venerdì 12 aprile 2013

JO NESBO - IL CACCIATORE DI TESTE


A Roger Brown non manca niente. È intelligente. È ricco. Ha una moglie da paura. Un lavoro ufficiale come cacciatore di teste. E un hobby segreto, i furti d’arte. All’inaugurazione di una mostra gli presentano Clas Greve, che non è il candidato perfetto per l’assunzione di cui Roger si sta occupando, ma è il proprietario di una delle piú desiderabili opere d’arte di sempre. La lampadina si accende dentro la testa di Roger. Ecco il modo per diventare molto ma molto piú ricco di quanto non abbia mai osato immaginare. Il colpo comincia a prendere forma. Insieme ai guai, però. E, tempo un secondo, da cacciatore Roger si trasforma in preda…


Jo Nesbo torna in libreria  con un romanzo scritto nel 2008 in uscita solo adesso in Italia. Se si eccettuano i due libri per ragazzi usciti qualche anno fa, Il Cacciatore Di Teste è una novita assoluta per il pubblico italiano, dal momento che è il primo libro del giallista norvegese che non ha come protagonista Harry Hole a essere pubblicato nel nostro paese. Non solo, ma Roger Brown, personaggio principale del romanzo, è quanto di più lontano possa esistere dal poliziotto tormentato e leale che avevamo imparato ad amare : arrivista, presuntuoso, privo di scrupoli, insomma un figlio di puttana fatto e finito.Tanto che si fa fatica, e non poco, a entrare in sintonia col personaggio, che da un lato affascina per la logica deduttiva dei ragionamenti e per l'abilità con cui si smarca dalle situazioni critiche, ma dall'altro ci disgusta per la totale mancanza di dirittura morale. Questo aspetto non è necessariamente un male : una buona trama gialla resta tale anche se risulta impossibile parteggiare per uno dei personaggi (e in queste pagine non se ne trova uno che possieda la benchè minima connotazione positiva). Ciò che conta sono il ritmo, i colpi di scena e la scrittura, aspetti nei quali, anche in questo frangente, Nesbo si conferma un maestro. Tuttavia, Il Cacciatore Di Teste (che nonostante tutto si legge d'un fiato, ve lo assicuro), mi pare l'opera più debole pubblicata fino a oggi dal norvegese. L'impressione è quella di un intreccio poco verosimile, in cui gli snodi narrativi e le motivazioni dei protagonisti vengono artatamente forzati per dare un senso a un insieme che alla fine risulta plausibile ma non certo convincente. Forse è proprio per spostare l'attenzione da una "sceneggiatura" deboluccia che Nesbo si concede più di un voyeurismo splatter, si concentra su deiezioni, sangue e budella, si accanisce su corpi matoriati, sfoggia un gusto per il macabro davvero inusitato. Così, nonostante l'ottima idea di partenza, una volta chiuso il libro si rimane con la fastidiosa sensazione di non aver letto un buon thriller ma di aver guardato una puntata di CSI: una fredda sfilza di deduzioni investigative artificiosamente messe in fila per arrivare alla scoperta di un colpevole di cui alla fine non ci importa nulla.Troppo sangue e poco pathos. Aridatece Harry Hole.

giovedì 11 aprile 2013

ROCK PILLS


RIVAL SONS - HEAD DOWN
Genere : Classic Rock
 
Uscito lo scorso anno, il terzo lavoro dei Rival Sons l'avevo dimenticato nella pignetta dei cd in arretrato d'ascolto e l'ho recuperato solo in questi giorni. Un peccato, perchè probabilmente Head Down sarebbe finito nella classifica dei migliori dischi rock del 2012. Questi quattro ragazzi (occhio a Jay Buchanan, il cantante, che ha una voce davvero speciale) vengono dalla California e nutrono una passionaccia per gli anni '70, quelli di sponda britannica, però. Basta infatti ascoltare Keep On Swinging, la canzone che apre il disco, per rendersi conto che l'aria che tira da queste parte profuma di Led Zeppelin, Cream (Wild Animal) e Free. Nè soprendono tutte le altre canzoni (tredici, nel complesso) che suonano dannatamente classic (hard) rock e possiedono l' impatto energico (e furbetto) che riempie gli stadi di cori, di dita alzate verso il cielo e di luci d'accendini per il momento struggente della ballata (la bellissima Jordan). I Rivals Sons sono un gruppo derivativo, su questo non v'è dubbio, ma non sono scontati : hanno personalità, un bel suono grasso d'antan e un tocco di psichedelia che non guasta e rende Head Down un discone per tutti i nostalgici del genere.
 
VOTO : 7
 
 
 
 
 
 
 
 
FREE FALL - POWER & VOLUME
Genere : Hard Rock
 
Passando dagli Stati Uniti alla Svezia, la morale è sempre quella : hard rock, anni ''70, amplificatori valvolari e quintalate di sudatissima energia. E' il loro disco d'esordio, ma dei Free Fall la stampa specializzata parla già in termini lusinghieri, tanto che qualcuno li ha già definiti con l'appellativo di " nuovi Led Zeppelin ". Il paragone è ovviamente eccessivo, ma questa next big thing del classic rock è davvero un'interessante realtà. Suonano classico e citano molto, è vero. Tuttavia, sporcano il suono abbastanza da far pensare che possiedano anche un'attitudine molto garage. Nudi e crudi, insomma. Eppure, non picchiano e basta, anche di questo bisogna dargli atto. Ci sono si i riffoni all'Ac/Dc e gli assolazzi alla Page, ma i Free Fall sanno tentare anche l'azzardo di melodie più elaborate e complesse. Per questo motivo in Power & Volume coesistono la title track, una tirata pazzesca che fa pensare a dei Led Zeppelin strafatti di anfetamine, Free Fall, che sembra uscita dalla penna di Pete Townsend, e Attila, un rock lento e ipnotico, vestito di una marzialità vagamente orientale, che ricorda quell'altra canzone degli Zep che inizia per K e chiude la seconda facciata di Physical Graffiti. Rumoroso, nostalgico, interessante.
 
VOTO : 7
 
 
 
 
 
 
 
 
MILLIE JACKSON - THE MOODS OF MILLIE JACKSON : HER BEST BALLADS
Genere : Soul, R&B
 
Per coloro che invece hanno le orecchie dolci e disdegnano i suoni ruvidi dell'hard rock, ecco una proposta completamente diversa che interesserà soprattutto gli appassionati di black music. E' in uscita il 16 aprile, The Moods Of Millie Jackson, una retrospettiva dedicata alle ballate dell'ormai settantenne ex modella e singer di colore. Per i neofiti è l'occasione di conoscere una delle più grandi cantanti soul e r&b di sempre, che negli anni '70 era considerata la regina del dancefloor e vinse per ben tre volte il disco d'oro; per gli appassionati, invece, il modo per arricchire la propria discografia, dal momento che la raccolta annovera oltre a classici come It Hurts So Good e If Loving You Is Wrong anche gemme meno conosciute come Special Occasion e Angel In Your Arms. Millie Jackson, vale la pena spendere due parole, ha una voce speziata, calda, a tratti anche un pò ruvida e mascolina, e la sua idea di soul non è proprio quel che si dice convenzionale, visto che i brani abbondano di parlato e accenni rap. Quel che conta però è l'intensità e la sincerità che si respira durante le venti canzoni della raccolta: se è vero che il soul è la musica dell'anima, questo filotto dei suoi migliori down tempo  vi procurerà la pelle d'oca, per arrivarvi poi, inesorabilmente, diritto al cuore. Siete avvertiti: strapparsi le mutande è un attimo. Da brividi.
 
VOTO : 9
 
 
 
 
 
 
Blackswan, giovedì 11/004/2013

martedì 9 aprile 2013

CLAUDIO GENTILE E IL LANCIO DELLA CIABATTA



Avete presente la marcatura di Gentile su Maradona in Italia - Argentina durante i Mondiali di Spagna del 1982 ? Chi ha buona memoria non può certo dimenticare quella collezione di spinte, trattenute, scivolate, randellate, gomitate, strattonate, artigliate, pestoni, calcioni, scarpate e tacchettate che ci regalò una memorabile vittoria e fece assurgere il coriaceo difensore nel ristretto novero dei giocatori più rudi di tutti i tempi. Un'altra epoca, un altro mondo, un altro sport. Oggi, quel calcio è morto definitivamente, e una simile marcatura, che superava abbondantemente i confini dell’intimidazione fisica, non è più possibile. Se quella partita si rigiocasse domani, Claudio Gentile, combattivo italiano delle colonie, starebbe in campo, a essere ottimisti, non più di dieci minuti. Invece, in quell'occasione, fu solo ammonito e la nazionale italiana passò alla storia per un’impresa che ricordava molto da vicino la vittoria di Davide contro Golia. 
Sono consapevole che questo amarcord spagnolo potrebbe spiazzare il lettore e far pensare a un racconto che abbia come oggetto la passione per il calcio. Invece, è solo un escamotage per introdurre un discorso che ha a che fare con l'arte pedatoria come i cavoli con la merenda. Infatti, strano a dirsi, per un bizzarro affastellarsi di pensieri, Gentile mi torna in mente ogni volta che ripenso a mia madre e al modo, tutto particolare, che aveva di impartire l’educazione ai figli. 
Il decennio che va dalla seconda metà degli anni '70 alla prima metà degli anni '80, è stato per me, come per tutti i ragazzini della mia età, il tempo dell'irragionevolezza e dell'eseburanza, quel periodo cioè della (pre)adolescenza, in cui si vive un pò a casaccio, trascinati dall'istinto e inconsapevoli di regole e limiti. Tutti quelli che mi sono coetani sanno bene che c'è un abisso tra come noi siamo stati tirati su rispetto a come vengono cresciute oggi le nuove generazioni. Se gli anni '00 sono il tempo della carota, allora invece si usava prevalentemente il bastone, tanto che al confronto con quella ricevuta da noi in quegli anni, l’Educazione Siberiana di cui racconta Lilin si ridimensiona al livello di un corso di aggiornamento per sollevatori di stuzzicadenti.
TEPPISTA IN PECTORE
 
I nostri genitori, chi più chi meno, tendenzialmente menavano di brutto, e lo facevano, peraltro, senza porsi troppi problemi. Oggi (ecco il perché del paragone con Claudio Gentile), un certo modo di educare i figli non è più possibile e al primo ceffone che parte, ti ritrovi davanti alla porta, rigorosamente in quest’ordine : Carabinieri, Telefono Azzurro, Servizi Sociali e Protezione Civile. Ma una trentina d’anni fa, se qualcuno soltanto provava a metterci becco, si beccava un mattarello in testa o un diretto sul muso, con tanto di plauso accademico. Nello stesso modo, se adesso una maestra o un allenatore o un qualsiasi adulto in veste di educatore prova, non dico ad alzare un dito, ma solo la voce verso un ragazzino impertinente, è molto facile che finisca, in men che non si dica, sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali. Mi ricordo, invece, che da piccolo, se ti beccavi uno schiaffone o una bacchettata da una maestra a cui avevi spappolato le palle tutta la mattina, quando tornavi a casa era matematico che ti arrivava anche il resto. Anzi, il doppio. Che fosse meglio o peggio non sta me a dirlo, né è mia volontà aprire un dibattito di sociologia spicciola sul fenomeno. Per quanto mi riguarda, di sganassoni, ceffoni e coppini ne ho presi un sacco e una sporta, e con molta probabilità mi sono stati utili a raddrizzare la schiena e a essere un po’ meno cialtrone : oggi, infatti, conosco le regole della buona educazione, mangio con le posate, non commetto reati e posso vantarmi di non aver mai votato PDL. E tutto ciò grazie soprattutto all'antico riflesso pavloviano "cazzata = sberla" che ancora tiene a freno la parte più recalcitrante della mia indole.


In famiglia, i sistemi coercitivi venivano messi in atto da mia madre. Mio padre si limitava a intervenire, talvolta, nei casi davvero gravi (vandalismo, risse, furti) e solo raramente con l’uso della forza fisica. Si avvantaggiava più che altro del mio stato di soggezione cronica nei suoi confronti, una sorta di timore (rectius: terrore) reverenziale, in virtù del quale bastava uno sguardo in tralice o un’increspatura nel tono della voce per farmi rigar dritto come un fuso. D’altra parte, la presenza di mio padre in famiglia era una rarità come il passaggio della cometa di Halley o l’Inter che vince la Champions, e questo distacco rafforzava non poco l’efficacia intimidatoria dei suoi interventi. Quale severo deus ex machina, Lui interveniva da lontano per mettere ordine nel caos famigliare generato dai figli: scendeva fra noi comuni mortali e dispensava punizioni e ramanzine con lo sguardo altero e infastidito di chi è stato inopinatamente sottratto alle proprie attività divine e costretto a occuparsi delle misere vicende umane. La percezione della sua estraneità rispetto al contesto generava un panico primigenio, perchè non sapevi mai che cosa aspettarti realmente e l'unica certezza erano i cazzi amari che cominciavano a volare a bassa quota. Allora, quando mia madre pronunciava la fatica frase "lo dico a tuo padre " (non papà, ma padre, rafforzativo), sapevi con esattezza che le cose si stavano mettendo molto male e che solo una parola in più, fosse un bì o un bà o la più blanda delle interiezioni, avrebbe fatto precipitare la situazione verso il baratro dell’irreversibile. Dal canto suo, mia mamma menava che era un piacere vederla. Era buona e d’animo gentile, ma siccome si trovava ad affronatre da sola la gestione di due bambini (di cui uno, il sottoscritto, un vero beduino senza arte né parte), se urla, pistolotti e minacce non avevano effetto, si trasformava nel braccio violento della legge. Senza pistola e distintivo, ovviamente. La specialità della donna infatti consisteva nel lancio della ciabatta, disciplina praticata però nelle versione estrema del lancio dello zoccolo. Raggiunto il climax della colluttazione verbale (cosa che si verificava a volte sul luogo del misfatto, e più spesso in cucina, vero e proprio campo di battaglia di ogni disputa famigliare) con mossa felina, mamma portava la mano verso il piede, si sfilava un Dr.Scholl bianco da un chilo e tre etti e iniziava a mulinare il braccio. A quel punto, o accettavo inerte il supplizio (tre o quattro colpi ben assestati sul culo), oppure mi davo alla fuga e imboccavo il lungo corridoio che portava alla mia cameretta, enclave in cui avrei trovato una, quantomeno temporanea, salvezza. Eppure, nonostante mi producessi sempre in uno scatto da centometrista, ero comunque consapevole che sarei stato abbattuto : mia madre era in grado di colpire una mosca a cento metri di distanza e quei cazzo di zoccoli, ne sono certo, erano telecomandati, riuscivano a intercettarti anche dietro gli angoli. Altro strumento coercitivo, utilizzato soprattutto di sabato, giorno dedicato alla pulizia della casa, era il battipanni. 

Non un battipanni qualunque, ma un arnese tramandato di madre in figlia, di generazione in generazione, solido e robusto come un randello, che credo peraltro fosse l’unico esemplare al mondo costruito con massello di noce intrecciata. Due vergate con quella mezza clava e ti rimanevano le chiappe a dindarella per almeno una settimana. Mia madre, tuttavia, come un marines addestrato alla sopravvivenza nella giungla vietnamita, ci sapeva fare benissimo anche a mani nude, dimostrando una destrezza e un’abilità nel corpo a corpo davvero inusitate per una donnina di un metro e sessanta per cinquanta chili. Schiaffoni a cinque dita, presa da lotta greco romana con conseguente atterramento (in gergo si chiama german suplex), morsi, tirate di capelli e un micidiale cognacchino o vecchietta (ginocchiata sul bicipite femorale) che ti lasciava senza fiato per un paio d’ore.
Se da un lato i metodi di correzione superavano abbondantemente i confini di ciò che oggi riteniamo appropriato e lecito, ed erano figli di una concezione, per così dire arcaica, dell’educazione, dall’altro (l’ho capito solo con gli anni) era difficile dare torto a una povera donna che aveva a che fare con un farabutto fatto e finito. Inconcludente, ribelle, disordinato, bastian contrario de ‘sta ceppa, attaccabrighe e bigiatore di professione, là dove si perpetrava una minchiata, io c’ero. E vi assicuro che di puttanate ne ho fatte davvero tante e di ogni forma e colore. Scappavo di casa per ogni nonnulla e godevo un mondo a farlo; mi nascondevo, con disarmante metodicità, nei famigerati sotterranei del condominio in cui abitavo (una sorta di labirinto infestato dai topi e, si diceva, anche da oscure presenze), sparendo per ore alla vista dei miei; mi picchiavo quotidianamente per futilità e quasi sempre con ragazzini più grandi di me (tagli, lividi, ammaccature e denti sbrecciati erano all’ordine del giorno); facevo "il succhio" ai motorini e usavo la miscela per appiccare incendi; scendevo cinque rampe di scale in piedi sullo skate-board per fare il fico con gli amici; mi arrampicavo sugli alberi e poi mi buttavo giù con una busta dell’immondizia aperta a mò di paracadute; giocavo a pallone in mezzo alla strada e dribblavo le auto per sprezzo del pericolo; e di solito, per non farmi mancare proprio nulla, palleggiavo in salotto con il pallone di cuoio e le scarpette a tredici (a casa mia si girava solo in pattine, pena la fustigazione su pubblica piazza).
TEPPISTA IN AZIONE
 
Una volta, ho anche rubato al supermercato e quando mia mamma mi ha scoperto, mi ha afferrato per un orecchio e tirandomi così per un chilometro, mi ha riportato al negozio a restituire la refurtiva. Ero una vera teppa, insomma, e le botte e le punizioni che ho ricevuto, oggi sono felice che sia stato così, me le sono meritate tutte, dalla prima all’ultima. Ho poi continuato a fare cazzate anche diventato più grandicello, ma a quel punto, nonostante l'indole battagliera della mamma, ero ormai troppo grosso per poter soccombere. Ricordo che l'ultima zoccolata l’ho ricevuta a quindici anni per una storia di gavettoni e reciproche vendette con un vicino di casa che mi stava sul cazzo, mentre l’ultima sberla mi è arrivata a diciotto. Questa, però, la schivai, e mia madre si ruppe la mano sulla testiera del letto. Ancora oggi mi pento così tanto di aver evitato quel ceffone, che se potessi tornare indietro, mi prenderei a schiaffi da solo. 


Blackswan, martedì 09/04/2013

lunedì 8 aprile 2013

DUANE ALLMAN - SKYDOG :THE DUANE ALLMAN RETROSPECTIVE




Se amate la chitarra di Duane Allman, se vi piace il suono southern e se avete da parte qualche soldino, questo cofanetto di sette cd è assolutamente imperdibile. La premessa è necessaria perchè l'acquisto è davvero oneroso e, a meno che non lo scarichiate dalla rete (si trova sui soliti siti), Skydog è reperibile solo d'importazione e vi costerà tra i 140 e i 150 euro. L'opera, in cantiere già dagli anni '90 e attesa quindi da tempo, per quanto sia costosa vale però il prezzo di copertina : 129 canzoni, di cui 9 inediti assoluti e 29 brani rarissimi mai editi in cd e pubblicati solo come singoli negli anni '60. Il tutto accorpato in un packaging essenziale, ma elegantissimo, che contiene un booklet ricco di foto e di note a margine dei brani, un adesivo e la riproduzione del plettro usato dal chitarrista. La raccolta non si limita ovviamente a raccogliere il materiale relativo alla militanza di Duane con gli Allman Brothers Band, ma va a pescare chicche rarissime della gioventù del chitarrista (i primi gruppi : The Escorts, The Allman Joys e The Hour Glass) e tutte le sue collaborazioni come sessionista (Aretha Franklin, Wilson Pickett, Boz Scaggs, King Curtis, Lulu, Ronnie Howkins, Laura Nyro, etc). Inutile, e oltre modo noioso per chi legge, sarebbe sviscerare pedissequamente il contenuto di ogni singolo cd. Meglio invece soffermarsi su qualche chicca che faccia intendere la portata dell'operazione e magari faccia venire l'acquolina in bocca agli appassionati intenzionati all'acquisto. Nel secondo cd, ad esempio, ci sono tre pezzi da capogiro che evidenziano tutto il precoce talento di Duane: la cover in versione soul di Light My Fire dei Doors ad opera di Clarence Carter, quella di The Weight a opera di Aretha Franklin e una strepitosa Hey Joe suonata insieme a King Curtis, il grande sassofonista morto nel 1971 a soli 37 anni. Nel terzo cd compaiono i brani tratti dal secondo e omonimo album di Boz Scaggs, in cui Duane sale sugli scudi con un'esecuzione magistrale di Loan Me A Dime, un vecchio blues di Fenton Robinson (tredici minuti di autentica goduria). Altra chicca del cd è il duetto di Allman con Mike Bloomfield in Twice A Man di Barry Goldberg, mica pizza e fichi. Nel quarto disco meritano una menzione i brani suonati da Duane e tratti dal disco d'esordio del compianto Johnny Jenkins, Ton - Ton Macoute (disco che merita di essere recuperato:è bellissimo), tra cui spicca un'inusuale cover di I Walk On Gilded Splinters di Dr.John. Nel quinto cd, tra tante cose pregevolissime, vorrei evidenziare la meraviglia r'n'b di Bead Of Sweat con Laura Nyro (da brividi) e alcuni brani della militanza di Duane con Derek & The Dominos, tra cui ovviamente l'immancabile Layla. Nel sesto cd, il gioiello per cui vale la pena spendere due parole è Sugar Magnolia dei Greatful Dead con Duane alla chitarra. Sette-minuti-sette di storia del rock, risalente a un concerto tenutosi nell'aprile del 1971 al Fillmore East di New York (e cioè, il mese successivo la mitica esecuzione degli ABB). La registrazione è eccellente e l'esecuzione...bè, direi memorabile: Duane Allman e Jerry Garcia che duettano alla chitarra è qualcosa che oggi si può ascoltare solo in paradiso. Chiude il cofanetto un settimo cd che contiene cinque canzoni da Eat The Peach degli ABB e tre brani inediti di Delaney & Bonnie & Friends, registrati  dal vivo il 22 luglio del 1971 agli A&R Studios di New York (e trasmessi per radio) insieme a Duane Allman e Sam Clayton (in seguito coi Little Feat): da bava alla bocca.
Skydog è dunque un box formidabile, un'opera mastodontica che ci restituisce in modo esaustivo il talento e la creatività di uno dei più grandi chitarristi di sempre. Un musicista che si trovava perfettamente a suo agio tanto a declinare il verbo del rock quanto a suonare quella "robaccia da negri" che ha a che fare con l'anima e il diavolo. Storia e Leggenda per veri cultori.
VOTO : 10




Blackswan, lunedì 08/04/2013

venerdì 5 aprile 2013

BILLY BRAGG – TOOTH & NAIL



Erano anni difficili quelli governati dall’esecutivo di Mrs.Thatcher, anni in cui l’Inghilterra masticava il frutto amaro di politiche debosciate che aggredivano i ceti più deboli senza alcuna pietà (la stessa merda che mangiamo oggi in Italia). Tra gli artisti che si opponevano alla macelleria sociale del primo ministro inglese c’era Billy Bragg, un Woody Guthrie di terra d’Albione che cantava la propria rabbia contro ogni forma di fascismo. Una militanza, la sua, che non si limitava a belle canzoni di protesta vestite di folk-punk. Bragg ci metteva anche la faccia, in senso letterale : stava sulle barricate, si faceva arrestare e prendeva manganellate. Impossibile allora non amarlo, soprattutto se avevi vent’anni, stavi a sinistra e ti era capitato per le mani un disco favoloso come Talkin’ With The Taxman About Poetry (1986), zeppo di canzoni da far ribollire il sangue nelle vene, che ti scuotevano con la forza di testi diretti, sinceri, passionari. A Billy Bragg devo quindi qualcosa di molto importante, e nonostante alcuni dischi, in seguito, non riuscitissimi, la mia stima per l’uomo e per l’artista non è mai venuta meno.Non è però solo una questione di gusti musicali, ma soprattutto di affinità intellettuale e condivisione politica.
Oggi, Bragg ha 56 anni, non è retrocesso di un passo dalla prima linea, ma è ormai un uomo più maturo, più riflessivo, provato peraltro dal dolore profondo per la perdita del padre. Bastano le prime note di Tooth & Nail per capire che la sua musica è cambiata, e che la rabbia ha lasciato il posto alla malinconia, che lo sguardo combattivo che gettava, d’impeto, sulle cose del mondo, ora si è ammorbidito in una sorta di rassegnazione attiva, come se, a ogni canzone, ci volesse dire : sono stanco, ma ci sono, datemi un motivo e torno a lottare. Chi pensa che questo nuovo Billy Bragg sia un guerriero in disarmo, un’artista senza più anima e sangue, si sbaglia di grosso. Tooth & Nail è un disco bellissimo, non barricadero, certo, ma comunque sentito e vissuto dalla prima all’ultima nota. Dietro Bragg c’è un gruppo di musicisti che declinano il folk e il blues con il passo felpato di chi suona in punta di plettro e conosce a menadito le radici; e soprattutto, c’è il grande Joe Henry che, quando veste i panni del produttore, ha la capacità di lasciar scorrere la musica, senza invadenza, dosando i suoni, tenendosi in disparte ed esaltando l’arte, non il proprio modo di concepirla. Da parte sua, Bragg, ritrova le canzoni (e che canzoni!) e una voce mai così profonda, espressiva, commovente. Il passo jazzato dell’iniziale January Song è da capogiro, la tristezza di Goodbye Goodbye spezza il cuore in due, There Will Be Reckoning dispiega le ali in un ritornello che è impossibile levarsi dalla testa e No One Knows Nothing Anymore (lo troveremo mai un senso alla nostra vita?) si prende di diritto un posto privilegiato nello scrigno dei gioielli preziosi della nostra vita (musicale). Tooth & Nail è un disco semplicemente sincero, colloquiale nella forma, eppure epico nella sostanza. Non più però un’epica di lotta e di barricata, ma un’epica di nostalgia, il racconto di un eroe ferito ma pronto a ripartire, che nel frattempo trova un pertugio nella passione politica per soffermarsi a sentire il rumore del tempo che scorre e il suono dei suoi pensieri più intimi. Che Dio (e Marx) abbiano in gloria Billy Bragg, il più vero tra tutti quelli che ci hanno messo la faccia.

VOTO : 8,5 




Blackswan, venerdì 05/04/2013