venerdì 22 ottobre 2021

HURT - JOHNNY CASH (American Recordings, 2002)

 


Ci sono canzoni così belle che sembra impossibile farne una cover dignitosa senza danneggiarle. E' quello che deve avere pensato Trent Reznor, geniale e bizzarro leader dei Nine Inch Nails, quando prestò la sua Hurt (da The Downward Spiral del 1994) a Johnny Cash, che aveva intenzione di reinterpretarla nel suo progetto American Recording (la trovate nel volume IV, The Man Comes Around). Evidentemente Reznor, consapevole del fatto che nessuno sarebbe mai riuscito a dare nuova anima a un brano così intimo e malinconico, non temeva il confronto con il vecchio musicista, ormai sul viale del tramonto. Anzi, inizialmente espresse qualche perplessità, proprio in considerazione della diversità di linguaggio fra le sonorità industrial proposte dai NIN e quelle di Cash, istituzione nazionale del più classico roots a stelle e strisce.

Incredibile ma vero, Cash trasformò, invece, Hurt in quella che, attraverso un referendum tenuto dalla radio BBC 6, fu votata come la più grande cover di tutti i tempi. Cash, che definì Hurt la miglior canzone mai scritta contro le droghe, oltre a vestire il brano di un abito acustico, cambiò una parola del testo al fine di renderlo meno prosaico e più mistico: invece di pronunciare "I wear this crown of shit " ("Indosso questa corona di merda"), cantò "I wear this crown of thorns" ("Indosso questa corona di spine") con ovvio riferimento alla crocefissione di Gesù Cristo.

Le liriche del brano introducono una riflessione drammatica sulla dipendenza e l’annichilimento procurato dall’eroina, che azzera ogni possibilità di percezione verso l’esterno e un totale straniamento nei confronti della propria fisicità, mentre in sottofondo, “come un vecchio rimorso o un vizio assurdo” (Cesare Pavese), riaffiora costantemente la consapevolezza di un destino segnato. “Oggi mi sono ferito, per vedere se provo ancora qualcosa, mi concentro sul dolore, l'unica cosa reale, l'ago scava un buco, la solita vecchia puntura, cerco di eliminare tutto, ma ricordo ogni cosa”: la droga porta via tutto, resta solo il dolore, unico e miserabile appiglio alla realtà, ultimo ed esiziale afflato di una vita irrimediabilmente segnata.

La struggente interpretazione che della canzone ne fa Cash è esaltata anche dallo splendido video che l'accompagna (fu girato in un solo giorno dal regista Mark Romanek), una sorta di testamento spirituale di Johnny Cash, che morì l'anno successivo, nel 2003, poco dopo la sua amata compagna June Carter. Nel video, un vecchio e provato Man In Black suona la chitarra acustica e canta con voce grave, mentre scorrono immagini di repertorio della sua vita e della sua carriera. Una tavola imbandita evoca le gioie di una vita vissuta intensamente, il vino versato accentua la spiritualità dell’interpretazione, la presenza silente di June ricorda la gioia più grande vissuta dal grande musicista americano.

Nel finale, mentre anche l’ultima nota evapora, Cash chiude il pianoforte, come a voler simboleggiare che tutto è finito, la musica e l’esistenza. Un gesto che racchiude mestizia, nostalgia e consapevolezza, aprendo l’anima dello spettatore a un fiume di lacrime di vera commozione.

 


 

 

Blackswan, venerdì 22/10/2021

3 commenti:

Ezzelino da Romano ha detto...

Questo brano, già straordinario nella versione originale, in mano a Johnny Cash è diventato qualcos'altro, a sua volta magnifico, pur restando riconoscibilissimo.
E quel video ragazzi, quelle mani tremanti che chiudono il pianoforte...

Blackswan ha detto...

@ Ezzelino: brividissimi.

giuseppe ha detto...

e david bowie?