giovedì 5 settembre 2013

RITORNA SENZA PALCO!

L'Orablù è lieta di presentare il ritorno di Senza Palco, festival degli artisti di strada, giunto quest'anno alla terza edizione. Per il 2013 il festival  avrà una programmazione tutta al femminile, in linea con una serie di eventi futuri esclusivamente dedicati alla donna. Senza Palco, infatti, sarà la prima di svariate manifestazioni il cui ricavato verrà devoluto interamente a Nemmeno Con Un Fiore, progetto intercomunale tramite il quale raccoglieremo fondi per il sostentamento di due case di accoglienza per donne maltrattate o vittime di stalking. Un'occasione imperdibile, dunque, che unisce divertimento e impegno sociale.
Qui sotto la locandina e il programma della manifestazione. 
L'appuntamento è fissato in piazza Della Chesa a Bollate, sabato 14 settembre, a partire dalle ore 18.00.
Accorrete numerosi !



Blackswan, giovedì 05/09/2013

mercoledì 4 settembre 2013

THE WILD FEATHERS - THE WILD FEATHERS

 


Da tempo ormai ho l'impressione che il rock proveniente dagli States contenga un tasso di sincerità superiore a quello suonato e prodotto dall'altra parte dell'Oceano. E questo anche nel caso di un gruppo come i Wild Feathers, la cui musica fortemente derivativa pesca a mani basse in un passato antico e recente, citando a più non posso. Basta leggere la descrizione sul loro profilo Facebook per capire di cosa sto parlando : " Loro suonano come se i Led Zeppelin e The Band avessero avuto un figlio che fosse cresciuto ascoltando Ryan Adams coverizzare le canzoni anni '70 degli Stones influenzate dalla musica country ". Un notevole zibaldone, insomma, a cui io aggiungerei anche echi provenienti da Tom Petty, Allman Brothers, Creedence Clearwater Revival, oltre a discrete spruzzatine soul e blues. Il tutto, peraltro, servito in una confezione che riesce a essere deliziosamente radiofonica senza mai scadere in banalità mainstream. Insomma, quello che ascolterete in questo disco d'esordio della band proveniente da Nashville sono dodici canzoni di american music dal nobile pedigree, che riesce a essere al contempo anche frizzante e moderna. D'altra parte, i Wild Feathers sanno suonare e si sente che di ciò sono fortemente consapevoli; si immergono nell'esecuzione dei pezzi sbrigliando l'energia di una jam session senza però sbrodolare note a casaccio; e sanno abbinare melodie orecchiabilissime (American, The Ceiling) a prove di forza da veri rocker, chitarra elettrica incandescente e piglio hard. Sia che accelerino il passo (Backwoods Company, Hard Wind) o che si misurino con la ballata (Tall Boots, If You Don't Love Me), sia che sfiorino territori R & B (I’m Alive) o che si immergano in atmosfere più marcatamente country (Left My Woman), i Wild Feathers riescono a essere convincenti fin dal primo ascolto. Merito di quell'entusiasmo un pò sfacciato di chi si approccia alla musica che ascoltava papà con l'incoscienza della giovinezza e tanta, tanta voglia di divertirsi. Probabilmente, esordio dell'anno.

VOTO : 7,5





Blackswan, mercoledì 04/09/2013

martedì 3 settembre 2013

CHELSEA WOLFE - PAIN IS BEAUTY

Dopo aver ascoltato un disco così, la prima preoccupazione è stata trovare un modo adeguato per recensirlo. Parlarne bene ed essere d'accordo con la stampa giovane e di tendenza che di fronte a certi artisti figli di hype spropositati è pronta a infiorettare le recensioni di stratosferiche iperboli, oppure essere sincero, dire ciò che ne penso davvero e fare la figura del matusa sfigato o del rocker che non vede al di là della propria chitarra elettrica ? Bello o brutto, dunque ? Per non essere stritolato dal ferale dubbio, ho scelto la via di mezzo, e ho deciso di parlarne come di un disco così così, in modo da non far torto a nessuno oppure da farlo a tutti, che in fin dei conti è la stessa cosa. La Wolfe, diamo a Cesare quel che è di Cesare, è indubbiamente una ragazza talentuosa, ha una voce coinvolgente, sa anche scrivere belle canzoni, come peraltro ha già dimostrato in un ottimo disco come Apocalypsis (2011), e possiede quell'alone da femme fatale che tanto piace alla gente che piace. Però da qui a far fioccare gli 8 e i 9, di acqua sotto i ponti ce ne passa parecchia. Pain Is Beauty è infatti un lavoro altalenante, che alterna momenti notevoli (House Of Metal, Feral Love), a sciape ripetizioni degli stessi suoni (Kings, Reins) e a disarmanti vaccate (Destruction Makes The World Burn Brighter). Eppure il problema non è neppure questo, dal momento che un disco piacevole può anche reggersi, senza sfigurare, solo su quattro o cinque canzoni ben riuscite. I difetti di Pain Is Beauty semmai sono altri due : da un lato, un suono pieno ma algido all'inverosimile, che alla fin fine, invece di trasmettere brividi di inquietudine, procura parecchi sbadigli di noia; dall'altro, la proposizione, senza grosse impennate di ingegno, di una musica che, mutate mutandis, la suonavano, e anche meglio, già trent'anni fa (vi dice qualcosa una certa Siouxsie Sioux ?). L'impressione che ne deriva, allora, è quella di un'artista non da mai l'impressione di vivere sinceramente quel tormento interiore e quella crepuscolare ispirazione che hanno reso inarrivabili signore in nero del calibro di Lydia Lunch, Carla Bozulich e PJ Harvey (e più recentemente Soap & Skin) e che preferisca invece vestire i panni, meno rischiosi, dell'eterna promessa che ammalia, ammiccando a una tenebra che però non ci inghiotte mai. Non facciamone un dramma, per carità: Pain Is Beauty è un disco che si può ascoltare come l'abbrivio di qualcosa di più grande che prima o poi arriverà, anche se non contiene un solo motivo per alzarci in piedi e spellarci le mani in una standing ovation. Si merita però un bel sei politico, di quelli che non fan torto a nessuno. O forse lo fanno a tutti, chissà. Sempre meglio che passare come superato e anacronistico
 
VOTO : 6
 
 
 
 
Blackswan, martedì 03/09/2013

domenica 1 settembre 2013

AT THE DRIVE IN – RELATIONSHIP OF COMMAND



Non durò molto la stagione degli At The Drive In, ma fu intensa, sferragliante e per certi versi indimenticabile. In sette anni, dal 1993 al 2000, videro la luce tre full lenght e quattro EP, e più tardi, nel 2005, quando lo sguardo su quei giorni infuocati assunse i connotati dell’obiettività, arrivò anche This Station Is Non – Operational, suntuoso raccoltone (arricchito di un paio di cover)  e definitiva pietra tombale sulla storia del gruppo. Una band, quella di El Paso, che non ebbe mai il successo commerciale che si meritava, ma che tuttavia ottenne sempre i favori della critica, che li elesse a eredi naturali del movimento hard-core e a paladini della scena rock indipendente a stelle e striscie. Merito di canzoni incendiarie, dirette, scevre da ogni compromesso stilistico, di performance live impetuose come cariche di cavalleria e di una militanza politica, tanto cara alla sinistra radicale, che richiamava alla memoria le gesta dei connazionali MC5. Come si è detto, furono anni straordinariamente intensi, e lo furono anche a cagione dei contrasti interni al gruppo dovuti a visioni artistiche diverse : l’ortodossia del chitarrista Jim Ward, da un lato, e la ricerca di un linguaggio più ricercato e complesso da parte del cantante Cedric Bixler Zavala e del chitarrista Omar A. Rodriguez Lopez, dall’altro.




Un crescendo di dissapori che nel 2001 portò allo scioglimento del combo, i cui membri confluirono in due nuove formazioni : gli Sparta e i Mars Volta. Relationship Of Command è l’ultimo capitolo della saga At The Drive In ed è anche il vertice più alto di una discografia scarna ma sempre di livello eccellente. Un vero e proprio capolavoro di post hard – core, che se da un lato rilegge con gusto moderno la lezione dei Black Flag e dei Fugazi, dall’altro diviene pietra angolare e di riferimento per tutto il movimento nel nuovo millennio. Il disco si apre con le note minacciose di Arcarsenal, feroce compendio di ciò che l’hard core sarà negli anni a venire : lo screaming abrasivo e tirato all’inverosimile di Cedric Bixler Zavala e la spigolosa chitarra di Omar Rodriguez Lopez che fonde alla perfezione furia omicida punk e brevi accenni alle complessità prog che successivamente caratterizzeranno la musica dei Mars Volta. Un incipit dall’impatto devastante, che mette subito le cose in chiaro sul talento visionario del gruppo e su quello che sarà il contenuto del disco. 



Nel quale, a ben ascoltare, anche le trame che appaiono di un’inusitata cattiveria non sono mai avulse da un tessuto melodico di trama (volutamente) grezza che tutto sottende. Basta ascoltare l’anthem di One Armed Scissor per rendersi conto di quanto geniali fossero le intuizioni di Bixler Zavala e compagni: un equilibrio perfetto in cui vivono fianco a fianco assalti punk, bridge melodici, un tesissimo crescendo centrale, stratificazioni noise e un ritornello, che se non fosse per i controcanti abrasivi di Jim Ward, avrebbe quasi un appeal radiofonico. Ringhiano e non fanno sconti, gli At The Drive In, servendo all’ascoltatore un piatto di lava incandescente dall’altissimo tasso di indigeribilità noise (Mannequin Republic, Sleepwalk Capsules, e la poderosa Cosmonaut, in cui la voce rabbiosa di Blixer Zavala è sorretta da una travolgente iperventilazione chitarristica). Eppure, anche quando rallenta il passo, il quintetto di El Paso riesce a scrivere canzoni di ruvida bellezza. E’ il caso di Invalid Litter Dept, ballata dai forti contenuti socio politici (chi volesse approfondire la storia della canzone, clicchi QUI), in cui una melodia scabra e un ritornello possente spingono l’ascoltatore verso le urla disperate che chiosano un parossistico crescendo finale. In una scaletta che concede all’ascoltatore solo pochi istanti di pausa (il pianoforte sgangherato della malinconica Non- Zero Possibility), c’è spazio per un paio di brani che spostano ulteriormente l’asticella della sperimentazione. La rabbia sintetica di Enfilade gioca la carta dell’alchimia visionaria, fondendo noise, elettronica, bonghi e una breve digressione dal sapore parigino, in un tentativo meravigliosamente riuscito di destrutturare l’hard core, tanto da renderlo irriconoscibile, mentre il fiume in piena di Rolodex Propaganda, brano impreziosito dalla presenza di Iggy Pop alla voce (pares cum paribus facile congregantur), rende ancora più malevolo l’interplay chitarristico con l’uso schizofrenico di un sintetizzatore. Relationship Of Command resta ancora oggi uno dei dischi più avanguardistici degli anni ’00, in cui l’hard core esce definitivamente dalla struttura convenzionale del genere, viene contaminato e modernizzato, in un gioco di rimandi tra entità musicali (quelle che vivranno dopo lo scioglimento del gruppo) diametralmente opposte: rabbia furibonda e indole violenta al servizio di un più complesso e stratificato impianto melodico. Cuore e cervello per superare a velocità supersonica gli orizzonti più lontani, quelli che solo i grandi osano immaginare.




Blackswan, domenica 01/09/2013

giovedì 29 agosto 2013

JASON ISBELL - SOUTHEASTERN


Un Jason Isbell pettinato, sbarbato, elegante nel suo completo scuro, ci guarda in un intenso primo piano di copertina. Una foto certamente bella, ma che non ci trasmetterebbe nulla di particolare se non fosse per quegli occhi tristi. Occhi di chi ha dovuto spalare tonnellate di merda per poter tornare a guardare il chiarore del cielo, di chi ha vissuto intensamente ogni istante, di chi ha conosciuto l'abisso e quindi una lenta resusserrezione. La fuoriuscita dai Drive By Truckers (tre dischi e anni di lunghissime ed estenuanti turnè), il divorzio dalla prima moglie Shonna Tuker, la scommessa di una carriera solista, la scimmia dell'alcol che ti afferra alla gola e non ti molla, il dolore della solitudine, l'amore ritrovato, un nuovo matrimonio con Amanda Shires, e poi finalmente, la libertà dal vizio, il ritorno a una vita normale. C'è tutto in quella foto di copertina: un uomo ripulito ma anche un passato che ha lasciato strascichi, cicatrici e ferite ancora sanguinanti, la speranza e il ricordo della perdizione. Le dodici canzoni di Southeastern sono esattamente come gli occhi di Isbell, ci raccontano quel passato, quella tristezza, gli abusi dell'alcol, un nuovo inizio. Piccole storie che sono come confessioni, le parole che dispiegano i lembi di un sudario ed espongono le piaghe, l'anima martoriata di un uomo che è ancora vivo, a dispetto di tutto. Questa è la sincerità di chi non ha più nulla da nascondere e da perdere, di chi vuole lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare la vita proprio dove inizia l'arte, la musica, la forza taumaturgica del rock. Non ci sono lacrime, nè autocommiserazione, solo una maturità compositiva che scarnifica la malinconia, che preferisce raccontare invece che spiegare, trovare un motivo per ripartire (I've grown tired of traveling alone, won't you ride with me, won't you ride?- il country agrodolce di Traveling Alone) invece che recriminare. Sono canzoni pervase da dolorosa quiete, accese talvolta da antiche scintille southern (la possente Super 8), dal passo appena accelerato del folk rock (Stockholm) o dalla spinta vitale di una sferragliante elettricità (Flying Over Water). Piccoli intermezzi, però, quasi fossero una voce a stento trattenuta in un dialogo dai toni intimi e confidenziali. Ed è proprio attraverso la dimensione acustica che Isbell riesce a raccontarsi al meglio, attraverso fragili bozzetti che, ascolto dopo ascolto, divengono grandi canzoni, di quelle da serbare nel cuore per una vita intera: i fantasmi della dipendenza nell'iniziale Cover Me Up, la crepuscolare Live Oak, il pianoforte discreto e nostalgico di Songs That She Sang In The Shower, il lirismo neilyounghiano di Yvette, il pugno allo stomaco di Elephant, storia sgomenta di malattia e morte. 
Southeastern è un disco autunnale, vestito di pallido sole, di vento, di passeggiate all'alba, di foglie che danzano nell'aria e si posano sui nostri passi, secche riminiscenze di una vita passata, che una foto in bianco e nero ha immortalato per sempre. Come gli occhi tristi di Jason Isbell che ci si aggrappano all'anima e non ci lasciano più.
VOTO : 9



Blackswan, giovedì 29/08/2013