giovedì 17 ottobre 2019

ZAC BROWN BAND - THE OWL (BMG, 2019)

Come suicidarsi artisticamente, istruzioni per l’uso. In queste poche parole si può riassumere il giudizio sulla nuova fatica di Zac Brown. In circolazione ormai da undici anni, l’irsuto country rocker originario della Georgia, pur non avendo mai fatto dischi epocali, si è guadagnato negli anni un seguito nutrito di fan, facendo peraltro incetta di premi, tra cui tre Grammy Awards. E forse è proprio il successo su scala nazionale, che ha spinto Brown a cercare il colpo grosso, spostando le sonorità roots verso una dimensione più mainstream e radiofonica. Una scelta professionale che ha fatto non poco arrabbiare i fan della prima ora, che non hanno lesinato critiche, a volte davvero pesanti.
E’ da Jekyll + Hyde (2015), però, che il rocker di Atlanta ne azzecca davvero poche (va bene, Welcome Home del 2017 non era completamente da buttare) e che la critica e gli aficionados non gli risparmiano nulla, tanto che Brown, durante la serata di gala degli CMA Awards, è sbottato con un “fuck the haters!” che non ammette repliche.
In questo caso, però, non si tratta di odio, ma semplicemente di dare un giudizio a un’opera musicale. Brown faceva del buon country rock e il cambio di rotta, chiaramente, sconcerta. Per carità, si possono intraprendere diversi percorsi artistici, abbandonando la casa madre, e fare comunque le cose per bene. Il problema è che questo nuovo The Owl è un pasticcio senza capo né coda, un abbraccio esiziale con sonorità moderne e molto mainstream, che Brown non sa gestire, soprattutto a livello di scrittura.
Basta ascoltare una volta il singolo Someone I Used To Know dalle sonorità vagamente EDM, per aver voglia di prendere il cd e lanciarlo dalla finestra. Il singolo, però, è la quarta traccia in scaletta e ci si arriva faticosamente, dopo aver ascoltato nefandezze come l’iniziale The Woods e suoi fastidiosi beats elettronici o l’atroce Need This, in cui l’uomo si cimenta pure in un cantato rap.
Alla terza traccia, OMW, pensi addirittura di aver inserito nel lettore un disco di Justin Bieber e lo sgomento è talmente invasivo da costringerti a pescare dalla discografia metal uno a caso dei dischi degli Slayer, per ripulire le orecchie da tanto indigeribile pattume.
Cosa ci faccia, poi, Brandi Carlile, ospite in una brano debole e prevedibile (il migliore del disco, peraltro) come Finish What We Started, è un mistero che mi ha tenuto sveglio un’intera notte (o forse era solo il panino alla salamella, non ricordo).
Se quanto raccontato fin ora non vi ha sufficientemente terrorizzato, vi suggerisco ad abundantiam la traccia numero otto, intitolata Warrior, omaggio pompato, retorico e militarista ai soldati dell’esercito americano.
Detto questo, vi assicuro che poche volte ho fatto tanta fatica ad ascoltare un disco e ancor più a recensirlo, e mi consolo, con una punta di astio vendicativo, onorando The Owl con la palma di peggior disco del 2019. Amen.

VOTO: 4





Blackswan, giovedì 17/10/2019

mercoledì 16 ottobre 2019

PREVIEW



SUNDOWNING, album d'esordio degli Sleep Token, uscirà il 21 novembre su Spinefarm.
“Give”, il settimo brano dell’album di debutto degli Sleep Token, Sundowning, è stato pubblicato e segue il precedente “Take Aim”.
Sundowning, cioè la sindrome del tramonto, è un fenomeno neurologico associato a crescente confusione e irrequietezza nei pazienti affetti da delirio o altre forme di demenza. Il termine ‘sundowning’ è stato coniato a causa del timing della confusione dei pazienti. Per i pazienti affetti da sindrome del tramonto, inizia a verificarsi una moltitudine di problemi comportamentali verso sera o quando tramonta il sole…”.
Da giugno a novembre, attraverso 12 tracce e stagioni che passano, gli Sleep Token rivelano una serie di registrazioni uniformi nello spazio e con tempi precisi, che si distinguono sia come pietre di paragone individuali sia come sequenza di tracce musicali accuratamente allineate, il tutto informato da un filo emotivo comune e da un flusso di grafiche e video specifici per ogni canzone; il risultato finale è una versione sia fisica sia digitale dell’album (22 novembre), con scelte di formato che abbracciano un box-set su misura contenente una varietà di elementi esclusivi, tra i quali le prime registrazioni della band.





Blackswan, mercoledì 16/10/2019

martedì 15 ottobre 2019

THE ORPHAN BRIGADE - TO THE EDGE OF THE WORLD (Appaloosa Records, 2019)

In un panorama musicale cristallizzato in prevalenza su standard consunti e formule prevedibili, il progetto degli Orphan Brigade spicca, oltre che per la qualità delle composizioni, anche per la volontà di infrangere consuetudini, scritte e non, e cercare forme espressive più libere e originali. 
L’idea è semplice ed efficace: creare una musica itinerante, che si leghi a doppio filo con i luoghi in cui viene composta e suonata, in modo da creare una geografia dell’anima e dell’arte, che suoni più sincera e immediata di quanto possa avvenire in un normale studio di registrazione. Hic et nunc, qui e ora, in un rapporto simbiotico tra le note e ciò che le circonda. E questa continua migrazione della band, alla ricerca di un’ispirazione che sia il meno artificiale possibile, che trovi come fonte il contatto diretto tra gli artisti e un mondo esterno, diverso ogni volta, è anche il grimaldello non solo per raccontare uno spazio, un territorio, una località, ma anche per recuperare le storie, le leggende e i misteri, spesso dimenticati, che hanno contribuito a crearne la leggenda.
Nel 2015, gli Orphan Brigade (la cui anima è composta da Nelson Hubbard, Ben Glover e Joshua Britt, nucleo attorno al quale ruotano valenti musicisti), pubblicarono Soundtrack To a Ghost Story, disco registrato presso la Octagon Hall di Franklyn, che non è uno studio ma una dimora museo, appartenuta a Andrew Jacskon Caldwell, proprietario terriero, morto nel 1866. Due anni dopo, nel 2017, gli Orphan Brigade si sono trasferiti a Osimo, nel cuore delle Marche, dove il nuovo disco, Heart Of The Cave, fu quasi interamente registrato. In questo caso, l’originalità del progetto, fu scegliere il cuore della terra, e cioè i famosi cunicoli sottostanti la città marchigiana, come location ove dar forma alla scaletta dell’album.
Per il terzo full lenght, l’ensemble americana si è spostata di nuovo, e precisamente nella contea di Antrim, in Irlanda del Nord, tra distese di verde lussureggiante, impervie falesie e il ruggito dell’oceano, incombente, minaccioso e al contempo evocativo. Un luogo in cui lo sguardo si perde tra i colori di una bellezza che sembra antichissima ed eterna, e vola lontano, verso orizzonti oltre i quali, come recita il titolo del disco, si trova il confine del mondo, così come noi lo conosciamo.
E’ in questa magnifica cornice che le canzoni di To The Edge Of The World sono state concepite e registrate: una musica in cui sonorità celtiche e roots americano convivono in perfetta simbiosi, parti inscindibili di un insieme fatto di contemplazione e riflessione (la conclusiva Mind The Road, in tal senso, è un invito all’umanità a guardare le vestigia della storia come monito per non ripetere gli errori del passato), di storie misteriose e di fantasmi evocati.
Ogni brano in scaletta è legato a un luogo preciso e porta con sé un racconto: la splendida Captain’s Song, dedicata a un famigerato capo clan del 1500, è stata scritta su una barca nella baia di Glenarm, e vede anche il contributo del grande John Prine, la giocosa Fair Head’s Daughter (dal testo, invero, molto cupo) è stata composta presso le grotte della spiaggia di Cushendun, dove sono state girate due sequenze de Il Trono Di Spade, mentre l’inquietante ballata Banshee, dedicata alla figura mitologica femminile il cui lamento è annunciazione di sventura, è stata registrata a mezzanotte, nella foresta di Glenarm.
Quattordici canzoni in scaletta, suonate benissimo peraltro, che suonano come brevi racconti e evocano luoghi e mondi lontani: da ascoltare in cuffia e da godere fino in fondo, grazie anche al fatto che Appaloosa Records ha inserito nel booklet tutti i testi tradotti in italiano e note a margine.
Ennesimo, bellissimo disco.

VOTO: 8 





Blackswan, martedì 15/10/2019

lunedì 14 ottobre 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO


La sagra della bufala non chiude mai i battenti. Da quando Matteo Salvini occupa quotidianamente la scena politica e gossippara, non c'è giorno in cui non ci ritroviamo nel piatto una bufala bella fresca. Dopo la sortita durante il comizio di Pontida, in cui l'improvvido ex ministro ostento' una minore in braccio spacciandola per una vittima dello scandalo sul presunto traffico di minori a Bibbiano e rivelatasi poi una panzana doc, il Capitano, non pago della figura da cioccolataio, ci delizia con altre leccornie da leccarsi i baffi. 
Questa volta la bufala ce la serve a cena durante la puntata della trasmissione di Giovanni Floris. Il ruspante ex ministro, incalzato dalle domande del padrone di casa sul Russiagate, risponde, o meglio dribbla, mostrando una foto dal telefonino di un orecchio di un poliziotto preso a morsi, a suo dire, da un detenuto nordafricano."Mi sono rotto le palle che i nostri uomini della sicurezza vengano aggrediti da delinquenti che arrivano dall'altra parte del mondo", precisa impettito. 
Peccato che a rompergli le uova nel paniere sia stata la sorella della persona, vittima dell'episodio, che su Facebook ha smascherato la panzana chiarendo l'accaduto. L'orecchio in questione è di un ispettore carcerario che è stato colpito accidentalmente da un fornello a gas lanciato attraverso lo spioncino della cella da parte di un detenuto a cui era stata negata una telefonata non prevista dal regolamento. 
Dunque un incidente e non un'aggressione, come invece ha lasciato intendere Salvini alle prese con una sbornia (triste) che non passa. Insomma, tra bufale, mojito e cubiste, per il Capitano il teatrino sembra proprio non volere finire.

Cleopatra, lunedì 14/10/2019

sabato 12 ottobre 2019

CHEAP WINE - FACES (Cheap Wine Records, 2019)

Ci sono band che invecchiano male e che si trascinano stancamente per anni, manifestando un’afasia di contenuti e ispirazione che sa di rimpianto e occasioni perdute. E poi ci sono band, come i Cheap Wine, che non solo non hanno subito le angherie del tempo, ma a cui il trascorrere degli anni ha trasmesso una nuova consapevolezza, una maturità in cui cesello stilistico e slancio creativo convivono con risultati stupefacenti.
A due anni di distanza dall’ottimo Dreams, la band pesarese torna sulle scene con nuovo disco, autoprodotto e nuovamente realizzato attraverso lo strumento del crowfunding, e fin dal primo ascolto, stupisce come i Cheap Wine siano capaci di rinnovarsi senza snaturare la propria identità artistica. Faces, infatti, suona famigliare, di quella stessa famigliarità che si prova nel ritrovare un amico o rinnovare una tradizione; ciò nonostante, nulla in queste nove tracce suona come la riproposizione di clichè stereotipati o formule prevedibili e consunte.
Non è solo il songwriting, come sempre ispirato e di qualità: in Faces si ascolta una band consapevole dei propri mezzi, che potrebbe viaggiare con il pilota automatico inserito, e che invece sta sugli strumenti con palpabile entusiasmo e con una forza d’urto talora travolgente. E non è un caso che questo sia un disco “molto suonato”, con anche lunghe code strumentali a chiosare i brani, che trasmettono all’insieme una connotazione quasi jammistica (e sarà interessante ascoltare dal vivo, in un contesto, quindi, meno vincolante, come questa componente verrà sviluppata).
Nonostante l’approccio alle canzoni sia inequivocabilmente rock, la scaletta è però attraversata da un mood cupo, in cui convivono riflessioni malinconiche e contemplazione crepuscolare. Alla metrica precisa e potente della sezione ritmica (Alan Giannini alla batteria e Andrea Giaro al basso) e alle chitarre sferraglianti dei fratelli Diamantini, fanno, infatti, da contrappunto le tastiere di Alessio Raffaelli, il cui tocco asciutto e icastico diviene spesso l’elemento risolutivo in chiave emozionale. Percezione, questa, evidente fin dall’apertura di Made To Fly, la cui vibrante elettricità viene destabilizzata da poche note di tastiera che sprofondano il brano verso un’inquietante penombra.
A contribuire a questa tensione emotiva, ci sono poi le belle liriche di Marco Diamantini, incentrate sul tema dell’identità, sviscerato tra nichilismo, disperazione e desiderio di fuga: i volti che affollano le nostre vite, alcuni indifferenti e sfumati, altri feroci e malevoli, e le mille sfaccettature della nostra anima, che deve misurarsi con un mondo ostile, in un alternarsi di disagio, sofferenza e inadeguatezza.
Se il precedente Dreams era attraversato da lampi di luce e suggeriva una visione del mondo filtrata attraverso la dimensione onirica del sogno e vividi barlumi di speranza, in Faces la tensione scema solo nel finale, tra le volute psichedeliche di New Ground, i cui languidi arabeschi accompagnano “la fuga dalla città disperata” e segnano l’abbrivio per una nuova vita e un possibile riscatto.
Difficile trovare il meglio in questi quaranta minuti di musica suonata e arrangiata perfettamente, ma a voler operare necessariamente una scelta indico la livida malinconia di The Swan And The Crow, il tiro diretto e il riff scorticato di Disguise e le cupe spire della title track, dalle sonorità contigue al post punk.
Se è indubitabilmente vero che il ”rock ‘n’ roll is a state of mind”(Misfit), il merito dei Cheap Wine è quello di essere riusciti nuovamente a materializzare questa inclinazione nel migliore dei modi, con un disco potente e vibrante ma capace di suscitare nel contempo importanti riflessioni esistenziali. E questo, è tutto ciò che il rock dovrebbe fare. Sempre. Play It Loud, Think It Loud.

VOTO: 8





Blackswan, sabato 12/10/2019

venerdì 11 ottobre 2019

PREVIEW



Il nuovo album dei no-man, "Love You To Bits", in uscita il 22 novembre in 12''/CD/DIGITALE su Caroline International, distribuzione Universal.
no-man (il duo composto da Tim Bowness e Steven Wilson) ha annunciato i dettagli del nuovo album, Love You To Bits
Undici anni dopo l’ultima uscita della band – la malinconica suite, Schoolyard Ghosts - i no-man ritornano con un’ambiziosa dichiarazione d’intenti diversa da ogni altra uscita del catalogo della band. Composto da due pezzi di 20 minuti connessi tra loro e divisi in 5 parti (Love You To Bits e Love You To Pieces), l’album combina elementi pop ed elementi di elettronica in modi sorprendenti (incorporando aspetti di Fusion, Ambient e molto altro). 
Love You To Bits presenta melodie commoventi, beat e assoli mozzafiato che collidono in trame eteree e audaci esperimenti per crare l’album più dinamico e diversificato dei no-man finora.
Gli ospiti sono Adam Holzman, David Kollar, Ash Soan e la Dave Desmond Brass Quintet. Prodotto dai no-man, Love You To Bits è stato mixato da Bruno Ellingham e masterizzato da Matt Colton.





Blackswwan, venerdì 11/10/2019

giovedì 10 ottobre 2019

LAUREN TATE - SONGS FOR SAD GIRLS (Trash Queen Records, 2019)

E’ stato un anno davvero importante per la cantante dei Hands Off Gretel. Prima, il secondo album della band, I Want The World, che ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e critica, e adesso, un disco solista, l’esordio con brani interamente originali, visto che Lauren Tate, in passato, aveva già pubblicato un paio di album di cover e un paio di Ep.
Songs For Sad Girls è un progetto decisamente ambizioso, e nasce dall’idea della ventiduenne britannica di uscire dalla sua comfort zone e di provare a fare da sola. E non è solo un modo di dire, visto che il full lenght esce sotto l’egida della sua casa discografica, la Trash Queen Records, ed è stato quasi interamente registrato nello studio di casa sua, senza alcun aiuto esterno: scrittura, registrazione, produzione e artwork sono esclusivo frutto del suo talento.
Un disco che si allontana dalla rabbia punk della casa madre e che sceglie, invece, la strada della ballata elettro-acustica, di arrangiamenti scarni ma non scheletrici, dell’intimità raccolta di voce e chitarra acustica, di una narrazione costruita sul racconto e la riflessione. Come intuibile dal titolo, Songs For Sad Girls parla di ragazze, di femminilità e sensualità, di storie d’amore non sempre appaganti, di gioie e profonde delusioni, di una società che pensa alla donna solo come oggetto sessuale o la marginalizza. E lo fa, con quello sguardo di copertina, ammiccante, torvo e provocatorio, in un fermo immagine in cui la ribellione sovrasta un evidente pungolo di tristezza, in un mix fra languida femme fatale e grintosa riot grrrl, epigono di Amy Winehouse, Pink e Courtney Love.
Canzoni che convivono fianco a fianco, diverse fra loro, eppure legate da uno stile ben preciso, da idee brillanti, da passionalità e una forte carica impressionista. E poi c’è quella voce, davvero stupefacente, che miagola, graffia e urla, con interpretazioni che sfiorano talvolta il confine del melodramma, eppure talmente sincere e convincenti da far sembrare anche le canzoni più prevedibili un assalto all’arma bianca al cuore dell’ascoltatore.
Apre il disco Mondays Make Me Feel So Awful, un minuto di cacofonia, tra voci, chitarra acustica e rumori di fondo, che viene chiosato da una frase in italiano, “mi fai del male, ma ti amo”, esplicita rispetto alle contraddizioni contenute in liriche in cui l’amore è tutto e il contrario di tutto. La successiva Can’t Keep My Hands Off You, parla di lui, che è droga e diavolo, di un amore tossico e di un’attrazione che cannibalizza la volontà, e per un istante è quasi impossibile non farsi tornare in mente l’appassionata Liz Phair di Exile in Guyville.
In What About The Kids, la dolce melodia iniziale è la miccia per accendere un ritornello in cui la Tate rappa con consumata maestria, guardando al mondo delle armi attraverso gli occhi di una bimba la cui innocenza è stata violata per sempre (“Papà, mi hanno sparato con una vera pistola, non come quella con cui abbiamo giocato per divertimento. E quella pistola, assomigliava molto alla tua, quella che hai detto ci avrebbe sempre protetto”).
Lauren, poi, gioca con gli anni ’50 e ‘60 (d’altra parte uno dei suoi album precedenti, Love Song, coverizzava grandi brani di quegli anni), ma lo fa col suo timbro inconfondibile, con audacia e sfrontatezza (Naturally Born Bad, He Loves Me), parla del mito del corpo, della ricerca della taglia 0 e delle umiliazioni subite dalle donne su internet a causa del proprio fisico (Miss American Perfect Body), instillando inusuale dolcezza e un pathos, sottolineati da un sobrio arrangiamento d’archi,  e poi, chitarra acustica alla mano, racconta in modo spietato la storia d’amore fra un’adolescente e un uomo predatore, il tormento, l’angoscia, la disperazione di una giovane donna che deve fare i conti con sentimenti sviliti e frustrati (Rock‘n’Roll Radio).
In questo esordio, non c’è un solo momento che non appaia credibile e intenso, e se alcune canzoni sono belle, altre sono addirittura bellissime. Il blues dissonante di Bad Egg Blues suona pericoloso come un cane rabbioso che si aggira nel cuore della notte, Monsters è uno sprofondo cupo di disperazione patologica pervaso da una tensione destabilizzante e How Fucking Dare You è una feroce invettiva contro un amante traditore, che lascia attoniti. Tre brani che sono il fiore all’occhiello di una scaletta senza sbavature, opera di un’artista già affermata, che ha però scelto di seguire una strada parallela più distante dalle sue origini. Strumenti acustici ed elettrici che si piegano alla ballata, riletta però da un’insopprimibile indole punk e abrasa da una voce che scartavetra ogni residuo di zucchero, in nome di una consapevolezza tanto rara quanto preziosa.
Ci sono tante brave cantanti in circolazione, anche più brave tecnicamente, per carità, ma come interpreta le sue canzoni questa ragazza, con quanta grinta e quanta sincera passione, è qualcosa che lascia senza parole. Uno dei migliori dischi ascoltati quest’anno.

VOTO: 8





Blackswan, giovedì 10/10/2019

mercoledì 9 ottobre 2019

PREVIEW




FOREIGNER: i membri originali si riuniscono per celebrare il 40esimo anniversario dell'album multi-platino DOUBLE VISION e annunciano FOREIGNER - DOUBLE VISION: THEN AND NOW, un live album disponibile su CD, vinile, DVD e Blu-ray, in uscita il 15 novembre su earMUSIC.
Con oltre 80 milioni di album venduti e 16 hit da Top 30, i Foreigner sono universalmente riconosciuti come una delle più famose rock band del mondo. Foreigner - Double Vision: Then And Now porta gli spettatori dietro le quinte mentre i membri originali della band si uniscono a quelli attuali e a Mick Jones per la prima volta in 40 anni di storia del gruppo. Entrambe le incarnazioni della band condividono lo stesso palco per una esibizione epica.
I membri originali Lou Gramm, Al Greenwood, Dennis Elliott, Ian McDonald e Rick Wills salgono sul palco con Mick Jones e gli attuali Foreigner (Kelly Hansen, Tom Gimbel, Jeff Pilson, Michael Bluestein, Bruce Watson e Chris Frazier) per dare lustro ad alcune delle canzoni di maggior successo che riportano alla memoria ricordi indelebili per i fan di lunga data e grandi emozioni per i nuovi.
Dice Mick Jones: “Uno spettacolo che ricorderò per sempre! Condividere il palco con i membri che hanno dato vita ai Foreigner e i musicisti stellari che continuano a portare questa bandiera nel nuovo millennio è stato un momento incredibilmente emozionante.”
“Volevamo mettere in scena una produzione elaborata per il primissimo concerto di reunion ‘Foreigner - Then And Now’”, afferma il pluripremiato produttore Barry Summers di Rock Fuel Media, che ha creato questa esplosiva celebrazione rock. “Qualcosa di diverso da qualsiasi altro show precedente dei Foreigner è stato catturato nel film, che sia visivamente sia musicalmente dona nuova vita ai loro incredibili classici – le canzoni con cui sono cresciuto – e i fan potranno apprezzarlo per molti anni a venire.”
Girato in 4K Ultra HD utilizzando più di 24 videocamere, il film concerto presenta uno straordinario design multimediale, con animazione CGI, laser, nebbia ed effetti elaborati che portano questa potentissima performance su nuovi livelli.





Blackswan, mercoledì 09/10/2019

martedì 8 ottobre 2019

JOSEPH, GOOD LUCK, KID (Ato Records, 2019)

Quelle delle Joseph è un nome praticamente sconosciuto alle nostre latitudini, anche se negli States, paese da cui provengono, si sono create un discreto seguito e sono molto chiacchierate da parte della stampa specializzata. Il terzetto proviene da Portland (Oregon) ed è composto dalle tre sorelle Closner, Natalie, Allison e Meegan.
Il primo album, Native Dreamer Kin, interamente autoprodotto, è uscito nel 2014, e ha subito messo in luce le doti della band, tanto che il secondo disco, I'm Alone, No You're Not Was, datato 2016, è stato rilasciato sotto l’egida ATO Records e prodotto da Mike Mogis, membro dei Bright Eyes e produttore prolificissimo (First Aid Kid, Conor Oberst, Pete Yorn, Cursive, etc.). Per quanto vengano spesso etichettate come folk band (per l’uso anche di strumenti acustici e per qualche vaga sonorità roots), è chiarissimo dall’ascolto di questo nuovo Good Luck, Kid che le Joseph si muovono in ambito (indie) pop. Che poi indie, che ho messo di proposito tra parentesi, non sarebbe nemmeno un termine troppo corretto, visto che le tredici canzoni che compongono la scaletta del disco sono incredibilmente mainstream. Per cui, connotatelo un po' come volete, ma quelle del terzetto americano è pop: radiofonico, prevedibile e zeppo di citazioni.
Eppure, questi brani, che a un ascoltatore distratto potrebbero apparire di poco conto, hanno dalla loro due punti di forza che li rendono estremamente piacevoli: dei ganci melodici che acchiappano alla velocità della luce e degli arrangiamenti davvero brillanti (produce Christin “Leggy” Langdon), che grazie a pochi elementi ben inseriti (una tastiera, qualche di pianoforte, un lick di chitarra) riescono a risollevare le sorti di brani altrimenti parecchio ovvi.
Un connubio misurato di strumenti acustici, elettronica ed elettricità, oltre al perfetto interplay delle tre voci, rappresentano il piatto forte della casa, e nonostante non vi sia nulla di davvero sorprendente il risultato finale è credibile e molto piacevole. L’iniziale Fighter, ritmica pulsante, innesti di elettronica e quello splendido suono di tastiera che compare nel ponte, è un singolo che si fa ricordare e fa venire in mente Sia (Chandelier). Nella title track entrano in gioco le chitarre e la canzone è attraversata da una tensione nervosa che la rende una degli high light del disco. E’ comunque davvero difficile resistere al potenziale melodico di questo disco, e brani come In My Head, nella sua adolescenziale semplicità, Presence, dagli accenti rock (e con un riff di chitarra che fa esclamare immediatamente: Black Keys!) o Shivers, con quella progressione che suggerisce sottotraccia la Kate Bush di Running Up That Hill, sono episodi riuscitissimi e che dimostrano tutto il talento di queste tre ragazze.
Good Luck, Kid non finirà certo nelle classifiche di fine anno, ma se avete voglia di ascoltarvi un buon disco pop che non ha alcuna pretesa artistica se non quella di divertire, le Jospeh sapranno darvi soddisfazione.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 08/10/2019

lunedì 7 ottobre 2019

PREVIEW




I Theory Of A Deadman annunciano la pubblicazione del loro settimo album in studio dal titolo “Say Nothing” in uscita il 31 gennaio 2020 su etichetta Atlantic Records
L’album è anticipato dal singolo “History Of Violence”, che porta in primo piano una storia di rivincita sulla violenza domestica. Diretto da Sam Sulam, il video di “History Of Violence” mostra un momento devastante nella vita di una donna che, stanca degli abusi del marito, pianifica la propria rivincita, per poi finire in carcere ma finalmente libera dal suo aguzzino.
“History of Violence’ racconta la triste storia di una ragazza intrappolata in una vita di abusi domestici che la porta a quella che le sembra essere l’unica via d’uscita”, spiega il cantante Tyler Connolly. “Alla fine, la prigione sarà per lei un luogo migliore della vita reale a fianco di quell’uomo. Incoraggiamo tutte le persone che subiscono violenza domestica a chiedere aiuto”.
In Say Nothing”, i  THEORY Tyler Connolly [voce, chitarra], Dave Brenner [chitarra, voce], Dean Back [basso] e Joey Dandeneau [batteria] — affrontano temi attuali e sensibili con la loro consueta attitudine rock ‘n’ roll, una visione sperimentale e chiare ambizioni pop. Registrato a Londra con il produttore Martin Terefe (Jason Mraz, Yungblud), l’album parla di questioni attuali nella vita moderna. Violenza domestica, razzismo, politica e molto altro. Alla base di tutto, un positivo messaggio di speranza per il futuro.
“Considero questo album un microcosmo dell’era attuale”, commenta Brenner. “È un monito a guardare dentro ciò che sta accadendo e ciò che stiamo diventando. Spero che tutti si fermino a riflettere su quanto espresso. Allo stesso tempo, la musica resta una via di fuga. Magari possiamo donare al mondo una piccola luce di speranza e incoraggiare le persone a trattarsi meglio.”
“Say Nothing” prosegue l’evoluzione tematica e musicale che da sempre contraddistingue i THEORY. Il brano di apertura “Black Hole Of Your Heart” vede la partecipazione di un’intera orchestra, il cui incedere è scandito da una cigolante chitarra. Un pellegrinaggio agli Abbey Road Studios ha ispirato “Ted Bundy”, brano che racconta in prima persona la storia di un uomo problematico che non può amare o essere amato. “Strangers” colpisce con la sua prosa provocatoria che riflette l’attuale situazione politica americana. Infine, il coro gospel di “Quicksand” aggiunge l’ennesima e profonda dimensione a Say Nothing”.  
Nel 2017 il singolo “Rx (Medicate)” , tratto dall’album Wake Up Call” , ha superato i 250 milioni di streaming diventando il terzo singolo nella carriera dei THEORY a raggiungere la posizione #1 della classifica Hot Mainstream Rock Tracks di Billboard. Nel corso delle ultime due decadi  l’impressionante catalogo musicale dei THEORY ha portato numerose certificazioni oro e platino, due debutti nella Top 10 della classifica Top 200 di Billboard e otto debutti nella Top 10 della classifica Hot Mainstream Rock Tracks di Billboard. 





Blackswan, lunedì 07/10/2019