venerdì 23 giugno 2017

DION LUNADON – DION LUNADON (Agitated, 2017)



Quando nel 2001, la leggendaria etichetta discografica Flying Nun diede alle stampe 6twenty, primo 33 giri dei D4, il cantante/chitarrista Dion Lunadon (all’epoca accreditato Palmer, il suo vero cognome) era già un personaggio di punta della scena underground neozelandese grazie alle collaborazioni con importanti band come Rainy Days e Scavengers e all’esordio in proprio con i Nothing At All! avvenuto nel 1995. I D4 pertanto non dovettero faticare più di tanto per catturare l’attenzione della critica e degli appassionati di Garage/Punk venendo presto accomunati alle next big things più chiacchierate di quell’annata Strokes e Black Rebel Motorcycle Club, e quindi cooptati in tour dagli scandinavi Hives all’apice della loro popolarità. Nonostante questi inizi più che promettenti, i D4 non riusciranno comunque ad uscire da un sostanziale anonimato, soprattutto commerciale, e nel 2006, dopo la pubblicazione di un secondo album, Out Of My Head (bello quanto il primo, se non di più), la band giunse al capolinea per entrare a buon diritto nel novero delle cult-band degli anni zero. Da allora per Lunadon, trasferitosi nel frattempo negli States, un nuovo tentativo con i True Lovers (True Lovers, 2009) e, infine, l’anno successivo l’ingresso nel nucleo fondativo dei newyorkesi A Place To Bury Strangers con i quali collabora tutt’ora ricoprendo il ruolo di bassista. Questa, in breve, la storia del talentuoso ed instancabile musicista di Auckland, una storia comune a tantissimi altri eroi minori del Rock fatta di cocciutaggine, coerenza stilistica, voglia inesausta di stare on stage, estratto conto sempre tendente al rosso così come la lancetta del volume dell’ampli ogni volta che ci regala il suo devastante Punk’n’Roll. 




Così questo ultimo e omonimo full lenght, così gli undici pezzi che ne compongono l’entusiasmante scaletta: un’esauriente compendio sonoro dei suoi primi vent’anni di carriera a cui danno man forte Robin Gonzalez degli APTBS, Blaze Bateh dei Bambara e il produttore Chris Woodhouse (Ty Segall, Thee Oh Sees). C’è di tutto qui dentro, un patchwork di influenze da perdere la testa, Post/Hardcore, Noise, Psichedelia e naturalmente tonnellate di Garage/Punk. Lunadon cita se stesso e facendolo chiama a raccolta i suoi eroi musicali ai quali, c’è da scommetterci, non verrà mai meno: Iggy, Rob Younger e Arthur Brown (la pazzesca versione di Fire), i Black Flag e i Sonics. Insurance, Rent and Taxes, Reduction Agent, Move, Ripper, il singolo Howl, assalti sonori, senza se e senza ma, in cui l’ultima delle preoccupazioni è quella di farsi distrarre dalle sirene del mainstream, non c’è nulla di amichevole in Dion Lunadon per chi ha stabilito che il Rock ha esaurito la sua carica propulsiva e disturbante qualche decennio fa. Ogni volta che partono i riff arroventati, il fervore da punker di razza, le improvvise accelerazioni contrappuntate da una inusitata ferocia vocale, si esulta ripensando ai tanti momenti della storia del Rock durante i quali questo era il minimo sindacale. Esisteva un pubblico, maggioritario e distratto, a cui bastava il Pop e la Dance mentre, dall’altra parte dello steccato, c’era chi annusava i vinili dei Fugazi o degli Hüsker Dü centellinandone i sentori neanche fossero i vini più pregiati dell’enoteca di Veronelli. Se vi riconoscete tra questi ultimi, tra coloro che ogni tanto una mano di vernice a quello steccato la date ancora, cercate questo trascinante, rumorosissimo, imperdibile disco di Dion Lunadon, unica controindicazione il crampo all’indice che vi verrà a furia di schiacciare il tasto repeat. 

VOTO: 8





Porter Stout, venerdì 23/06/2017

giovedì 22 giugno 2017

STONE FOUNDATION – STREET RITUALS (100% Records, 2017)



Quando arriverà il momento di stilare le consuete classifiche di fine anno, sono certo che nelle prime piazze troveremo Paul Weller. E non solo per il brillante ritorno sulle scene con l’acclamato A Kind Revolution, ma anche per il settimo album in studio degli Stone Foundation, combo britannico che, nell’occasione, Weller produce, comparendo anche in prima persona nei crediti di ben tre canzoni in scaletta. L’impronta di Capuccino Kid è, anzi, talmente evidente che, ascoltando Street Rituals a scatola chiusa, verrebbe da dire che questo è un nuovo disco dell’ex modfather. Certo, la materia a cui si è trovato a metter mano è di per sé ottima, e il suono degli Stone Foundation, levigato da più di un decennio di attività, è perfettamente in linea con la visione musicale di Weller. Il quale, si è messo in cabina di regia, ha contribuito alla scrittura di un paio di brani (The Limit Of Man, The Colour Of…), ha cantato e suonato, e soprattutto ha plasmato l’insieme a sua immagine e somiglianza. Il risultato è un disco di soul, funky e r’n’b’, che discende per consanguineità dal suono Stax e Motown, riletto però attraverso prurigini pop di derivazione (prevalentemente) eighties. Ecco, allora, che in Street Rituals troverete un fortissimo legame con gli Style Council, vi ritorneranno in mente band come i Danny Wilson (ricordate Mary’s Prayer?) e i Dexys Midnight Runners, e quando il suono ammicca al jazz, perché no, troverete appropriata qualche similitudine con gli Steely Dan. Gli arrangiamenti sono rotondi e raffinati, con fiati e archi (questi spesso utilizzati in chiave ritmica) perfettamente calibrati, e le citazioni latin (bossanova, soprattutto), che affioravano in molte canzoni degli Styles, sono riprese anche qui con gusto e misura. In scaletta, solo ottime canzoni, ma la sensualità trattenuta di The Colour Of…, funky-soul con un arrangiamento di fiati (tromba e flauto) da urlo, l’irresistibile disco dal retrogusto seventies di Open Your Heart to the World e il caffè nero dolcificato al miele di Your Baloon Is Rising manderebbero al tappeto anche l’ascoltatore più distratto. Nel lotto, poi, ci sono pure due camei di prestigio: William Bell che canta magnificamente nella ballad pop soul di Strange People e una grintosissima Bettye Lavette che benedice il groove funky di Season Of Change. Dieci canzoni di livello qualitativo eccellente, dunque, che certificano ulteriormente lo stato di grazia in cui vive l’ultimo Paul Weller e danno visibilità a una band troppo a lungo, ingiustamente, ignorata.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 22/06/2017

mercoledì 21 giugno 2017

SHANDA & THE HOWLERS – TROUBLE (Rum Bar Records, 2017)



Nel mare magnum del movimento revivalista nu soul destano interesse i Shanda & The Howlers, band proveniente da Las Vegas (Nevada) e oggi al primo full lenght in carriera. Il gruppo, composto da Shanda Cisneros (voce), Trevor Johnson (chitarra), Micah Lapping-Carr (sassofono), Luke Metz (basso) e Keith Alcantara (batteria), si è formato a inizio del 2015 e nell’estate dello stesso anno ha iniziato a suonare nei locali della zona, per finire in poco tempo ad aprire i concerti di Wanda Jackson e dei The Blasters. Devoti al verbo Stax e Motown, i cinque ragazzi non hanno mai nascosto quelli che sono i loro musicisti di riferimento, tra cui vale la pena citare Big Maybelle, Ruth Brown, Otis Redding, The Crystals, The Marvelettes, Gino Parks, LaVern Baker, and James Brown. Un background classicissimo, dunque, che però a differenza di molte band coetanee, più attente alla rilettura filologica del genere, viene rivisitato dagli Howlers con originalità e grinta rock’n’roll. In primo luogo, il suono è grezzo, basilare, quasi gracchiante, come se le canzoni di quest’esordio provenissero da una vecchia radio sintonizzata sul passato. La voce rauca e ruvidissima della frontwoman Shanda Cisneros e il taglio chitarristico delle canzoni, molto contiguo a certe asprezze garagiste, fanno, poi, di Trouble un disco in cui soul e r’n’b vengono piegati alle necessità di una rumorosa inclinazione rock. Quando, poi, i ragazzi scelgono la strada del blues (Don’t Wait Up, Mind Me Up) tutt’intorno sembra aleggiare il fantasma di Howlin’ Wolf. Bel disco, a metà tra tradizione, melodia e adrenalina rockettara. 

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 21/06/2017