al meglio tutto quel pathos emotivo che spesso caratterizzava le
sue migliori performance.
Sebbene
siano i momenti maggiormente attrattivi del disco, i due originali
inediti abbassano, purtroppo, il livello della scaletta. In My Dreams suona come la replica delle malinconiche e agrodolci Still Got The Blues e Parisienne Walkways,
con cui condivide lo stesso lick di chitarra: se quei due brani non
fossero esistiti, staremmo probabilmente scrivendo di una grande canzone
e non invece del parente povero di due dei momenti più significativi
della carriera di Moore. L’altro inedito, Looking At Your Picture,
nonostante il mood che evoca il sound del Delta, non va assolutamente
da nessuna parte e suona più come un abbozzo, un work in proggress da
rifinire. La stessa sensazione si ha anche con Done Somebody Wrong di Elmore James, e la title track,
che appaiono prive di corpo, come fossero figlie di sessioni di prova e
non invece frutto finale di un accurato lavoro di produzione.
In
definitiva, vista la quantità di terreno musicale che Moore ha
calpestato in vita e tenuto conto che questa è la sua prima
pubblicazione d'archivio non live, How Blue Can You Get non
rappresenta certo un tesoro imperdibile di gemme nascoste, ma semmai una
curiosità per fan irriducibili. Se, invece, non conoscete Moore, questo
non è certo il modo migliore per accostarsi a un formidabile
chitarrista, di cui, converrebbe semmai, recuperare il meglio della sua
ampia discografia.
Oggi,
ascoltare classic rock è il gesto più anticonvenzionale che esista.
Basta dare una rapida occhiata ai social per capire quanto questa musica
sia oggetto di sberleffi, quanto gli appassionati del genere siano
tacciati di passatismo, vecchi ruderi che vivono nei ricordi di una
musica obsoleta, slegata al presente e ispirata a icone ormai svuotate
di significato. Ed è strano, poi, vedere coloro che dovrebbero
difendere, con le unghie e coi denti, la musica che amano, indossare i
panni di spietati detrattori di giovani band (vedi Greta Van Fleet) che
cercano di emulare, e a volte ci riescono pure, le gesta di quei gruppi
che hanno scritto la storia (e la leggenda) del rock.
Eppure,
nonostante tutto, ci sono ancora gruppi che tengono viva questa musica,
che, indifferenti alle mode, con vibrante passione, continuano ad
attizzare un fuoco che altrimenti si sarebbe spento da anni. Originari
di Los Angeles, i Dirty Honey esordiscono con un disco prodotto e mixato
da Nick Didia (Rage Against The Machine, Bruce Springsteen, Stone
Temple Pilots, etc) e così classico che più classico non si può. Sono
giovani e ancora devono conquistare quella visibilità che, ad ascoltare
le otto canzoni in scaletta, già meriterebbero; nel frattempo, in attesa
dei giorni di gloria, danno alle stampe questo primo full length, assai
spartano, sia nella forma (la confezione minimal e priva di libretto,
la durata stringata) che nella sostanza (gli arrangiamenti asciutti,
l'approccio grezzo e senza artifici) ma già indicativo di una caratura
più che discreta. Il suono, come accennato, guarda al passato e in
scaletta i deja vù si sprecano.
L’opener California Dreaming,
trainata dal cantato graffiante di Marc Labelle, si spinge in territori
cari ai Led Zeppelin, ma con un retrogusto più americano che rimanda ai
Black Crowes. Derivativi, si, ma con stile: The Wire possiede un groove pazzesco, così come il nuovo singolo Tired Up,
che sembra uscito da un disco degli Aerosmith. Il tutto, però, suonato
con un attitudine festaiola e un approccio meno serioso di quello, ad
esempio, dei Greta Van Fleet. La sensazione, pertanto, è di autenticità e
freschezza, e di un’energia tracimante, che esplode nel riff sporco e
martellante di Take My Hand, nella derapata fulminante di Gypsy o nell’ennesima citazione Black Crowes della cazzutissima No Warning.
Chiudono il disco due gioiellini che esaltano nuovamente le doti di Labelle: The Morning, la cui spina dorsale è Ac/Dc al 100%, e Another Last Time,
virile ballatona in quota Rolling Stones e metronomo di una band che
cita tanto, ma che sa gestire con classe e passione un repertorio
altrimenti prevedibile.
I
Dirty Honey non sono solo l'ultimo di una lunga serie di gruppi rock
ispirati agli anni '70, sono semmai una band che esprime molto più della
somma delle evidenti influenze a cui si ispira e che possiede come
punto di forza la voce straordinaria di Marc Labelle, capace di
trasformare queste belle canzoni in futuri grandi classici di genere. Se
il buongiorno si vede dal mattino, sarà una splendida giornata di sole.
Rock on!
27
anni. I maledetti 27 anni di Kurt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin. I
maledetti 27 anni di Amy Winehouse, cometa capace di incendiare nella
notte il cuore di chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltare la sua
voce, un bagliore di luce tanto fugace quanto luminoso e accecante, un
bagliore nell’infinitezza dell’universo.
Alle
15:53 del 23 luglio 2011, Amy Winehouse viene trovata morta nel letto
di casa sua al numero 30 di Camden Square. Non si conoscono le cause
della morte, l’autopsia ha escluso la presenza di sostanze stupefacenti,
confermando invece l’assunzione di alcool, ma non in un quantitativo
tale da giustificare il decesso. Alcool e droga. Sono questi i più
fedeli compagni di vita della piccola Amy, un talento immenso nel corpo
di una donna fragile, incapace di gestire la propria vita, debole e
remissiva di fronte ai fantasmi del proprio dolore, indifesa agli occhi
dei lupi voraci che la circondavano e che le hanno portato via
quell’esuberanza e quella felicità che, sempre, dovrebbe essere il
motore esistenziale di una giovane ragazza.
Amy
muore da sola, minata dalla dipendenza, logorata dall’insensibilità
altrui e soffocata da una richiesta d’amore che nessuno vuole o può
ascoltare. La sua breve vita è stata una battaglia da cui è uscita
sconfitta, senza appello, e quel cuore grande, lo stesso che, una volta,
la spinse a gettarsi in mare per salvare la vita di una donna travolta
dalle onde, ha smesso di battere, non a causa di quei fedeli compagni,
alcool e droga, ma per troppo dolore.
I rapporti burrascosi con il produttore Mark Ronson, che si vantò di essere lui l’artefice del successo di Back To Black, quelli con il padre padrone Mitch, che pubblica Amy, My Daugter,
sfruttando la morte della figlia a corpo ancora caldo, quelli con il
proprio corpo (la bulimia e la chirurgia estetica) e quelli, infine, con
l’amato ex marito Blake Fielder-Civil, compagno di sbronze e di sballi,
che non ha saputo amare e proteggere quella ragazza tanto dolce quanto
infelice, che non riusciva a dimenticarlo ("Amo ancora Blake ed ho
voglia di vivere con lui nella mia nuova casa. Non gli permetterò di
divorziare da me, lui è la versione maschile di me siamo fatti l'uno per
l'altra”), hanno segnato una traiettoria esiziale.
L’amore
salva la vita, ma Amy non si sentiva amata ed è morta. Perché l’amore è
un gioco a perdere: divampa come un incendio, ti fa sentire
onnipotente, ma prima o poi svanisce, portando via il senso di tutto, la
speranza e lo sguardo rivolto al futuro. “Per te ero una fiamma, un fuoco alto cinque piani, mentre arrivavi” canta Amy, con quell’incredibile voce da nera, che raggrumava un gusto agrodolce di tormento, whisky e passione.
L’amore, però, è un fiamma che divampa nelle intemperie, arde, riscalda, ma può spegnersi in un attimo: “L’amore
è un gioco a perdere, uno che vorrei non aver mai giocato, che casino
abbiamo combinato, E ora, il fotogramma finale. L'amore è un gioco a
perdere.”Si può lottare per amore, anche se sai che il destino è segnato, che il giocatore d’azzardo che hai di fronte (Know you're a gambling man) bara e non ti lascia speranza:” Anche
se combatto alla cieca, l'amore è un destino rassegnato, i ricordi mi
rovinano la mente, l’amore è un destino rassegnato, oltre le probabilità
inutili e deriso dagli dei”.
Amy
muore con questa certezza nel cuore: di aver dato tutto, quando ormai
tutto era inutile, di aver dedicato tutta se stessa a chi non ne voleva
più sapere, e di essere sola, vittima di una fato crudele e derisa dagli
dei.
Meraviglia in un disco di meraviglie (Rehab, You Know I’m Not Good, Back To Black, tra le altre), Love Is a Losing Game fu il quinto singolo estratto dal celebrato Back To Black,
ma nonostante la bellezza del brano è stato quello che ha venduto meno
nella carriera della Winehouse, arrivando solo alla piazza 33 delle
charts britanniche. Un riconoscimento postumo alla caratura, musicale e
poetica, della canzone arrivò, comunque, nel 2008, quando, a un corso di
letteratura dell’Università di Cambridge, le liriche del brano vennero
studiate per trovare similitudini con i poemi di Sir Walter Releigh,
figura storica e letteraria inglese di primissimo piano.
Amy
se n’è andata troppo presto, ma ha lasciato due dischi, che sono tra le
pagine più intense del pop soul del nuovo millennio, creando schiere di
artiste che hanno cercato di replicare il suo approccio unico e
inimitabile. Perché Amy ha cantato esattamente come ha vissuto:
strafatta di alcool e di passione, senza filtri e protezioni, camminando
sulla corda tesa di un’esistenza ostile, raccontando l’animo femminile
nel modo sincero, acuto e profondo di chi paga il proprio immenso
talento giocando, con coraggio, un gioco pericoloso e dall’esito
scontato. L’amore, se c’è, salva la vita, se non c’è, rende l’arte
eterna. Piccola, grande Amy.
Verso la fine dell’Ottocento, il rivoluzionario socialista francese Louis Auguste Blanqui coniò il termine "ni dieu ni maître"
- né dio né padrone - per descrivere il nuovo ordine mondiale che
immaginava. Da allora, quella frase è stata fatta propria da punk,
anarchici e femministe per descrivere la protesta e la frustrazione
globale verso le leggi che consentono l'ingiustizia sistemica nella
società occidentale. Sebbene sia diventata una dichiarazione passé, il
genere di cose che potresti trovare graffitata nel bagno di un locale,
la frase ancora oggi connota molteplici ideologie, presentandosi come
esplicito slogan di lotta al sistema e militanza politica.
E’ davvero sorprendente, quindi, che i Garbage abbiano intitolato il loro nuovo album, il primo in cinque anni, No Gods No Masters.
La storia ha, infatti, dimostrato che molti dei nostri eroi musicali
(vengono in mente come Billy Corgan, Morrissey e Sex Pistols) che hanno
fatto carriera predicando il pensiero radicale, spesso si sono
contraddetti nel privato, assumendo posizioni bigotte e reazionarie, ben
difficilmente condivisibili da chi, nella loro musica, aveva trovato
ragionamenti politici da sposare e fare propri.
Shirley
Manson, però, non ha tradito il proprio credo: vera icona gay,
sostenitrice di lunga data della comunità queer, la cantante dei Garbage
si è sempre schierata, restando coerente e seria, nonostante la sua
immagine pungente e trasgressiva (in tal senso, impossibile dimenticare
brani come Queer e Push It).
E’
per questo che, se oggi ammettere apertamente che il proprio album è
ispirato dai movimenti BLM e MeToo rischia di trasformarsi in una china
scivolosa che conduce all’autoreferenzialità e all’annacquamento dei
contenuti politici, No Gods No Masters palesa invece una forza e un'onestà difficili da negare, anche quando si poggia ai più tipici tropi della musica di protesta.
L'opener The Men Who Rule The World
inizia con il suono vorticoso di una slot machine, che lascia il posto a
una traccia synth-pop, in cui le crudeli realtà della misoginia, del
capitalismo e del fondamentalismo sono legate in una narrazione tanto
semplificata quanto efficace. Certo, una cantante che sussurra "soldi, soldi, soldi"
non sta esattamente percorrendo un terreno di novità rivoluzionarie, ma
la Manson risulta credibile e non banale, si percepisce che è
fermamente convinta di ciò che sta cantando.
Tutto
il disco funziona decisamente bene, in equilibrio fra elettronica e un
rock cupo e ansiogeno, tra modernità ed echi di un passato, qui tirato a
lucido, ad esempio, nel singolo Wolves, che ricorda i Garbage più vintage, o nel beat minaccioso e sensuale della splendida Godhead (canzone, questa, che farà saltare in piedi i fan dei Depeche Mode). Se Anonymous XXX,
stranamente infusa di sonorità calypso e incentrata sulle gioie del
sesso occasionale, è una rinfrescante tregua dal pesante contenuto dei
testi del resto dell'album, il cuore della scaletta è l’inquietante A Woman Destroyed,
notturna deriva industrial dai contorni filmici e apocalittici, che
racconta la vendetta di una donna che ha subito un torto dal suo amante.
Nel complesso, No Gods No Masters
si legge come un album sulle profonde frustrazioni che derivano dalla
nostra società: è intenso, cupo, profondo, anche se in alcuni momenti,
come nell’omaggio eighties di Flipping The Bird, riesce a suonare quasi leggero e arioso.
Ciò
che eleva il disco dalla media, che lo rende credibile nei suoi intenti
politici, non sono solo le belle canzoni (qui ce ne sono parecchie) ma
la palpabile emotività e il surplus di sincerità che permea musica e
testi. Non dichiarazioni vuote e vuoti slogan, ma uno sguardo
irriverente e un caustico j’accuse nei confronti di una società
eticamente avvizzita e irrimediabilmente in caduta libera. Brava
Shirley!