lunedì 11 giugno 2012

LA TRADOTTA !


Non posso esonerarmi dallo scrivere del concerto dello zio Bruce, lo trovo come una dimenticanza imperdonabile, come un'offesa fatta persino a me stessa , ma certo lo farò in tutt'altra maniera che quella del nostro amato Black. Scusate , non ho la mania di protagonismo, ma per forza devo raccontarlo da un punto di vista mio personale. C'è un'importante premessa  ed è quella che io a questo concerto proprio non dovevo andare , per serie ragioni di salute. Non commiseratemi sono ancora viva... per ora....Solo gli ultimi giorni tra un'insistenza e l'altra , ma soprattutto per letture improprie e incredibilmente stupide sul Nostro, mi sono decisa a partire. Sfumata l'intervista , perchè ormai devoluta ad altri, sfumato un posto più o meno decente, ma il secondo anello con impianto luci davanti mi andava bene lo stesso, c'era il problema di come partire.Non sarei stata in grado di guidare , ma trovato un amico compiacente ( a cui sinceramente di Bruce non fregava più di tanto), ma con il tutto pagato la mia opera di convincimento è stata esaudita.Ho un'auto vecchia di 11 anni e poverella ha bisogno come la proprietaria di manutenzione costante, quindi era impensabile l'andata e ritorno a Milano. Mi vennero in mente quei servizi bus che una volta venivano svolti dai negozi di dischi o librerie etc etc, ma oggi sono su molti siti. Con timore , ne intercettai qualcuno e uno lo trovai. Meglio di niente....Quindi arrivo a Genova con la solita tramontana piuttosto fredda , e l'autostrada del sole in perenne lavori ad una corsia, una pioggerillina insistente come compagnia, due panini sintetici al volo , pinta di birra e pronti all'appello. 


Ci si parò davanti un mezzo , che di autobus si trattava, ma di quale anno mi è sconosciuto il farvelo sapere.  Muniti di foglio con istruzioni dettagliate per non rovinarlo, sporcarlo, bagnarlo e raccomandazioni di non far alcuna sosta, portare un asciugamano in caso di pioggia, una copertina per il freddo( non era scoperto!!!), scarpe di ricambio per il fango (mah!!!) e altre amenità, prendemmo la Serravalle che non facevo da più di trent'anni e giungemmo a Milano alle 15. Ci sbarcarono vicino a una chiesa di mattoncini rossi, il nostro punto di ritrovo e via libera fino alle 11, 30 perchè secondo gli organizzatori il concerto a quell'ora doveva finire. Che fai in tutto questo tempo? La trovata migliore di Milano era quella dei serizi pubblici gratis. Abbiamo percorso in largo e in lungo il capoluogo meneghino, anche perchè mi era venuto in mente la mostra fotografica su Springsteen vicino a Porta Romana. L'estremo opposto di San Siro.Ci arrivammo dopo un'ora e mezza di gira che ti rigira e due loschi figuri ci attendevano ridendo. Perchè.? Era ermeticamente chiusa per concerto! Ma si può dico io? Si, si può... Torna indietro giusto in tempo per arrivare a fare gli acquisti dei soliti souvenirs con lista parenti e amici al seguito, mangiare un qualcosa di simil hamburger, cercare disperatamente di salutare o messaggiare qualche amico, e soprattuto prima di entrare andare in bagno. Ma dove ? In tutto San Siro , fuori dalle recinzioni due gabinetti chimici e qui il terrore corre sul filo. Prendiamo i nostri hamburger , le nostre pinte di birra e cerchiamo un posto promettente. Cammina che ti cammina , ne trovo uno circondato da piante ( e vengono sempre bene), un po' lontano dalla grande folla, qualche carramba in più ma non infastidiva e ci accingiamo a fare le nostre cosucce. Io devo prendere minimo una decina di medicine al giorno o forse più, e tra queste ultime e l'alcool , non corre buon sangue. Pinta di birra oggi , pinta di birra domani , ero abbastanza su di giri, per non dire quasi drogata , quando vidi più macchine nere con finestrini oscurati ,e polizia in stato di assedio che venivano diritti verso la nostra postazione. Eravamo vicini all'entrata secondaria, non ci crederete lo so, ma è la verità. Lo giuro! Ne scese fuori bel bello zio Bruce e non scorderò mai l'occhiata che mi diede come ad una povera senza casa con dei problemi alcolici.Non bastò un sorriso,un hallo, un bacino soffiato... la classica figura di " cacca" che non avevo mai fatto in vita mia.  Senza parole....solo la grandiosità della cosa , mi fece dimenticare il tutto. Sono sicura mi avrà perdonato, lo chiedo come una penitente , graziata da un concerto sublime, che mi ha fatto commuovere ben tre volte e vi assicuro che l'alcool e i farmaci erano sfumati.Ma Blackswan ha già ampiamente descritto il miracolo del tutto, questa unione , questa partecipazione globale , questo bene che ci avvicina come non mai, tutti per uno .. Peccato che sia per così beve tempo. Quattro ore brevi? Direte voi... Sempre troppo poco quando esistono i miracoli! Arrivederci zio Bruce , sono io che ti dedico una canzone , adesso...
PS = il concerto l'ho visto tutto, e il bus ha aspettato!!!!!!



NELLA,  lunedì 11/06/2012

sabato 9 giugno 2012

MERENDA VINTAGE



Non faccio merenda più o meno dai primi anni ottanta, e quelle poche volte che mangio fuori pasto ( in realtà bevo come una spugna e non mangio nulla ) succede in quei contesti merdosissimi di pasta scotta e biberoni annacquati che oggi va di moda chiamare happy hour. D’altra parte, passo la maggior parte dei miei pomeriggi chiuso in un maleodorante ufficio a fare un lavoro da mentecatto, mentre un tempo, quando ero piccino picciò, le mie giornate trascorrevano cadenzate da attività di un certo spessore: epiche partite a pallone della durata minima di tre ore, assatanatissime battaglie a guardie e ladri, interminabili sfide a nascondino ( interminabili perché a volte mi nascondevo così bene che per trovarmi i miei dovevano chiamare i carabinieri ). Insomma per affontare le cinque ore di divertimento pomeridiano ( il cartellino si timbrava alle 14.00 in entrata e alle 19.00 in uscita ) era necessario un adeguato sostentamento energetico. In quei mitici anni ( siamo nella seconda metà degli anni ’70 ), di merendine in giro ce ne erano pochine e ancora non era arrivata la moda esiziale degli hamburger americani ripieni di carne all’ammoniaca.

Insomma, il momento della merenda era ancora connotato da una certa tradizione contadina, che prevedeva di riempirsi la pancia con alimenti sani e nutrienti che la generazione dei nostri padri, reduce dal conflitto mondiale, aveva visto, forse, solo il giorno di Natale. Il panino, a Milano c’era la michetta punto e basta,  deteneva il ruolo incontrastato di re del pomeriggio. Il menù prevedeva classiconi senza tempo come : pane e burro, pane burro e marmellata, pane burro e zucchero, pane e marmellata, pane e margarina ( alimento che si riteneva più sano del burro e che ora è bandita da tutte le tavole perché pare che dopo averla assaggiata diventi scemo ), pane e zucchero, pane e basta. Quando in cucina era di corvè mio nonno, grande mezzala sinistra dai piedi dolci ma dai modi un tantino ruvidi e che aveva militato per anni nella mitica Pro Patria, il panino che veniva servito era più adatto alle esigenze di un camionista piuttosto che a quelle di un bambino che sbocconcella qualcosa tra un gioco e l’altro : pane olio e cipolla, pane e lardo, pane salame e burro, pane e gorgonzola,e talvolta anche pane e sugna, che per la salute equivale più o meno a tirarsi un decina di martellate sul fegato. 

L'ovetto sbattuto con lo zucchero
Mia nonna, invece, era un’adepta dell’uovo sbattuto, versione proletaria del più noto zabaione. Iniziava a sbattere sei uova e mezzo chilo di zucchero alle tre del pomeriggio, per servirti  poi l’appetitosa crema alle cinque. L’anziana donna, pace all’anima sua, non si limitava solamente  a proporti le tremila calorie in ciotola, ma allungava il ferale intruglio con un bicchierino di marsala ( a volte anche di barbera ), col risultato che un’ora dopo sfrinquellavo in giardino in uno stato perniciosissimo di ebbrezza alcolica ( se oggi sono un alcolista all’ultimo stadio , la colpa è solo sua ). A volte, tuttavia, veniva voglia di mangiare anche qualche “schifezza”, termine con cui i miei genitori chiamavano qualunque cosa fosse venduta confezionata e fosse di produzione industriale. 

La regina di tutte le schifezze era la Nutella ( pane e Nutella era, ed è, un autentico must ) ma siccome costava troppo, si ovviava per il più economico Ciao Crem, surrogato da cortina di ferro della celebre concorrente. A merendine allora si scarseggiava, ma quelle poche in commercio erano di quanto più godurioso potesse desiderare un bambino. Vi ricordate ? “La morale è sempre quella, fai merenda con… Girella ! “. La Girella, il nirvana di tutte le merende, un impasto morbidoso e buonissimo di pan di spagna e crema al cioccolato, pubblicizzata su Topolino tramite le avventure di Toro Farcito. Mentre, per una merenda più sobria e salutare ecco spuntare dalla dispensa il Buondì Motta ( “Buondì Motta, Buondì mio! Scusa sai ma l’atleta chi lo fa !” ), perfetto per la colazione del mattino, ma straordinario anche al pomeriggio, soprattutto se riempito in modo indecente di Nutella e similari.

Fra i mitici snack pomeridiani è giusto ricordare anche alcuni prodotti appartenenti alla famiglia dei c.d. “coloranti altamente cancerogeni “ ( se ne accorsero dopo un decennio che colorare  i cibi con la vernice non fosse particolarmente salubre ) : il ghiacciolo al bitter, talmente rosso che il colore te lo dovevi togliere dalla lingua con la pietra pomice, e le terrificanti Big Babol, a proposito delle quali circolava una serie inquietante di leggende metropolitane ( chi diceva che erano composte di ossa, chi di topi tritati ). E a chiosare questo nostalgico revival, un ricordo e una prece vanno anche alle più buone ( e pare facessero anche bene ) caramelle di cui abbia memoria : le inarrivabili Zigulì,  palline di vera frutta, vendute in comode listarelle, che tenevo sempre in tasca insieme alle biglie e al coltellino svizzero.


Blackswan, sabato 09/06/2012

venerdì 8 giugno 2012

DIO C’E’ ( E SUONA IL ROCK’N’ROLL )



Basta una sola nota di armonica e lo stadio, tutto intero, capisce che sta per iniziare The River. Si spengono le luci e San Siro resta al buio. A illuminarlo sono migliaia di fiammelle nella notte e quel colore acceso che ha la passione quando sessantamila cuori battono all’unisono. “ Ora questi ricordi tornano a perseguitarmi, mi perseguitano come una maledizione: un sogno irrealizzato è una bugia, o qualcosa di peggio…” canta Bruce, e noi con lui. The River è il manifesto della poetica springsteniana: un racconto sui sogni infranti, sulla giovinezza che passa lasciandoti irrisolto, sul fallimento di chi lotta sapendo che la battaglia è persa in partenza. Se sono un fan di Springsteen ( e non lo sono di altri ) lo devo a questa canzone. E ad altre ancora, che parlano di me, delle mie speranze, delle mie sconfitte, della fatica di alzarsi tutte le mattine e combattere per sopravvivere in queste terre selvagge. Ho visto centinaia di concerti nella mia vita, ho ascoltato migliaia di dischi, mastico musica fin da quando ero così piccolo da non avere i denti per masticare altro. Eppure, nonostante sia un rocker consumato, il boss è l’unico che ancora mi da quella gioia infantile che si prova quando per la prima volta scopri qualcosa che ti piace. Ascolto Springsteen dal vivo e so, con esattezza, che tutto il resto è noia. D’altra parte, la mia personalissima concezione del mondo del rock si fonda su un’unica ma decisiva bipartizione: quelli che hanno ascoltato il boss suonare dal vivo e tutti gli altri. Non è arroganza né un delirio assolutista da fan, ma un dato di fatto. Bruce non è una rockstar o un artista che si esibisce, o meglio, non è solo questo.Springsteen è il mio fratello maggiore che sale su un palco e suona insieme a me. Non per me, ma insieme a me. Ha sessantadue anni e per le quasi quattro ore di concerto, durante le quali non si concede una pausa che sia una, sembra sempre che mi dica : “ Hey Nick, io finchè ne ho vado avanti.Vedi di stare sul pezzo anche tu !”. Io insieme a lui, insieme ai sessantamila di San Siro. E’ inutile girarci intorno : l’amore per Springsteen ha qualcosa a che fare con la religione, si veste di connotati mistici, vive di sublimi momenti trascendentali. Born To Run è stata la prima comunione, Darkness mi ha cresimato e Nebraska è il mio mistero della fede. A ogni concerto, un dogma si svela, perché la gioia diventi consapevolezza e il sovrannaturale si manifesti, semplicemente e con fattezze umane, ai nostri occhi. Dispiace per quel milione di fedeli che, non avendo trovato il biglietto del concerto, settimana scorsa si son dovuti accontentare di ascoltare il Papa a Bresso. E dispiace anche per quanti abbiamo preferito essere a San Siro giovedì prossimo, quando suonerà Madonna. I sessantamila di ieri, invece, hanno visto Dio. Aveva una Fender a tracolla e suonava il rock’n’roll. E come lui, nessuno mai. 

La scaletta del concerto :

“We take care of our own”"Wrecking ball”"Badlands”"Death to my hometown”"My city of ruins”"Spirit in the night”"The E Street shuffle”"Jack of all trades”"Candy’s room”"Darkness on the edge of town”"Johnny 99″”Out on the street”"No surrender”"Working on the highway”"Shackled and drawn”"Waiting on a sunny day”"Promised land”"The promise”"The river”"The rising”"Radio nowhere”"We are alive”"Land of hope and dreams”"Rocky ground”"Born in the U.S.A.”"Born to run”"Cadillac ranch”"Hungry heart”"Bobby Jean”"Dancing in the dark”"10th avenue freeze out”"Glory days”"Twist and shout” 





 Blackswan, venerdì 08/06/2012


giovedì 7 giugno 2012

NEIL YOUNG & THE CRAZY HORSE - AMERICANA



Neil Young è come uno di famiglia, uno di quegli zii che quando sei piccolo ti fanno divertire un botto, perchè quando giocano con te, ti lasciano fare  quello che i tuoi genitori solitamente ti vietano. Uno zio così non è un parente, ma un complice, un compagno di avventure, un mentore, un amico a cui finisci per restare affezionato anche quando diventi grande, mentre lui, giorno dopo giorno, invecchia. Succede così anche con zio Neil : puntuale come un orologio svizzero, ti viene a trovare ogni anno con la sua cesta di canzoni ed è sempre festa. A volte, lo trovi un pò logoro e forse un pò scontato, ma dopo la prima birra bevuta insieme, ti tornano in mente i tempi in cui ti faceva giocare a calcio nel fango o ti dava da bere un goccetto di nascosto, e la magia sembra tornare la stessa.Se poi si presenta con la sua affiatata compagnia di amici ( i Crazy Horse ), insieme ai quali ti portava allo stadio per vedere le partite della tua squadra del cuore, il tuffo nel passato è completo. Oggi, zio Neil ci regala una forma smagliante, e Americana, la sua ultima fatica, è indubbiamente il miglior album elettrico dai tempi di Mirror Ball ( anno domini 1995 ). Forse perchè gli undici brani che lo compongono sono cover collaudatissime; forse perchè queste cover sono pescate da un repertorio ( quello tradizionale americano ) che il rocker canadese conosce a menadito; e forse anche perchè gli ingranaggi della macchina Crazy Horse ( Talbot, Sampedro, Molina ) non conoscono ruggine, ma risultano ancora perfettamente oliati. Sarà per tutti i motivi elencati, ma il nuovo disco dello zio ha l'energia e la forza dei suoi lavori migliori. Piace soprattutto il suono, sporco, ruvido, rumoroso, senza fronzoli, che richiama i fasti del citato Mirror Ball, in cui Young veniva assecondato in un tripudio di feedback e rabbia grunge da quei suoi figli putativi di Seattle, conosciuti ai più col nome di Pearl Jam. E piace molto, anzi moltissimo, la scaletta delle canzoni, un pugno di classici senza tempo che Neil reinterpreta con sferragliante trasporto, dando nuovo lustro al suo chitarrismo caratterizzato da quei tipici assoli di poche note, ma tutte epiche e decisive. Diventa davvero difficile trovare un momento fiacco del disco, e se proprio si vuole essere pignoli, forse This Land Is Your Land non ha molto da aggiungere rispetto all'originale di Guthrie o alla struggente cover di Springsteen. Ma basterebbe la tripletta inziale (  gli accenti latini di Oh Susanna, i riff pesi e crepuscolari di Clementine e il drammatico deragliamento di Tom Dula ) a valere da sola il prezzo del biglietto: strumenti sbrigliati, approcio da " buona la prima ", sudore e tanta gagliardia. Insomma, uno zio in grande spolvero, che continua a divertirsi e a divertire con la stessa vitalità dei bei tempi andati. Per i fans di Young  questo disco è un must, per tutti gli altri soldi comunque spesi bene.

VOTO : 7,5




 Blackswan, giovedì 07/06/2012

mercoledì 6 giugno 2012

SOUNDGARDEN LIVE!!!

Amici killers,
lunedì sera ho saltato la partita di calcetto ed è quindi evidente che qualcosa di enorme doveva essere successo.
Nel caso di specie, all'Arena Fiera Rho di Milano (un banale spiazzo asfaltato tra due blocchi di stand della nuova fiera) si sono presentati dopo quindici anni di assenza dall'Italia quattro signori statunitensi (uno di chiare origini indiane) che, insieme, sono i Soundgarden.
Siamo quindi in pieno grunge, ma di quel grunge che tira più verso l'hard rock - heavy metal, più Alice in Chains che non Nirvana o Pearl Jam.
La band era in grande forma, Ben Sheperd alle pelli e Matt Cameron al basso hanno bastonato linee ritmiche eccellenti per potenza e precisione, e la chitarra di Kim Thayil si è spostata con disinvoltura assoluta tra l'acciaio della grande Seattle e suggestioni seventies, e pazienza se lui ha il pizzetto bianco ed è aumentato così ad occhio di almeno 20 kg.
Però, su questo non avevo particolari dubbi.
L'abilità tecnica non si perde, e in fondo dopo quindici anni che uno manca dall'Italia basta eseguire bene i pezzi e la gente è già contenta.
Restava il dubbio sulla voce di Chris Cornell datosi che, ahimè, la voce invece decade come tutte le caratteristiche del corpo umano.
Onestamente, di dire che sia proprio uguale ai vecchi tempi non me la sento.
Però, se allora era 100 oggi è 85 - 90, non meno.
Il che significa che la sua voce si stagliava comunque, pulita e senza fatica, sopra gli strumenti, ma non sopra nel senso della sciocca gara a prevalere nel casino, come accade con certo pessimo heavy metal del genere Cradle of Filth o Venom, che gli dei li strafulminino entrambi.
Sopra nel senso di "su un altro registro" contrapposizione armonica a chitarra e basso, per un effetto complessivo di enorme suggestione.
A tratti si sente, ma nettamente, una forte somiglianza con il canto che fu di Robert Plant.
La stessa potenza chiara e facile nell'emissione, quello che gli inglesi chiamano "golden velvet".
Ecco, forse meno velluto rispetto a Plant e un po' più di forza strappata, e d'altra parte sono anche figli di epoche diverse,dove là c'erano radici blues qui c'è la siderurgia di Seattle.
Ma i due sono simili, non c'è dubbio.
Tra parentesi, il buon Chris è anche un figo da paura, e sono stato molto contento per la mia fidanzata che, non essendo molto alta, di solito ai concerti vede poco, e invece stavolta la non enorme affluenza di pubblico le ha permesso di vedere questo bell'esemplare umano.
La sequenza dei brani è stata azzeccatissima, tutti i grandi pezzi famosi sono stati eseguiti per la gioia di un pubblico appunto non molto numeroso ma parecchio variegato per età e tipologia.
Tra le prime, Spoonman con il suo drumming galoppante e chitarra e basso a disegnare storie di localacci della periferia urbana, galera e chissà, forse redenzione.
Loud love, elettrica, rabbiosa e strappata, con sottofondo visivo di luci in movimento rapidissimo tipo immagini girate in autostrada di notte e proiettate a velocità doppia.
Poi, obbligatoria, Fell on Black Days, un ideale e malinconico omaggio alla memoria di chi non è più con noi, a Kurt Cobain e a Layne Staley, fiamme bruciate troppo in fretta ma in realtà, a ben vedere, bruciate nel tempo che gli era proprio.
Attraverso le belle emozioni di Blow up the Outside World e di The day I tried to live, si è arrivati ad Outshined, per me la vera prova del 9 della voce di Cornell, che su disco aveva fatto di quel pezzo una summa dei virtuosismi di un cantante hard.
E cazzo, se l'ha cantata alla grande!
Orgasmi e ruggiti a non finire, e una voce talmente bella e chiara da capire persino le parole del testo, come accadeva in altro campo solo con alcuni tenori quali Di Stefano e poi Pavarotti.
A seguire, via libera alla rabbia di Rusty Cage e poi momento top con Burden in My Hand, un grande pezzo di grande respiro, con una scansione di tempi ampia e solenne, una sorta di manifesto hippy dei giorni nostri, proprio la California, impossibile non immaginarsi un gruppo di ragazzi che ballano su un prato sotto il sole.
Sul finire quello che è forse il loro pezzo più celebre, Black Hole Sun, ritratto di una sciagura planetaria che all'epoca era uscito con un magnifico video che sembra sempre più attuale ogni volta che lo si guarda, e poi un pezzo cattivo, velenoso, splendido come Jesus Christ Pose, un grumo di anfetamine sputato con rabbia blasfema sulla sabbia del deserto.
E se qui la voce di Cornell ha denotato qualche ruga, chi se ne frega?
Io certamente no, nè gli altri presenti alla fiera, che hanno cantato, ballato, ovviamente pogato in una bella serata con un venticello fresco che era una meraviglia.
E mentre ero lì, come sempre dal 1980, a suonare la mia chitarra immaginaria, a un certo momento mi sono girato verso la mia fidanzata e verso il mio amico e mi è venuto proprio spontaneo gridare "Che gran figata!".
Il mattino dopo, naturalmente, scadenze, fatture, roba da scrivere, gente che rompe i coglioni al telefono.
Io ci sono, faccio quello che devo fare, non c'è problema, però si fottano tutti: io la sera prima ho visto i Soundgarden, bastardi!