martedì 13 gennaio 2026

Hog - Blackhole (RidingEasy Records, 2025)

 



La storia degli americani Hog ha inizio nel 2018, quando Daniel Robinson, frontman, cantante e chitarrista, si trasferisce dalla Central Valley, in California, a Portland, in Oregon, alla ricerca di nuovi stimoli musicali. Qui, suona in un paio di band come batterista, ma nessuna delle esperienze è soddisfacente. Decide, allora, di fondare una band tutta sua, cambiando ruolo, provando diversi musicisti, fino a concepire una formazione a quattro. Il secondo chitarrista, però, se ne va quasi subito, la ricerca di un nuovo membro risulta infruttuosa, e la band, che intanto ha cambiato nome in Hog, resta quella classica del power trio.

Blackhole, un titolo che riflette l’atmosfera cupa di Portland e la rabbia e la frustrazione di vivere nell’attuale panorama politico e sociale, è un esordio coi fiocchi, che rimescola nel torbido della scena metal degli anni ’70, attraverso un suono cupo, pesante, saturo e il più grezzo possibile. Mentre la maggior parte dei gruppi che si ispirano agli anni '70 abbracciano pigramente sonorità prese dal repertorio dei Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath (non mancano certo le influenze sabbathiane anche in questa uscita), riconoscendo solo sporadicamente gli altri titani dell'epoca, gli Hög hanno realizzato un album davvero unico nel suo genere, piluccando a destra e a manca nel panorama dell’epoca, per creare una scaletta che, per quanto compatta, suoni meno prevedibile del solito.

A dominare l’intero album un suono che non conosce compromessi melodici, una sorta di ringhio da strada, tutto riff distorti e jam psichedeliche, spinto all’estremo da un'aggressività mutuata dal punk, che non può non richiamare alla mente gli iconici Blue Cheer e i leggendari Motorhead.

La suddetta influenza della band di Lemmy è evidente in brani come l'hard boogie di "Life Too Late", la velocissima "City Witch" e la spavalda "Bring You Down" (con qualche eco Led Zeppelin). Un tiro pazzesco, che paga però anche debito ai primi anni ’70, evocando ombre delle band rock n' roll più sporche come The Stooges, Pink Fairies e i citati Blue Cheer.

Oltre alla loro generale cupezza e all’attitudine a suonare il più pesante possibile, fanno bella mostra di sé le jam psichedeliche in brani heavy rock selvaggi come "Don't Need You, My Mind (Is Getting Heavy)" e la title track. In questi brani, il power trio vanta un micidiale senso di coesione e i loro passaggi strumentali sono strumenti contundenti di aggressione proto-metal, che non lasciano indenni i timpani.

L’album si chiude con il doom cavernicolo di "Shallow Earth", che porta nel suo DNA catacombale la sequenza genetica dei Black Sabbath, e la conclusiva "Free", che eleva una devastante jam psichedelica ai livelli stellari dei Grand Funk Railroad.

Figli di un revivalismo che vuole essere sporco, primordiale, maleducato e irrimediabilmente rozzo, gli Hog sono un vero e proprio incubo acido che prende vita per trentacinque minuti, spingendo l’ascoltatore sull’orlo di quel buco nero, di quel frullatore elettrico, nel quale è un attimo venir risucchiati.

Voto: 7,5

Genere: Proto Metal, Doom, Punk

 


 

 

Blackswan, martedì 13/01/2026

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