sabato 17 novembre 2018

PREVIEW



Avendo letto Metamorphoses per la prima volta, Rina Mushonga, nell’anno della trasformazione, si è autoconfessato attingendo a una miriade di idee ed esperienze personali. Pieno di riflessioni sul cosmo e sulla nostra collocazione all’interno di esso, “In A Galaxy” è l’incarnazione musicale di queste riflessioni; Mushonga stesso ammette che c’è più di un cenno nel testo di apertura su Star Wars, ma che nel suo complesso si riferisce a come lo spazio e il tempo relativi si trovino nel modo in cui interagiamo – “la Terra vista come parte di una galassia ci lega all’umanità”.

“In A Galaxy” ronza con un eclettismo che potrebbe essere ricondotto al retaggio di essersi spostata in vari momenti della sua vita – ha vissuto in India, nello Zimbabwe e nei Paesi Bassi prima di stabilirsi a Londra; suo padre si è sempre orgogliosamente riferito alla famiglia come “cittadini globali, apparteniamo ad ogni luogo” – spiega lei aggiungendo: “Mi piaceva e mi ci sono identificata ed è quel salto di genere che meglio mi rappresenta, come vedo le cose e come sperimento il mondo”.

“InA Galaxy” è il risultato di quattro anni di lavoro in cui Mushonga a messo da parte le distrazioni concentrandosi e facendo affidamento sulle proprie capacità e sul proprio istinto. L’artista ha registrato l’album nella sua casa adottiva a Peckham col produttore Brett Shaw; le tracce base erano già state preparate assieme a Frans Verburg nel suo studio di Rotterdam. Il risultato è pop intelligente e diversificato che la stessa Mushonga descrive come “Paul Simon in un dance club africano pieno di sudore”.





Blackswan, sabato 17/11/2018

venerdì 16 novembre 2018

BILLY F GIBBONS - THE BIG BAD BLUES (Concord/Universal, 2018)

Si scrive Billy Gibbons, ma si pronuncia ZZ Top, o almeno, così, si diceva un tempo. Oggi, il chitarrista texano, da qualche tempo ha abbandonato la casa madre e dopo quasi mezzo secolo dal suo esordio sulle scene, consolida la fresca carriera solista con un nuovo album, The Big Bad Blues. Il primo, intitolato Perfectamundo e pubblicato nel 2015, nelle intenzioni di Gibbons avrebbe dovuto mettere a confronto e far convivere le suggestioni derivanti da due diverse tradizioni musicali, quella cubana e quella texana in quota rock-blues.
Registrato tra la Spagna, il Texas e la California, quel disco nasceva con l'intento di stupire, di cercare strade espressive più originali rispetto a quelle di un passato ormai risaputo, e di sperimentare con quei suoni latini, che appaiono concettualmente agli antipodi rispetto al ringhio hard boogie che fu dei mitici Tres Hombres. Operazione senz'altro commendevole, sulla carta molto intrigante e, verrebbe da dire, financo coraggiosa, se non fosse che, chi in carriera ha venduto più di cinquanta milioni di dischi, può permettersi azzardi di questo tipo senza, in fin dei conti, rischiare granché. Il fatto è che Perfectamundo era un disco riuscito male, un'accozzaglia confusa e sfiatata di banal blues, latin rock, funky, elettronica (oddio, che pena gli ZZ Top degli anni '80!), ove spesso si mostravano i bicipiti per compensare un'evidente mancanza di ispirazione.
Non il miglior viatico, insomma, per mettere sul piatto dello stereo questo sophomore, che, a dispetto del suo predecessore, funziona, e anche molto bene. La ricetta è di una semplicità quasi banale: accantonati gli unitili sperimentalismi di Perfectamundo e sgrassato il suono che aveva reso molti degli ultimi lavori degli ZZ Top dei polpettoni indigeribili, il buon Billy, a due passi dal suo settantesimo compleanno, torna all’essenziale e all’originale, sfornando un disco di blues schietto e genuino.
Basta, infatti, ascoltare l’iniziale Missin’ Yo’ Kissin’, una grintosissima tirata che fa il verso a La Grange, per capire da che parte giri il fumo. Affiancato da un pugno di ottimi comprimari (Matt Sorumalla batteria, Mike Flanigin al pianoforte, Austin Hanks alla chitarra, James Harman all’armonica e Joe Hardy al basso), Gibbons scolpisce nella pietra una scaletta composta di brani originali e di cover (su tutte Standing Around Crying e Rollin’ and Tumblin’ di Muddy Waters), evitando di perdersi in fronzoli e amenità assortite (la sola, conclusiva Crackin’ Up suona come uno scarto ed è più vicina al mood di Perfectamundo), ma innestando la quarta e sfoderando chili di muscoli e litri di sudore.
Riff assassini, chitarre elettriche ruvide e sporche, e la voce di chi, oltre all’età ha sul groppone anche un bel po' di bevute, fanno di questo The Big Bad Blues un disco viscerale e solido, che corre dritto come un fuso a lucidare l’argenteria dei giorni migliori. Da ascoltare tutto d’un fiato, nella speranza che Gibbons si sia assestato su questi standard e rifugga per sempre perniciosissime, quanto inutili, sperimentazioni.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 16/11/2018

giovedì 15 novembre 2018

PREVIEW




Benjamin Francis Leftwich ritorna con un nuovo singolo intitolato “Gratitude”. Si tratta del primo brano tratto dal terzo album di Leftwich, in uscita nei primi mesi del 2019 su Dirty Hit.

Recentemente Leftwich ha pubblicato un EP, I Am With You, accompagnato dai singoli “Numb” e “I Am With You”.

“Gratitude”, che riprende il sound dell’EP, vede Leftwich aggiungere elementi elettronici ad una produzione più oscura e intricata, mantenendo comunque le emozioni crude che hanno caratterizzato il suo precedente lavoro.

Tra marzo e aprile Leftwich partirà per un tour nel Regno Unito.





Blackswan, giovedì 15/11/2018

mercoledì 14 novembre 2018

RICHARD ASHCROFT - NATURAL REBEL (BMG, 2018)

Richard Ashcroft è stato protagonista assoluto con i suoi Verve della stagione d’oro del brit pop, ha venduto milioni di album, è stato in cima alle charts con hit immortali e ha partorito Urban Hymns (1997), quello che può essere definito uno dei dischi simbolo (forse il migliore in assoluto) dell’intero movimento.
Lasciarsi alle spalle quegli anni leggendari e ricostruirsi una carriera credibile dopo lo scioglimento dei Verve non era cosa semplice e, bisogna dire che Ashcroft se l’è cavata discretamente bene, con un gran bel disco d’esordio, Alone With Everybody (2000), e poi con una serie di lavori non indimenticabili ma comunque di qualità.
Insomma, se è vero che il livello compositivo degli anni coi Verve non è mai più stato raggiunto, nemmeno si può dire che il nostro abbia sbracato, giocando al raschio del barile con idee riciclate. Questo nuovo Natural Rebel conferma l’assunto di cui sopra: nessuna ribellione, nessun slancio creativo che faccia intravvedere qualcosa di nuovo, ma un buon disco di pop rock e un pugno di canzoni accarezzate dalla inconfondibile voce di Ashcroft, che riesce ancora a creare melodie irresistibili e di facile presa.
Niente che faccia gridare al miracolo, ovviamente, perché la proposta di Ashcroft è un po' come quella del ristorantino sotto casa, dove vai a mangiare quando non hai voglia di cucinare: le portate del menù sono sempre le stesse, ma hanno comunque il merito di essere genuine e ben preparate. Alla soglia dei cinquant’anni, l’ex leader dei Verve non deve dimostrare più niente a nessuno, e risulta quindi confortante il fatto che, nonostante la prevedibilità della scaletta, Ashcroft ci metta più passione che mestiere.
Così, in definitiva, tutto funziona molto meglio di quanto ci saremmo aspettati, sia quando il nostro cuce un arrangiamento d’archi intorno al pop delizioso di Surprised By The Joy, sia quando gioca a citare il proprio passato (Birds Fly) o quando mostra i muscoli con il rock tamarro di Money Money. E siccome la classe non è acqua, la penna di Ashcroft riscrive anche pagine di antica gloria con All My Dreams e We All Bleed, due canzoni che testimoniano quanto ancora di buono ci sia nel cuore e nel cervello di questo musicista simbolo degli anni ’90.
Natural Rebel non entrerà nelle classifiche di fine anno ed è un disco di cui, con molta probabilità, ci dimenticheremo in breve tempo. Ciò nonostante la voce di Ashcroft mantiene una notevole capacità espressiva, gli arrangiamenti sono decisamente più misurati che in passato e queste canzoni, per quanto innocue, si fanno riascoltare più volte con estremo piacere. Un po' poco, certo, per chi ha scritto autentiche gemme come History o A Song For Lovers, ma comunque un lavoro di gran lunga più riuscito di quelli proposti da altri reduci di quel decennio (leggi pure fratelli Gallagher).

VOTO: 6,5





Blackswan, mercoledì 14/11/2018

martedì 13 novembre 2018

PREVIEW



La cantautrice australiana Julia Jacklin annuncia l’uscita del nuovo album CRUSHING per il 22 febbraio via Transgressive Records.
Per celebrare l’annuncio, Jackie condivide il nuovo singolo Head Alone, aguzzo ed elettrificante inno del rifiuto: “I don’t want to be touched all the time / I raised my body up to be mine”.
Parlando della canzone, Jackie dice: “Ho scritto la maggior parte di Head Alone in tour, cantandola a me stessa, mentre guardavo fuori dal finestrino durante gli infiniti viaggi in auto. Non è una canzone che nasce da un’esperienza singolare. Viene da due anni di sensazione che lo spazio intorno a me si restringeva al punto in cui non riuscivo nemmeno a sollevare le braccia. Questa canzone sono io che alzo le braccia e corro in uno spazio aperto. Un piccolo appello a coloro che mi circondano di lasciarmi spazio, e una canzone per ricordare a me stessa che va bene rafforzare i confini, le persone buone ascolteranno, si adatteranno e continueranno ad amarti.”
Il secondo full-length di Julia Jackin racchiude in sé ogni possibile significato della parola che ad esso dà il titolo: “Crushing”. È un album pieno di intensità, una storia di cuori spezzati e infatuazioni. E con la sua narrazione centrata su corpi e confini incrociati e soffocante vicinanza, “Crushing” rivela come la nostra esperienza fisica del mondo modella e talvolta distorce la nostra vita interiore. Dopo “Don’t Let The Kids Win”, l’acclamato debutto del 2016, “Crushing” dimostra che Jackie sa riconoscere ciò che da lei ci si attende, e rifiutare poi con grazia quelle aspettative. Di conseguenza, il disco invita ad autoesaminarsi e a prendere in considerazione un possibile spostamento del modo in cui chi ascolta osserva il mondo.
“Mi piace molto questo album,” dice Jackie. “Ci ho lavorato molto duramente e provo piacere nell’ascoltarlo. Di solito non è quello che sento dopo aver fatto qualcosa. Finalmente sono arrivato ad accettarlo, fare dischi significa catturare un tempo; chi sono io in quel tempo, che cosa ho bisogno di dire e qual è il modo migliore per dirlo, con il minimo necessario dei fronzoli di studio. Perciò sono davvero felice di ‘Crushing’. È stato difficile ideare la copertina, sembrava che non riuscissi a trovare l’immagine che rappresentasse questa musica nel modo giusto. Stranamente, le scadenze brevi mi rendono più creativa. Ero in tour negli States col mio migliore amico Nick Mckk, che ha scattato molte foto. Abbandonammo l’autostrada in Pennsylvania e trovammo una cittadina di nome Krumsville. C’era un negozio di antiquariato con un proprietario molto simpatico che ci ha lasciato curiosare ovunque. Ho preso il maglione fatto il giorno prima a New York City, lo stesso giorno in cui ho deciso il titolo dell’album. Penso che funzioni.”
Prodotto da Burke Reid (Courtney Barnett, Liam Finn) e registrato ai Grove Studios, “Crushing” è la sobria sfida di Julia a uno sfondo sonoro grezzo ma luminoso. “In tutte le canzoni si può sentire ogni suono di ogni singolo strumento; potete sentirmi respirare. Per me è molto importante che possiate ascoltare tutto per tutto il disco, senza nessun trucchetto da studio.”
“Crushing” scorre con una facilità che riecheggia la ritrovata fiducia in sé stessa della Jacklin come artista. “Nel primo album ero molto nervosa e quasi non riuscivo a vedermi come musicista, ma dopo essere stata in tour per due anni, ho avuto la sensazione di meritare di essere in quello spazio,” dice. In tutto il disco, quel senso di fiducia si manifesta in uno dei suoi elementi essenziali: la forza accattivante dei testi. Non solo prova della sua ingenuità e della sua generosità artistica, la specificità intransigente dell’autrice e la sua imprevedibilità fraseologica scaturiscono da un totale autocontrollo del processo di scrittura.





Blackswan, martedì 13/11/2018

lunedì 12 novembre 2018

IL MEGLIO DEL PEGGIO





"Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo"
Parole amare, queste. E non di un testo di Claudio Baglioni ma nientepopodimeno che di Matteo Salvini. Il ministro degli Interni e Dintorni e' stato sedotto e abbandonato. Si sa, l'amore è eterno finché dura, ma nell'idillio più social e mediatico di questi ultimi tempi, pari in termini di visibilità alla coppia Fedez-Ferragni, di eterno c'è solamente un narcisismo ossessivo, compulsivo e pure irriverente dei protagonisti. Veniamo ai fatti. Lei (Elisa Isoardi, rampante conduttrice televisiva) pubblica una foto su Istagram per annunciare la fine della love story con il golden boy leghista.  
E fin qui nulla di male. Peccato che l'istantanea ritrae i due fidanzati non al supermercato o ai giardinetti sotto casa, ma nel pieno di un momento di intimità nel quale il ministro, con tanto di petto nudo, sul letto a occhi chiusi sembra baciare la fanciulla, mentre quest'ultima con uno sguardo da maliarda, sorride in accappatoio bianco.
Onestamente, poco mi importa di chi ha mollato chi, e men che meno che Salvini ora "dorme sereno da solo ma non è così sfigato". Quel che è ormai certo è il declino inarrestabile di una società in cui si è insediato il principio del "posto, ergo sono". Sappiamo fin troppo bene che l'essere on line ormai prevalga su qualunque forma di intima elaborazione di un evento personale e che ancora prima di vivere un momento della propria vita si preferisca condividerlo.
Ma questo tema dovrebbe riguardare le persone cosiddette normali. Matteo Salvini e' un ministro della Repubblica Italiana e certi scatti "privati" avrebbero dovuto (e potuto) essere evitati. Non me ne vogliano la signorina Isoardi che ha perso un'occasione per dimostrare un certo decoro ne' il ministro stesso che ha replicato da star dello showbiz con il solito post su Facebook. In fondo, come disse Alessandro Manzoni, il buon senso c'era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.

Cleopatra, lunedì 12/11/2018

domenica 11 novembre 2018

CLOUD NOTHINGS - LAST BUILDING BURNING (Carpark Records, 2018)

Se è legittimo giudicare la grandezza di una band dal grado di maturità raggiunto, si può affermare che i Cloud Nothings, con il loro ultimo Last Building Burning, siano finalmente diventati grandi. Non fraintendete: stiamo parlando di un band che ha fatto della veracità e della qualità un marchio di fabbrica, inanellando un crescendo di dischi uno più bello dell’altro.
Gli ultimi quattro anni di carriera sono però stati decisivi per il processo di crescita arrivato oggi al suo zenit: nel 2014, con Here And Nowhere Else, i CN hanno tenuto una lectio magistralis su come gestire la materia pop-punk, dosando un perfetto equilibrio fra melodie accattivanti, ritornelli catchy e la potenza deragliante di un noise rock urlato e vibrante, mentre, con il successivo Life Without a Sound dello scorso anno, hanno smussato gli spigoli più acuminati, dando maggior peso alla componente pop del loro songwriting. Due opere di valore assoluto, quindi, che hanno trasformato il giocattolino nelle mani di Dylan Baldi in una macchina da guerra che non sbaglia un colpo.
Last Building Burning eredita il meglio dei due dischi precedenti, innervando le otto canzoni che lo compongo di un furore selvaggio, gestito però con grande sapienza e fatto convivere per la prima volta in una forma canzone inusuale per gli standard dei Cloud Nothings. Ciò avviene in Dissolution, che non solo si pone come uno degli high lights del disco, ma propone anche un minutaggio inusitato e debordante. E’ un universo parallelo, quello esplorato dalla band originaria dell’Ohio, che, per la prima volta in carriera, coagula in quasi undici minuti un ribollente magma ove convivono post hard core, noise, feedback, riverberi, nebulose rarefatte e una vibrante coda, in cui una ritmica martellante e ossessiva conduce nuovamente alla violenta deflagrazione iniziale. Una struttura circolare e complessa, a testimonianza di una band capace di uscire dalla comfort zone per cercare nuovi territori in cui esprimere una creatività che ha raggiunto picchi altissimi.
Se Dissolution rappresenta una possibile nuova traiettoria per il futuro dei Cloud Nothings, il resto del disco eleva al massimo possibile gli standard già alti a cui il combo americano ci ha abituati. Lo fa fin da subito, con l’opener On An Edge, sconquasso post hard core, che colpisce nel segno come un uppercut sullo zigomo, aumentando notevolmente una potenza di tiro già considerevole.
Sanno fare malissimo, i Cloud Nothings, ma non dimenticano mai di giocarsi anche la carta vincente di un paio di brani (Leave Him Now e Another Way Of Life), in cui chiamano all’appello quelle accattivanti melodie lo-fi, che da sempre sono il piatto forte della casa. Due ottime canzoni, che da sole, però, non sposterebbero il giudizio su un disco che possiede, invece, le stigmate dell’alternative instant classic.
In Shame, infatti, riaccende l’epos della bellissima I’m Not A Part Of Me (da Here And Nowhere Else), gonfiando di lirismo sturm und drang tre minuti di canzone che sfidano con lo sguardo di fuoco il cupo livore del cielo in tempesta. Stupisce, poi, la ruggine nostalgica che ossida il riff post punk di Offer An End, e straziano il cuore le unghiate malinconiche sul muro elettrico di So Right So Clean, ballata che destruttura con ruvide distorsioni una melodia intrisa di rassegnata disperazione.
Se ancora c’è qualcuno che pensa ai Cloud Nothings come a una band di cazzoni alle prese con del pop punk tardo adolescenziale, dopo aver ascoltato Last Building Burning, avrà modo di ricredersi definitivamente: il trio di Cleveland esibisce una qualità compositiva da fuoriclasse e firma quello che può essere senz’altro definito il proprio capolavoro. Un disco che ferisce i padiglioni auricolari con scariche elettriche di rinnovata ferocia e guarda a un possibile nuovo futuro con baldanzosa consapevolezza. Indispensabile.

VOTO: 8





Blackswan, domenica 11/11/2018

sabato 10 novembre 2018

PREVIEW


Oggi i Methyl Ethel annunciano il loro nuovo album intitolato Triage, in uscita il 15 febbraio su 4AD distribuzione Self. La band condivide inoltre il singolo ”Real Tight” e il video che lo accompagna diretto da Matt Sav. Triage è il terzo album per la band di Perth, Australia. È stato scritto e prodotto dal cantante Jake Webb, mixato da Marta Salogni e masterizzato da Heba Kadry.
Con tre album e tre EP alle spalle, all’età di trent’anni Webb ha voltato pagina con Triage. I Methyl Ethel hanno sempre avuto un aspetto surrealista – un’espressione dark e oscura della vita con uno sfondo dream pop –ma Triage è un album più riflessivo, che esplora l’avanzare dell’età mostrando i ricordi del passato come istantanee di una vita.

Methyl Ethel, progetto musicale di Jake Webb, è ora una band di cinque elementi che include Thom Stewart, Chris Wright, Lyndon Blue e Jacob Diamond. I Methyl Ethel hanno goduto di un successo fenomenale in Australia negli ultimi anni. Ubu è stato certificato oro dall’ARIA dopo aver raggiunto la quarta posizione nella classifica di Triple J Hottest 100 del 2017 e il singolo “Drink Wine” tratto da Everything Is Forgotten , si è piazzato nei primi posti della Australian Independent Singles Chart (AIR). La band ha vinto anche le categorie Best Pop Act e Best Album ai WAM Awards nel 2017 e ha suonato in Australia e nel Regno Unito una serie di date sold-out.

Con l’uscita di Triage, I Methyl Ethel partiranno per un tour in Australia, Regno Unito e America del Nord.  





Blackswan, sabato 10/11/2018

venerdì 9 novembre 2018

PISTOL ANNIES - INTERSTATE GOSPEL (RCA Records Nashville, 2018)

Le Pistol Annies non sbagliano un colpo, e quando decidono di abbandonare le rispettive carriere per abbracciare questo progetto parallelo, filano diritte in vetta alle classifiche di genere. Stiamo parlando di un supergruppo, ovviamente, o forse meglio sarebbe scrivere "Il Supergruppo" country al femminile, visto che questo terzetto è composto niente di meno che da Miranda Lambert, Angaleena Presley e
Ashley Monroe, tre icone del suono nashvilliano doc e autentiche dominatrici delle charts.
Ulteriore peculiarità della band, poi, è che ciascuna delle tre note componenti si è spossessata della propria identità reale per abbracciare un alter ego, Lonestar Annie (Lambert), Holler Annie (Presley) e Hippie Annie (Monroe), cosa che le permette di suonare e cantare creando una diversa prospettiva rispetto a quella che il pubblico già conosce. Nella finzione, infatti, le tre Pistol Annies appaiono un gruppo di donne turbolente e svagate che si dilettano a sfottere il genere maschile, sfruttando l'eccesso di caricatura della propria personalità reale.
Questo in apparenza. In realtà, le tre ragazze utilizzano questa messa in scena per portare frammenti delle loro anime ed esperienze intime delle loro vite personali che evidentemente non hanno il coraggio o la capacità di esplorare altrimenti, usando il regno della finzione quasi come uno scudo per esporre il loro sé disinibito con meno timore di essere artisticamente giudicate.
Nel loro terzo disco insieme, il primo dopo ben cinque anni, trovi, dunque, canzoni che restano in superficie e che ben si adattano all'immagine spregiudicata che le tre vogliono dare di sé stesse: brani come Stop Drop and Roll One, Sugar Daddy e il primo singolo estratto dall'album, Got My Name Changed Back, non sono da prendere troppo sul serio, per quanto possano essere divertenti per l'ascoltatore. È meno arte, è più intrattenimento creato con gran classe attraverso l'escapismo, perfette per sfottere quegli uomini di cui le tre, nella messinscena, fanno man bassa attraverso il loro irresistibile fascino.
Ma dietro l'eleganza femminile del sud e la frivolezza indisciplinata che attraversa il personaggio Pistol Annies, Interstate Gospel è forse il lavoro più impegnativo del trio, sorprendentemente più rivelatore e personale di quanto forse siano i loro sforzi solisti. Se la disinibita facciata delle tre si scontra con le soffocanti usanze del Sud e l'ipocrisia delle piccole città spesso protagoniste delle canzoni, la maggior parte dei testi sono in realtà acuti e profondi, e sono efficacissimi nel mettere alla berlina costumi sociali radicati e antiquati.
E' soprattutto Miranda Lambert a dare profondità a questo nuovo disco ed è la sua turbolenta vita sentimentale a far da sfondo a Interstate Gospel, a creare, cioè, una base seducente e irresistibile per molte delle canzoni. Così, quando ascolti When I Was His Wife, o Masterpiece, o l'introspettiva Milkman, è evidente che Miranda stia parlando di se stessa e della propria vita amorosa. Lo fa con una narrazione ambigua, posizionando il messaggio tra le righe: ma con le altre due al suo fianco, che le danno forza e coraggio, e la copertura del suo alter ego, trova l'onesta per raccontarsi liberamente e mettersi a nudo.
Si comportano egregiamente però anche Ashley Monroe e Angaleena Presley: Best Years of My Life e Leavers Lullaby sono due tra le migliori canzoni che la Monroe ha pubblicato nella sua carriera, e Commissary di Angaleena Presley è un pezzo cupo, psichedelico, di grande impatto emotivo.
Instertate Gospel è, in definitiva, un disco suonato benissimo, e conoscendo la caratura artistica delle tre non c'erano dubbi, e possiede una cifra estetica che sta a metà tra il mainstream e il roots, senza disdegnare però alcune incursioni elettriche che irrorano di grinta la scaletta (lo swamp di Sugar Daddy). Un disco vario, anche musicalmente, dunque, che tiene in vita il personaggio Pistol Annies con brani di facile presa come I Got My Name Changed Back, e suggerisce nel contempo una strada diversa con canzoni intense, profonde, emozionanti, come la splendida Cheyenne, autentico gioiello del lotto, di cui ancora una volta bisogna ringraziare il songwriting sofferto di Miranda Lambert.
Tre donne, tre anime a confronto, una sorta di sorellanza in musica: tra divertissement e storie di vita vissuta, le Pistol Annies raccontano il pubblico e il privato attraverso una prospettiva tutta al femminile che sa essere sincera e comunicativa come la musica country che maneggiano con classe infinita. Realtà o finzione, poco importa: Interstate Gospel resta a prescindere un grande disco.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 09/11/2018

giovedì 8 novembre 2018

PREVIEW




Da quattro individualità, con trascorsi musicali ben distinti ma anche storie che si sovrappongono, un nuovo capitolo inizia con Piroshka e l’intenso album di debutto Brickbat. I quattro membri della band sono l’ex cantante e chitarrista dei Lush, Miki Berenyi, l’ex chitarrista dei Moose, KJ “Moose” McKillop, il bassista dei Modern English, Mick Conroy, e l’ex batterista degli Elastica, Justin Welch.
Da pochi giorni è disponibile la prima traccia estratta dall’album “Everlastingly Yours”.
Pensate a Brickbat come a un lupo travestito da pecora, il che calza perfettamente col nome Piroshka, la versione ungherese di Cappuccetto Rosso.
Le relazioni tra i membri del gruppo sono un albero genealogico piuttosto intricato. Prima di convivere e farsi una famiglia, Miki e Moose erano figura di primaria importanza della scena shoegaze, mentre gli Elastica gravitavano nel britpop. Dopo che i pionieri del post-punk Modern English si sciolsero per la seconda volta, Mick entrò nei Moose mentre Justin si unì ai neoriformati Lush nel 2015. E quando i Lush ebbero bisogno di un bassista per quello che poi fu il loro ultimo concerto (a Manchester) nel novembre del 2016, arrivò Mick.
Furono le prove per quel concerto di Manchester a gettare le basi per i Piroshka. “Suonavamo alla grande!” dice Justin. “Come una vera punk band. Mick porta una grande quantità di entusiasmo e anima le prove, e così ho pensato: questo è il tipo di band in cui voglio stare.” Anche Mick è d’accordo. “Ho visto i Lush moltissime volte, era come suonare con dei vecchi amici. Anche Miki si divertiva un sacco. E con Moose disponibile, abbiamo pensato: proviamoci, vediamo cosa succede!”
Benché Brickbat inizi con uno stridore di feedback, l’album è ben lungi dall’essere punk, intriso tanto di sublime delicatezza quanto di forza fisica, con le chitarre in primo piano ma anche infiorescenze elettroniche ovunque. Combinate, esse guidano le bombe melodiche tipiche del songwriting di Miki. Ma non era scontato che lei si unisse alla band. In seguito all’inaspettato suicidio di Chris Acland, batterista dei Lush, nel 1997, i compagni della band rimasero scioccati e non se la sentivano di continuare. Miki, in particolare, dovette “allontanarsi completamente dalla musica. Il cancello per me si chiuse”.
I testi forti e diretti sono lontani anni luce dai Lush, e attingono all’attuale paura e avversione che si trovano nel cuore della società e della politica, a volte viste attraverso il prisma ansioso della genitorialità, brutalmente onesti.
Simon Raymonde di Bella Union è stato uno dei primi ad ascoltare i demo e ha immediatamente proposto un contratto alla band, intrecciando ulteriormente l’albero genealogico dei Piroshka – il suo ex compagno di band Robin Guthrie (dei Cocteau Twins) produsse l’album di debutto dei Lush, mentre uno dei compagni della sua attuale band, Richie Thomas (nei Lost Horizons) è un ex membro dei Moose.
Dall’intro di feedback al meraviglioso sogno di “She’s Unreal”, che chiude il disco, Brickbat è una prova di incredibile talento.





Blackswan, giovedì 08/11/2018