giovedì 18 gennaio 2018

LINKIN PARK - ONE MORE LIGHT LIVE (Warner Bros., 2017)

Chester Bennington se ne è andato il 20 luglio del 2017, in circostanze oscure, che hanno dato vita a tutta una serie di speculazioni e ricostruzioni postume, che francamente lasciano il tempo che trovano. Di sicuro, la sua morte ha spezzato il cuore non solo a milioni di fans sparsi in tutto il mondo ma anche ai suoi stessi compagni di avventura, che probabilmente sanno qualcosa in più di ciò che possiamo immaginare, ma che, in fin dei conti, come noi, sono stati colti di sorpresa dalla prematura comparsa. Un fulmine a ciel sereno e un lutto difficilissimo da rielaborare, artisticamente e umanamente.
Se c’è qualcosa al mondo che possiede davvero una forza catartica e consolatoria, questa cosa si chiama musica. Ecco, allora, l’idea di celebrare l’amico scomparso, sostituendo le tante, e spesso inutili, parole, con un live, che ne ricordasse adeguatamente la persona, l’arte, il talento e, soprattutto, quella straordinaria vitalità che ha trasformato i Linkin Park in una delle band più seguite e amate di sempre.
Una breve premessa è d’obbligo. Per quanto spesso inseriti, un po' aprioristicamente, nel genere nu-metal, i Linkin Park sono oggi (si ascoltino questo live e gli ultimi lavori in studio) una band che col rock ha ben poco a che fare, avendo imboccato, con più decisione di prima, una strada che punta al pop da classifica e al passaggio radiofonico. Non certo una sorpresa: la band losangelina ha sempre avuto un feeling molto stretto con i piani alti delle classifiche, fin dai tempi del loro capolavoro indiscusso Hybrid Theory (2000). Tuttavia, se agli esordi quella miscela sperimentale tra chitarre ruggenti e hip hop, tra i testi personali e sofferti di Bennington e un’elettronica piegata alle esigenze della causa dall’abile mano di un deejay, suonava credibile e seducente, col passare del tempo il gruppo ha perso ispirazione e forza propulsiva, continuando una carriera col pilota automatico inserito e percorrendo rotte assai prevedibili.
Il disco contiene una selezione di sedici brani presi dal One More Light World Tour, in cui compaiono quasi tutte le canzoni tratte dal settimo e ultimo album in studio del gruppo e alcuni imprescindibili cavalli di battaglia. Ora, a prescindere da quanto appena scritto sull’evoluzione artistica dei Linkin Park e tenendo ben presente che non stiamo parlando di una rock band, bisognerebbe avere le orecchie foderate di preconcetti per non accorgersi che, comunque, anche da un repertorio così così emergono autentici gioielli. La title track (che è diventata una sorta di tributo postumo che i fans cantano per ricordare Chester Bennington), What I’ve Done e Numb sono ottime canzoni, Crawling è un capolavoro a prescindere, ma in questa versione live rallentata è capace di spezzare il cuore anche al più ruvido degli ascoltatori, e In The End cantata, parola per parola, dal pubblico è qualcosa che lascia storditi d’emozione.
Insomma, se è vero che i Linkin Park da tempo hanno intrapreso la loro parabola discendente e che la mancanza di Bennington è una ferita che molto difficilmente potrà essere rimarginata, questo dignitoso live celebrativo è quanto meno un bel modo per salutare un ragazzo che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella musica americana del nuovo millennio.

VOTO: 6,5





Blackswan, giovedì 18/01/2018

martedì 16 gennaio 2018

Dolores O’Riordan (6 settembre 1971 – 15 gennaio 2018) - To The Faithful Departed




La prima volta che vidi i Cranberries dal vivo, fu a Milano, nel 1996, durante il tour promozionale di To The Faithful Departed. Ricordo un bellissimo concerto e, soprattutto, ricordo Dolores O’Riordan, furetto indemoniato che, senza lesinare sudore, saltava da una parte all’altra del palco, come rapita da un trasporto quasi dionisiaco. Mi domandai come facesse una ragazza così minuta, che già allora sapevamo non godere di ottima salute, a trovare quella travolgente energia e a catalizzare, come un prisma emozionale, tutti gli sguardi del pubblico. Un carisma, il suo, che Dolores non perse mai, anche se dovette fare i conti con fantasmi più grandi di lei, che le minarono progressivamente il fisico e la mente. Gli abusi sessuali subiti durante l’adolescenza da parte di un amico paterno, lasciarono ferite mai completamente rimarginate, tanto da spingerla anche verso il baratro del suicidio. Depressione, anoressia, disturbi psico-somatici e dipendenze dalle droghe furono battaglie che costellarono la sua esistenza e che la cantante, però, ebbe sempre il coraggio di combattere attraverso il potere lenitivo della musica.  Nel suo curriculum, a capo dei Cranberries, due album memorabili (Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? del 1993, e No Need To Argue, pubblicato l’anno successivo) che segnarono profondamente il suono pop rock degli anni ’90, il primo, col suo caleidoscopio di colori che evocavano la terra d’Irlanda (di nuovo ombelico musicale del mondo, dopo l’epopea U2) , il secondo, più maturo, costruito intorno a un pugno di canzoni (Zombie, Ode To My Family, Ridicolous Thoughts), che diedero alla band di Limerick il meritato successo internazionale. Quei vertici non furono mai più raggiunti, e la musica dei Cranberries (di cui Dolores era la principale artefice) virò progressivamente verso un suono più radiofonico ed esplicito. Uscirono, quindi, altri dischi che, pur essendo qualitativamente meno centrati, furono egualmente punteggiati da grandi canzoni, capaci di primeggiare nelle charts di mezzo mondo e di rinsaldare, nell’immaginario collettivo, l’idea di Dolores come autentica icona del rock al femminile del decennio. Arrivarono anche i tempi bui, lo iato di dieci anni (dal 2002 al 2012), il tentativo poco convinto della O’Riordan di intraprendere una carriera solista, che però non decollò mai (Are You Listening? del 2007 e No Baggage del 2009), il ritorno della band sulle scene con Roses (2012), disco mediocre seppur dagli ottimi riscontri commerciali, e un ultimo capitolo, Something Else, pubblicato lo scorso anno, grigio tentativo di rinverdire in chiave acustica i fasti dei giorni di gloria. Nonostante una carriera altalenante, il ricordo di Dolores O’Riordan vive e vivrà nelle sue canzoni, capaci di evocare con i profumi di Irlanda (Linger), di graffiare con cupa rabbia (Salvation), di fissare lo sguardo sull’attualità (Bosnia), di sedurre con dolcezza (Just My Immagination), di arrivare al cuore di un pubblico trasversale, fondendo melodia e spirito alternative (Animal Instinct). Di lei, però, ci ricorderemo anche per la bellezza, un misto di nordica delicatezza e seducente aggressività, per quegli occhi ondivaghi fra sfrontatezza e malinconia, e per quello stile di canto singhiozzante, con cui plasmava in modo unico una voce potente e ricca di sfumature. Donna e rocker, fragile e combattiva, dolce e grintosa, la piccola Dolores ha avuto il merito, tra alti e bassi, di condurre per mano la musica irlandese da un estremo all’altro degli anni ’90. Non ha cambiato la storia, ma ci ha lasciato un suono e uno stile inimitabili. Ci mancherà, come ci mancano tutte le cose buone che ci ricordano la giovinezza.





Blackswan, martedì 16/01/2017

PREVIEW



Here Come The Runts è il nuovo album di AWOLNATION, la cui uscita è programmata per il 2 febbraio. Concepito, a detta del leader Aaron Bruno, “nell’isolamento di una catena montuosa a ridosso della costa” nella California del sud. “Ho voluto fare un disco di rock’n’roll/pop, e quando dico ‘pop’ intendo il pop con cui sono cresciuto, quello dei Dire Straits o di Born In The U.S.A., quello di The Cars e di Tom Petty.”
Imminente anche un tour mondiale che partirà da Toronto l’11 febbraio.





Blackswan, martedì 16/01/2018

lunedì 15 gennaio 2018

STEPHEN STILLS & JUDY COLLINS - EVERYBODY KNOWS (Wildflowers Records, 2017)

Cinquant’anni dopo, Stephen Stills e Judy Collins ancora insieme. Non è però lo strascico a effetto ritardato della loro appassionata storia d’amore. Quella, iniziata in California nel 1967, si concluse definitivamente due anni dopo, quando la Collins si innamorò perdutamente di Stacey Keach, un attore conosciuto a New York durante le lavorazioni per l’allestimento teatrale di un musical. Una relazione altalenante, quella fra Stephen e Judy, che però entrò di diritto nella letteratura rock per quella memorabile canzone, Suite: Judy Blue Eyes, che Stills dedicò all’amata e che finì nel primo disco dei CS&N.
Oggi, i due, che nel frattempo sono rimasti amici e che non hanno mai smesso di stimarsi, decidono di tornare insieme per fare quel disco che già avevano pensato ai tempi della loro relazione. Everybody Knows, questo il titolo dell’album, contiene un solo pezzo originale a firma Collins, River Of Gold, e nove cover. Alcune sono reinterpretazioni di brani tratti dai reciproci repertori: Questions e So Begins The Task, sono a firma di Stephen Stills, mentre Houses e Who Knows Where The Times Goes, sono state scritte dalla Collins; altre, invece, sono cover di autentici evergreen: Girl From The North Country di Bob Dylan, Everybody Knows (che dà il titolo al disco) di Leonard Cohen, Handle With Care dei Traveling Wilburys e Reason To Believe di Tim Hardin.
Un filotto di canzoni splendide, interpretate con grande professionalità da due artisti che, probabilmente hanno già detto tutto quello che avevano da dire, ma che, a prescindere dall’indubbia autorevolezza, sono tutt’altro che bolliti (è stupefacente come Judy Collins, che di anni ne ha settantotto, riesca ancora ad avere un timbro così cristallino). Tuttavia, nonostante fili tutto liscio da un punto di vista tecnico, il disco produce davvero pochi sussulti (l’episodio migliore è l’unico brano originale) e l’impressione è quella di un’operazione nata per soddisfare un desiderio rimasto tanti anni nel cassetto, più che per reale ispirazione artistica. Insomma, non si discute la perizia con cui queste canzoni sono state suonate e arrangiate, ma questa è anche l’unica partita all’attivo di un bilancio diversamente deficitario.
Se il disco di Judy Collins dello scorso anno, trovava in Ari Hest un spalla perfetta per distribuire emozioni a palate, il connubio artistico con la vecchia fiamma ha, invece, prodotto un lavoro elegante ma senza anima. Nessun palpito, dunque, né canzoni memorabili, ma solo l’occasione per ricordare con molta nostalgia una storia d’amore conclusasi mezzo secolo fa.

VOTO: 6





Blackswan, lunedì 15/01/2018

domenica 14 gennaio 2018

PREVIEW




Il nuovo disco solista di Jack White è in dirittura d’arrivo. E’ lo stesso chitarrista ad annunciare il seguito di Lazaretto (2014), che uscirà, ovviamente, per la Third Man Records (casa discografica fondata dallo stesso White), anche se non si conosce ancora con esattezza la data di pubblicazione. In attesa dell’album, che si intitolerà Boarding House Reach, il songwriter di Detroit ha già rilasciato due canzoni: Respect Commander e, soprattutto, Connected By Love, il cui video è stato girato dal regista Pasqual Guiterrez.





Blackswan, domenica 14/01/2018

sabato 13 gennaio 2018

JAMES MADDOCK - INSANITY VS HUMANITY (Appaloosa Records, 2017)

Inglese del Leicestershire, James Maddock ha scelto di trasferirsi a vivere negli States a inizio millennio, proprio come fece quasi cinquant’anni fa Graham Nash, che si trasferì dall‘Inghilterra in California per incontrare l’amore (Joni Mitchell). Maddock, invece, è fuggito da casa per curare le ferite di una storia che gli aveva spezzato il cuore, cercando in un nuovo paese e in una nuova esperienza di vita, la forza per rielaborare il dolore.
A entrambi, il cambiamento ha giovato ed è stato l’inizio di un percorso artistico ricco di successo e di soddisfazioni. Maddock ora è di casa a New York, città che adora, che racconta in bellissime canzoni (andatevi a recuperare l’ottimo Sunrise On Avenue C. del 2010), e che gli ha letteralmente rubato non solo l’anima, ma anche i modi e i costumi, tanto che oggi il cantautore inglese può essere considerato newyorkese a tutti gli effetti e non, invece, un “English Man In New York”.
Difficile parlare male di questo uomo schietto e simpatico, di questo cantautore prolifico e appassionato crooner di ballate folk rock cantate col cuore in mano. Eppure, in passato, quando lo ritenevamo corretto, non gli abbiamo lesinato critiche, a cagione di una scrittura, spesso centrata e seducente, ma che, a tratti, invece, diveniva vittima (inconsapevole) di un eccesso di zuccheri e di sbandate verso un suono radiofonico privo di spessore (un disco per tutti: The Green del 2015).
Sia ben inteso: non stiamo parlando del classico furbetto che piega la sua arte alle ragioni del portafoglio. Maddock è, invece, un artista sincero e appassionato, uno che mette il cuore in quello che fa, forse anche troppo. Perennemente innamorato, nel senso più alto e omnicomprensivo del termine, il cinquantacinquenne musicista britannico, talvolta ha perso il bandolo della matassa, eccedendo in romanticismo e leziosi arrangiamenti, e rovinando canzoni che, ripulite da zuccherini fronzoli, avrebbero meritato ben altro destino.
Con Insanity Vs. Humanity (sorvoliamo sul titolo e sulla copertina non proprio accattivanti), Maddock sembra aver ripreso saldamente in mano le redini del proprio songwriting, eliminato il surplus di sentimentalismo e trovato il giusto equilibrio fra sobrietà espressiva e melodia. Ne consegue che questo ultimo lavoro, il decimo per la precisione, risulta il suo migliore fin dai tempi del citato Sunrise On Avenue C.
Undici canzoni (due bonus tracks nella versione cd) adulte e strutturate, misurate nell’accostare folk, pop e rock, pianoforte e chitarre, e testi (benedetta Appaloosa che inserisce nel booklet anche la traduzione in italiano!) che affrontano tanto temi amorosi (Leave Me Down) quanto analisi politiche e sociali (I Can’t Settle, la title track con un duro riferimento a Dick Cheney).
Tra gli high lights, il pimpante uno-due posto all’inizio di scaletta (le ottime I Can’t Settle e Watch It Burn), la contagiosa What The Elephants Knows, l’incedere intenso e malinconico di November Tale, l’amara riflessione sul mondo che cambia (in peggio) di Nearest Thing To Hip e l’omaggio divertito ai grandi campioni del rock, contenuto nella caracollante The Old Rocker.
Fairytale Of Love, che gioca con i titoli delle fiabe per raccontare l’intensità di una storia d’amore, è la romantica conclusione di un disco in cui Maddock, pur non rinunciando alla propria inclinazione da crooner appassionato e malinconico, asciuga i suoni e tiene dritta la barra delle emozioni. Elementi, questi, che da sempre contraddistinguono il romanticismo dalle svenevolezza del sentimentalismo.

VOTO: 7





Blackswan, sabato 13/01/2018

venerdì 12 gennaio 2018

PREVIEW



Non si è ancora spenta l'eco dello splendido Live At Red Rocks, uscito lo scorso anno, che Nathaniel Rateliff annuncia la pubblicazione di un nuovo disco, il sophomore del debutto datato 2015. L’album, che vedrà la luce, come di consueto, via Stax Records, si intitolerà Tearing At The Seams e sarà disponibile nei negozi e sulle piattaforme digitali a partire dal 9 di marzo. Il disco, che è stato registrato a Rodeo, New Mexico, è stato prodotto da Richard Swift, già in cabina di regia con The Shins e Foxygen. Da qualche giorno in rete è disponibile il primo singolo tratto dall’album: You Worry Me.





Blackswan, venerdì 12/10/2018

giovedì 11 gennaio 2018

CHRIS THILE - THANKS FOR LISTENING ( Nonesuch Records, 2017)

Chris Thile ha sigillato il 2017 con due grandissime uscite. A gennaio, ha pubblicato Chris Thile & Brad Mehldau, uno dei dischi più belli dell’anno (il migliore per chi scrive) in condominio con il grande pianista originario di Jacksonville; mentre, proprio a fine anno, è uscito con questo nuovo Thanks For Listening, primo disco solista dai tempi dell’affascinante Bach: Sonatas & Partitas Vol.1, risalente al 2013.
Non che nel frattempo Thile non abbia fatto anche altro: oltre al disco di duetti con Mehldau, a capo dei Punch Brothers ha pubblicato il fortunato (sia in termini di vendite che di critica) Phosphorescent Blues (2015) e si è portato a casa, nel 2014, un Grammy Award per il miglior album strumentale con Bass And Mandolin, scritto e suonato in connubio con Edgard Meyer.
Una produzione di livello qualitativo mostruoso, quindi, che trova la sua ragione d’essere non solo nella tecnica sopraffina con cui Thile ha dato lustro allo strumento del mandolino, ma in una versatilità che ha davvero pochi eguali al mondo e che ha permesso (e permette) al singer-songwriter californiano di cimentarsi con successo in svariati generi che vanno dal progressive bluegrass alla classica, dal jazz al pop. A ulteriore conferma di quanto detto, Thanks For Listening rappresenta l’ennesimo volto artistico di Thile: il disco, infatti, è una raccolta di canzoni scritte da Chris per il popolarissimo programma radiofonico del sabato sera A Prairie Home Companion.
Ogni settimana, Thile, componeva una nuova canzone per l’apertura dello show e la eseguiva dal vivo con la house band del programma e con alcuni fra gli ospiti di turno. Il risultato di quelle esecuzioni è riproposto in una scaletta di dieci brani per quarantacinque minuti di durata, in cui Thile si cimenta in tutti gli strumenti a corda (a eccezione del basso, nelle mani di Alan Hampton, e della viola, suonata da Nadia Sirota) ed è coadiuvato da  Ted Poor (che suona la batteria in cinque pezzi e che, come Hampton, proviene dalla touring band di Andrew Bird) e da trevoci femminili d’eccezione, quelle di Sarah Jarozt, Aoife O’Donovan e Gaby Moreno.
Il disco è una summa del “Chris Thile pensiero” in cui confluiscono, come si è accennato a inizio articolo, svariati generi musicali (anche se nello specifico la dimensione pop prevale), arrangiamenti e costruzioni melodiche fuori dall’ordinario e, soprattutto, splendide armonie vocali, perfettamente calibrate nell’interplay fra il falsetto sghembo del mandolinista e i tre distinti timbri femminili.
Una scaletta emozionante, anche se non sempre di facile assimilazione (le scale e i virtuosismi di Modern Friendship sono cosa per palati fini), e che ha i suoi picchi in Thank You, New York, il cui crescendo esplode in un ritornello pop dalla melodia irresistibile, in Stanley Ann, nostalgica sonata per pianoforte ed elogio alla presidenza di Obama, e in Falsetto, autentico colpo di genio in cui riescono a convivere strumenti acustici, elettronica, Radiohead e un ritornello quasi ballabile. Thanks For Listening è l’ennesima grande prova di un musicista irrequieto e in continua esplorazione, capace di sfruttare il proprio talento e la propria formazione classica per uscire dagli schemi e concepire un suono moderno, inusuale, sempre all’avanguardia. Thanks For Singing, mr. Thile!

VOTO: 8





Blackswan, giovedì 11/01/2018

mercoledì 10 gennaio 2018

GRAYSON CAPPS - SCARLETT ROSES (Appaloosa, 2017)

Se la sincerità artistica si pagasse a peso d’oro, Grayson Capps oggi sarebbe milionario. Nato e cresciuto in Alabama, terra che gli ha dato i natali e dove ha mosso i primi passi di musicista, da anni Capps rilascia dischi onesti e diretti, di canzoni scritte con il cuore in mano e senza fronzoli.
Una di queste, A Love Song For Bobby Long, è entrata nella colonna sonora dell’omonimo film del 2004, interpretato da John Travolta e Scarlett Johanson, e basato sul romanzo Off Magazine Street, scritto dal padre di Grayson, Ronald Everett Capps. Un brano, quello citato, che ha dato la svolta alla carriera del cinquantenne songwriter, iniziata a capo dalla rock blues band degli Stavin’ Chain e proseguita con otto album in studio, di cui probabilmente, Scarlett Roses, cioè l’ultimo, è il migliore.
Una carriera, dicevamo all’inizio, improntata sulla sincerità, che è l’elemento portante anche di questo suo nuovo lavoro, il cui suono in presa diretta, da “buona la prima”, e le cui canzoni, tanto quelle in cui Capps sfodera grinta ed elettricità, tanto quelle che si sviluppano su atmosfere più rilassate e sognanti, giungono diritte e dirette al cuore dell’ascoltatore. Supportato dal sodale di sempre, Corky Hughes alla chitarra, da Rufus Ducote al basso e da Russ Broussard alla batteria, Grayson distilla un concentrato di roots, in cui si fondono blues, folk e rock, declinati con voce ruvida, eppure ricca di sfumature, che talvolta richiama alla mente quella di Joe Henry.
Un disco vario, in cui si alternano ballatoni rock ricchi di umori sudisti (la title track), mid tempo country attraversati da post sbornia malinconici e romantici (Hold Me Darling), bluesacci elettrici dalla ritmica primordiale, armonica e slide stropicciate dalle distorsioni (Hit Em Up Julie) e gospel scartavetrato da chitarre rockeggianti (Thankful). C’è anche spazio per gli otto minuti abbondanti di Taos, cruda cavalcata rock blues usque ad finem e punto di fusione fra Black Sabbath, Jimi Hendrix e Mississippi. Una canzone, questa, che mette un grande punto esclamativo su un disco senza sbavature e sulla carriera di uno dei più credibili interpreti del suono americano. Il quale, fa piacere ricordarlo, ha un ottimo seguito anche in Italia: non è un caso che produca la lombarda Appaloosa Records.

VOTO: 7,5





Blackswan, mercoledì 10/01/2018

martedì 9 gennaio 2018

DON WINSLOW - NEVADA CONNECTION (Einaudi, 2017)

Cody McCall è scomparso. Ha due anni e a sequestrarlo è stato il padre, dopo una feroce battaglia per la custodia. L'uomo incaricato di ritrovare il bambino è Neal Carey. È l'unico modo che ha per sdebitarsi con chi ha pagato il riscatto grazie al quale il suo esilio cinese ha avuto termine. Alla ricerca del piccolo Cody, Neal si ritrova a passare dalle scintillanti colline di Hollywood alle infuocate pianure del Nevada. Si immerge nel sottomondo criminale del posto - tra casinò da due soldi e bordelli lungo la strada - e si infiltra in un gruppo di fanatici razzisti, i Figli di Seth: suprematisti bianchi che spargono odio e terrorizzano gli abitanti della zona. Con il passare del tempo, il gioco si fa sempre più pericoloso. Per uscirne e salvare Cody, Neal Carey non ha altra scelta che affrontare Ben Hansen, il leader dei Figli di Seth, e mettere fine al suo regno di follia e terrore.

Pubblicato in Italia da Einaudi sul finire dello scorso anno, Nevada Connection è in realtà romanzo risalente a venticinque anni fa, ed è la terza avventura che vede come protagonista il detective privato Neal Carey, il primo personaggio ricorrente creato dalla penna di Don Winslow.
Gli estimatori dello scrittore newyorkese, che ne seguono le gesta fin dalla prima uscita del 2008, data in cui venne pubblicato in Italia L’inverno Di Frankie Machine, si renderanno conto immediatamente di trovarsi di fronte a libro buono ma non eccelso, soprattutto se paragonato ad autentici capolavori di genere come Corruzione (2017) e Il Cartello (2015), scritti ben vent’anni dopo questo.
Nello specifico, infatti, lo stile “cinematografico” di Winslow non è ancora adeguatamente sviluppato, la prosa è molto meno fluida rispetto a quanto lo sarà successivamente e i dialoghi non sono sempre all’altezza della fama del romanziere. Tuttavia, nonostante gli evidenti difetti (a cui si aggiunge un finalone western da Sfida All’O.K. Corral un po' tirato per i capelli), il romanzo risulta piacevole e appassionante dall’inizio alla fine, i colpi di scena non mancano, l’ambientazione montanara è tratteggiata con la consueta maestria e Neal Carey, pur mancando della introspezione psicologica di Art Keller, riesce comunque ad accattivarsi le simpatie del lettore.
Non il miglior libro di Winslow, ma di sicuro un discreto romanzo di evasione, che ha il merito di puntare il dito contro quell’America xenofoba, violenta e guerrafondaia che è diventata oggi parte della base elettorale che ha votato Trump.


Blackswan, martedì 09/01/2017