Solo band con un pedigree eccelso come quello dei Depeche Mode possono pubblicare un numero così cospicuo di album, riuscendo comunque ad attirare l’attenzione delle numerose e fedeli schiere di fan. Con Memento Mori: Mexico City, doppio album che riprende il meglio di tre concerti suonati davanti al pubblico della capitale del Mexico, i dischi dal vivo diventano ben otto in quarantaquattro anni di carriera.
Questa nuova pubblicazione, tuttavia, si fa apprezzare sia per la qualità dell’esecuzione, tra le migliori ascoltate fino ad oggi, che per la presenza di quattro inediti, forse non memorabili, ma comunque abbastanza buoni da far la felicità di tanti adepti completisti.
Di queste canzoni alcuni non hanno parlato in termini non proprio lusinghieri, partendo dal presupposto errato che si trattasse di nuovo materiale, mentre invece si tratta di brani che vennero registrati durante le sessioni di Memento Mori e poi scartati. Il motivo è che non sembravano in linea con il suono dell’album o non altezza di quelle poi confluite in scaletta. Materiale che un tempo sarebbe stato pubblicato come b side di un singolo e che oggi, invece, trovano posto come bonus track.
La prima, "Survive", è a firma Gahan/Gore, un brano tutt’altro che mediocre, non inserito perché lontano dal mood del disco (avrebbe fatto ottima impressione in Ultra), e i cui intenti appaiono consolatori e ottimistici, soprattutto alla luce della recente perdita (2022) di Andy Fletcher. "Life 2.0" è un brano a firma Gore decisamente valido, che vede sperimentare con il vocoder e possiede delle interessanti progressioni vocali. "Give Yourself To Me" nasce dalla collaborazione tra Richard Butler e Gore (che aveva visto la luce in Memento Mori), è un brano lento ma di grande intensità, costruito su splendide trame di synth ed un crescendo da brividi. Stessi autori anche per la conclusiva "In The End", forse il migliore fra gli inediti, ritmica sensuale e accattivante, e una melodia di avvolgente malinconia.
Per quanto concerne il live vero e proprio, il parere non può che essere positivo, visto il materiale a disposizione della band. Alcuni brani, ovviamente, sono stati presi da Memento Mori: "My Cosmos Is Mine" apre il disco con la sua atmosfera cupa e profonda, "Wagging Tongue" rende come in studio, mentre le versioni di "Ghosts Again" e "Soul To Me" sono anche migliori di quelle partorite originariamente.
"Speak To Me", poi, è bellissima e gronda struggimenti, grazie a un’interpretazione vocale di Gahan che non fa prigionieri, creando con la successiva "Home" (non compare in scaletta dal live del 2010), forse il momento più intenso dell’album.
Non mancano, quindi, i grandi classici, a partire dal rito collettivo di "Enjoy The Silence", che apre a un gran finale che vede il suo apice in "Never Let Me Down Again" e si chiude con una "Personal Jesus", a cui però non rende onore il suono di chitarra un po’ tamarro di Peter Gordeno.
Da applausi una "Sister Of The Night" che lascia senza fiato, la sempre splendida "Walking In My Shoes", traboccante di malinconia, la miglior riproposizione possibile di "John The Revelator" e la versione attualizzata di "Everything Counts", un evergreen che non smetterà mai di eccitare il pubblico.
E a proposito di pubblico: la nota dolente del live è la pulizia in fase di post produzione. Se 101 è stato criticato per anni perché il volume del pubblico era esagerato e troppo alto, qui è l'esatto opposto. Si riesce a malapena a percepire la gente cantare "Everything Counts" o "It's No Good", e anche tra una canzone e l'altra prevale il silenzio. Tutto ciò rende molto difficile immergersi completamente nel concerto: ma questo ormai è il trend prevalente dei live album odierni.
Voto: 8
Genere: Post Punk, Synth Pop
Blackswan, lunedì 12/01/2026

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