venerdì 24 marzo 2017

THE FEELIES – IN BETWEEN (Bar/None, 2017)



Prima di addentrarci tra i solchi di In Between, ultimo lavoro dei Feelies, è opportuno spendere qualche parola sulla loro straordinaria e altrettanto discontinua vicenda artistica. E’ il 1977 quando cominciano a farsi notare nel club più vitale e simbolico del Punk e della New Wave newyorkese, il CBGB’s, l’apprendistato che ogni band vorrebbe evidenziare nel proprio curriculum soprattutto quando si ha la fortuna di esibirsi tra una performance di Patti Smith e un’altra dei Ramones. Qui conoscono e frequentano anche i Television di Tom Verlaine, la band che più di ogni altra influenzerà il loro sound insieme agli amatissimi Velvet Underground e Stooges dei quali sono soliti riproporre alcune cover. Crazy Rhythms, il primo 33 giri, arriverà sono qualche anno più tardi, nel 1980, aggiungendosi ad una sfilza di esordi tra i più brillanti di tutta la storia del Rock: X, U2, Dead Kennedys, Echo & The Bunnymen, Jim Carroll, Dexy's Midnight Runners, Bauhaus, Psychedelic Furs. Niente male come inizio di decennio considerando che l’80 è, tra l’altro, l’anno di Remain In Light, The River e della riscoperta del Soul e del R’n’B per merito di The Blues Brothers. Quantità, qualità e varietà di stili in aperta contraddizione alla vulgata che vorrebbe gli eighties anni di passaggio abbastanza trascurabili. In questo fervente contesto musicale i Feelies non sfigurano affatto, anzi mettono d’accordo tutti, la critica stravede per loro e le radio dei college cominciano a trasmettere le prime hits. Sono canzoni che suonano modernissime ma anche di facile presa, ed inaugurano un nuovo stile, lo stile Feelies. Anche il look è completamente diverso, si presentano in scena abbigliati da perfetti nerd: occhiali da vista appariscenti, polo e maglioncini scollati. All’aggressività del Punk preferiscono un chitarrismo gentile per quanto frenetico ed irrequieto con i due frontman, Glenn Mercer e Bill Million, in continuo dialogo sostenuti dal drumming preciso ed ogni presente dell’ex Pere Ubu Anton Fier. 




Fino a questo punto sembra il resoconto di un inizio carriera destinata al successo, così non sarà. La band si scioglie subito dopo anche a causa dei dissidi con l’inglese Stiff Records che distribuisce poco e male il disco. Fier, si unirà presto ai più sperimentali Lounge Lizards per poi dare vita con Bill Laswell ai Golden Palominos, mentre Mercer e Million si affaccenderanno in vari progetti fino ad arrivare al 1985 quando decideranno di riformare la band con l’ingresso in pianta stabile della bassista Brenda Sauter e del batterista Dave Weckerman. L’operazione produrrà il grosso della loro discografia: The Good Earth (1986), Only Life (1988) e Time For A Witness (1991). Questi tre album certificano definitivamente la grandezza dei Feelies evidenziando anche il ruolo che ebbero nell’influenzare gruppi essenziali degli 80 come R.E.M., Violent Femmes e Smiths. Nonostante i numerosissimi attestati di stima, anche fattivi - è Peter Buck che produce The Good Earth, Lou Reed li vuole con sé nel tour del 1988 – la band non riuscirà mai ad oltrepassare i confini dei circuiti alternativi e quindi, inevitabilmente, arriverà un secondo scioglimento. Fine della storia, inizio del mito nel ristretto novero delle band che hanno cambiato il corso della musica Rock. Mercer intraprende una sterile carriera solistica mentre di Million si perdono le tracce. Un’empasse che perdurerà fino al 2011 quando, del tutto a sorpresa, i Feelies torneranno con un nuovo leghtfull: Here Before. L’effetto capsula del tempo funziona alla perfezione, la band suona esattamente come un paio di decenni prima con la stessa pigra compostezza esteriore, lo stesso fuoco che li divorava dentro quando, ad uso delle nuove generazioni, si fecero traghettatori dell’originalità deviata dei Velvet Underground. Così oggi In Between: undici nuove composizioni che riaffermano la classe cristallina e l’indomita coerenza della band newyorkese. Il disco è godibilissimo, le piacevolezze minimaliste ed acustiche di Turn Back Time e Stay The Course, il riff ossessivo di Been Replaced, oppure Gone, Gone, Gone, spensierata cavalcata elettrica tutta da canticchiare. In ultimo il brano più bello, la lunga reprise della title track, quasi un testamento sonoro in cui tutti i tasselli del geniale Post/Punk dei Feelies trovano la giusta collocazione. Sintesi esaustiva delle avanguardie dei sixties come dei sommovimenti settantasettini. Buone nuove dunque: la rivoluzione pacifica dei Feelies è ancora in atto.

VOTO: 8





Porter Stout, venerdì 24/03/2017

giovedì 23 marzo 2017

CHRIS BERGSON BAND – BITTER MIDNIGHT (Continental Record Services, 2017)



Artista di culto della scena rock blues a stelle e strisce, Chris Bergson calca i palchi newyorkesi (la Grande Mela è anche la città che gli ha dato i natali) ormai da più di un ventennio. Lontano dagli accecanti riflettori dello star system, negli anni il chitarrista si è creato una nicchia di fan irriducibili e si è costruito una fama artistica che gli è valsa il costante apprezzamento della critica specializzata. Grazie a una tecnica sopraffina e a un approccio filologico alla materia, accompagnate, però, dalla capacità di maneggiare con eleganza generi diversi (jazz, folk, soul, funky, etc.), Bergson è stato paragonato, di volta in volta, a grandi virtuosi dello strumento, da Duane Allman a B.B. King, da Warren Haynes a Muddy Waters. Una progressiva beatificazione, questa, che l’ha portato nel febbraio del 2015 a essere inserito nella New York Blues Hall Of Fame e che, nel corso della carriera, l’ha portato a condividere il palco con artisti del calibro di Levon Helm, B.B. King, Norah Jones, John Hammond, Etta James, and Bettye LaVette, solo per citarne alcuni. A parte varie collaborazioni su dischi altrui, questo Bitter Midnight è il nono album della sua discografia e precede quelle che, a oggi, sono considerate le sue prove migliori, Imitate The Sun del 2011 e Live At Jazz Standard del 2014, celebrate dalla rivista Mojo come due tra i migliori dischi blues dell’anno. Registrato presso i Mighty Toad Recording Studio di Brooklyn (NY), Bitter Midnight è stato registrato da Chris con il contributo di un parterre di musicisti da capogiro: il soul singer Ellis Hooks (Steve Cropper), il sassofonista Jay Collins (Gregg Allman), il trombettista Steven Bernstein (Levon Helm), i batteristi Aaron Comess (Spin Doctors) e Tony Mason (Darlene Love), i bassisti Andy Hess (Gov't Mule), Richard Hammond (Joan Osborne) e Matt Clohesy (Patti Austin), e il tastierista e sassofonista Craig Dreyer (Dispatch). Una band straordinaria, assemblata per realizzare un desiderio che Bergson coltivava da anni: “E’ stato grandioso registrare il disco con alcuni dei miei musicisti preferiti – racconta il chitarrista newyorkese – Con alcuni di loro, come Richard Hammond, Aaron Comess, and Tony Mason, avevo suonato per anni ma non avevo mai registrato nulla…”. Un’intesa, dunque, nata sui palchi e che portata in studio produce un risultato di livello qualitativo eccelso. Bitter Midnight è, infatti, un disco suonato benissimo da un gruppo di virtuosi che condivide lo stesso amore e che viaggia nella stessa direzione, quella, cioè, di un blues strutturato e cangiante, che viene declinato in tutte le sue forme e che sa vestirsi, di quando in quando, anche di accessori funky, soul e jazz. Oltre a un solido songwriting, Bergson esibisce anche un’invidiabile tecnica chitarristica, concisa e ficcante, lontana da esibizionismi e inutili orpelli, e un cantato robusto e verace. Gli amanti della chitarra e del blues sono avvertiti. 

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 23/03/2017

mercoledì 22 marzo 2017

AMY MACDONALD – UNDER STARS (Melodramatic Records/Mercury, 2017)



La sensazione è che Amy MacDonald possegga tutti i numeri per tentare una carriera fuori dal consunto e stereotipato territorio mainstream. La ragazza originaria di Bishopbriggs (Scozia), si avvale, infatti, di una voce espressiva e assai duttile, tiene la mano ferma quando si tratta di arrangiare i brani, preferendo la sottrazione alla ridondanza, e sfodera un songwriting che nasconde qualche idea in più di quello che, invece, emerge dai suoi dischi. Insomma, è il classico talent(ino) sacrificato sull’altare del vile denaro, che potrebbe,in realtà, fare molto di più, se solo volesse (ma non vuole). Così, se il ritorno commerciale di ogni sua pubblicazione è più o meno scontato (il suo esordio, This Is The Life, datato 2007, ha sbancato le classifiche di tutta Europa) e la gragnuola di premi e nomination a fine anno è solo un’ovvia formalità, è altrettanto vero che, da un punto di vista artistico, della sua musica ci si ricorda il tempo di aver assimilato il singolo di lancio, o poco più. Under Stars, uscito a distanza di cinque anni dal precedente Life In A Beautiful Light, non si discosta dalla formula dei precedenti lavori: musica confezionata elegantemente, arrangiamenti asciutti (nonostante la pletora di mani dietro la consolle), band di contorno collaudata, un singolo bomba come Dream On (anche se i numeri, in questo caso, non sono proprio esaltanti), e canzoni dal ritornello facile e dalla presa immediata. A essere sinceri, in questo retro-pop che pesca abbondantemente dagli anni ’90 (Cramberries, U2 e Brit Pop echeggiano con una certa insistenza), non c’è nulla, o quasi, che faccia storcere il naso: tutto è tanto innocuo quanto piacevole. Alla resa dei conti, però, quel che manca è un pugno di canzoni che si faccia ricordare e che ci faccia sprecare aggettivi diversi da un “carino” privo di mordente. Ottimo disco per un sottofondo non impegnativo a una cena tra amici, inutile se si cerca un po’ di sostanza.

VOTO: 6


 


Blackswan, mercoledì 22/03/2017