sabato 27 maggio 2017

MARY BRAGG – LUCKY STRIKE (Self-Released, 2017)



La storia di Mary Bragg è la storia di un’artista inquieta, di una donna che ha girato gli States in lungo e in largo per trovare, finalmente, a Nashville, una casa dove stabilizzare la propria creatività. Nata a Swainsboro (Georgia), nel profondo Sud degli Stati Uniti, Mary è cresciuta in una famiglia numerosa (quattro fratelli e ventun cugini, riportano le cronache), trovando poco spazio per dare voce alle proprie velleità musicali. Un viaggio a New York, le ha cambiato la vita e le prospettive, tanto che, finito il liceo, la giovane Bragg si è trasferita a vivere nella Grande Mela, per fare un’esperienza di vita, quella che poi confluirà nei testi delle canzoni di Lucky Strike, e per tentare di sfondare nel mondo della musica, favorita dal rutilante panorama di una metropoli dalle mille possibilità. New York, però, logora, soprattutto chi arriva dalla provincia: così Mary, dopo aver registrato due dischi a Manatthan (Sugar del 2007 e Tatoos & Bruises del 2011) ed aver tentato l’avventura californiana con The Edge Of This Town (2015), è approdata a Nashville, città meno caotica ma comunque fervida di suggestioni musicali. Qui, dove risiede dal 2014, è entrata subito in sintonia con la comunità roots, conquistandosi la stima di molti musicisti locali, che hanno dato poi un contributo decisivo alla stesura delle canzoni che compongono questo nuovo full lenght. L’approccio di Mary al suo nuovo lavoro è stato, a dir poco, minimal. Ha scelto un budget ridotto e uno studio di registrazione di basso profilo, con impianti e microfoni vecchi, per rendere più vero il suono, privandolo così di ogni inutile artificio. Si è fatta affiancare alla consolle da Jim Reilly (membro fondatore dei New Dylans) e scelto la strada, per quanto possibile, della presa diretta, registrando senza filtri ed evitando invasivi rimaneggiamenti in fase di post produzione. Il risultato sono dieci brani (scritte tutte in condominio con alcuni musicisti della scena nashvilliana: Liz Longley, Becky Warren, etc,) che, come recita il suo sito, “speaks to our common humanity with uncommon honesty”. Un pugno di canzoni di americana in bilico fra rock e country, cantate col cuore in mano dal limpido soprano della Bragg, capace di notevole estensione ma anche di trasformarsi in un sussurrato refolo che scalda il cuore. Una musica, quella di Mary, che gira dalle parti di Patty Griffin o, negli episodi più orecchiabili (la title track è un gioiello di melodia), da quelle di Sheryl Crow: accostamenti necessari a spiegare il mood, ma che non tolgono nulla a un songwriting a tratti originale (la nebulosa southern dell’opener Bayou Lullaby) e a un disco sincero e carico di emotività. Da provare. 

VOTO: 7





Blackswan, sabato 27/05/2017

venerdì 26 maggio 2017

LEFT LANE CRUISER – CLAW MACHINE WIZARD (Alive Naturalsound, 2017)



Nel 2016 avevamo lasciato i Left Lane Cruiser affaccendati come non mai: la raccolta di b-sides e outtakes Beck In Black, lo split con i Watt Tombstone e il side-project King Mud (Freddy J IV assieme a Van Campbell dei Black Diamond Heavies) che ha prodotto lo splendido Victory Motel Sessions e un lungo tour in patria e in Europa che terminerà a Londra il prossimo mese di luglio. Una discografia che comincia quindi a farsi consistente, nove album in due lustri di attività, tutti contrassegnati da una trascinante commistione di Delta Blues e Garage/Punk che anni fa Freddy J ebbe così a descrivere: Dirty Heavy Drinking Blues! In bella sostanza la stessa materia deflagrante che ha reso ricchi e famosi prima i White Stripes e più recentemente i Black Keys. La novità di Claw Machine Wizard è rappresentata dal ritorno della band ad un più essenziale power-duo, in seguito alla defezione del bassista Joe Bent, con Freddy J alla chitarra e la conferma di Pete Dio alle percussioni dopo l’ottimo lavoro svolto nel 2015 con Dirty Spliff Blues quando subentrò a Brenn Beck, lo storico batterista dei Cruiser. In veste di tastierista aggiunto e produttore artistico il rodato Jason Davis giunto così alla quarta collaborazione. Per il resto nessun cambio di rotta, il solito tour de force sulle strade più fangose della provincia americana alla riscoperta delle proprie tradizioni musicali, dieci inediti in cui la band alterna energia ferina a momenti di relativo relax. Speziature Soul fanno capolino di quando in quando comprovando le dichiarazioni pre-release di Freddy J: “Nell’ultimo anno abbiamo ascoltato tanto James Brown, Funkadelic e Charles Bradley”. Un’annotazione che trova i suoi sviluppi nelle seducenti Lay Down e Smoke Break, oppure nell’ammiccante funkettino Burn Em Brew, canzoni che rimandano agli anni d’oro della Stax Records arricchendo così la tavolozza espressiva dei due fenomenali bluesman dell’Indiana. Il clima generale del disco riconduce comunque ai lavori più anticompromissori e viscerali dei Cruiser di inizio carriera in cui si esplicitavano maggiormente i debiti di riconoscenza nei confronti di alcuni nomi eroici del Delta Blues come Junior Kimbrough e R.L. Burnside e la vicinanza stilistica a musicisti a loro contemporanei: Jon Spencer, North Mississippi Allstars, e l’altro mitico busker del White Blues americano Seasick Steve. 




Si parte come meglio non si potrebbe con la title track, un pezzo costruito bell’apposta per far cadere gli intonaci dai soffitti e far tremare i tavolati delle sale concerto. Attacco all’arma bianca al cuore del Mississippi Blues sostenuto dalla frenesia elettrica della chitarra di Freddy J e dal drumming muscolare e incessante di Pete Dio. Subito dopo le accelerazioni Punk/Blues di The Point Is Overflowing (una roba che potrebbero durare delle ore senza mai annoiare) e la magnetica Booga Chaka, pezzo che avrebbe fatto felice lo Stevie Ray Vaughan di Texas Flood, regalano la sensazione di avere tra le mani uno dei dischi più entusiasmanti dell’anno, cosa che si concretizza con il successivo ascolto del travolgente boogie Still Rollin (prossimamente in tutti i best of dei Cruiser), dell’altrettanto scatenata High Maintenance e dell’evocativa Indigenous, il brano più lungo in scaletta che chiude il programma dimostrando, anche ai puristi del Rock, che il Punk ha saputo e sa esprimere musicisti dalla tecnica impeccabile. Claw Machine Wizard è dunque un disco da raccomandare caldamente e, negli anni avvenire, potrebbero essere ricordato come il migliore dei Left Lane Cruiser. Il naturale approdo di una grande band da sempre impegnata nel lavoro di ricerca intorno alle radici della Black Music senza mai perdere di vista la parte più rumorosa e divertente del R’n’R. Semplice e diretto: Dirty Heavy Drinking Blues! 

VOTO: 8,5





Porter Stout, venerdì 26/05/2017

giovedì 25 maggio 2017

CRAIG FINN – WE ALL WANT THE SAME THINGS (Partisan Records, 2017)



Messi in naftalina i suoi Hold Steady, il cui ultimo full lenght risale al 2014, Craig Finn sembra aver dato un’accelerata alla propria carriera solistica, sfornando il suo terzo album, che è anche il secondo negli ultimi due anni. Stiano tranquilli i fans della band originaria di Brooklyn: in attesa che gli Steady tornino in sala di registrazione, possono tranquillamente consolarsi con We All Want The Same Things, seguito superlativo del già ottimo Faith In The Future (2015). Finn dimostra per l’ennesima volta di sapersi muovere con abilità anche fuori dalle pareti della casa madre, sfoggiando un songwriting, il cui tratto obliquo e mai prevedibile, cesella dieci canzoni di rock urbano, classico nelle fondamenta, ma capace di intuizioni che lo portano lontano dalla consueta narrazione. E’ un disco umorale, We All Want The Same Things, in bilico fra le malinconie metropolitane rese meravigliosamente dalla foto di copertina, ma anche attraversato da un’energia rock che trasfigura, mitigandolo, il contenuto di liriche incentrate su relazioni affettive fondate sull’opportunismo, destinate al fallimento o incapaci di colmare il male di vivere. L’iniziale Jester & June è un gioiello compositivo di imprevedibilità, una canzone che trova la sua forza emotiva nei continui cambi di registro: un sax moribondo ad aprire le danze, la voce di Finn che sputa le parole, una a una, accordi di chitarra in minore, un drumming in mid tempo sgranato e un assolo folgorante effettato wah-wah. Una canzone che di primo acchito lascia interdetti, e che poi cresce, ascolto dopo ascolto, conquistandoci con i suoi sottintesi melodici e l’originalità dell’arrangiamento. La successiva Preludes aggancia l’ascoltatore con una tastierina lo-fi su cui si sviluppa una melodia semplice, ma irresistibile. Il beat di Ninety Bucks gira dalle parti di Willie Nile e colpisce nel segno con un icastico ritornello (Nathan, you’re my only friend) che suggella una storia d’amicizia. Il cuore del disco, God In Chicago, interrompe il filo del discorso, costruendo, attraverso poche note di pianoforte, un piccolo romanzo in musica, in cui lo spoken word di Finn ricorda la propria adolescenza vissuta a St. Paul (Minnesota), città dove il nostro è cresciuto. La liquida tristezza di Be Honest, ballata in chiave springsteeniana, chiude un disco non immediato, curato negli arrangiamenti, figlio di una ricerca melodica che si sviluppa lontano dall’ovvio, il cui valore aggiunto sono le liriche di Finn, sensibile storyteller di amori e amicizie, di nostalgici ricordi e crudele realtà, di uomini e donne che lottano, che perdono e si perdono. Cuffie sulle orecchie, booklet alla mano, un po' di pazienza e We All Want The Same Things saprà conquistarvi definitivamente. Perché in fin dei conti, tutti vogliamo le stesse cose: buona musica e parole sincere che tocchino il cuore.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 25/05/2017