sabato 23 luglio 2022

CHIUSURA ESTIVA

 


Il Killer va in vacanza per un paio di settimane. Ci rivediamo ad agosto. Passate dei giorni belli. Un abbraccione a tutti.

 

Blackswan, sabato 23/07/2022

venerdì 22 luglio 2022

BACHMAN - TURNER OVERDRIVE - YOU AIN'T SEEN NOTHING YET (Mercury, 1974)

 


Quando i canadesi Guess Who sono all’apice del successo grazie alla pubblicazione dell’album American Woman, il chitarrista Randy Bachman saluta tutti e se ne va. Un allontanamento progressivo, dovuto in parte a una malattia epatica che lo tiene lontano dai palchi, ma soprattutto per i tesissimi rapporti con il cantante Burton Cummings, ulteriormente inaspriti dalla conversione di Bachman al mormonismo, religione poco compatibile con lo stile vita decisamente rock’n’roll della band.

Dopo una breve avventura a capo dei Brave Belt, Bachman insieme a C.F. Turner forma i Bachman-Turner Overdrive, con cui scalda i motori con un paio di omonimi album, per poi pubblicare, nel 1974, Not Fragile, un best seller che conquista la prima piazza di Billboard 200. Il disco è animato da uno spirito orgogliosamente blue collar, reazionario fin dal titolo nei confronti dell’imperante suono progressive del momento (Not Fragile sbertuccia Fragile degli Yes) e da un pugno di canzoni ruspanti, semplici e buone come un piatto di carne e patate.

A trainare l’album, facendolo diventare un classico resistente all’usura del tempo, una splendida canzone scritta da Bachman, You Ain't Seen Nothing Yet, che raggiunge la prima piazza di Billboard e conquista addirittura la seconda nella lontana Inghilterra. Un brano melodico e divertente, di quelli che fanno venir voglia di cantare a squarciagola, la cui genesi è, peraltro, ricca di aneddoti.

Il brano è caratterizzato dalla voce balbettante di Randy Bachman “(B-b-b-baby, you just ain't seen n-n-nothin' yet”), anche se, in realtà, il chitarrista non aveva alcuna intenzione di pubblicare la canzone nella versione che tutti conosciamo. Un giorno, durante la lavorazione del disco, Randy si mise davanti al microfono e per sfottere il fratello Gary, affetto da un problema del linguaggio, registrò per gioco una versione del brano facendo la voce balbuziente. Dal momento che si doveva trattare di una semplice prova, un momento di cazzeggio durante il lavoro, la band neanche accordò gli strumenti e si mise a suonare in assoluta libertà, senza prestare alcuna attenzione al risultato finale. Anzi, il brano non avrebbe nemmeno dovuto essere inserito nel disco, e fu Charlie Fach, manager della Mercury, ha intuirne il potenziale commerciale e a farlo infilare, all’ultimo momento, nella scaletta dell’album, suscitando non poche rimostranze da parte di Bachman.

La canzone, inoltre, contiene nel titolo un errore grammaticale: You Ain't Seen Nothing Yet, infatti, è un doppio negativo, e la frase corretta avrebbe dovuto essere You Haven't Seen Anything Yet. L’errore, però, fu mantenuto perché così la canzone aveva una musicalità che altrimenti si sarebbe persa.

Un’altra chicca. Stephen King ha citato la canzone nel suo libro di racconti Notte Buia, Niente Stelle (2010) per omaggiare una band che ha sempre visceralmente amato. Al punto che, quando a inizio carriera il suo editore gli proibiva di pubblicare più di un libro all’anno, King aggirò il divieto, inventandosi uno pseudonimo, quello di Richard Bachman. Se non è amore questo…

 


 

 

Blackswan, venerdì 22/07/2022

giovedì 21 luglio 2022

JOURNEY - FREEDOM (Frontiers, 2022)

 


La storia dei Journey inizia a San Francisco nel lontano 1973, ha un picco straordinario di gloria negli anni ’80, con la pubblicazione di tre bestseller che sono diventati leggenda (Captured del 1981, Escape dello stesso anno e Frontiers del 1983), poi, una lenta scomparsa dalle scene, complice l’abbandono del cantante Steve Perry, punteggiata, qua e là, da qualche nuova uscita, non certo memorabile. In tutto questo tempo, la band capitanata da Neal Schon, ha, comunque, mantenuto dritta la barra di un suono immediatamente riconoscibile: anche quando è passata dalla fusion iniziale di scuola Santana (Schon ne era il chitarrista) a un più avvincente arena rock o anche quando ha perso il suo straordinario frontman, il cambiamento non è mai stato così stridente come si sarebbe potuto immaginare. Insomma, i Journey sono rimasti per sempre i Journey.

Non è, quindi, una sorpresa, che questo nuovo Freedom, il loro primo album dopo undici anni, suoni, più o meno, come ce lo saremmo potuto espettare: tecnico, melodico, familiare e prevedibile. Il disco non è certo attraente come Escape, il momento clou della loro carriera, e, in realtà, qualsiasi tentativo di assimilare o riscrivere il loro passato, negli ultimi decenni, non ha mai sortito gli effetti voluti, perché, è quasi inevitabile, che la scrittura abbia perso di smalto e lucentezza. O forse, semplicemente, quel loro suono, immutabile nel tempo, ha dilapidato tutto l’appeal che possedeva quarant’anni fa.

Eppure, Freedom, con i suoi limiti e i suoi difetti, in fin dei conti, è un lavoro riuscito. La formazione è sostanzialmente quella che aveva suonato su Eclipse del 2011 (compreso il cantante filippino Arnel Pineda, scommessa stravinta da Schon), con il bassista co-fondatore Ross Valory sostituito dal turnista Randy Jackson, apparso in due album dei Journey negli anni '80, e un paio di sessionisti a dare manforte al quintetto. A produrre, insieme a Schon e Cain, anche Narada Michael Walden (quello della colonna sonora di Nove Settimane e Mezzo e The Bodyguard), che ha rispettato in pieno il suono Journey, anche se forse, una produzione più asciutta avrebbe giovato, e non poco, all’efficacia della scaletta.

Il cantante Arnel Pineda, con la band dal 2007, è il vero asso nella manica dei Journey, l’unico che ha saputo sostituire Perry, mantenendo lo stesso tasso tecnico, ed è in grado di interpretare, con successo, le complesse linee vocali di canzoni che, molto spesso, ricordano da vicino i giorni di gloria dell'era classica (ascoltate le acrobazie sul tambureggiare e le chitarre stridenti di "You Got The Rest Of Me", ne cito una, per rendervi conto della bravura di questo ragazzo).

In un territorio musicale già ben calpestato, la band si muove a proprio agio, alternando brani più muscolari ("All Day And All The Night", "Let It Rain"), a ballate dall’irresistibile retrogusto zuccherino ("Still Believe In Love", "After Glow"). E quando l’ispirazione dei giorni migliori torna a luccicare, i Journey riescono ancora a piazzare qualche canzone che può tranquillamente convivere, gomito a gomito, con il meglio della loro produzione ("Together We Run", "Life Rolls On", "Don’t Give Up On Us", "The Way We Use To Be").

Il vero problema del disco è, però, l’eccessiva lunghezza: quindici canzoni per circa un’ora e un quarto di minutaggio sono veramente troppe. E troppo spesso, anche le singole tracce, sono tirate per le lunghe. E’ evidente che la caratura tecnica dei protagonisti li porti a stare molto sugli strumenti, ma è altrettanto evidente che certi brani perdano di efficacia, e l’intero contesto, alla fine, si faccia un po' troppo verboso. Detto questo, Freedom è un ottimo ritorno sulle scene, che non deluderà i fan di lungo corso della band. A cui, probabilmente, gioverebbe una più accorta gestione in fase di produzione: eliminati gli orpelli e asciugate da qualche eccesso di manierismo, queste canzoni avrebbero una resa diversa e ora, probabilmente, ci staremmo spellando le mani dagli applausi.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, giovedì 21/07/2022

martedì 19 luglio 2022

MICHAEL MONROE - I LIVE TOO FAST TO DIE YOUNG (Silver Lining Music, 2022)

 


Il paragone con un viro rosso, strutturato e complesso, è scontato, ma quasi inevitabile. Perchè Michael Monroe, come un barolo d’annata, migliora ogni anno che passa, e il suo secondo album per la Silver Lining Music va ad aggiungersi a una scintillante discografia, iniziata decenni fa a capo dei favolosi Hanoi Rocks. Sono passati addirittura treantacinque anni dal suo primo album solista, Nights Are So Long, e Monroe non solo non ha praticamente sbagliato un colpo, ma continua a scrivere canzoni all’altezza delle cose migliori del proprio glorioso passato.

I Live Too Fast to Die Young è un disco di una potenza espressiva e di una freschezza che lascia a bocca aperta: undici canzoni di punk rock vibrante, i cui spigoli vengono appena smussati da melodie innodiche e ballate dolci amare ricolme di nostalgia. L’opener "Murder the Summer of Love" è una devastante sciabolata rock, un brano che vibra ancora come le prime cose degli Hanoi Rocks, le chitarre spiegate in favore di vento, l’adrenalina che scorre a fiumi. La successiva "Young Drunks Old Alcoholics" non è da meno, sfodera un maligno ghigno punk e schizza a velocità ipersonica per le strade della città, contravvenendo a tutte le norme del codice della strada.

E siamo solo all’inizio di un disco che ha tantissime carte da giocare e una varietà espressiva davvero terrificante. Il mood lunatico di "Derelict Palace" fa pensare addirittura a dei Cure vestiti di borchie e con la sigaretta che pende dal labbro, "All Fighter" è un’esiziale raffica punk ad altezza uomo trascinata da un assolo di chitarra sfrigolante, mentre "Everybody’s Nobody" è melodica e nostalgica quanto basta per inumidire l’occhio con una lacrimuccia.

Monroe si porta dietro tutto il suo bagaglio musicale, continuando, però, a stupire l’ascoltatore, perché quegli abiti vintage sono tutt’altro che logori, e possiede una classe da autentico fuoriclasse, oggi nutrita da quarant’anni di esperienza. Così, Monroe si può permettere anche di piazzare a metà disco una romantica ballata per pianoforte e voce ("Antisocialite"), di quelle da cantare tutti insieme sotto il palco, accendino alla mano, salvo, poi, tirar fuori nuovamente la grinta rock’n’roll con una irresistibile "Can’t Stop Falling Apart" dai contorni sonori stonesiani. La successiva "Pagan Prayer" ti sbatte in faccia alla velocità della luce un indomito retroterra punk, mentre l’ariosa e malinconica "No Guilt" sposta nuovamente la direzione del disco verso altri lidi, forse più rassicuranti ma non meno incisivi. La title track, basso e batteria in apertura ad introdurre grintosissimi riff di chitarra, vede come ospite il grande Slash, che assesta come colpo da ko un assolo dei suoi. Chiude il disco l’ombrosa "Dearly Departed", una canzone fuori sincrono rispetto al mood della scaletta, eppure, nonostante ciò, stranamente magnetica e affascinante.

Quando l’album finisce, il desiderio è quello di rimettere nuovamente la puntina sul primo solco e riascoltare tutto da capo. Perché I Live Too Fast To Die Young non è solo un disco riuscito e zeppo di belle canzoni, ma è anche l’ennesima straordinaria prova di uno di quegli eroi che, a coloro che hanno l’età del sottoscritto, non può che evocare i giorni belli della gioventù. Se è vero che molti vecchi rocker, che si ostinano a suonare la propria musica nonostante il tempo che inesorabilmente passa, suscitano talvolta un po' di tristezza, al contrario, Michael Monroe continua, invece, a incarnare l’immagine di uno spavaldo ventenne, perché il suo punk rock, nonostante qualche ruga di troppo, è ancora vibrante e intenso come te lo ricordi nei primi album degli Hanoi Rocks, comprati, ormai, la bellezza di quattro decenni fa.

VOTO: 8,5

 


 


Blackswan, martedì 19/07/2022

lunedì 18 luglio 2022

SURRENDER - CHEAP TRICK (Epic, 1978)

 


Una macchina che punta l’orizzonte, il finestrino abbassato, il vento che spettina i capelli, nel cuore un’illogica allegria e in testa zero pensieri. Provate ad ascoltare Surrender, prima traccia da Heaven Tonight, disco dei Cheap Trick datato 1978, magari proprio mentre vi fate un giro in auto, in una bella giornata di sole, e le sensazioni che proverete saranno quelle di una fluttuante leggerezza e di uno straripante ottimismo. E provate a trattenervi dal cantare il ritornello, se siete capaci, perché è un’impresa che rasenta l’impossibile.

D’altra parte, Surrender è un inno per teenager, una canzone che parla di adolescenti, nello specifico dei rapporti fra un ragazzo e suoi genitori, e che inevitabilmente riconduce l’ascoltatore all’inconsapevolezza di quegli anni semplici, in cui i problemi più gravi si riassumono quasi tutti in uno scazzo con mamma e papà. Per scrivere la canzone, Rick Nielsen, chitarrista e mente pensante della band, ha più volte raccontato di aver fatto un incredibile sforzo di immedesimazione per tornare a pensare e ragionare come il quattordicenne protagonista delle liriche.

Il quale si lamenta del fatto che i genitori siano iperprotettivi, perché continuano a metterlo in guardia a proposito delle ragazze (“Me l'ha detto la mamma, sì, me l'ha detto. Incontrerei ragazze come te”), dalle quali potrebbe prendersi chissà quale malattia (“Mi ha anche detto di stare lontano, Non saprai mai cosa catturerai. Proprio l'altro giorno ho sentito Di un soldato che sta morendo, (a causa di) un po' di spazzatura indonesiana”). Tuttavia, se è vero che i suoi genitori sono un po' troppo asfissianti, è altrettanto vero che sono anche simpaticamente strani, dal momento che il ragazzo, una notte, li scopre a rotolarsi sul divano, mentre ascoltano i suoi dischi dei Kiss (una citazione, questa, inserita nel testo come ringraziamento alla band di Gene Simmons per aver supportato i Cheap Trick quando erano agli esordi).

Insomma, papà e mamma fanno quello che devono fare, e cioè proteggere e raccomandarsi, ma alla fine non sono altro che degli adolescenti un po' cresciuti, che riescono a rimanere connessi con le nuove generazioni grazie alla musica, un collante che non ha età.

L’ultimo inno per teenager degli anni ’70, così la definì Rolling Stone USA, inserendola alla posizione 471 della sua lista delle 500 canzoni più belle di sempre, Surrender fu tiepidamente accolta negli States, dove arrivò solo alla sessantaduesima piazza di Billboard 100, mentre fece sfracelli in Giappone, paese nel quale i Cheap Trick registrarono il loro album più famoso, At Budokan, uscito l’anno successivo, nel 1979). 

 


  


Blackswan, lunedì 18/07/2022