lunedì 16 luglio 2018

SONS OF BILL - OH GOD MA'AM (Loose Records, 2018)

I Sons Of Bill, gruppo originario di Charlottesville, Virginia, sono un quintetto in circolazione dal 2006, che ha all’attivo, contando quest’ultimo Oh God Ma’am, già cinque album. La peculiarità del nome deriva dal fatto che la band è composta da tre fratelli (Sam, James e Abe, a cui si aggiungono Seth Green al basso e Todd Wellons alla batteria) che hanno voluto ispirare il loro progetto musicale al padre, Bill Wilson, professore emerito di filosofia teologica e letteratura (l’uomo è uno dei massimi studiosi statunitensi di William Faulkner) presso l’Università della Virginia.
E che a casa Wilson si respiri un bel po’ di cultura si può desumere dai testi delle canzoni di Oh God Ma’am, che appaiono davvero di un livello superiore alla media. Così come, superiori alla media, sono quasi tutte le dieci canzoni contenute nella scaletta di un album che, rispetto ai precedenti lavori, segna un decisivo cambio di rotta. Il precedente e bellissimo Love And Logic (2014), infatti, si muoveva in territori di Americana abbastanza riconoscibili, apportando però al genere anche qualche inusuale innovazione.
Se infatti la strumentazione utilizzata per la registrazione dei brani pescava a piene mani dalla tradizione a stelle e strisce (pedal steel, banjo, dobro), i Sons Of Bill puntavano a soluzioni originali, facendo fluttuare suoni e melodie verso il blu acceso di certi cieli americani che paiono infiniti. Così, non era azzardato parlare di Space Americana, soprattutto riguardo a quegli episodi che erano marcati da influenze pinkfloydiane o che imboccavano la strada di un etereo lirismo.
In Oh God Ma’am, i riferimenti alla band inglese tratteggiano solo la morbidissima Green To Blue, mentre il lirismo di cui sopra avviluppa la malinconica Sweeter, Sadder, Fadden Away, ninnananna per spazi aperti, che apre il disco evocando, in modo ambiguo, una tormentata storia d’amore, forse, finita in tragedia. Sono due episodi, però, che pur non stonando rispetto all’economia del disco, si discostano dal nucleo della scaletta che suona, realmente, diverso.
Se per il precedente, i riferimenti più evidenti erano gli anni ’70, in questo nuovo full lenght i Sons Of Bill virano inaspettatamente verso un pop rock clamorosamente eighteis. Ne poteva venir fuori una boiata pazzesca, e invece no.
Perché i cinque ragazzi della Virginia sanno scrivere canzoni ricche di emozioni, che restano tali qualunque vestito indossino. Chitarre solari, melodie uncinanti, un mood di fondo trasognato e un’Americana diluita con un pizzico di elettronica, tenuta però, sotto controllo, sono gli elementi principali di questo nuovo lavoro. Che gioca con gli anni ’80, in un caso maldestramente (la pessima Old & Gray sembra uno scarto da karaoke), in altri, con lucidità e freschezza invidiabili (Firebird ’85, Believer/Pretender, Where We Stand), citando le grandi icone del decennio (lo Springsteen di Born In The Usa, i Cars di Hearbeat City, Echo And The Bunnymen, etc.)
Probabilmente, gli amanti dell’Americana o semplicemente coloro che avevano apprezzato i precedenti lavori dei Sons Of Bill, al primo ascolto, storceranno il naso. Con un po' di pazienza, però, e molta onestà intellettuale, una volta colta la visione d’insieme (rinnovarsi nel suono, mantenendo alta la qualità delle composizioni), si accorgeranno di essere di fronte a un disco non solo diverso, ma ricco di belle canzoni e di intuizioni. Promossi.

VOTO: 7





Blackswa, lunedì 16/07/2018

sabato 14 luglio 2018

PREVIEW




La leggenda di Tom Petty continuerà a vivere attraverso un box set intitolato An American Treasure, che vedrà la luce il 28 settembre via Reprise Records. La raccolta sarà composta di quattro di cd (ma ci sarà anche una versione più economica di due cd) e conterrà ben sessanta canzoni tra inediti, rarità, brani live e alternative versions dei classici del grande rocker di Gainsville. Ad anticipare l'uscita, è stato pubblicato in rete il video di keep A Little Soul, brano inedito che era stato realizzato nel 1982 per l'album Long After Dark. Di seguito la track list del cofanetto.

CD 1
1) Surrender     
Previously unreleased track from Tom Petty and the Heartbreakers sessions—1976
2) Listen To Her Heart   
Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977
3) Anything That’s Rock ‘N’ Roll 
Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977
4) When The Time Comes   
Album track from You’re Gonna Get It!—May 2, 1978
5) You’re Gonna Get It   
Alternate version featuring strings from You’re Gonna Get It! sessions—1978
6) Radio Promotion Spot 1977
7)  Rockin’ Around (With You)     
Album track from Tom Petty and the Heartbreakers —November 9, 1976
8) Fooled Again (I Don’t Like It)
Alternate version from Tom Petty and the Heartbreakers—1976
9) Breakdown     
Live at Capitol Studios, Hollywood, CA—November 11, 1977
10) The Wild One, Forever
Album track from Tom Petty and the Heartbreakers—November 9, 1976
11) No Second Thoughts   
Album track from You’re Gonna Get It!—May 2, 1978
12) Here Comes My Girl   
Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979
13) What Are You Doing In My Life
Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979
14) Louisiana Rain       
Alternate version from Damn The Torpedoes sessions—1979
15) Lost In Your Eyes     
Previously unreleased single from Mudcrutch sessions—1974

CD 2

1) Keep A Little Soul     
Previously unreleased track from Long After Dark sessions—1982
2) Even The Losers       
Live at Rochester Community War Memorial, Rochester, NY—1989
3) Keeping Me Alive       
Previously unreleased track from Long After Dark sessions—1982
4) Don’t Treat Me Like A Stranger
B-side to UK single of “I Won’t Back Down”—April, 1989
5) The Apartment Song     
Demo recording (with Stevie Nicks)—1984
6) Concert Intro 
Live introduction by Kareem Abdul-Jabbar, The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981
7) King’s Road   
Live at The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981
8) Clear The Aisles       
Live concert announcement by Tom Petty, The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981
9) A Woman In Love (It’s Not Me) 
Live at The Forum, Inglewood, CA—June 28, 1981
10) Straight Into Darkness       
Alternate version from The Record Plant, Hollywood, CA—May 5, 1982
11) You Can Still Change Your Mind       
Album track from Hard Promises—May 5, 1981
12) Rebels       
Alternate version from Southern Accents sessions—1985
13) Deliver Me   
Alternate version from Long After Dark sessions—1982
14) Alright For Now       
Album track from Full Moon Fever—April 24, 1989
15) The Damage You’ve Done       
Alternate version from Let Me Up (I’ve Had Enough) sessions—1987
16) The Best Of Everything       
Alternate version from Southern Accents sessions—March 26, 1985
17) Walkin’ From The Fire
Previously unreleased track from Southern Accents sessions—March 1, 1984
18) King Of The Hill     
Early take (with Roger McGuinn)—November 23, 1987

CD 3

1) I Won’t Back Down     
Live at The Fillmore, San Francisco, CA—February 4, 1997
2) Gainesville   
Previously unreleased track from Echo sessions—February 12, 1998
3) You And I Will Meet Again     
Album track from Into The Great Wide Open—July 2, 1991
4) Into The Great Wide Open       
Live at Oakland-Alameda County Coliseum Arena—November 24, 1991
5) Two Gunslingers       
Live at The Beacon Theatre, New York, NY—May 25, 2013
6) Lonesome Dave 
Previously unreleased track from Wildflowers sessions—July 23, 1993
7) To Find A Friend
Album track from Wildflowers—November 1, 1994
8) Crawling Back To You   
Album track from Wildflowers—November 1, 1994
9) Wake Up Time   
Previously unreleased track from early Wildflowers sessions—August 12, 1992
10) Grew Up Fast 
Album track from Songs and Music from “She’s the One”—August 6, 1996
11) I Don’t Belong       
Previously unreleased track from Echo sessions—December 3, 1998
12) Accused Of Love       
Album track from Echo—April 13, 1999
13) Lonesome Sundown     
Album track from Echo—April 13, 1999
14) Don’t Fade On Me     
Previously unreleased track from Wildflowers—sessions—April 20, 1994

CD 4

1) You And Me     
Clubhouse version—November 9, 2007
2) Have Love Will Travel 
Album track from The Last DJ—October 8, 2002
3) Money Becomes King     
Album track from The Last DJ—October 8, 2002
4) Bus To Tampa Bay       
Previously unreleased track from Hypnotic Eye sessions—August 11, 2011
5) Saving Grace   
Live at Malibu Performing Arts Center, Malibu, CA—June 16, 2006
6) Down South     
Album track from Highway Companion—July 25, 2006
7) Southern Accents       
Live at Stephen C. O’Connell Center, Gainesville, FL—September 21, 2006
8) Insider       
Live (with Stevie Nicks) at O’Connell Center, Gainesville, FL—September 21, 2006
9) Two Men Talking       
Previously unreleased track from Hypnotic Eye sessions—November 16, 2012
10) Fault Lines   
Album track from Hypnotic Eye—July 29, 2014
11) Sins Of My Youth     
Early take from Hypnotic Eye sessions—November 12, 2012
12) Good Enough   
Alternate version from Mojo sessions—2012
13) Something Good Coming
Album track from Mojo—July 15, 2010
14) Save Your Water       
Album track from Mudcrutch 2—May 20, 2016
15) Like A Diamond       
Alternate version from The Last DJ sessions—2002
16) Hungry No More       
Live at House of Blues, Boston, MA—June 15, 2016






Blackswan, sabato 14/07/2018

venerdì 13 luglio 2018

CHARLES LLOYD & THE MARVELS + LUCINDA WILLIAMS (Blue Note, 2018)

A prima vista, quella fra la leggenda jazz Charles Lloyd e la songwriter di Americana Lucinda Williams potrebbe apparire una strana copia. Eppure, come spesso accade, nonostante due mondi possano apparire inconciliabili fra di loro, il talento e la visione di chi è coinvolto nel progetto, finiscono quasi sempre per trovare l’esatto punto di fusione, quella speciale alchimia che rende anche la più estemporanea delle collaborazioni qualcosa di unico e meraviglioso.
Bisogna dire che Charles Lloyd, pur avendo scritto pagine jazz memorabili con Keith Jarrett e Cannonball Adderley (tanto per citare le sue più illustri frequentazioni), ha sempre masticato sonorità blues (B.B. King e Howlin’ Wolf) e rock (la collaborazione con i Beach Boys e quelle con Doors e Canned Heat), circostanze, queste, che hanno ampliato il suo spettro musicale, rendendolo permeabile anche a esperimenti di crossover.
Dal canto suo, Lucinda Williams, nel tempo ha raffinato il proprio songwriting e oggi sta vivendo, probabilmente, uno dei momenti migliori della sua carriera, nel quale ha inanellato, senza soluzione di continuità, un disco più bello dell’altro.
A fare da trade union fra i due mostri sacri, una band, quella dei The Marvels, che accompagna da qualche tempo il grande sassofonista originario di Memphis ed è composta da due fuoriclasse, quali Bill Frisell alla chitarra e Greg Leisz alla pedal steel, che hanno già avuto modo in passato di collaborare anche con Lucinda.
Il sassofonista e la cantante avevano saggiato la partnership lo scorso anno, pubblicando una bella cover di Master Of War di Bob Dylan. Oggi, tornano insieme con un intero album, Vanished Gardens, pubblicato via Blue Note, e il risultato finale è a dir poco entusiasmante. Perché a suonare, ovviamente, c’è un gruppo di musicisti pazzeschi, che dosano tecnica e virtuosismi in un flusso sonoro equilibrato, dal linguaggio colto ma non verboso, e attraversato da autentiche emozioni.  Un disco di quelli da ascoltare in cuffia, per non perdersi una sola nota delle decorazioni sonore magistralmente cesellate dai The Marvels (oltre a Frisell e Leisz ci sono anche Reuben Rogers al basso and Eric Harland  alla batteria), della voce roca e umorale della Williams, qui alle prese, nelle cinque tracce in cui è chiamata in causa, con una delle performance vocali più intense di sempre, e soprattutto, del sax di Charles Lloyd che, nonostante gli ottant’anni compiuti a marzo, rimane fluido e incredibilmente colorato.
Impossibile etichettare questo disco con una banale definizione, perché le canzoni in scaletta fondono con perfetto equilibrio jazz, americana, rock e folk, in un amalgama di intensa raffinatezza, che spiazza sia quando cerca la strada più complessa dell’improvvisazione (la title track), sia quando punta dritto al cuore con un’intensa cover di Angel di Jimi Hendrix o con l’eccellente rilettura di Dust, brano della Williams presente nel suo ultimo The Ghosts Of Highway 20. Assolutamente da non perdere.

VOTO: 8





Blackswan, venerdì 13/07/2018

giovedì 12 luglio 2018

PREVIEW


Ruston Kelley ha annunciato la realizzazione del album di debutto, Dying Star, che avverrà il 7 di settembre via Rounder Records. Il disco è stato co-protto da Kelly in condominio con Jarrad K, noto per aver già lavorato con Kate Nash e i Weezer. Il disco è stato registrato a El Paso, nei Texas Studio Sonic Ranch, e vede la collaborazione in studio, come vocalists di Kacey Musgraves, Kate York, Jon Green, Natalie Hemby e Joe Williams. Kelley ha rilasciato anche il primo singolo, Jericho, il cui video circola in rete già da qualche giorno.





Blackswan, giovedì 12/07/2018

mercoledì 11 luglio 2018

GRAHAM NASH - OVER THE YEARS (Atlantic/Rhino, 2018)

Alla veneranda età di settantasei anni, Graham Nash è in forma smagliante. Chi scrive, ha assistito a una delle tappe italiane del suo recente tour europeo, e si è trovato di fronte un artista fisicamente in palla, la cui voce è rimasta miracolosamente intatta, a dispetto dell’età. Nella scaletta del live, erano presenti tutti i maggiori successi del songwriter inglese, splendide canzoni che oggi vengono raccolte in questo best of doppio, che celebra una carriera lunga più di mezzo secolo.
Il disco, lo diciamo subito, non è indispensabile. Nel 2009, infatti, era uscito un cofanetto, intitolato Reflections, che racchiudeva in tre cd sessantaquattro canzoni, tra cui alcuni inediti e molte alternative takes, oltre ovviamente ai brani arcinoti che hanno reso celebre l’artista originario di Blackpoll. Una raccolta talmente esaustiva, da rendere prescindibile questo più contenuto greatest hits, composto da quindici celeberrime canzoni e da un secondo disco contenente, invece, alcuni demos inediti.
Il primo cd, come dicevamo, dispensa il meglio uscito dalla penna di Nash, che provenga dai suoi lavori solisti, dalla militanza nei CS&N o dal felice connubio con David Crosby. Troverete quindi Marrakesh Express, scritta nel 1968 per essere pubblicata sotto l’egida Hollies (la band di cui il nostro eroe era frontman, prima di approdare in America), e confluita invece nel primo disco a firma Crosby, Stills & Nash, Just A Song Before I Go (scritta in due ore per scommessa con uno spacciatore che non credeva che Nash fosse veramente una rockstar), l’inno hippy di Teach Your Children, le militanti Chicago/We can change the world, tratta da Songs For Beginners, il suo primo disco solista datato 1971 (il singolo, ai tempi, aveva come lato B l’altrettanto bella Simple Man, anch’essa presente in questa scaletta) e Military Madness e quei gioielli nati dalla sua storia d’amore con Joni Mitchell (I Used To Be A King e Our House).
Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque. Sicuramente più interessante, invece, il secondo cd, che contiene svariati demos, alcuni già pubblicati (Right Between The Eyes, Sleep Song e Chicago li trovate anche su Demos di Crosby, Stills & Nash del 2009), altri, invece, decisamente curiosi come una versione in nuce di Teach Your Children risalente al novembre del 1969, le meno embrionali Wasted On The Way e Just A Song Before I Go, la bella Wind On The Water con il fido Joel Bernstein alla chitarra acustica, e altre ancora in versione scarna per voce e chitarra (Our House, Simple Man, Pre - Road Downs, You’ll Never Be The Same).
Tolto lo sfizio di ascoltare le versioni naked di brani che poi sarebbe divenuti leggendari, questa raccolta, come dicevamo, non ha molto di nuovo da offrire, se non il fatto di essere un abbrivio esaustivo per neofiti intenzionati a conoscere una delle figure più importanti del rock americano degli anni ’70. Per tutti gli altri, a meno che non siano completisti malati come il sottoscritto, consiglio semmai l’acquisto del citato Reflections, un vero scrigno di sberluccicanti gioie.
Comunque sia, utilità o meno, Over The Years racchiude cinquant'anni di musica che non invecchia mai e che ci riporta, laggiù, in California, a quei meravigliosi anni '70, quando davvero sembrava possibile che una sola canzone avrebbe potuto cambiare il mondo. Amore eterno.

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 11/07/2018

martedì 10 luglio 2018

PREVIEW




La singer songwriter di stanza a Nashville, Kristina Murray, ha annunciato l’uscita del suo secondo full lenght, Southern Ambrosia, che avverrà all’inizio dell’autunno, e per la precisione il 21 settembre. Originaria di Atlanta, dopo aver suonato per sei anni in lungo e in largo attraverso il Colorado, la Murray si è trasferita a Nashville, città in cui ha dato inizio alla propria carriera solista. Southern Ambrosia è stato registrato presso i Welcome To 1979 e i Sound Stage Studios e si compone di nove brani originali caratterizzati dalla voce autentica ed espressiva della giovane cantante e dalla produzione di Michael Rinne.





Blackswan, martedì 10/07/2018

lunedì 9 luglio 2018

THE RECORD COMPANY - ALL OF THIS LIFE (Concord, 2018)

Strano a dirsi, i The Record Company, band californiana di stanza a Los Angeles, devono molto a una nota marca di birra. In circolazione dal 2011, un pugno di Ep all’attivo, il terzetto capitanato da Chris Vos (voce e chitarra) raggiunge infatti la notorietà solo nel marzo del 2015, quando Off The Ground, brano che poi confluirà nel loro disco d’esordio, viene utilizzato per uno spot della birra Miller Lite. Da quel momento le speranze di successo dei The Record Company diventano realtà, la Concord li mette sotto contratto, pubblica il loro primo full lenght, Give It Back To You (2016), e li manda in tour ad aprire i concerti dei Blackberry Smoke.
Il disco piazza un paio di singoli in classifica, ricevendo recensioni positive da tutte le testate che contano (Rolling Stones U.S. in primis) e che indicano i The Record Company come una delle next big thing del rock a stelle e strisce. A parte qualche inevitabile citazione (i tre ragazzi californiani non hanno mai nascosto le loro influenze: John Lee Hooker, Rolling Stones, Stooges, etc.), la band dimostra di avere stoffa da vendere e di possedere uno stile che, fin da subito, si presenta se non originale, quanto meno personalissimo, rielaborando blues e rock con freschezza e inaspettata modernità.
Give It Back To You piace così tanto che, nel 2017, ottiene la nomination al Grammy Award nella categoria Best Contemporary Blues Album, premio vinto poi da The Last Days Of Oackland di Fantastic Negrito.
In due anni, per i The Record Company, è cambiato proprio tutto, e da band di nicchia per appassionati di genere, si è trasformata in uno dei nomi più gettonati dell’attuale panorama rock blues statunitense. Un cambio di prospettive che ha necessariamente influito su questo nuovo All Of This Life, disco ancora autoprodotto (anche se il nome del bassista Alex Stiff, nei crediti, compare separatamente da quello della band) e decisamente più curato sotto molti aspetti.
La formula è più o meno la stessa del disco d’esordio: il terzetto, infatti, ripropone un sound in cui la sezione ritmica (timbro secco e pulitissimo della batteria, basso arrembante e talvolta distorto) è quasi sempre in primo piano, costituendo la rampa di lancio su cui le chitarre (acustica ed elettrica, talvolta suonate slide) e la bella voce di Chris Vos tracciano le linee melodiche dei brani. La sensazione, questa volta, però, è che nulla sia stato lasciato al caso, e che l’urgenza espressiva che animava con selvaggia genuinità Give It Back To You sia stata plasmata in una forma più pulita, pensata, e, in qualche modo, anche furbetta.
La cosa non è necessariamente un male, anzi: queste canzoni volano sulle ali una formula ormai consolidata (ritmica pulsante, sciabolate slide, indole quasi garage) regalando comunque all’ascoltatore un suono di carattere, solido ed evocativo di un retroterra culturale che mantiene intatte le proprie radici (la conclusiva I’m Chanching su tutte). E poi, ci sono le canzoni, esattamente dieci come per il primo album, che tengono alto il grado di eccitazione, centrando melodie di facile presa e dal tiro efficacissimo (ascoltare You And Me Now, ballatone rock che non fa prigionieri grazie a un irresistibile ritornello). Insomma, nonostante la maggior cura in fase di produzione, All Of This Life non perde un briciolo del proprio potenza e spacca esattamente come il suo predecessore, confermando i The Record Company come delle band più gagliarde in circolazione.

VOTO: 7,5





Blackswan, lunedì 09/07/2018

domenica 8 luglio 2018

PREVIEW



Palestrina, una tranquilla cittadina di 20.000 abitanti, si trova tra le montagne del Lazio, a sud di Roma. Il paesaggio rurale è familiare a David August: sua madre nacque lì e torna sempre a trovare la famiglia. Il clima mite e la zona tranquilla sono sempre stati in forte contrasto con la sua città natale Amburgo, dove in casa parla ancora Italiano e vive con una famiglia dalla mentalità aperta e consapevole delle tradizioni italiane.
In quanto produttore e compositore, il sound multiforme che lo caratterizza, deriva da un ambiente profondamente introspettivo e di scoperta di sé stessi. Il sound dell’ingegnere del suono, laureato e con una formazione classica, è difficile da classificare. Cercare di collegare i punti tra i suoi primi singoli dance, il suo album di debutto del 2013, Times e la collaborazione del 2016 con la Deutsches Symphonie-Orchester può sembrare inutile, così come la sua profonda conoscenza. La cultura nella quale è cresciuto, però, non veniva riflessa nella sua musica. Ammette di non aver mai utilizzato in modo creativo le emozioni più forti derivanti dalle sue radici, tenendole private fino ad ora.
Seguendo l’avvio della sua etichetta all’inizio di quest’anno, 99CHANTS – e il suo album di debutto ambient DCXXXIX A.C., il nuovo album di David, D’Angelo – pubblicato su [PIAS] – è il sound di un giovane artista che viene a contatto con quelle radici, esplorando nuovi territori e liberandosi dalle inibizioni; decostruendo le atmosfere pop e allo stesso tempo ricercando il suo passato, le riforma in qualcosa di estremamente commovente. Traendo ispirazione dalla vita e dai lavori del pittore barocco Michelangelo Merisi da Caravaggio, l’album fonde la sensibilità pop con paesaggi sonori cinematografici e malinconici. David dipinge un ritratto vivido del suo passato, applicando la sua tecnica a qualcosa di più primitivo e grezzo. Il risultato, così come la sua carriera, non può essere etichettato in un genere specifico. Sono presenti elementi di pop balearico, noir jazz, post-rock e il genere grezzo del collega e viaggiatore Forest Swords, il tutto avvolto in qualcosa di estremamente personale.
La title track, nonché singolo dell’album, riporta alla mente l’avanzare costante di Meanderthals o Moon Duo; qualcosa che puoi sentire nel programma radio Beats In Space o nella musica prodotta dalla Smalltown Supersound. Una composizione ricca e approfondita, caratterizzata da chitarre risonanti, un basso ritmato e voci filtrate – dirette e sincere – elementi posti gli uni contro gli altri, che si trasformano in un ambient fragoroso. Le voci decadono nel riverbero, le parole diventano glossolalia, mormorii, respiri, mugolii. La tensione improvvisa spezzata da un groove di tastiera e la batteria che torna brevemente, prima di sparire ancora, mentre tutto emerge sfacciatamente in un drone inquietante, come qualcosa tratto da Forbidden Planet, che porta verso territori sconosciuti, avvolgendo l’ascoltatore.
È stato importante per David che le sessioni di registrazione avvenissero su territorio italiano, prendendo ispirazione dal luogo dal quale proviene. Isolandosi nello studio per due settimane, David faticò a trovare un unico linguaggio per esprimersi, con i quadri del Caravaggio su uno schermo e Ableton sull’altro. Questa ossessione per l’originalità all’inizio fu inutile, producendo una sola traccia nelle sessioni originali, e a quel punto realizzò che cercare di creare un nuovo linguaggio dal nulla è sinonimo di puro egoismo. Questa consapevolezza è sempre stata lì, sempre rilevante nella sua evoluzione come artista. Dovette pensare al processo il meno possibile e lasciarsi andare, abbracciando le energie spirituali e superando lo scetticismo di quel mondo – se non per un breve periodo. I risultati sono impressionati, malinconici, presenti in uno spazio che non è facile da tradurre a parole…ma le parole sono sempre importanti?



Blackswan, domenica 08/07/2018

sabato 7 luglio 2018

JOHNNY MARR - CALL THE COMET (New Voodoo – Warner Bros., 2018)

Johnny Marr è e resterà sempre una leggenda, per quello che ha fatto con gli Smiths e per quel suono di chitarra byrdsiano, luccicante e un po' stralunato, fonte inesauribile di ispirazione per tutte le giovani leve a partire dagli anni ’90.
Chi scrive l’ha amato sempre, molte volte incondizionatamente, guardando con bonaria simpatia financo a una carriera solista non proprio all’altezza della sua fama. Eppure, nonostante non fossero dischi imperdibili, The Messenger (2013) e Playland (2014) nascondevano, fra le pieghe di scalette non eccelse, qualche gioiellino, qualche momento figlio dell’antica gloria, così ben riuscito da far sperare che, prima o poi, la carriera di Marr tornasse a livelli ottimali.
Addirittura, è tanta la stima per l’uomo e per l’artista, che abbiamo fatto sempre finta di non capire che quella voce esile e anonima non fosse adatta a cantare alcunché, figuriamoci canzoni che già non eccellevano per brillantezza. Oggi, pur essendo immutato l’amore verso Marr e la sua storia, ci troviamo però a fare i conti con un disco bruttino assai, un album dal quale, visto anche il tempo trascorso dal suo predecessore, ci saremmo aspettati qualcosa di più, e non certo questo compitino stiracchiato e incolore.
Con Call The Comet tutti i nodi, purtroppo, vengono al pettine: la pochezza di ispirazione, una scrittura che pasticcia con il passato e sembra priva di prospettive future, una voce che, diciamolo con franchezza, è uno strazio, e una chitarra che mai come prima ha perso tutti i colori che da sempre la contraddistinguevano. Lo dico con molta tristezza, ma davvero è difficile trovare qualcosa di buono in queste macerie che, solo con un grande sforzo di immaginazione, ricordano i fasti di una stagione leggendaria.
Che Marr sia in debito d’ossigeno lo si capisce subito da come ricicla materiale d’epoca spacciandolo per nuovo: la sezione ritmica e il cantato di The Tracers sono quelli di The Queen Is Dead, title track che apre l’omonimo disco, e Hi Hello un tempo si chiamava There Is A Light That Never Goes Out (ed infatti è anche uno dei pochi brani che si salvano dall’anonimato). Per dire come siamo messi a livello di creatività, datevi poi un ascolto a Spiral Cities che saccheggia senza pudore Someone, Somewhere, in Summertimes dei Simple Minds, e capirete che Marr, purtroppo per noi, vive la così detta fase del raschio del barile.
In scaletta c’è anche Bug, il consueto pezzo tamarro, che però manca della sfrontatezza che accendeva, ad esempio, Easy Money da Playland, ci sono scialbi tentativi di rinverdire fasti new wave (New Dominions, Actor Atractor) e citazioni smithsiane fuori tempo massimo (Day In Day Out).
A voler salvare qualcosa dal naufragio, getterei un salvagente a Walk Into The Sea, brano abbastanza prevedibile, ma più meditato e quasi sofferto, e all’iniziale Rise, innocuo pop rock che apre l’album citando nuovamente i Simple Minds. Sono solo, però, brevi attimi di lucidità in un disco confuso e per nulla ispirato, che scala le charts inglesi (al momento della stesura dell’articolo Call The Comet si posiziona al settimo posto), ma lascia in bocca un fastidioso retrogusto amaro. Perdonami, Johnny, ma questa volta ti meriti l’insufficienza.

VOTO: 5





Blackswan, sabato 07/07/2018

venerdì 6 luglio 2018

PREVIEW




Il 24 di agosto uscirà il nuovo album dei Bill And The Belles. Il disco, che si intitolerà DreamSongs Etc., vedrà la luce via Jalopy Records. La band originaria del Tennessee ha registrato il disco in una vecchia fattoria del sud est della Virginia, completando i lavori in soli due giorni. DreamSongs Etc., che è il primo disco sulla lunga distanza dopo alcuni Ep pubblicati negli anni scorsi, è stato prodotto da Joseph Dejarnette e la band si è avvalsa della collaborazione  di Evan Kinney e Aaron Olwell. Il primo singolo si intitola Wedding Bell Chimes e da qualche giorno il relativo video è già presente in rete.





Blackswan, venerdì 06/07/2018