venerdì 22 aprile 2016

PINEGROVE - CARDINAL



La cittadina di Montclair, New Jersey, si poggia sulla dorsale est delle Watchung Mountains. E’ un posto tranquillo, immerso nel verde, con un clima continentale piuttosto umido, visto che da quelle parti piove con una certa frequenza. Ci sono dei punti a Montclair, da cui, se il tempo è bello, puoi goderti tutto lo skyline di New York. Crescere qui è un po’ come crescere in periferia, senza tuttavia avere la possibilità di raggiungere il cuore della grande mela: la guardi da lontano e sospiri. Così, se sei giovane, e vivi qui, non ti rimane che giocare a baseball, goderti i numerosi parchi oppure, come succedeva qualche anno fa, dare un’occhiata al set dei Sopranos, serie televisiva che ha deputato Montclair per la location di alcuni episodi. Se no, puoi prendere una chitarra e scrivere canzoni, vedere se con la musica è possibile arrivare più velocemente laggiù, a New York, le cui luci in lontananza procurano sempre un sobbalzo del cuore. In passato, ci sono riusciti Joe Walsh (Eagles), Ty Taylor (Vintage Trouble) e Duncan Sheik, tutta gente che a Montclair è nata e cresciuta e adesso col rock ci campa. Oggi, invece, ci provano anche i Pinegrove, giovane quartetto che si presenta al grande pubblico con Cardinal, il loro album d’esordio. In realtà, la band capitanata dal cantante Evan Stephens Hall e composta dai fratelli Levine (Nick alla chitarra e Zack alla batteria) e da Sam Skinner al basso, sono in circolazione da circa un lustro, durante il quale hanno rilasciato tre Eps e un album autoprodotto e distribuito door to door. La consueta gavetta, insomma, che pare però essere volta al termine, visto che di loro si sono accorti in molti, sia negli States che in giro per il mondo. Ascoltato più volte l’album, possiamo, senza tema, unirci al coro dei consensi: le otto canzoni di Cardinal, disco che dura poco più di mezz’ora, sono davvero una gran bella sorpresa. Non che questi ragazzi stiano cambiando la storia, ma un filotto di canzoni  di livello non capita proprio tutti i giorni, soprattutto per una band esordiente. I Pinegrove, senza girarci troppo intorno, fanno del pop rock geneticamente indie, che in alcuni momenti suona molto power, e in altri, quando spuntano estemporanei strumenti roots (banjo, pedal steel, etc) si tingono (leggermente) di folk. Mi hanno fatto pensare ai Big Star, in primo luogo, e poi ai più recenti Okkerville River,  e in alcuni casi (Size Of The Moon, Then Again) addirittura ai Weezer. Resta il fatto che in queste otto canzoni, che suonano lo - fi ma non sono certo scarne negli arrangiamenti, si intravede una clamorosa capacità di creare melodie a presa diretta, in certi casi, caracollanti e indolenti (Cadmium, The Old Friends, che sembra la versione indie di Springsteen di Eric Church) in altri, solari e travolgenti (Then Again, Visiting). La breve durata del disco, oltretutto, consente ai tanti ganci melodici di entrarci in testa velocemente e di lasciare il segno; circostanza, questa, che fa dei Pinegrove, e della loro sincera urgenza, una delle cose più interessanti ascoltate in questo 2016.

VOTO: 8 





Blackswan, venerdì 22/04/2016

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