mercoledì 4 maggio 2022

COWBOY JUNKIES - SONGS OF THE RECOLLECTION (Proper Records, 2022)

 


Mentre si avvicinano al loro quarto decennio di attività, i Cowboy Junkies non smettono di interpretare le canzoni di altri artisti, una costante della loro carriera, che ne ha definito a lungo il loro repertorio, sin dagli esordi nel 1986. In Songs of the Recollection, non c’è materiale originale, ma solo cover, per una scaletta che permette di ascoltare le loro interpretazioni uniche di brani di Neil Young, Gordon Lightfoot, Bob Dylan, The Cure, David Bowie, Gram Parsons, The Rolling Stones e Vic Chestnutt. Non siamo di fronte, però, a un disco di riletture prevedibili, di copia incolla fini a se stessi, perché Michael Timmins (chitarra), Margo Timmins (voce), Peter Timmins (batteria) e l'amico di sempre, Alan Anton (basso), aggiungo sensibilità e coraggio, e mentre ascolti queste canzoni, trovi conferma su quelle che sono le accattivanti qualità che, in trentasei anni, hanno trasformato la band canadese in un amatissimo oggetto di culto.

Come valore aggiunto, poi, la voce di Margo Timmins, nel corso del tempo, si è lentamente trasformata, ed oggi è diventata più sicura e drammatica. La senti gonfiarsi e librarsi nell'apertura di "Five Years" di David Bowie, la traccia iniziale di Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, una canzone cupa e preveggente, che incarna perfettamente l’attuale crisi di valori, che si tratti del cambiamento climatico, della pandemia, o dei disastri della politica, e viene da chiedersi come la timida cantante, che ha incantato così tante persone col suo timbro soave, abbia acquisito negli anni quelle sfumature calde, di passione e di rabbia.

Un inizio coi fiocchi, seguito da "Ooh, Las Vegas" di Gram Parsons, che i Cowboy Junkies conducono in un territorio irriconoscibile. Mentre la versione originale possedeva un tiro spensierato che mascherava l'oscurità dei testi, gli effetti per chitarra riverberanti e intrisi di feedback di Michael e la sua voce intrecciata a quella della sorella, illividiscono il brano di foschia psichedelica.

"No Expectations", dal songbook degli Stones ha uno sviluppo fedele alla matrice, e ci si perde nell’atmosfera sognante, tra le note di chitarra slide di Michael e la voce morbida e sussurrata di Margo.

Da canadesi al canadese, era quasi inevitabile un tributo al grande Neil Young, qui evocato con due canzoni, inserite in scaletta, una vicina all’altra. I fratelli Timmins insufflano di oscurità ed elettricità "Don't Let It Bring You Down", portandola in territori quasi epici, con accordi graffianti su uno sfondo cacofonico, e la giustappongono a una versione straordinariamente ariosa e dolce di "Love In Mind", che rivela tutte le diverse sfumature della voce di di Margo.

Restano in Canada, i CJ, omaggiando con una versione vibrante di elettricità "The Way I Feel" anche il connazionale Gordon Lightfoot, e poi svoltano in modalità rilassata per affrontare "I've Made Up My Mind (To Give Myself to You)" di Dylan (dal suo Rough and Rowdy Ways del 2020), in cui il testo poetico libra in un respiro emozionale da grandi spazi e languori morbidissimi.

Come i fan della band sanno bene, i CJ avevano stretto un forte legame di amicizia con il defunto (e purtroppo mai adeguatamente apprezzato) Vic Chestnutt, al punto da registrare un intero album di sue canzoni (Demons) come omaggio postumo al suo straordinario talento. Qui, riprendono Marathon, in una versione in bilico fra oscurità e narcolessia, la cui atmosfera spettrale pervade anche l’inusuale rilettura di Seventeen Seconds dei Cure, brano lontanissimo dalla cifra estetica del gruppo canadese, eppure meravigliosamente reinterpretato attraverso una visione desolatamente inquietante.

Se non si hanno idee e classe da vendere, rilasciare un intero disco di cover è un azzardo, il rischio del copia incolla, della perdita di slancio e del mestiere che prevale su tutto, è concreto. I Cowboy Junlkies, invece, portano a casa una vittoria squillante, dando una lezione di stile, ma anche di passione, a tutti coloro che vogliono cimentarsi nella nobile, ma complicatissima, arte di dare nuova vita alle composizioni altrui.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 04/05/2022

martedì 3 maggio 2022

SONG FOR WHOEVER - THE BEAUTIFUL SOUTH (Go!Discs, 1989)

 


E’ il 22 ottobre del 1985, quando esce Flag Day primo singolo degli Housemartins, band proveniente da Hull, un piccolo centro del nord dell’Inghilterra, che in poco tempo conquista le classifiche di mezzo mondo con un guitar pop, brioso e politicizzato, influenzato da sonorità anni ’50 e ’60, dal gospel e dal doo-wop.

Due anni dopo, il gruppo capitanato dal cantante Paul Heaton e dal bassista Norman Cook (che nel 1998 conquisterà l’attenzione mediatica sotto lo pseudonimo di Fatboy Slim) è già virtualmente disciolto, nonostante sia all’apice della popolarità e abbia ottenuto un incredibile consenso di critica e di pubblico. Lo scioglimento ufficiale (e consensuale) arriva nel 1988, quando Heaton, con una lettera aperta (e molto ironica) indirizzata a NME, spiega le ragioni della precoce separazione, affermando, più o meno, che “non c’è posto per gli Housemartins nell’epoca di Rick Astley e Pet Shop Boys”.

Un anno solamente, e il cantante è di nuovo in pista con il progetto Beautiful South, messo in piedi insieme all’ex compagno Dave Hemingway e al chitarrista Dave Rotheray. Pronti, partenza e via, e nel 1989, il disco di debutto del gruppo, Welcome To The Beautiful South (il nome della band venne scelto ironicamente per ribadire le solide radici nordiste dei suoi componenti) scala le classifiche inglesi, trainato da un paio di singoli, Song For Whoever e You Keep It All In, che entrano nella top ten.

Certo, il disco ha un immediato impatto mediatico, a partire dalla copertina, in cui erano raffigurate due foto di Jan Saudek, una donna con una pistola in bocca e un uomo che fuma (venne stampata anche una cover alternativa) e per il contenuto dei testi, aspri e diretti nella loro critica sociale, così come lo erano state le liriche degli Housemartins. Il livello qualitativo delle undici canzoni in scaletta, un pop elegante e ad alto contenuto melodico, fa il resto, e basta ascoltare l’iniziale Song For Whoever, per rendersi conto di quanto fosse ispirata la scrittura di Heaton e soci.  

Quest’ultima è la perfetta pop song; perfetta, nonostante i sei minuti e dieci secondi di durata (ridotti a quattro per la pubblicazione come singolo), perfetta, grazie a una dolcissima melodia, che conquista fin dal primo ascolto. Basta chiudere gli occhi e farsi cullare delle note del piano e dal falsetto di Heaton per librarsi a mezz’aria, persi in un mondo in cui tutto è amore, leggerezza e gioia.

Meglio non conoscere l’inglese, però. Perché, diversamente, quella che suona come una dolcissima canzone d’amore diventa ciò che è in realtà: uno sfottò, uno sberleffo, una critica sarcastica nei confronti dell’industria discografica, colpevole di produrre pop in serie senza mai preoccuparsi dell’effettiva qualità delle canzoni. Il testo, dissacrante, racconta, infatti, la storia di un cantautore cinico che intesse rapporti amorosi con tutte le donne che incontra, per poter, poi, aver materiale per scrivere canzoni d’amore, che faranno la fortuna, sua e della casa discografica. Ma non c’è amore per le donne immortalate nelle sue parole, sono solo nomi senza volto e senza anima, che danno il titolo alle canzoni, ma di cui lui non ricorda nulla: “Oh Shirley, oh Deborah, oh Julie, oh Jane, Ho scritto tante canzoni su di te, Ma dimentico il tuo nome, dimentico il tuo nome. Anche Jennifer, Alison, Phillipa, Sue, Deborah, Annabel, Ho dimenticato il tuo nome”. Una catena di montaggio del pop, insomma, il cui unico scopo è il guadagno.

Il brano arrivò al secondo posto delle classifiche inglesi, nonostante l’etichetta della band, la Go! Discs, la ritenesse troppo debole e puntasse, invece, su un altro brano, From Under the Covers. Fu Heaton a battersi furiosamente per settimane perchè Song For Whoever fosse pubblicata come primo singolo. Ed ebbe ragione, dal momento che la canzone spianò la strada del successo ai Beautiful South, una band che, fino allo scioglimento, avvenuto nel 2007, vendette più di quindici milioni di dischi in tutto il mondo.

 


 

Blackswan, martedì 03/05/2022

lunedì 2 maggio 2022

THE HANGING STARS - HOLLOW HEART (Loose, 2022)

 


Nelle loro prime tre uscite, gli Hanging Stars, band britannica con sede a Londra, hanno progressivamente definito un suono identificabile, ispirato dal cosmic country dei Flying Burrito Brothers di Gram Parsons, dal jangle melodico dei Big Star di Alex Chilton e dalle vibrazioni west coast di Laurel Canyon, riletti però attraverso una sensibilità tutta britannica. Circostanza, questa, che ha evitato alla proposta di essere esclusivamente derivativa, perché ogni plausibile riferimento artistico, viene diluito con gusto, in un insieme coeso ed estremamente suggestivo, che in questo Hollow Heart è ancora più evidente che nelle già notevoli precedenti uscite.

Registrato ai Clashnarrow Studios di Edwyn Collins, nel remoto nord-est della Scozia, mediante apparecchiature di registrazione analogiche vintage, Hollow Heart è una delizia sonora, un ascolto meravigliosamente caldo e vivido, in cui i riferimenti stilistici di cui sopra formano un tessuto sonoro avvolto tra le pieghe di una psichedelia gentile e di melodie accattivanti.

Il disco si apre con la fluttuante "Ava", ed è come avere la sensazione di entrare in un giardino profumato: uno straniante sentore di Grateful Dead e Pink Floyd, un volteggiare leggero fra le chitarre, i tamburi che girovagano festanti tra armonie nitide di sole primaverile. "Black Light Night" ha una tonalità leggermente più cupa, ma le armonie sono cristalline, la testa non smette di oscillare e il ritornello è una boccata d’aria pulita che riempie i polmoni di incontenibile allegrezza. "Weep & Whisper" abbraccia sonorità più country folk, è avvolta in delicati sentori psichedelici e cesellata con grazia attraverso intrecci di pianoforte, chitarre e pedal steel, mentre il connubio delle voci evoca il ricordo degli America.

Un arazzo ricco di colori, quello pennellato dagli Hanging Stars, in cui è la stratificazione delle armonie, sempre calibrata, mai sopra le righe, a rendere sublimi canzoni come "Ballad Of Something Might Be", le cui chitarre sembrano muoversi al rallentatore, tra volute di fumo aromatico, e invece creano un inaspettato brio intrecciandosi alla voce un po' più burbera di Richard Olson e ad angelici coretti, o come l’oscura "Hollow Eyes, Hollow Heart", un brano in cui convivono folk psichedelico britannico e Byrds, o come, ancora, nel grazioso ondeggiare di "You’re So Free", una traccia che potrebbe essere stata scritta dai Beach Boys in trance onirica.

Lo sfarfallio della chitarra spolvera di leggerezza il falò di prateria intorno a cui abita l’ingenua allegria di "Rainbows in Windows", mentre "I Don't Want To Feel So Bad" è un pop schietto e diretto, che tira a lucido e toglie la polvere alla visione power di Alex Chilton. "Red Autumn Leaf" chiude il disco come una sorta di catarsi, stemperando le ritmiche e le trame melodiche ascoltate prima, e salutando l’ascoltatore con un delizioso country-folk psichedelico dalle tinte retrò.

Al quarto disco in studio, gli Hanging Stars centrano la perfetta declinazione della loro musica, che è ricca, colorata e rigogliosa, che guarda al passato e non ne fa mistero, che evoca, ma lo fa sempre con gusto personalissimo, e che tocca le corde del cuore grazie a una scrittura appassionata e ad alto contenuto melodico. Impossibile non innamorarsene.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, lunedì 02/05/2022

venerdì 29 aprile 2022

GIRLS JUST WANT TO HAVE FUN - CYNDI LAUPER (Portrait/CBS, 1983)

 


Il nome di Robert Hazard dice veramente poco a chi non è appassionato di musica e, a dire il vero, anche per coloro che sono più addentro alle cose del rock, ha sempre rappresentato una figura di secondo piano, nonostante sei album pubblicati, a intermittenza, dal 1984 fino al 2007, l’anno prima di morire per le complicanze di un tumore al pancreas. Un musicista ondivago nelle sue scelte stilistiche, che negli anni ’80 veniva etichettato come new wave e che, a fine carriera, ha coronato la propria passione per le sonorità roots a stelle e strisce, rilasciando un paio di buoni album country.

Eppure il nome di Hazard è legato indissolubilmente a una delle canzoni più famose di sempre, una di quelle che, anche coloro a cui la musica non interessa, conoscono a menadito e della quale possono recitare come un mantra il ritornello. Il brano in questione, udite udite, è Girls Just Want To Have Fun, che non è stata scritta da Cyndi Lauper, come si pensa, ma dal nostro semisconosciuto Hazard, che la pubblicò come singolo nel 1979, senza però raggiungere il grande pubblico.

Fu Rick Chertoff, produttore di Cyndi Lauper, a convincere la cantante a farne una cover per il suo album di debutto She’s So Unusual (1983), un disco da sedici milioni di copie vendute e un Grammy vinto (miglior artista esordiente), che fu trainato verso il successo planetario da due clamorose hit, Time After Time e la citata Girls Just Want To Have Fun. Un brano, questo, che nelle mani della stravagante artista (il titolo del disco e l’immagine adottata dalla Lauper rappresentano un’esplicita dichiarazione di anticonformismo) mutò completamente forma, sia sotto il profilo delle liriche (l’originale di Hazard era declinata da un punto di vista maschile) che del suono, reso più pieno e pompato dall’uso del sintetizzatore.

La versione della Lauper, inoltre, divenne in pochissimo tempo un inno alla solidarietà femminile, una forte dichiarazione di indipendenza per celebrare il cameratismo fra donne, una chiamata alle armi del genere femminile per schierarsi a favore delle pari opportunità.  Non solo, quindi, un invito a far casino e a divertirsi (che vale un po' per tutti), ma a farlo perché è giusto che le donne possano vivere le stesse esperienze degli uomini, senza restrizioni e ipocrisie.

Il successo della canzone si deve anche al video che l’accompagna, che vinse un MTV Video Music Award e che, a gennaio 2022, vanta la bellezza di più di un miliardo di visualizzazioni. La pellicola, diretta da Edd Griles, ebbe un costo irrisorio di 35.000 dollari, perché tutti gli attori che vi compaiono lo fecero gratuitamente e le attrezzature utilizzate erano state prese in prestito. Nel cast, a fianco di Cindy, comparivano il grande wrestler Lou Albano, nel ruolo del padre, la madre Catrine nel ruolo di se stessa, l’avvocato della Lauper, Elliot Hoffman, come ballerino, e ancora il manager, David Wolf, suo fratello, Butch Lauper, il collega musicista Steve Forbert e uno stuolo di impiegati presi in prestito dagli uffici della CBS, l'etichetta discografica di Lauper. Un lavoro fatto in famiglia, che fece schizzare Girls Just Want To Have Fun nella top ten di tutte le classifiche del mondo.

 


 

Blackswan, venerdì 29/04/2022

giovedì 28 aprile 2022

CROWBAR - ZERO AND BELOW (MNRK Heavy, 2022)

 


Originari della Luisiana, da oltre 30 anni, i Crowbar rappresentano una vera e propria istituzione del metal, che si è incarnata, fin dagli esordi, nella figura di culto del frontman, chitarrista e cantante, Kirk Windstein, un uomo che ha contribuito a ridefinire il genere sludge/doom, creando un percorso che è stato d’esempio per molti giovani band.  Attraverso i decenni e la pubblicazione di undici album, Windstein e i suoi compagni di brigata hanno rilasciato alcuni classici del genere (su tutti, "Time Heals Nothing" e "Planets Collide") plasmando un suono potente, monolitico, sferzato da riff iconici, linfa vitale per lo stato di salute del suono sludge.

Sempre fedeli a loro stessi e inaccessibili alle mode del momento, i Crowbar tornano oggi con un nuovo disco, Zero And Below, che non sposta di una sola virgola i termini di una proposta musicale immodificabile nel tempo. Il che, tutto sommato, è quello che i fan si aspettano, visto che gli ingranaggi della macchina continuano a essere perfettamente oliati: non servono aggiustamenti o novità, cure o ritocchi, dal momento che la formula continua a funzionare maledettamente bene.

L'opener "The Fear That Binds You" impiega pochi secondi a mettere le cose in chiaro, trainata dai muscoli delle chitarre di Windstein e Matthew Brunson, che colpiscono duro con riff contundenti e un sovrastante senso di urgenza.

Una potenza sprigionata ad altezza uomo, che pervade molti momenti di Zero and Below: "Chemical Godz" e "Her Evil is Sacred" ti prendono a pugni in faccia, lentamente, con metodo, mentre "Bleeding From Every Hole" è devastante come un’armata hardcore che non fa prigionieri. Ma questa non è l'unica velocità di marcia dei Crowbar, perché nel disco ci sono anche momenti di grande atmosfera, come “Denial of the Truth”, costruita su uno splendido riff di basso del nuovo arrivato, Shane Wesley, e come la title track, posta a fine scaletta, che è una delle chiusure più cupe che Windstein abbia registrato fino ad oggi.

Il pregio di questa musica, è però anche il suo limite, e sebbene non ci siano brutte canzoni in Zero and Below, non c'è nemmeno uno scarto, un tentativo di variazione sul tema che differenzi la scaletta da quanto abbiamo già ascoltato nel corso dei decenni. Un suono famigliare, certo, ma anche strutturalmente monocorde, che finisce per avvolgere il disco da un senso anestetizzante di deja vu. Il tema è proprio questo: da un lato, desiderare qualche cambiamento, per vedere che effetto fa uscire dal solco profondo tracciato dalla band in trent’anni di attività, dall’altro, la consapevolezza che la formula dei Crowbar funziona benissimo così com’è e che basta una lucidatina alla carrozzeria perché l’aura della band continui a brillare di luce propria. Sono pronto a commetterci che è questo ciò che davvero conta per i fan di lunga data della band, i quali ritroveranno in Zero And Below tutto quello che hanno sempre amato.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, giovedì 28/04/2022