domenica 19 novembre 2017

PREVIEW




Non si conosce ancora la data precisa, ma, a breve, la songwriter originaria del Kentucky e ora residente a Nashville dovrebbe pubblicare un Ep dal titolo Such Is Life. Nel frattempo, Leah Blevins ha rilasciato il secondo singolo tratto da dal disco, Walk Home. Dategli un ascolto e capirete perché la stampa americana indica Leah come un delle più interessanti giovani cantautrici country rock in circolazione.





Blackswan, domenica 19/11/2017

sabato 18 novembre 2017

BLUES PILLS - LADY IN GOLD LIVE IN PARIS (Nuclear Blast Records, 2017)

In quattro anni di attività circa, gli svedesi Blues Pills hanno pubblicato quattro album, di cui due dal vivo. Cioè, la metà. Un dato questo che fa immediatamente riflettere sul fatto che il gruppo capitano dalla brava Elin Larsson si trovi di gran lunga più a suo agio nella verace dimensione live che nelle anguste stanze di uno studio di registrazione. Ed effettivamente, questo nuovo Live In Paris, registrato a Parigi nel 2016, presso il teatro Le Trianon, durante il tour promozionale di Lady In Gold, dimostra l’assunto appena esposto. I dischi in studio pubblicati fino ad ora dai Blues Pills non sono male, per carità. Tuttavia, la proposta della band, quel rock blues psichedelico che trova le proprie radici negli anni ’60 e ’70, pur essendo suonato con grande maestria dal quartetto (oltre alla citata cantante Elin Larsson, ci sono il chitarrista francese Dorian Sorriaux – che evidentemente, qui, gioca in casa - Zach Anderson al basso e André Kvarnström alla batteria), mostra alla lunga i segni di un inesorabile passatismo, che solo la potenza dell’esecuzione live riesce a risollevare da una faticosa sensazione di deja vù. Live In Paris ripercorre la breve carriera della band, concentrandosi ovviamente sul secondo album, Lady In Gold, che viene suonato per intero, e riproponendo qualche “vecchio” cavallo di battaglia, tratto dal disco d’esordio (Blues Pills, 2014), tra cui High Class Woman, Ain’t No Change e Devil Man. La band è gagliardissima, il live è tirato dall’inizio alla fine, con l’unica eccezione della ballata elettrica Little Sun, i riff sono potenti, l’effettistica da pedale wah wah si spreca e la Larsson dimostra di essere una front woman coi contro fiocchi, sempre sul pezzo con la sua voce potente e ricca di sfumature. Piace molto anche la sensazione di presa diretta, col pubblico che urla e gioisce a gran voce, quasi come se sui nastri non ci fosse stato alcun ritocco in post produzione. Mancano, purtroppo, le grandi canzoni, ma sotto il profilo dell’energia e del coinvolgimento, nulla si può eccepire. Nel frattempo, pare che il terzo full lenght in studio sia già in lavorazione.

VOTO: 6,5





Blackswan, sabato 18/11/2017

venerdì 17 novembre 2017

JOE HENRY - THRUM (earMusic, 2017)

Sono quasi vent’anni che la carriera di Joe Henry si divide fra l’attività di produttore (Allen Toussaint, Lisa Hanningan, Bonnie Raitt, Billy Bragg, tra gli altri) e quella di musicista, con alle spalle già quattordici dischi in studio, oggetto di culto, giova precisarlo, di una nicchia abbastanza circoscritta di appassionati. Musicista colto e raffinato, songwriter di ballate folk in infusione con essenze jazzy, Henry ha sempre mantenuto un elevato standard qualitativo, senza tuttavia riuscire mai a raggiungere quel successo commerciale che avrebbe da tempo meritato. Questo nuovo Thrum non smentisce l’assunto di cui sopra e si allinea come ennesimo capitolo di una discografia ostica ma di gran classe. Un disco dalla struttura coesa, non di facile assimilazione, che va ascoltato più volte per poterne cogliere le sfumature e assimilarne l’intrinseca natura melodica. Come per il precedente Invisible Hour (2014), Joe si avvale di un gruppo di musicisti rodatissimo, tra cui spiccano il figlio Levon Henry (fiati), Patrick Warren (tastiere), John Smith (chitarra), Asa Brosius (Steel guitar) e i fedelissimi Jay Bellerose (batteria) e David Piltch (basso). Squadra che vince non si cambia, direbbero i calciofili: il risultato, infatti, è superlativo, il suono è nitido, pulito, essenziale. Henry è un grande produttore, e si sente; così, anche in quei casi in cui la scrittura sembra palesare qualche cedimento d’ispirazione, la cura del suono funge da stampella per garantire comunque un buon risultato finale. Le undici canzoni in scaletta, come dicevamo, non sono di facile assimilazione, richiedono tempo e pazienza, ascolti ripetuti. Lentamente, però, affiora un impianto melodico struggente, si apprezza il cesello artigianale di certi arrangiamenti, si entra in sintonia con un cantautorato che ha radici folk ma che trova la sua forza espressiva in atmosfere jazzate e rarefatte. Tutto scorre lentamente, l’incedere del disco è fluttuante, morbido, carezzevole, soffuso. E poi c’è quella voce, così tipicamente americana, così volubile nell’alternanza fra chiaro e scuro, così nobile nei suoi riferimenti stilistici (il Tom Waits di Blue Valentine al netto della raucedine) e al contempo così rassicurante per quel timbro nasale e profondo che da sempre ci accarezza il cuore. Difficile indicare i brani migliori di una scaletta di gran classe, ma se fossimo costretti indicheremmo la malinconica Hungry, la scorbutica World Of This Room e il nitore struggente dell’iniziale Climb, la più immediata del lotto. Thrum è un disco che non regala sorprese, almeno per tutti coloro che avevano apprezzato il precedente Invisible Hour, di cui è, in tutta evidenza, la logica prosecuzione. Resta, però, la certezza di trovarci di fronte a un songwriter di razza, capace di coniugare l’eleganza estetica a un’introspezione emotiva adulta, penetrante, genuinamente romantica. Chi ama la canzone d’autore è servito.

VOTO: 7





Blackswan, venerdì 17/11/2017

giovedì 16 novembre 2017

STEREOPHONICS - SCREAM ABOVE THE SOUNDS (Parlophone, 2017)

Dopo venticinque anni di carriera e dieci dischi in studio, Kelly Jones può guardarsi alle spalle con una certa soddisfazione. Tra alti e bassi, infatti, la sua creatura è riuscita ad attraversare un quarto di secolo, non solo mantenendosi in buona salute, ma anche riuscendo a mantenere immediatamente riconoscibile un suono, pur aggiornandone l’estetica in base ai gusti del pubblico. Non tutto è andato sempre per il verso giusto: quell’infuso di brit pop e rock chitarristico di derivazione americana, così credibile e catchy ai tempi di Performance and Cocktails (1999) e, perché no, di Just Enough Education To Perform (2001), incontrò qualche calo di ispirazione (e di vendite) a metà del decennio scorso. Poi, le cose, a partire da Graffiti On The Train (2013) hanno ricominciato a girare al meglio, tanto che il penultimo Keep The Village Alive (2015) aveva letteralmente sbancato la Uk Album Chart. Questo nuovo Scream Above The Sounds si allinea ai precedenti lavori, testimoniando il buon stato di forma di una band, che suona decisamente più pop che rock, ma che, in tutta evidenza, riesce a sfornare canzoni di buon livello qualitativo. Non tutte, certo, risultano degne di nota. Caught By The Wind e Taken A Trouble, l’uno-due che apre il disco, ad esempio, possiedono un suono moderno e uno straordinario appeal radiofonico, ma perdono quel retrogusto anni ’90 che da sempre caratterizza la penna di Jones e sono appesantite da arrangiamenti un po’ troppo ovvi per riuscire ad emozionarci. La successiva What’s All The Fuss About?, però, alza immediatamente il livello del disco: una ballata alla Radiohead, inquieta e malinconica, che si dissolve, tra un assolo di tromba e arpeggi di chitarra acustica, in una emozionata coda strumentale. Notevole è anche il primo singolo tratto dal disco, All In One Night, ballata ruffiana ma uncinante, in cui l’intuizione vocale di Jones (gli oh-oh del ritornello) potrebbe diventare un autentico tormentone da stadio da cantare tutti insieme a fine concerto. Tengono botta, però, anche il beat e il riff muscolare di Chances Are, il delicato lento per pianoforte e voce intitolato Before Anyone Knew Our Name, dedicato a Stuart Cable batterista della band scomparso nel 2010 (“I miss you, man”, canta commosso Jones) e, soprattutto, Would You Believe?, ciondolante pop soul il cui ordito melodico è strutturato su un’armonia vocale mandata in loop. Chiudono l’acustica Boy On A Bike e il rock speziato al country di Elevators, due brani che portano il baricentro della narrazione negli States. Missione compiuta per Kelly Jones, dunque, che sforna l’ennesimo buon disco di pop rock radiofonico, che non cambierà la vita a nessuno, ma che ascoltare è decisamente piacevole, anche per chi non è un fan degli Stereophonics.

VOTO: 6





Blackswan, giovedì 16/11/2017

mercoledì 15 novembre 2017

PREVIEW


A due anni da Rose Mountain gli Screaming Females annunciano per il prossimo 23 febbraio l’uscita di un nuovo album intitolato All At Once. Il disco, registrato a Seattle negli studi della Red Room London, ha visto la collaborazione del produttore Matt Bayles (Moreland & Arbuckle, Cursive, Mastodon) e del batterista dei Fugazi Brendan Canty. Due i singoli che la band del New Jersey ha già condiviso in rete: Black Moon e Glass House.





Porter Stout, mercoledì 15/11/2017

martedì 14 novembre 2017

LEE ANN WOMACK - THE LONELY, THE LONESOME & THE GONE (ATO Records, 2017)

Che Lee Ann Womak stia vivendo una seconda fase di carriera di livello altissimo, era apparso evidente fin dai tempi di Call Me Crazy (2008) e soprattutto del superbo The Way I’m Livin’, di tre anni fa. Nel suo momento di maggior successo (l’album I Hope You Dance del 2000 e la title track pubblicata come singolo, entrambe in vetta alle charts statunitensi) le composizioni viaggiavano su oliatissimi binari mainstream e il suono era tarato sul classico country pop di nashvilliana memoria; oggi, la Womack pare essere tornata sui suoi passi, ricominciando a percorrere i sentieri di un’Americana più complessa nella struttura e, come si capisce da questo nuovo The Lonely, The Lonesome & The Gone, attraversata da crepuscolari umori soul. A parere di chi scrive, ma credo la differenza la si possa cogliere ascoltando in sequenza cronologica gli album fin qui citati, questa nuova stagione creativa ci consegna un’interprete e una songwriter al top della propria maturità artistica, tanto che questo nuovo full lenght può tranquillamente definirsi il migliore mai rilasciato dalla Womack. Confermato il marito Frank Liddlel in cabina di regia, cambiata la casa discografica (dalla Sugar Hill alla ATO) e trasferitasi da Nashville a Houston, dove l’album è stato registrato, Lee Ann ha assemblato una scaletta di quattordici brani, in cui pezzi originali si alternano a cover di straordinaria fattura. Che le cose sia cambiate, sia nella forma che nella sostanza, lo si capisce subito dall’opener All The Trouble, cupissimo blues il cui impianto acustico lascia lentamente il posto a un crescendo corale (inquietanti i controcanti quasi ultraterreni) percosso da riverberi e distorsioni elettriche. Canzone pervasa di grande tensione, con la voce della Womack che raggiunge vette di estensione stratosferiche. Segue la title track, umbratile ballata che si sviluppa sull’intreccio fra chitarra elettrica, acustica e steel guitar (prezioso il lavoro di Paul Franklin per tutta la durata dell’album). Si arriva così alla prima cover del lotto: He Called Me Baby, vecchio brano di Harlan Howard, in cui la Womack dà sfoggio di una grande proprietà di linguaggio anche quando si cimenta, come in questo caso, con sonorità decisamente più soul. Hollywood, scritta con Waylon Payne e Adam Wright, è uno degli high lights del disco: countrypolitan agro dolce dal retrogusto seventies, in cui la languida melodia accompagna una cinica riflessione sui riverberi negativi che la fama d’attore può avere su una storia d’amore. Arrivati alla quarta canzone si capisce definitivamente che il livello di scrittura è altissimo, che la band che accompagna la Womack gira a mille e che Frank Liddlel ha in pugno la situazione, creando un suono fluido, carico di soul e in bilico costante fra luci e ombre. Ecco allora l’incedere aspro del country di End Of The End of The World, scritta da Adam Wright, e due superbe cover dal repertorio di Brent Cobb, la caracollante e irresistibile melodia di Bottom Of The Barrell (immaginatela elettrica ed eseguita da Bruce Springsteen a fine concerto e vi farete un’idea di quanto sia coinvolgente il brano) e, soprattutto, Shine On A Rainy Day, qui c’è anche lo zampino di Andrew Combs, tristissima ballata, stracciata nel mezzo da un icastico assolo di chitarra super effettata. Altri due brani meritano ancora un accenno: Mama Lost Her Smile, nostalgico ricordo materno attraverso vecchie fotografie ritrovate per caso in una scatola (se non vi spappola il cuore è perché non ne avete uno) e la grafia in corsivo di Long Black Veil, brano preso dal repertorio di Danny Dill e Marijhon Wilkin, e portato al successo nel 1959 da Lefty Frizzell, contrabbasso, chitarra acustica e la voce della Womack che si prende tutta la scena, giocando sul contrappunto fra estensione e profondità. Un disco superbo, dunque, che conferma il nuovo corso di una delle songwriter americane più amate di sempre. Tanto che, buona parte della stampa d’oltreoceano, sta già indicando The Lonely, The Lonesome & The Gone come disco dell’anno. Di sicuro, e non sarebbe la prima volta, nell’aria c’è odore di Grammy Award. Consigliatissimo.

VOTO: 8,5





Blackswan, martedì 14/11/2017

lunedì 13 novembre 2017

IL MEGLIO DEL PEGGIO





Tutti quelli che " se perdo, lascio la politica", sono rimasti abbarbicati alle cadreghe. Dal ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, a Ernesto Carbone (quello del #ciaone, in seguito al mancato raggiungimento del quorum al referendum sulle trivelle) hanno annunciato dimissioni e dipartite dalla politica in caso di sconfitta, salvo poi ritrovarseli tra i piedi con tanto di promozione. E' il caso della Fata Turchina Boschi, uscita dalla porta secondaria di Palazzo Chigi come ministra per le Riforme, e rientrata magicamente da quella principale in veste di sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio. Un fulgido esempio di coerenza la madrina della bocciata riforma costituzionale. " Anche io lascio se Renzi se ne va: ci assumiamo insieme la responsabilità". Non per niente, è ancora rintanata nella stanza dei bottoni, per dirla alla Pietro Nenni. E che dire di Matteo da Rignano, l'ex Premier delle Meraviglie? A lui spetta il palmares della coerenza tout court. Nel periodo antecedente il referendum costituzionale, pronunciò con la solita spocchia le seguenti parole: "Facendo un gesto di coraggio ma anche di dignità, ho detto che se perdo il referendum, non è soltanto che vado a casa, ma che smetto di fare politica". Se le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti nel film "Palombella Rossa", dopo il tracollo del Pd alle ultime tornate elettorali, Renzi avrebbe dovuto fare fagotto. Le batoste collezionate in Liguria, a Roma, Torino e, da ultimo, in Sicilia, non lo hanno rinsavito. Anzi, da genio incompreso quale si sente, alza pure la posta in gioco: "Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta...alle elezioni, se il Pd fa il Pd e smette di litigare al proprio interno, possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio, la percentuale che abbiamo preso nelle due volte in cui ho guidato la campagna elettorale: il 40%, raggiunto sia alle Europee che al referendum". "Cambiare verso" era lo slogan di Matteone, ma è ormai chiaro che si riferiva a un suono onomatopeico.

Cleopatra, lunedì 13/11/2017  

domenica 12 novembre 2017

PREVIEW




A giorni sarà disponibile via Stax il primo album dal vivo di Nathaniel Ratefill & The Night Sweats. Le 18 canzoni in scaletta sono state registrate il 21 agosto del 2016 alle Red Rocks di Denver, città natale di Rateliff, ad un anno di distanza dal celebratissimo esordio. Durante lo show la band è stata affiancata dalla Preservation Hall Jazz Band per l’esecuzione di 6 brani tra i quali spiccano la trascinante hit S.O.B. e la cover di Sam Cooke Having A Party che chiude il programma.





Porter Stout, domenica 12/11/2017

sabato 11 novembre 2017

POPA CHUBBY _ TWO DOGS (earMUSIC, 2017)

Popa Chubby è un grande chitarrista, uno dei migliori in circolazione in ambito rock blues. Grande tecnica, grande energia e la capacità fuori dal comune di infiammare il palcoscenico con tiratissime performance live. Chi lo ha visto suonare dal vivo, infatti, sa che quando il mastodontico chitarrista sale su un palco, è sempre una grande festa per tutti i presenti. A dispetto della stazza, che mi pare aumenti di anno in anno, e dell’età anagrafica (a marzo ne ha compiuti cinquantasette), Popa (al secolo conosciuto anche come Ted Horowitz) continua a palesare un’insospettabile agilità tecnica (è un mistero come riesca a essere così veloce e pulito con quelle dita che paiono rubate alla sagra della salamella mantovana) e una buona dose di fantasia. Altro discorso, invece, è quello che può essere fatto sulla qualità di scrittura, non sempre all’altezza della fama dell’estro chitarristico. Popa, infatti, alterna classicissime partiture di blues elettrico, tanto efficaci quanto spesso scontate, a un eclettismo talvolta fuori controllo, che lo porta ad azzardi compositivi che raramente centrano il bersaglio. Lo avevamo, infatti, lasciato l’anno scorso con Catfish, disco parecchio confuso, in cui il corpulento chitarrista deviava dalle consuete traiettorie per cimentarsi con generi (geneticamente) incompatibili, quali l’hip hop, il reggae e, addirittura, il punk rock. Se lo sforzo di insaporire la pietanza con nuove spezie era senz’altro apprezzabile, alla resa finale, però, il gusto lasciava abbastanza a desiderare. Con Two Dogs, invece, Horowitz torna a fare quello che gli riesce meglio e, rispetto al suo predecessore, l’album, pur in un contesto privo di sorprese, suona gagliardo, energico e coinvolgente. Certo, siamo lontani dai fasti del leggendario Booty & The Beast, bibbia del rock blues newyorkese, datata 1996, e vertice di una lunghissima discografia, che tra full lenght in studio e album live, annovera ben ventisette uscite. Tuttavia, le canzoni sembrano frutto di una ritrovata ispirazione e il disco ripropone in grande spolvero le migliori frecce all’arco di Popa: tonnellate di blues meticcio, in cui confluiscono riff stonesiani (Dirty Old Blues), trascinanti groove funky (la title track e Me Won’t Back Down), infuocati swing alla Stevie Ray Vaughan (Shakedown) e tiratissimi r’n’b (l’iniziale It’s Allright). Qualche passo falso non manca (Wound Up Getting High, ballata priva di mordente e appesantita da un arrangiamento stucchevole), ma la scaletta tiene sulla distanza anche di ripetuti ascolti. Il cd è arricchito, poi, dalla presenza di due bonus tracks live: un’agguerrita versione di Sympathy For The Devil dei Rolling Stones e una, meno riuscita (anche la registrazione è a livello qualitativo di un buon bootleg) di Halleluja di Leonard Cohen. 





Blackswan, sabato 11/11/2017

venerdì 10 novembre 2017

PREVIEW




Dopo il clamoroso successo di Traveller, disco d’esordio del 2015, e From A Room: Volume 1, uscito il 5 maggio scorso e capace di issarsi al secondo posto della classifica Billboard 200, Chris Stapleton ha annunciato per il prossimo 1 dicembre l’uscita di From A Room: Volume 2. Registrato presso l’RCA Studio A di Nashville e prodotto da Dave Cobb, il disco presenta in scaletta 9 brani tra cui Midnight Train To Memphis (tratta dal repertorio degli Stilldrivers, la vecchia band di Stapleton) e le cover Millionaire (Kevin Welch) e Friendship (Homer Banks, Lester Snell).





Porter Stout, venerdì 10/11/2017