venerdì 25 maggio 2018

PREVIEW





Uscirà il primo giorno di giugno la ristampa del mitico The Ballad Of Sally Rose, uno degli episodi più significativi della discografia della singer-songwriter originaria dell’Alabama. Il disco, che vide la luce nel 1985, è una sorta di concept album che racconta le vicende di una cantante di nome "Sally Rose", il cui marito e mentore, un musicista con problemi di alcolismo, muore in un incidente stradale. Le vicende narrate in questa “country opera” sono ispirate al pigmalione artistico che legò la Harris al grande Gram Parsons. L’album, che ricevette una nomination al Grammy Award come miglior disco country dell’anno, verrà stampato su due cd, il primo con la scaletta originale rimasterizzata, il secondo contenente outtakes, inediti e rarità. 





Blackswan, venerdì 25/05/2018

giovedì 24 maggio 2018

THE YOUNG NOPE - SCIAMANO (Nope Records, 2017)

Ci vogliono le palle per intitolare una canzone Rock, perché non è solo una dichiarazione d’intenti, ma è anche farsi portabandiera di un genere, in un paese in cui il rock non sempre ha trovato terreno fertile e interpreti all’altezza. Devi essere incosciente e sfrontato, certo, ma devi essere anche consapevole dei tuoi mezzi, perché stai in equilibrio su una corda tesa e al minimo errore, puoi precipitare nel vuoto.
Così quando partono i tre minuti e ventiquattro di Rock#1, primo singolo tratto da Sciamano, album d’esordio dei teramani The Young Nope, ci si chiede se davvero questi tre ragazzi abbiano le palle per riuscirci. Ci vuole pochissimo, però, per fugare ogni dubbio: riff graffiante, tamburi battenti e tanto sudore. Rock è una signora canzone, una deflagrazione di potenza e giovanile entusiasmo di una band praticamente agli esordi, ma che possiede già talento da vendere. 
The Young Nope è un progetto nato nel 2016 a Teramo, da un'idea di Pier Paolo Tancredi, 18 anni (batteria, percussioni, seconda voce), Pierpaolo Saccomandi, 19 anni (chitarra, voce, sintetizzatori) e Pierluca Dolceamore, 18 anni (basso). All’attivo, finora, un solo Ep, Satellite (maggio 2017) e questo primo, convincente full lenght. Che è spregiudicato e senza compromessi, come è giusto che sia, vista la giovanissima età dei musicisti, ma che è anche ricco di idee e di intuizioni.
Perché di buone canzoni in scaletta, oltre la citata Rock#1, ce ne sono, eccome. La tensione bluesy di Birds, ballata attraversata da un mood notturno e cantata da Saccomandi con una maturità sorprendente, la spiazzante Heroina, gioco a incastro fra le rarefatte atmosfere blues della prima metà e i vertiginosi cambi tempo della seconda, la sferragliante malinconia di Padrone  e le suggestioni psichedeliche dell’ottima Andare Via.
In un paese come il nostro, dominato prevalentemente da artefatti talent show, da un mainstream frusto e stantio e da una scena indie derivativa e  sopravvalutata, i The Young Nope rappresentano una ventata di freschezza e reintroducono un approccio verace alla musica, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Nonostante le inevitabili imperfezioni, che l’esperienza, ne siamo sicuri, emenderà, Sciamano torna a parlare il linguaggio di un rock vibrante e senza compromessi, che piacerà a tutti coloro che amano sopra ogni cosa sincerità e chitarre. Promossi.

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 24/05/2018

mercoledì 23 maggio 2018

PREVIEW




I 12 brani dell’album sono spettrali e robusti, spesso definiti dallo spazio tra i suoni. Lanegan & Garwood hanno condiviso il video per “Save Me”, il primo singolo e opening track dell’album e hanno annunciato una serie di date per questo autunno in Europa.
Negli ultimi dieci anni Lanegan e Garwood hanno lavorato insieme all’album Black Pudding nel 2013 e agli album solisti di Lanegan (Garwood ha contribuito a Blues Funeral del 2012, a Gargoyle del 2017 e subito dopo ha partecipato al tour come musicista nella band di Lanegan). La tecnologia li ha sempre aiutati permettendogli di collaborare da punti diversi del globo: Garwood da Londra e Lanegan da Los Angeles.
Negli anni abbiamo registrato insieme o da soli. Questa volta, ho iniziato l’album da solo, con la compagnia di molti animali,” ha detto Garwood. “E’ arrivato come un flusso, mi sono messo al lavoro ed è uscito qualcosa. La nostra musica è istinto, non c’è molto da dire, solo creare. Penso che se sei in pace con il tuo lavoro e lo senti giusto, fluisce facilmente. La musica non è pensata per essere difficile. Però ogni tanto ti può  ridurre in cenere. Fare musica per un cantante, che permetta di vivere con quella canzone, significa colpire l’anima. Non c’è un hit senza una perdita. È un album curativo per noi creatori e anche per gli ascoltatori. Cresce in modo naturale. Noi siamo i giardinieri dei sentimenti sonori.
Se Black Pudding metteva la chitarra lunatica di Garwood al centro del palco, With Animals è costruito con una serie di attrezzi diversi. Analogico e polveroso, suona come se Lanegan e Garwood si fossero rintanati in uno studio di registrazione dei ’60 mentre un’apocalisse impazza fuori. Brani in loop suonano come se fossero stati estratti da There’s A Riot Goin’ On, mentre melodie sparse richiamano il sound dei produttori britannici Burial oppure Boards of Canada.
Le polverose canzoni di With Animals sembra che siano state composte in compagnia di anime notturne. “Nonostante molte di queste canzoni fossero state registrate durante il giorno,” ha detto Duke, “Prima che il sole si alzi troppo…quel sound notturno è sempre lì nel mio cuore. Suppongo sia sempre mezzanotte da qualche parte.”
With Animals sarà disponibile dal 24 agosto su Heavenly Recordings, distribuzione Self.





Blackswan, mercoledì 23/05/2018

martedì 22 maggio 2018

BIRDS OF CHICAGO - LOVE IN WARTIME (Signature Sounds, 2018)

Non sono in molti quelli che sanno rileggere un genere tradizionale come il folk con inventiva e originalità. Tra questi, ci sono sicuramente i Birds Of Chicago, a cui riconosciamo proprio la capacità di uscire dall’ovvio, di scavalcare gli steccati della tradizione, per creare una musica che, pur strettamente connessa alle radici di un suono, è capace anche di (ardite) commistioni che escono dagli schemi.
Originari della Windy City, i Birds Of Chicago sono un duo composto dai coniugi JT Nero and Allison Russell (quest’ultima, originaria di Montreal, già membro della band roots canadese delle Po’Girl), in attività dal 2012 e con all’attivo un EP e tre album, tra cui anche questo nuovo Love In Wartime.
Un titolo che, in combinato disposto con la cover dell’album, esplicita chiaramente quali siano i contenuti della scaletta. L’idea è quella di raccontare la speranza, di contrapporre l’amore alla brutalità dei nostri giorni, trasmettendo ottimismo e sostituendo il linguaggio romantico dei sentimenti alla logica del profitto e alla violenza della guerra.  
Non uno sguardo sofferto sulla società ma una sorta di "kind revolution", quella che antepone, cioè, i fiori e i baci al freddo acciaio dei cannoni. Come si è detto, il punto di partenza è il folk, ma i Birds Of Chicago rileggono la materia attraverso un suono meticcio e ballate elettroacustiche sviluppate attraverso un montaggio alternato fra roots, soul, gospel, rock e pop.
Il disco inizia con Intro: Now/Sunlight, un minuto perfetto in cui banjo, pianoforte e voce, omaggiano le influenze musicali del duo, esplicitandone il retroterra culturale. Poi, si parte per un viaggio sonoro coloratissimo e cangiante. Il funky sbarazzino di Never Go Back è di un’allegrezza irresistibile e si sviluppa attraverso un mid tempo sincopato e l’interplay fra due voci (la Russell canta anche in francese) che si sposano meravigliosamente, un po' come il latte con il cioccolato.
La title track è percorsa da reminiscenze celtiche, che si sviluppano però su un morbido tappeto soul, e si conclude con una coda strumentale, in cui la chitarra elettrica (una grande performance di Joel Schwarzt) diventa protagonista assoluta. Una chiosa vibrante e rock che si deve evidentemente alla mano di Luther Dickinson, ex Black Crowes e leader dei North Mississippi Allstars, qui in veste di produttore. Ed è questo uno degli altri elementi di novità di un disco che, per quanto morbido e leggero, non manca mai di abbandonarsi a qualche incursione elettrica, come nel finale di Lodestar, brano che si sviluppa nell’abbraccio delle due voci, tra tastiere vaporose, un morbido piano e un’acustica in punta di plettro. Pur essendo un disco estremamente omogeneo nel suono, Love In Wartime declina il classico suono americano distaccandosi spesso dalla strada principale, per scegliere percorsi più articolati e meno prevedibili.
Se la dolcissima Super Lover, inno all’amore e vero e proprio antidoto alla paura, all’odio e all’ignoranza che domina il mondo, si muove attraverso un folk millesimato (ma attenzione allo splendido assolo di Schwartz), Travelers libra leggera su un tappeto melodico decisamente pop, mentre in Baton Rouge la Russell lascia il segno con una grandissima prestazione vocale (in francese e in inglese), creando, poi, un’ ulteriore suggestione, sostituendosi all’elettrica di Schwart con un bell’assolo di clarinetto.
Resta da citare l’appassionata Try, in cui i coniugi duettano, sfoggiando due diversi timbri (quello graffiante di JT Nero, quello decisamente soulfull di Allison Russell) su una melodia carica di pathos. Un disco, dunque, dallo sviluppo originale e meravigliosamente suonato, che possiede l’ulteriore merito di raccontare l’amore e trasmettere positività, attraverso un linguaggio sincero e sinceramente romantico. Come un raggio di sole, che attraversa le nuvole di un cielo plumbeo, regalando barbagli di speranza e umanissimo calore.

VOTO: 8





Blackswan, giovedì 22/05/2018 

lunedì 21 maggio 2018

IL MEGLIO DEL PEGGIO




"C'è un certo Silvio Berlusconi che ha un'esperienza di nove anni al governo del Paese, che ha presieduto per tre volte il G7 e il G8 ed è ritornato disponibile...E con la carenza di personaggi che c'è...io sono assolutamente disponibile".
A Roma direbberero: aridaje. Non è passata nemmeno una settimana dalla fatidica riabilitazione politica che già Silvietto mostra segni di insofferenza per la "cosa" giallo-verde. Per il nonnetto di Arcore l'asse Di Maio -Salvini rappresenta, più che un accordo per un possibile governo, una sorta di accozzaglia perlopiù perniciosa. E non soltanto per l'intesa personale che lega i due giovani leader, quanto per la convergenza su alcuni punti del contratto di governo. Roba forte, come la legge sul conflitto di interessi, che se passasse, toglierebbe il sonno al povero Silvietto da poco incappato in un altro rinvio a giudizio per l'accusa di corruzione nell'ambito del procedimento Ruby-ter. Poche frecce nell'arco del Riabilitato e molte nubi all'orizzonte. Lo spauracchio di elezioni sarebbe un calice ben più amaro da bere: l'potesi di superare di poco lo sbarramento del 3% non è poi tanto peregrina e dunque Silvio cova qualcosa. Vedremo quale altro coniglio estrarrà dal cilindro nei prossimi giorni. Se mai si dovesse ritornare alle urne, spero fortemente che gli italiani (non tutti, per fortuna) non siano colti da improvvisa amnesia e tengano bene a mente i 25 anni di interessi privati, di leggi ad personam, di immoralità dilagante, di frodi fiscali, di corruzione e contiguità con la mafia. Se non fossimo in Italia, sarebbe stato sufficiente una bagatella qualunque per accompagnare un simile soggetto fuori dalla porta. Sosteniamo dunque chi si appresta all'arduo compito di governare questo Paese. Ciò che conta è un risveglio della società civile: la restituzione della dignità a un popolo da tempo defraudato non è più differibile.

Cleopatra, lunedì 21/05/2018

domenica 20 maggio 2018

PREVIEW



Lori McKenna ha appena annunciato la realizzazione di un nuovo album in studio, The Tree, in uscita il 20 di luglio via CN Records And Thirty Tigers. The tree è il suo undicesimo disco e segue The Bird And The Rifle, che nel 2016 è stato nominato al Grammy Award.
Come per il suo predecessore, il disco è stato registrato presso i leggendari RCA Studio A di Nashville e vede in cabina di regia il prolifico Dave Cobb. Nella composizione delle canzoni, Lori è stata affiancata da Natalie Hemby, Hailey Whitters, Liz Rose, and Hillary Lindsey, mentre in studio è stata accompagnata da un parterre de roi composto da Anderson East (chitarra elettrica), Brian Allen (basso), Chris McKenna (mellotron), Chris Powell (batteria), e Kristen Rogers (background vocals).
The Tree viene anticipato dal primo singolo People Get Old.





Blackswan, domenica 20/05/2018

sabato 19 maggio 2018

ARCTIC MONKEYS - TRANQUILLITY BASE HOTEL & CASINO (Domino, 2018)

Scordatevi gli Arctic Monkeys, perché la band che conoscevate non esiste più. Whatever People Say I Am, That's What I'm Not (2006) è un disco che appartiene a un’epoca preistorica, che nulla ha più a che vedere con questo nuovo corso intrapreso da Alex Turner e soci; ma mettete una bella croce anche sul più recente AM (2013), che già non era molto in linea con i primi lavori del gruppo.
Da quel penultimo disco sono passati solo cinque anni, ma la distanza si è fatta siderale. In AM, l’urgenza quasi punk, che ci faceva zompare come indemoniati mentre pulsava rapida I Bet You Look Good On The Dancefloor, era andata (quasi) perduta per sempre.  Le canzoni quel disco denotavano un’architettura sonora più riflessiva, che continuava a mantenere un appeal giovanilistico e modaiolo, ma che si faceva al contempo più variegata, ricca di citazioni e con sfiziosi ammiccamenti a certa musica nera, hip hop e soul in primis.
Se, però, voi, fans della prima ora, consideravate AM l’album del tradimento definitivo, Tranquillity Base Hotel & Casino suonerà alle vostre orecchie come una sorta di vilipendio di cadavere. Quindi, scappate a gambe levate. Perché, al sesto album in studio, gli Arctic Monkeys hanno, infatti, plasmato una scaletta depurata da ogni possibile scoria del passato (visto il nuovo corso, la parola scoria è quasi d’obbligo), tanto che per approcciarsi all’ascolto e uscirne soddisfatti (sempre ammesso che sia possibile), è di gran lunga preferibile non essere fan della band.
Tranquillity Base Hotel & Casino è un disco figlio di cinque anni di riflessione e della nuova passione di Turner per il piano, un lavoro meditato, voluttuoso ma scorbutico, poco incline ad accondiscendere ascolti superficiali, dal momento che l’immediatezza, ormai, non abita più qui. Le chitarre ci sono ancora, certo, ma sono solo sfumature in una tela di colori pastello, tratteggiati da arrangiamenti densi, che vestono di vintage ed elettronica melodie sinuose e stravaganti, citando i Beatles e, perché no, Bowie, e ammiccando a sonorità, tutto sommato, più vicine ai Last Shadow Puppets.
Questo disco, probabilmente, non piacerà, né ai fan della prima ora né agli ascoltatori occasionali, che cercano nella musica emozioni subitanee e quelle due o tre canzoni che spaccano e fanno la differenza anche in termini di orecchiabilità. E ciò nonostante la miglior prova vocale di sempre di Turner, il coraggio della sperimentazione e un fascino elusivo di canzoni quasi inafferrabili.
Un disco complesso, dunque, che ha sancito definitivamente la metamorfosi di una ex internet band di ragazzini, che cavalcò meravigliosamente l’onda lunga del post punk revival e che ora, invece, ha iniziato a suonare in un’altra galassia. Per capire se è un bene o un male, bisogna solo ascoltare: ci vuole tempo, ma potrebbe essere una sorpresa.

VOTO: 7,5





Blackswan, sabato 19/05/2018

venerdì 18 maggio 2018

PREVIEW



Dopo aver annunciato per il 6 luglio l’uscita del nuovo album Sun On The Square, i the innocence mission condividono il primo video, “Green Bus”, aratterizzato dalla bellissima animazione creata da Karen Peris, voce del gruppo e artista talentuosa. “È il mio primo tentativo di rendere una canzone con l’animazione,” dice Karen, “ed è stato un processo molto divertente che mi ha anche aiutato a percepire alcune cose sull’emozione che sta dietro al brano e che non avrei potuto realizzare appieno mentre componevo.”
Per i loro fan, i the innocence mission sono ben più della “gruppo preferito”, sono il compagno amato: tale è l’intensità del loro suono e della loro visione, guidati dalla voce mozzafiato di Karen Peris. Tra i loro fan ci sono Sufijan Stevens e Sam Beam (Iron & Wine), che hanno entrambi fatto cover di loro canzoni.





Blackswan, venerdì 18/05/2018

giovedì 17 maggio 2018

OLD CROW MEDICINE SHOW - VOLUNTEER (Columbia, 2018)

Ci sono band a cui basta un disco, magari anche un singolo, per scalare le classifiche e diventare famose; e altre, invece, che si dannano l’anima per anni senza cavare un ragno dal buco. E’ quello che, più o meno, è successo agli Old Crow Medicine Show, band oggi di stanza a Nashville, formatasi sul finire degli anni ’90 a Harrisonburg, Virginia.
Una gavetta dura, a sputar sangue in piccolissimi locali di periferia o a raccogliere consensi agli angoli delle strade (il nome del gruppo in tal senso è abbastanza esplicito). Ed è proprio durante uno di questi concerti improvvisati, davanti a una farmacia di Boone, un paesone della North Carolina, che gli OCMS vengono notati da Doc Watson, uno dei padri dell’american roots.
Un bel intuito quello avuto da Watson che, dopo averli ascoltati, se li porta a suonare al Merlefest, festival di musica tradizionale che si svolge ogni anno in quel di Wilkesboro. Da qui, dal cuore dell’America rurale, la band capitanata dal cantante e violinista Ketch Secor ha iniziato un’ascesa di consensi e successo che li ha portati a suonare al Grand Ole Opry, programma radiofonico in onda ininterrottamente dal 1925 e che è considerato il massimo punto di arrivo per la consacrazione di un musicista country.
Ora, gli Old Crow Medicine Show li conoscono tutti, sono uno dei gruppi leader di quel movimento chiamato progressive bluegrass (e di cui rappresentano la falange più ortodossa), vendono milioni di dischi (un Grammy Award vinto con il loro penultimo Remedy) e si piazzano sempre ai primi posti delle posti delle classifiche di genere. Sei dischi all’attivo (senza contare i primissimi lavori, praticamente introvabili) una manciata di Ep e una fama ormai consolidatissima di eccezionale live band, rappresentano il pedigree di una delle realtà più stimolanti dell’intera scena country statunitense. Anche perché questi sette ragazzi non si limitano a rinverdire i fasti della tradizione, ma amano plasmare il suono roots con un approccio incredibilmente punk rock: alternative country, quindi, suonato in acustico, ma con la potenza e l’energia di una band che suona elettrico.
Volunteer è il secondo disco sotto l’egida Columbia, major con la quale gli OCMS avevano già pubblicato, lo scorso anno, lo splendido tributo a Dylan (50 Years Of Blonde On Blonde). Ed è anche il primo disco che vede la presenza di Dave Cobb in produzione, dopo che il precedente Remedy (2014) si era valso dei servigi del britannico Ted Hutt (Gaslight Anthem, Flogging Molly, etc).
Cobb, dal canto suo, non ha aggiunto molto a un repertorio già ben consolidato, limitandosi a rendere ancora più potente il suono e ad arrotondare qualche spigolo. Insomma, ha assecondato le doti principali della band, mettendo in luce i gioielli di famiglia, e cioè, immediatezza, potenza, gran ritmo e strumenti sbrigliati usque ad fine, fiore all’occhiello di quello che potremmo definire, insieme a Remedy, il miglior capitolo della discografia degli OCMS.
Canzoni che pescano dal bluegrass, che citano Dylan (la voce di Secor, senza possederne la fascinosa asprezza, ricorda da vicino quella del menestrello di Duluth), che sfociano in up tempo travolgenti (per chi non mastica la materia, rimanderei alle gighe dei Pogues, giusto per farsi un’idea) o si illanguidiscono attraverso ballate pronunciate con accenti decisamente bluesy.
Un disco che si ascolta tutto in un fiato, e che trasmette la sanguigna passionalità di chi ha costruito la propria carriera trasformando ogni concerto in un pogo travolgente (ascoltate le accelerazioni di Flicker & Shine, indemoniato compendio di tecnica e ultra velocità). Questa volta, però, sono i brani più lenti a prendersi la scena, visto che i nostri eroi inanellano un filotto di ballate da urlo (Child Of The Mississippi, Old Hickory, Homecoming Party, Whirlwind) levigate dalla mano sicura di Cobb e dalla voce appassionata di un sempre più convincente Secor.
Nella speranza che prima o poi facciano un salto dalle nostre parti, non perdetevi questo gioiellino: loro sono probabilmente la migliore roots band in circolazione.

VOTO: 8





Blackswaan, giovedì 17/05/2018

mercoledì 16 maggio 2018

PREVIEW




Per anni le composizioni e le produzioni di J. Peter Schwalm sono state una prova impressionante dell'intensità dei suoni senza parole. Più coerente che mai, nel suo nuovo album “How We Fall”, Schwalm crea sculture sonore che trascendono le categorie più comuni. Le loro strutture possono assumere forme ruvide o dolcemente curve, dispiegare effetti associativi o contemplativi e possono anche far rabbrividire l'ascoltatore. La sensibilità di Schwalm per le sfumature, gli archi di tensione e i suoni individuali si basa sul talento e su un'esperienza pluriennale. 

Il suo ultimo album prima di questo nuovo “How We Fall”, intitolato “The Beauty Of Disaster”, risale alla primavera del 2016; il lavoro ruotava intorno ad una dualità che modella le arti visive e la musica, oltre che la vita stessa: una certa malinconia che è sempre insita nella speranza. Poi, nell'autunno 2016 una svolta nella sua vita, un'esperienza esistenziale che ha lasciato tracce profonde: al musicista (nato a Francoforte sul Meno nel 1970) viene diagnosticato un tumore cerebrale, che deve essere rimosso chirugicamente. 
Durante l'intervento la procedura si dimostra però impossibile e Schwalm viene sottoposto a chemioterapia. Nel corso dell'anno successivo il nostro si rimette al lavoro su una serie di pezzi che inevitabilmente riflettono stati d'animo quali irrequietezza, paura, disperazione e rabbia, mentre lo sforzo artistico è concentrato nella capacità di elaborare queste emozioni in suoni astratti. La ripartenza dopo la pausa per malattia non è stata facile: "Nelle prime settimane dopo l'operazione, ho ascoltato il mio archivio per distrarmi e ispirarmi. Ho iniziato a progettare miniature al pianoforte, sviluppando armonie che ho poi trasferito alle mie macchine. Mi sono però reso conto che dovevo riscoprire parti della mia attrezzatura perché non ne ricordavo tutte le funzioni". 
Questo si spiega in parte con il fatto che il musicista tedesco ha negli anni utilizzato tecniche avanzate e molto particolari, alcune delle quali da lui personalmente sviluppate e insegnate in occasioni di festival e seminari in tutto il mondo. Nel corso del tempo, Schwalm ha trasformato le sue idee originali, ha variato e ampliato la gamma dei timbri delle sue composizioni fino a rendere irriconoscibili gli strumenti di cui si avvale. "Durante il processo mi sono reso conto che ci sono paralleli tra le mie esperienze personali e le mie emozioni e l'attuale situazione sociale e politica nel mondo", aggiunge Schwalm. Questo pensiero lo ha portato a scegliere per alcuni pezzi del nuovo album titoli che assomigliano in modo ingannevole a dei termini inglesi. "Altri sono invece nomi di veri villaggi tedeschi, luoghi appartenenti ad un'area scelta dal comando militare americano durante la Guerra Fredda come zona di eventuale sgancio di armi nucleari, per prevenire possibili attacchi sovietici che tentassero di occupare la Germania" spiega Schwalm, che proviene proprio da questa regione, chiamata "Fulda Gap" (Varco di Fulda).

I sorprendenti cambiamenti sonori che troviamo nella iniziale “Strofort” sono un esempio per i successivi 45 minuti. Suggestivo come una colonna sonora che non ha bisogno di immagini, il brano collega, disponendole con cura, diverse superfici e frammenti di un linguaggio immaginario, che ci proiettano in un'altra dimensione. Nel corso dell'album ci sono pezzi come “Stormbruch” che spingono oltre il limite il concetto di drone in lenta crescita. Oppure  “Clingon”, giocata interamente sullo sviluppo di pulsazioni. "Rispetto al disco precedente, questa volta ho lavorato di più con dettagli ritmici, inclusi metri dispari e opposti", spiega Schwalm. Per J. Peter Schwalm “How We Fall” è una sorta di istantanea scattata in un tempo relativamente breve rispetto ai lavori precedenti. "La musica rappresenta un universo chiuso che riflette il momento e le circostanze in cui è stata creata", spiega. Tutti i pezzi di questo album sono profondamente personali, espressione intensa di un artista sonoro che non deve scendere a compromessi. La musica senza dubbio suona scura, ma mai depressa, e quasi sempre si scorge un accenno di luce. 





Blackswan, mercoledì 16/05/2018