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domenica 3 marzo 2013

IL MIO MOTORINO

Oggi non ho voglia di scrivere. Ieri sera ho sbevazzato allegramente e stamattina, bolla al naso e cerchio alla testa, come di consueto sono andato a nuotare. Ottanta vasche belle tirate che mi hanno definitivamente prosciugato di ogni residuo di energia. Mentre ero in acqua, tra una bracciata a stile e una a rana, mi è tornato in mente un esilarante sketch di Albanese in versione Alex Drastico. Erano i mitici anni di Mai Dire Goal, trasmissione domenicale sul calcio, in cui il comico lecchese, diede vita a una serie di personaggi indimenticabili tra cui, oltre al citato Alex Drastico, anche Epifanio, Frengo e Stop e Pier Piero. Questa a mio avviso è una scenetta memorabile, e ogni volta che riascolto le sequela di maledizioni rivolte al ladro del motorino, rido fino alla lacrime.
Buona visione e buona domenica.


Blackswan, domenica 03/03/2013

martedì 3 luglio 2012

UNA VITA FRA I PESCI SILURO


Salva qualche significativa eccezione, quasi tutti, chi più chi meno, combattiamo la nostra battaglia quotidiana con la vita. La sveglia che ci desta a ore antelucane, magari dopo una notte praticamente insonne per colpa di caldo e zanzare ; il traffico che ci attende inesorabile appena usciamo dal cancello di casa ; i mezzi pubblici stracolmi, privi di aria condizionata e aromatizzati alla fragranza "eau de vott ur de lavurà"; l'intera giornata  passata a fare un lavoro di merda, alle dipendenze di un capo a cui, nella vita reale ( quella cioè lontana dalla logica ricattatoria : " ti do lo stipendio e quindi obbedisci " ), non ti fideresti nemmeno a fargli lavare la macchina o tagliare l'erba del prato, a contatto con colleghi petulanti e meschini, a smazzare grane e pelare gatte di cui non ti fotte un'emerita ceppa. E poi, bollette da pagare, adempimenti e scadenze da tenere sotto controllo, i conti che non tornano mai, le rinuncie, la cinghia stretta fino all'ultimo buco, un mutuo da accendere ogni volta che decidi di fare il pieno alla macchina ( io però continuo a fare come ai tempi dell'università: massimo un deca e vediamo dove si arriva ), la speranza che non ti venga il mal della pecola e quindi non si debba spendere in dottori e medicine, i vicini che cacano il cazzo se alzi troppo lo stereo e poi magari si mettono a trapanare alle sette di mattina della domenica, appena poco prima che citofonino i testimoni di Geova. Tutti i giorni così, uno dopo l'altro. E ogni giorno hai l'impressione di correre una maratona a piedi nudi, di partecipare ai mondiali di decathlon con una zavorra da dieci chili che ti grava sulla schiena. Ci vuole un fisico bestiale e, soprattutto, un livello di tolleranza alle frustrazioni altissimo, roba che la serafica atarassia di Gandhi al confronto appare come lo sbraitare di uno schizofrenico affetto da sindrome bipolare. Ingoi, fai finta di nulla e dentro te trovi risorse che nemmeno sapevi esistessero. Ogni tanto ti viene da lamentarti, e finisci anche per sentirti in colpa, perchè in cuor tuo sai di essere un fottutissimo privilegiato, dal momento che hai una casa, un lavoro e, a parte qualche sporadico acciacco, tutto sommato godi di ottima salute. Eppure sei un vulcano silente, dentro te ribolle un magma incandescente pronto a eruttare non appena i livelli di guardia si abbassano un poco. 
E prima o poi succede che il livello si abbassi, magari per una banalità e solitamente quando ti trovi davanti il classico deficiente. Il deficiente è come il pesce siluro: non sai come abbia fatto ad arrivarti fra i coglioni, eppure infesta il tuo ecosistema e si riproduce alla velocità della luce. E' un predatore di tranquillità, spesso assume colorazioni tendenti al marrone ( come dubitarne ? ), ha gli occhi piccoli perchè non vede al di là del proprio naso e ha una bocca enorme, dalla quale fuoriescono cazzate sesquipedali. Sei nervoso, stanco, stressato, non ne puoi più ? Ecco che spunta il deficiente. Pretestuoso, ignorante, capzioso, polemico, arrogante se esercita un potere, ma servile e prono con i più forti, solitamente il deficiente decide di romperti i coglioni per un'inezia, una quisquillia, un ammenicolo o una pertinenza. Insomma, un quid sul quale chiunque sorvola, ma non lui. Perchè è incapace di pensare che una cosa possa essere fatta anche in modo diverso, perchè ritiene che la fiscalità sia un merito e lo zelo una virtù. Lo guardi con aria interrogativa, cerchi di rivolgerti a lui in modo distaccato, ti spieghi educatamente un paio di volte, ma poi non ce la fai più e l'embolo parte. Inesorabile. Un fiotto di rosso acceso che ti oscura la vista, ti annebbia il cervello e ti tende i muscoli delle braccia. E allora, succedono cose così.

Blackswan, martedì 03/07/2012

lunedì 19 marzo 2012

FULL METAL JACKET: PEACE SIGN vs. BORN TO KILL

Per la rubrica CineCult voglio condividere questo minuto tratto dal film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Da questo film si potrebbero trarre almeno 5 o 6 scene cult. Se dovessimo poi considerare l'intera produzione del regista americano, da me personalmente molto amato, allora forse sarebbe necessario un intero blog dedicato ai suoi film. In questo minuto di conversazione tra il colonnelo ed il giovane marine si trova forse l'intera essenza dello stesso film e chissa' di altre opere di Kubrick. Il bene ed il male. La forza ed il lato oscuro per dirlo alla "star wars". Antico tema che da sempre accompagna l'essere umano, a qualsiasi latitudine/longitudine si trovi, con qualsiasi colore di pelle e con qualsiasi credenza religiosa. Il contrasto profondo ed innato tra due istinti naturali, che non sempre cercano di prevalere uno sull'altro ma che piu' spesso convivono nei nostri cuori.   Lo Yin e Yang, la dualita' dell'uomo, come spiega il marine ad un incredulo e stupefatto colonnello, che crede di trovarsi in una missione catartica: "we are here to help the vietnamise because inside every gook there is an American trying to get out" ("siamo qui ad aiutare i vietnamiti perche' dentro ogni indigeno c'e' un americano che cerca di uscir fuori")





LINK alla versione italiana: 



PS: auguri a tutti i papa' :)

Offhegoes 19/03/2012

mercoledì 15 febbraio 2012

ROCK SNOB



"Alta Fedeltà" ( bellissimo il libro di Nick Hornby da cui la pellicola è tratta ) non è certo un capolavoro, lo ammetto, e nonostante ciò non perdo mai occasione per rivederlo.Sarà perchè racconta la storia del proprietario di un negozio di dischi, che è davvero tutto ciò che io vorrei fare nella mia vita : responsabilità zero,vivere a fianco di vinili e cd, ascoltarli per "lavoro ", consigliare gli acquirenti, cazzeggiare e chiacchiere di musica coi clienti abituali.Ovviamente, poi, finisco anche per immedesimarmi con il protagonista ( John Cusack ), con il quale condivido tutta una serie di maniacali tic, che vanno dal riordino e la classificazione periodica della discografia alla compilazione di farneticanti top ten ( o top five ) su qualunque argomento musicale mi passi per l'anticamera del cervello.Un tempo, coi protagonisti del film condividevo anche un certo snobismo musicale, del tipo: " io sono il verbo, mentre gli altri non sanno  un cazzo ! " ( è probabile che leggessi troppo avidamente  il  Mucchio Selvaggio ). Ho trascorso il periodo British Snob, quello American snob, poi ho conosciuto  anche una fase indie snob, una  alternative snob ( ho imparato poi che nella vita di altenativo c'è solo alzarsi alle 5 del mattino per andare a farsi il culo in fabbrica ) e un pasticciatissimo percorso jazz snob. Oggi, che finalmente ho la consapevolezza di capirci poco o niente, mi limito ad ascoltare tutto e ad apprezzare la musica solo perchè è bella ( o così mi pare ) e non perchè fa tendenza ( e a cosa dovrebbe tendere resta per me ancora un imperscrutabile mistero ). Soprattutto, quando un disco mi piace, ho scoperto un piacere molto più appagante di quello che deriva dal pontificare, che è invece condividere, suggerire, far conoscere. Sono apertissimo, oltretutto, a esperienze di ritorno, dal momento che adoro apprendere dell'esistenza di gruppi che non conoscevo e stravedo per chiunque mi faccia dono di un consiglio in tal senso. E poi, diciamolo: uno rock snob finisce molto spesso per diventare un onanista musicale da parodia o passare per un solone ( inteso come grande sola ) che declama ex cathedra su cose che non ha nemmeno ascoltato e magari dall'alto di una discografia di venti cd al massimo ( circostanza questa incompatibile con una lectio magistralis alla Lester Bangs ). Certo, poi ci sono i gusti, e ciò che piace a pinco non deve necessariamente ( e grazie a dio ) piacere a pallino. Ma questa è un'altra storia che non ha nulla a che vedere con lo snobismo. Il quale, a ben vedere, è una condizione, che comporta il rischio, non così peregrino, di fare clamorosissime figure di merda, quando ne incontri uno che ne sa un pochino più di te. Insomma, si potrebbero verificare situazioni del tipo : " Oh, li conosci gli Abdullah Superstar ? Sono libanesi di Beirut ! Fanno indierockpunkmetal con aperture trash e un pizzico di folk ! Oh, spaccano di bestia ! " " Ma quanto sei bolso, fratello! Li ascoltavo l'anno scorso, ormai è gerontorock ! Ascoltati gli Igloo Revolution.Sono esquimesi, fanno della death metal dance da paura. Non hanno ancora pubblicato un cazzo, ma sono il futuro.E i pinguini pogano da paura ! Aggiornati ! ". Maffanculo,va !




Aggiungo una citazione cult dal film, che considero uno degli interrogativi più dilaceranti della mia esistenza :


" Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo la pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music? "


Blackswan, mercoledì 15/02/2012

domenica 15 gennaio 2012

NON SO’ PPIU’ ER GHEPARDO DE NA VORTA !

Questa volta nessuna sequenza mitica, ma un mitico videoclip.Se si potesse consegnare un Oscar al trash, Supercafone del Piotta sarebbe dichiarato vincitore ab aeternum, impossibile trovare qualcosa che regga il confronto con questa apoteosi dei luoghi comuni del tamarro doc. Volgarità sparse, ammiccamenti, doppi sensi, abbigliamento da frickettoni di periferia e machismo d’accatto. Eppure, nonostante la modestissima caratura tecnica della canzone, il video è pervaso da un cialtronesco divertissement, che a conti fatti risulta irresistibile.Merito di un Valerio Mastrandrea perfettamente a suo agio nel dispensare perle, meravigliosamente banali, di filosofia spicciola.Fino a quella chiosa fulminante, “non so’ ppiù er ghepardo de na vorta ! “ che è entrata a far parte, non si sa bene come, del linguaggio comune.






Blackswan, domenica, 15/01/2012

martedì 3 gennaio 2012

OMAGGIO A PASOLINI

Lo hanno ammazzato come si ammazza un cane.Sul Lido di Ostia, la notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975.Prima lo hanno sfigurato con un paletto, poi con un auto sono passati sul suo corpo esanime.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi ) di cui si sono resi colpevoli.

Il “ragazzo di vita “, Giuseppe Pelosi, viene arrestato lo stesso giorno e confessa l’omicidio. Ha solo diciassette anni e dice che si è difeso, perché Pasolini era un violento.

Io so.Ma non ho le prove.Non ho nemmeno indizi. 

Pelosi viene condannato a 9 anni di carcere ma ne sconterà solo 7.Ora, racconta una verità diversa, dice di essere innocente, che non ha ucciso nessuno, che l’assassino è un altro uomo. 

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Pasolini, poco prima di morire, sta scrivendo “Petrolio”. Non è solo un romanzo fortemente allegorico, ma una grande inchiesta giornalistica, in cui si parla di Eni e in cui si parla, soprattutto, di Eugenio Cefis, alias Troya, amico di Cuccia, amico di Fanfani, amico di Andreotti, fondatore della Loggia Massonica P2. Mandante di morte. Ne sa qualcosa Enrico Mattei, allora Presidente dell'Eni, precipitato a Bascapè; ne sa qualcosa Mauro De Mauro, giornalista dell'Ora, sparito nella notte di un settembre palermitano di quarantun anni fa. Sparito, come il capitolo di “Petrolio”, intitolato Lampi su Eni, che Marcello Dell’Utri afferma di aver ritrovato ma che, nonostante le promesse, si rifiuta di esibire ( http://www.newnotizie.it/2010/03/milano-la-mostra-del-libro-antico-inaugurata-senza-il-pasolini-scomparso/ ). Bufala ? Minaccia trasversale ?
Io so. Perché Pasolini mi ha insegnato a sapere, a leggere attraverso una notizia, a guardare alle spalle dei fatti, a diffidare, sempre, del potere.So che non è mai, che nulla è avvenuto mai, come vorrebbero farci credere. So che c’è un filo di menzogne, sottile ma ben visibile, che lega i sessantanni di storia dell’Italia post-fascista, dal golpe Borghese ai moti di Reggio, dal caso Mattei alla strage di piazza Fontana, da Sindona a Gladio fino all’assassinio di Borsellino e Falcone.
So che quella notte di trentasei anni fa se ne è andato per sempre un grande intellettuale, un uomo scomodo, che indagava, si domandava e aveva il coraggio di fare i nomi. Un uomo che dava voce e dignità a quell’Italia miserabile, di donne, uomini e bambini, attraverso i volti dei quali sapeva raccontare il paese con la stessa sensibilità con cui usava le parole.
Io so che l’hanno ucciso perché era un simbolo di verità.
Alla fine del primo episodio di Caro Diaro, Nanni Moretti ci racconta tutto questo.E' una sequenza di poco più di cinque minuti. Cinque minuti che descrivono un breve viaggio, una sorta di processione dell’anima, verso una destinazione nota, ma troppo a lungo dimenticata. Non c’è azione, eppure tutto egualmente scorre: la vita, banale e ordinaria come i luoghi attraversati dal  regista, e la Storia, che riaffiora in noi, memento inesorabile e decisivo. Cinque minuti in cui non sembra succedere nulla, eppure succede tutto. Cinque minuti in cui il pianoforte di Keith Jarrett ( è il primo movimento del Concerto di Colonia ) ti inchioda ai ricordi, ti obbliga a una riflessione, ti impone una domanda.Cinque minuti in cui restiamo soli con noi stessi, la nostra coscienza e Pasolini.


Blackswan, martedì 03/01/2012

domenica 18 dicembre 2011

LEI E' SICILIANO EH?

Il film e' True Romance (Una vita al massimo) ed i protagonisti della scena che  vi propongo sono, a mio avviso, tra i migliori attori di sempre: Christopher Walken e Dennis Hopper. Il film e' molto tarantianiano e molto pulp. La scena in questione fu scritta proprio da Tarantino con evidenti richiami al cinema che Quentin ama tanto e che lo ha sempre ispirato (Sergio Leone, il Buono il Brutto e il Cattivo). 

Per salvare il proprio figlio e soprattutto consapevole che lo faranno fuori comunque, decide di fumarsi l'ultima sigaretta. Non solo, ma decide pure di prendere per i fondelli il proprio carnefice, fino all'ultimo momento. L'ironia della scena, di chiaro sapore "Tarantiniano", e' per me miciadiale: ll modo in cui gli chiede la sigaretta, in cui se la fuma, in cui inizia a raccontargli la storiella dei siciliani, e' quasi poetico. Il tutto sottolineato da una lenta musica che accompagna il sentimento di incertezza/certezza di quel che sta per accadere. 
Va notato che gli italo americani (particolarmente i siciliani) sono davvero molto razzisti nei confronti dei neri (l' "eggplant" - bastardo finale si dice sia stata un'improvvisazione di Hopper). Una sorta di razzismo dei poveri a mio avviso ma e' proprio cosi. Ma non dico oltre, preferendo lasciarvi vedere le immagini e lasciar giudicare a voi.  Buon divertimento a tutti coloro che amano l'umore nero e il pulp.

Pubblico la scena intera (10 min circa) perche' davvero merita tutta. 
Sia in in italiano che in inglese, per gli amanti,  come il sottoscritto,  della V.O. 

Versione Italiana




Versione Originale



Offehegoes 18.12.2011

giovedì 15 dicembre 2011

QUESTIONE DI CENTIMETRI


Il monologo dell'allenatore Al Pacino dinnanzi alla squadra prima del match decisivo è uno dei più conosciuti, e per questo, più riciclati della storia del cinema. L'utilizzo che ne viene fatto, però, non ha alcuna attinenza al senso più profondo di quelle parole nè tanto meno riguarda il mondo dello sport. Il discorso viene utilizzato da manager, motivatori aziendali e mediatori di convention per asseverare l'equazione: lavoro di squadra = massimo profitto.Ovviamente, questi pagliacci in giacca e cravatta, abili a manipolare le coscienze ad uso e consumo delle loro politiche aziendali ( non avete idea di quanti ne abbia incontrati in vita mia ), strumentalizzano qualcosa che non li riguarda. Perchè Al Pacino non parla di denaro o di profitto, nè di colleghi di lavoro, pronti ad accoltellarti appena ti giri di schiena. Quello che senti prima di scendere in campo, il tuo rapporto con i compagni, l'obiettivo della vittoria finale, sono emozioni lontane anni luce da rendimenti trimestrali o dal raggiungimento del budget. Le motivazioni dello sport non riguardano l'assegno a fine mese, nascono dal cuore non dal portafoglio. Sacrificio, fratellanza, coraggio e competizione ( quella buona, che fa crescere e che prescinde dagli " adesso ti fotto " degli squaletti d'azienda ). Ma lo sport è soprattutto riscatto, la possibilità di riprendere quello che la vita ti ha tolto o che il denaro non può restituirti. In gioco non ci sono solo la vittoria o il successo, ma una parte importante, decisiva, della nostra dignità di uomini. E' di questo che sta parlando Al Pacino ai suoi giocatori.E come tutti gli allenatori, lo fa " Ogni Maledetta Domenica ".
 
 
Blackswan, giovedì 15/12/2011


domenica 11 dicembre 2011

IL SENSO DELLA VITA


Mi ero ripromesso, con questa rubrica, di lasciare più spazio alle immagini e toglierlo alle parole. Ma Into The Wild è un film che mi ha dato tanto e a cui vorrei restituire qualcosa. Mi è venuto in mente così di pubblicare ciò che avevo scritto tempo fa, subito dopo aver visto il film.

Into the wild è un film sulla fuga. Fuga dalla società, in cui tutto è misurato col metro dei soldi e del possesso, in cui i sentimenti sono banalizzati, nella quale non esiste vera felicità, perchè la forma, il denaro, l'egoismo uccidono i sogni e mortificano le pulsioni. Fuga dalla famiglia, luogo di dolore e infinite tritezze, alveo di una violenza banale e immotivata, coacervo di primigeni egoismi e stolidissime viltà. Fuga soprattutto da se stessi, dall'immagine che di noi hanno gli altri, in un pirandelliano perdersi e ritovarsi tra mutate identità e rinnovate consapevolezze.
Into The Wild è un film sull'inutilità delle cose. Chris dona in beneficienza i suoi risparmi ( "il denaro rende le persone prudenti" ), distrugge carta di identità e patente, abbandona l'auto e brucia i soldi ( commettendo,quindi, il peccato capitale, l'atto definitivo di non appartenenza alla società dei consumi ). Si spoglia anche del nome, coercitivo di omologazione, ed assume l'alias di Alexander Supertramp ( il supervagabondo ).Conserva solo i libri, perchè le parole e la poesia sono una ricchezza reale, qualcosa che non potrà mai essere sostituita dalla grettezza del lusso.
Into The Wild è un film sulla ricerca. Ricerca di se stessi, perchè smarrirsi nelle terre selvagge della propria anima fa più paura del gelo, della fame, dei fiumi in piena, di gole profonde come la notte. Ritorna il tema dell'on the road, ma in una dimensione diversa, nella quale l'epicità di spazi immensi finisce per assumere i connotati intimisti del soliloquio, della inevitabile accettazione della propria finitezza, non intesa come limite, bensì come forza che consente di essere parte del tutto, natura nella natura. Un viaggio, quello intrapreso da Mc Candless, che è soprattutto formazione e crescita, che punta direttamente ad un ovvio desiderio di felicità, dal quale sono però escluse le dinamiche affettive e i rapporti di convivenza, in una prospettazione di socialità che quasi cita Sartre e il suo “ l’inferno sono gli altri “. " Sbagli se pensi di poter essere felice solo attraverso gli esseri umani " dice Chris al suo anziano amico. E’ in queste semplici parole che viene svelata la terribile ma lampante verità che sottende il ragionamento di McCandless: la vera felicità è la solitudine, sono i nostri ricordi, le nostre emozioni, che non possono in nessun modo essere condivise con gli altri.Gli altri sono forze confliggenti ( i genitori ), amori che generano lacrime ( la folk singer ed il vecchio ), tristezze infinite per perdite insanabili ( i due hippies ). Il prossimo va amato e rispettato, ma solo alla luce di una visione olistica della natura, in cui l’uomo esiste perché elemento, ingranaggio, parte del tutto. Viaggio e ricerca, dunque, che si sviluppano attraverso i sentieri impervi della riflessione filosofica, che più che generare certezze, accresce dubbi e sottopone a laceranti inquietudini, come quando Chris, ormai segnato dal destino, ha una breve resipiscenza, e scrive, fra le pagine di Tolstoj : " La felicità è davvero reale solo quando la puoi condividere".E’ un attimo di debolezza, un brivido di paura, un estremo interrogativo sul limitare della vita. Poi, la morte, in uno squarcio salvifico di cielo azzurro restituirà a Chris quella consapevolezza per la quale tanto ha lottato.
Into The Wild è un film sulla natura. Non certo quella da cartolina, non quella stereotipata di spiagge esotiche e patinate, non quella consumistica dei tramonti e dei cieli tersi di località turistiche. La natura è un respiro immenso, un cuore potente che regola i ritmi delle nostre esistenze. Selvaggia, indifferente, spietata, furibonda: la natura dona e toglie, rigenera e uccide. La malattia di Chris è strettamente legata alla malattia del mondo: quello sguardo rivolto verso il cielo un attimo prima di morire, non è solo il raggiungimento di una consapevolezza, ma soprattutto un’esplicita richiesta di perdono al creato. Chris rappresenta l’umanità intera, fragile innanzi a Dio, eppure così insensibile e arrogante da essersi condannata all’autodistruzione. Non possiamo più fare di questo mondo tutto ciò che vogliamo ( la scena dell'uccisione dell'alce è esplicita in tal senso ), perchè il male che facciamo alla natura "è la più grande tragedia della mia ( nostra ) vita " e ci condurrà nel baratro.
Into The Wild è un film di formazione, di quelli che se si vedono a vent'anni cambiano la vita, a quaranta danno consapevolezza, e a sessanta, probabilmente, ingenerano più di un rimpianto.
Sean Penn dirige una pellicola epica, ma mai retorica, visivamente emozionante, ma priva di ogni accenno calligrafico: racconta con misura, non indugia mai sull'emozione, suggerisce semmai con la semplice essenzialità di un paesaggio, di uno sguardo, di una parola, induce alla riflessione alternando a immani silenzi la musica scarna di un intenso Eddie Vedder.
Emile Hirsh nel ruolo di Chris non interpreta, semplicemente vive il suo personaggio in un perfetto equilibrio espressivo che trasforma  il tormento, la paura, l’avventatezza, la pertinacia e le fragilità di un giovane uomo in quelle di ciascuno di noi.Che per la durata del film ci siamo sentiti come Chris, ma che non abbiamo, ne avremo mai, il coraggio di lasciare tutto e partire.


Blackswan, domenica 11/12/2011

mercoledì 7 dicembre 2011

CHOOSE LIFE!

Prendendo spunto dalla bella idea di mio hermano Blackswan, propongo anche io uno spezzone di film. E' la scena iniziale del film Trainspotting di Danny Boyle (per me ancora il suo miglior film) basato sull'omonimo libro di Irvine Welsh. Il film e' denso di scene mitiche da ricordare, tra cui quella dell'overdose, recentemente citata  da BS, con la canzone Perfect Day del grandissimo Lou Reed, oppure quella in cui Begsbie (Il grande piccolo Robert Carlyle) butta la pinta di birra dal pianerottolo del Pub per innescare una rissa. Peraltro la colonna sonora del film e' di tutto rispetto con moltissime scene incorniciate da stupendi pezzi:  2:1 degli Elastica, Born Slippy degli Underworld, Trainspotting dei Primal Scream, Deep Blue Day di Brian Eno, Sing dei Blur, solo per citarne alcune.  Ma tra tutte le scene scelgo proprio quella di apertura, per varie ragioni. Uno, la musica: Lust for Life di Iggy Pop e' la canzone perfetta per un simile kickoff, antisistema ed adrenalinico. Due, il testo: quello che dice il nostro amico "Renton-McGregor" e' discutibilissimo, forse, ma di sicuro effetto dirompente (chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?). Tre, il sorriso semiallucinato di Renton quando guarda dentro il finestrino dell'auto con cui si scontra, impagabile. Quattro, la partita di calcetto con gli amici, da cui in pochi secondi si capisce la personalita' di ognuno di loro. Cinque, il miglior inizio di pellicola che posso ricordare. Nessun inizio di film (forse solo Pulp Fiction, da cui sono sicuro trarremo molti frammenti) mi ha mai catturato tanto come questo. Ve lo ripropongo in versione originale, per apprezzare accentaccio scozzese, con sotto il testo (geniale) sia in italiano che in iglese. Buon divertimento.

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos'altro, le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina? 

 

Choose life. Choose a job. Choose a career. Choose a family. Choose a fucking big television, Choose washing machines, cars, compact disc players, and electrical tin openers. Choose good health, low cholesterol and dental insurance. Choose fixed- interest mortgage repayments. Choose a starter home. Choose your friends. Choose leisure wear and matching luggage. Choose a three piece suite on hire purchase in a range of fucking fabrics. Choose DIY and wondering who you are on a Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing sprit- crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. Choose rotting away at the end of it all, pishing you last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked-up brats you have spawned to replace yourself. Choose your future. Choose life... But why would I want to do a thing like that? I chose not to choose life: I chose something else. And the reasons? There are no reasons. Who need reasons when you've got heroin?

lunedì 5 dicembre 2011

MACARONI IO VE DISTRUGGO !

Ho deciso di introdurre una nuova etichetta che mi consenta, con dei post un pò più agili e più stringati del solito, di aprire una piccola finestra anche sul mondo del cinema. Premetto che non ho alcuna veilletà di critica cinematografica, ma sono mosso esclusivamente dal desiderio di condividere con voi alcune scene cult di film che ci hanno divertito, emozionato o commosso. Una piccola nicchia, insomma, nella quale le immagini prevarranno sulle parole, e che spero possa trasmettere a quanti vi accederanno qualche minuto di piacevole svago. Detto questo, la prima scena cult che voglio proporvi non ha bisogno di grandi presentazioni perchè è tratta da una delle commedie italiane più note, " Un Americano a Roma", film  del 1954, per  la regia di Stefano Vanzina, più conosciuto come Steno. Protagonista della pellicola è un debordante Alberto Sordi nei panni di Nando Mericoni, fannullone trasteverino che  passa le giornate a sognare un'America stereotipata e mitizzata attraverso i fumetti e il cinema. Il film, di una comicità a dire il vero un pò caciarona, abbonda però di scene irresistibili. Su tutte, quella dei macaroni è sicuramente la più esilarante, e nonostante l'abbia vista e rivista alla nausea, ogni volta non posso fare a meno di piegarmi in due dalle risate.


Blackswan, lunedì 05/12/2011