L'Orablù è lieta di presentare il ritorno di Senza Palco, festival degli artisti di strada, giunto quest'anno alla terza edizione. Per il 2013 il festival avrà una programmazione tutta al femminile, in linea con una serie di eventi futuri esclusivamente dedicati alla donna. Senza Palco, infatti, sarà la prima di svariate manifestazioni il cui ricavato verrà devoluto interamente a Nemmeno Con Un Fiore, progetto intercomunale tramite il quale raccoglieremo fondi per il sostentamento di due case di accoglienza per donne maltrattate o vittime di stalking. Un'occasione imperdibile, dunque, che unisce divertimento e impegno sociale.
Qui sotto la locandina e il programma della manifestazione.
L'appuntamento è fissato in piazza Della Chesa a Bollate, sabato 14 settembre, a partire dalle ore 18.00.
Da
tempo ormai ho l'impressione che il rock proveniente dagli States contenga
un tasso di sincerità superiore a quello suonato e prodotto dall'altra parte dell'Oceano.
E questo anche nel caso di un gruppo come i Wild Feathers, la cui
musica fortemente derivativa pesca a mani basse in un passato antico
e recente, citando a più non posso. Basta leggere la descrizione sul loro
profilo Facebook per capire di cosa sto parlando : " Loro suonano come se i Led Zeppelin e The Band avessero avuto un
figlio che fosse cresciuto ascoltando Ryan Adams coverizzare le canzoni
anni '70 degli Stones influenzate dalla musica country ". Un notevole
zibaldone, insomma, a cui io aggiungerei anche echi provenienti da Tom Petty,
Allman Brothers, Creedence Clearwater Revival, oltre a discrete spruzzatine
soul e blues. Il tutto, peraltro, servito in una confezione che riesce a
essere deliziosamente radiofonica senza mai scadere in banalità mainstream.
Insomma, quello che ascolterete in questo disco d'esordio della band
proveniente da Nashville sono dodici canzoni di american music dal nobile
pedigree, che riesce a essere al contempo anche frizzante e moderna. D'altra
parte, i Wild Feathers sanno suonare e si sente che di ciò sono
fortemente consapevoli; si immergono nell'esecuzione dei pezzi
sbrigliando l'energia di una jam session senza però sbrodolare note a
casaccio; e sanno abbinare melodie orecchiabilissime (American, The
Ceiling) a prove di forza da veri rocker, chitarra elettrica incandescente
e piglio hard. Sia che accelerino il passo (Backwoods Company, Hard Wind)
o che si misurino con la ballata (Tall Boots, If You Don't Love Me), sia
che sfiorino territori R & B (I’m Alive) o che si immergano in atmosfere
più marcatamente country (Left My Woman), i Wild Feathers riescono a essere
convincenti fin dal primo ascolto. Merito di quell'entusiasmo un pò sfacciato
di chi si approccia alla musica che ascoltava papà con l'incoscienza della
giovinezza e tanta, tanta voglia di divertirsi. Probabilmente, esordio dell'anno.
Dopo aver ascoltato
un disco così, la prima preoccupazione è stata trovare un modo adeguato per
recensirlo. Parlarne bene ed essere d'accordo con la stampa giovane e di
tendenza che di fronte a certi artisti figli di hype spropositati è pronta
a infiorettare le recensioni di stratosferiche iperboli, oppure essere sincero,
dire ciò che ne penso davvero e fare la figura del matusa sfigato o del rocker
che non vede al di là della propria chitarra elettrica ? Bello o brutto, dunque
? Per non essere stritolato dal ferale dubbio,
ho scelto la via di mezzo, e ho deciso di parlarne come di un disco così così, in
modo da non far torto a nessuno oppure da farlo a tutti, che in fin dei
conti è la stessa cosa. La Wolfe, diamo a Cesare quel che è di Cesare, è
indubbiamente una ragazza talentuosa, ha una voce coinvolgente, sa
anche scrivere belle canzoni, come peraltro ha già dimostrato in un
ottimo disco come Apocalypsis (2011), e possiede quell'alone da femme
fatale che tanto piace alla gente che piace. Però da qui a far fioccare gli 8 e
i 9, di acqua sotto i ponti ce ne passa parecchia. Pain Is Beauty è infatti un lavoro altalenante, che
alterna momenti notevoli (House Of Metal, Feral Love), a sciape ripetizioni
degli stessi suoni (Kings, Reins) e a disarmanti vaccate (Destruction Makes
The World Burn Brighter). Eppure il problema non è neppure questo, dal
momento che un disco piacevole può anche reggersi, senza sfigurare,
solo su quattro o cinque canzoni ben riuscite. I difetti di Pain Is Beauty
semmai sono altri due : da un lato, un suono pieno ma algido
all'inverosimile, che alla fin fine, invece di trasmettere brividi di
inquietudine, procura parecchi sbadigli di noia; dall'altro, la
proposizione, senza grosse impennate di ingegno, di una musica che, mutate
mutandis, la suonavano, e anche meglio, già trent'anni fa (vi dice qualcosa
una certa Siouxsie Sioux ?). L'impressione che ne deriva, allora, è quella di un'artista non da mai
l'impressione di vivere sinceramente quel tormento interiore e
quella crepuscolare ispirazione che hanno reso inarrivabili signore in nero
del calibro di Lydia Lunch, Carla Bozulich e PJ Harvey (e più recentemente Soap
& Skin) e che preferisca invece vestire i panni, meno
rischiosi, dell'eterna promessa che ammalia, ammiccando a una tenebra
che però non ci inghiotte mai. Non facciamone un dramma, per carità: Pain
Is Beauty è un disco che si può ascoltare come l'abbrivio di qualcosa di più grande che prima o poi arriverà, anche se non contiene un solo motivo
per alzarci in piedi e spellarci le mani in una standing ovation. Si merita però
un bel sei politico, di quelli che non fan torto a nessuno. O forse lo fanno a tutti, chissà. Sempre meglio che passare come superato e anacronistico
Non durò molto la stagione degli At The Drive
In, ma fu intensa, sferragliante e per certi versi indimenticabile. In sette
anni, dal 1993 al 2000, videro la luce tre full lenght e quattro EP, e più
tardi, nel 2005, quando lo sguardo su quei giorni infuocati assunse i connotati
dell’obiettività, arrivò anche This Station Is Non – Operational, suntuoso
raccoltone (arricchito di un paio di cover) e definitiva pietra tombale sulla storia del
gruppo. Una band, quella di El Paso, che non ebbe mai il successo commerciale
che si meritava, ma che tuttavia ottenne sempre i favori della critica, che li
elesse a eredi naturali del movimento hard-core e a paladini della scena rock
indipendente a stelle e striscie. Merito di canzoni incendiarie, dirette,
scevre da ogni compromesso stilistico, di performance live impetuose come cariche
di cavalleria e di una militanza politica, tanto cara alla sinistra radicale,
che richiamava alla memoria le gesta dei connazionali MC5. Come si è detto,
furono anni straordinariamente intensi, e lo furono anche a cagione dei
contrasti interni al gruppo dovuti a visioni artistiche diverse : l’ortodossia
del chitarrista Jim Ward, da un lato, e la ricerca di un linguaggio più
ricercato e complesso da parte del cantante Cedric Bixler Zavala e del chitarrista
Omar A. Rodriguez Lopez, dall’altro.
Un crescendo di dissapori che nel 2001
portò allo scioglimento del combo, i cui membri confluirono in due nuove
formazioni : gli Sparta e i Mars Volta. Relationship Of Command è l’ultimo capitolo
della saga At The Drive In ed è anche il vertice più alto di una discografia
scarna ma sempre di livello eccellente. Un vero e proprio capolavoro di post
hard – core, che se da un lato rilegge con gusto moderno la lezione dei Black
Flag e dei Fugazi, dall’altro diviene pietra angolare e di riferimento per
tutto il movimento nel nuovo millennio. Il disco si apre con le note minacciose
di Arcarsenal, feroce compendio di ciò che l’hard core sarà negli anni a venire
: lo screaming abrasivo e tirato all’inverosimile di Cedric Bixler Zavala e la spigolosa
chitarra di Omar Rodriguez Lopez che fonde alla perfezione furia omicida punk e
brevi accenni alle complessità prog che successivamente caratterizzeranno la
musica dei Mars Volta. Un incipit dall’impatto devastante, che mette subito le
cose in chiaro sul talento visionario del gruppo e su quello che sarà il
contenuto del disco.
Nel quale, a ben ascoltare, anche le trame che appaiono di
un’inusitata cattiveria non sono mai avulse da un tessuto melodico di trama
(volutamente) grezza che tutto sottende. Basta ascoltare l’anthem di One Armed
Scissor per rendersi conto di quanto geniali fossero le intuizioni di Bixler
Zavala e compagni: un equilibrio perfetto in cui vivono fianco a fianco assalti
punk, bridge melodici, un tesissimo crescendo centrale, stratificazioni noise e
un ritornello, che se non fosse per i controcanti abrasivi di Jim Ward, avrebbe
quasi un appeal radiofonico. Ringhiano e non fanno sconti, gli At The Drive In,
servendo all’ascoltatore un piatto di lava incandescente dall’altissimo tasso
di indigeribilità noise (Mannequin Republic, Sleepwalk Capsules, e la poderosa
Cosmonaut, in cui la voce rabbiosa di Blixer Zavala è sorretta da una
travolgente iperventilazione chitarristica). Eppure, anche quando rallenta il
passo, il quintetto di El Paso riesce a scrivere canzoni di ruvida bellezza. E’
il caso di Invalid Litter Dept, ballata dai forti contenuti socio politici (chi
volesse approfondire la storia della canzone, clicchi QUI), in cui una melodia
scabra e un ritornello possente spingono l’ascoltatore verso le urla disperate che
chiosano un parossistico crescendo finale. In una scaletta che concede all’ascoltatore
solo pochi istanti di pausa (il pianoforte sgangherato della malinconica Non-
Zero Possibility), c’è spazio per un paio di brani che spostano ulteriormente l’asticella
della sperimentazione. La rabbia sintetica di Enfilade gioca la carta dell’alchimia
visionaria, fondendo noise, elettronica, bonghi e una breve digressione dal
sapore parigino, in un tentativo meravigliosamente riuscito di destrutturare l’hard
core, tanto da renderlo irriconoscibile, mentre il fiume in piena di Rolodex Propaganda,
brano impreziosito dalla presenza di Iggy Pop alla voce (pares cum paribus facile congregantur),
rende ancora più malevolo l’interplay chitarristico con l’uso schizofrenico
di un sintetizzatore. Relationship Of Command resta ancora oggi uno dei dischi più
avanguardistici degli anni ’00, in cui l’hard core esce definitivamente dalla
struttura convenzionale del genere, viene contaminato e modernizzato, in un
gioco di rimandi tra entità musicali (quelle che vivranno dopo lo scioglimento
del gruppo) diametralmente opposte: rabbia furibonda e indole violenta al
servizio di un più complesso e stratificato impianto melodico. Cuore e cervello
per superare a velocità supersonica gli orizzonti più lontani, quelli che solo
i grandi osano immaginare.
Un Jason Isbell pettinato, sbarbato,
elegante nel suo completo scuro, ci guarda in un intenso primo piano di
copertina. Una foto certamente bella, ma che non ci trasmetterebbe nulla di
particolare se non fosse per quegli occhi tristi. Occhi di chi ha dovuto
spalare tonnellate di merda per poter tornare a guardare il chiarore del cielo, di chi ha
vissuto intensamente ogni istante, di chi ha conosciuto l'abisso e quindi una
lenta resusserrezione. La fuoriuscita dai Drive By Truckers (tre dischi e anni
di lunghissime ed estenuanti turnè), il divorzio dalla prima moglie Shonna
Tuker, la scommessa di una carriera solista, la scimmia dell'alcol che ti
afferra alla gola e non ti molla, il dolore della solitudine, l'amore ritrovato,
un nuovo matrimonio con Amanda Shires, e poi finalmente, la libertà dal vizio,
il ritorno a una vita normale. C'è tutto in quella foto di copertina: un uomo
ripulito ma anche un passato che ha lasciato strascichi, cicatrici e
ferite ancora sanguinanti, la speranza e il ricordo della
perdizione. Le dodici canzoni di Southeastern sono esattamente come
gli occhi di Isbell, ci raccontano quel passato, quella tristezza, gli abusi
dell'alcol, un nuovo inizio. Piccole storie che sono come confessioni, le parole
che dispiegano i lembi di un sudario ed espongono le piaghe, l'anima martoriata
di un uomo che è ancora vivo, a dispetto di tutto. Questa è la sincerità di chi
non ha più nulla da nascondere e da perdere, di chi vuole lasciarsi tutto alle spalle e
ricominciare la vita proprio dove inizia l'arte, la musica, la forza
taumaturgica del rock. Non ci sono lacrime, nè autocommiserazione, solo una
maturità compositiva che scarnifica la malinconia, che preferisce
raccontare invece che spiegare, trovare un motivo per ripartire (I've
grown tired of traveling alone, won't you ride with me, won't you ride?-
il country agrodolce di Traveling Alone) invece che recriminare.
Sono canzoni pervase da dolorosa quiete, accese talvolta da antiche scintille
southern (la possente Super 8), dal passo appena accelerato del folk
rock (Stockholm) o dalla spinta vitale di una sferragliante elettricità
(Flying Over Water). Piccoli intermezzi, però, quasi fossero una voce a stento
trattenuta in un dialogo dai toni intimi e confidenziali. Ed è
proprio attraverso la dimensione acustica che Isbell riesce a raccontarsi al
meglio, attraverso fragili bozzetti che, ascolto dopo ascolto, divengono grandi
canzoni, di quelle da serbare nel cuore per una vita intera: i fantasmi della dipendenza nell'iniziale Cover Me Up, la crepuscolare Live Oak, il pianoforte
discreto e nostalgico di Songs That She Sang In The Shower, il lirismo
neilyounghiano di Yvette, il pugno allo stomaco di Elephant, storia sgomenta di malattia e
morte.
Southeastern è un disco autunnale, vestito di pallido sole, di vento, di
passeggiate all'alba, di foglie che danzano nell'aria e si posano sui
nostri passi, secche riminiscenze di una vita passata, che una foto in bianco e
nero ha immortalato per sempre. Come gli occhi tristi di Jason Isbell
che ci si aggrappano all'anima e non ci lasciano più.