venerdì 4 dicembre 2015
giovedì 3 dicembre 2015
HOLLIS BROWN - 3 SHOTS
Il merito degli Hollis Brown (nome preso in prestito da una canzone di Dylan), new sensation di
american rock proveniente dalla Grande Mela, è l'aver trovato, al secondo full
lenght, un perfetto punto di equilibrio nel proprio suono. Fra ruvide
schitarrate e godibili melodie, fra roots e un mood prevalentemente radio
friendly, il quintetto newyorkese si è fatto subito notare, proponendo un
impasto musicale che piacerà tanto a quegli ascoltatori maggiormente legati alla
tradizione americana che a coloro che in una canzone cercano un ritornello da
canticchiare in macchina. Una misura che, a ben vedere, non è facile da
raggiungere: il rischio è quello di perdere di credibilità e invischiarsi
in un songwriting piegato alle esigenze di vendita. Invece, gli Hollis Brown
escono dalla loro seconda prova a testa alta, con un disco che non entrerà
certo nei memorabilia dell'anno, ma che comunque garantisce una resa
d'ascolto niente affatto male. La matrice country rock di derivazione
californiana è il fille rouge che unisce le undici canzoni in scaletta (a
qualcuno potrebbero addirittura venire in mente gli Eagles), l'album è molto
ben arrangiato e l'alternanza fra ballads e altri momenti più movimentati rende
varia e appetibile la proposta. Poi, ci sono le canzoni, che in alcuni casi
girano a mille e in altri, invece, si attestano sul target del compitino ben
eseguito (Cathedral, Death Of An Actress, nobilitata però da un grande assolo
di chitarra). Tra le prime, che sono quelle che ci hanno conquistato,
annoveriamo la splendida John Wayne, ballatona western dagli echi morriconiani,
che si infiamma in una seconda parte ad altissimo contenuto elettrico, Rain
Dance, ipnotico mantra blues che ruba il giro di Who Do You Love? di Bo Diddley, la title track, che rimanda ai Fleetwood Mac,
il rock soul solare di Sandy (su cui aleggia il fantasma di Elton John), i
languori messicani di Mi Amor e le melodia a presa immediata di Highway 1
(con il contributo vocale di Nikki Lane). Il tutto per cinquanta minuti circa
di musica che, anche nei momenti meno riusciti, si mantiene gradevole,
consegnandoci una band talentuosa, che ha davanti a sé un, ipotetico, grande
futuro.
VOTO: 7
Blackswan, giovedì 03/12/2015
mercoledì 2 dicembre 2015
THE YAWPERS – AMERICAN MAN
Mi domando come sia
possibile che la maggior parte della stampa musicale italiana non si sia
accorta, o quasi, degli Yawpers. Perché, credetemi, questo disco è vera e
propria deflagrazione che vi lascerà storditi e attoniti. Non sto dicendo che
fra le dodici canzoni in scaletta si annidi qualcosa di inaudito (agli
ascoltatori più esperti non sfuggiranno echi di Hank Williams III, The
Blasters, Tito & Tarantula), sebbene poi l’impasto finale risulti originale
e variegato; ciò che davvero sorprende di questa band proveniente da Denver,
Colorado, sono la carica assassina, la forza travolgente e un’inesauribile energia
che, quando lo stereo passa l’ultima traccia del disco, lasciano l’ascoltatore
sudato ed esausto, come se l’avesse suonato lui. Ma andiamo con ordine. Gli
Yawpers sono un trio composto da un batterista (Noah Shomberg) e due
chitarristi acustici (Nate Cook, che è anche il cantante, e Jesse Parmet, che
usa la slide come un coltello). Non tragga in inganno però la dimensione
acustica del combo: questi tre ragazzi, dal look assolutamente improbabile,
picchiano come la più elettrica delle band punk metal. Il nome del gruppo, per
completezza di narrazione, è preso in prestito da Song To My Self, un poema di
Walt Whitman, che così recita: “I sound my barbaric yawp over the roofs of the
world”. Ed è chiaro fin da subito che, al di là di cotanto stuzzicante
riferimento letterario, Cook e compagnia bella abbiamo preso alla lettera il
desiderio far risuonare dal tetto del mondo il loro grido di rabbia e le loro
canzoni ben poco accomodanti. Un mondo, quello gridato dagli Yawpers, fatto di
tenebra e di rovina, in cui l’uomo americano ha perso il proprio sogno, finito
come un detrito ai margini di una qualsiasi periferia metropolitana. Definire
questa musica semplicemente punk rock sarebbe assai riduttivo: nel tritatutto
del combo di Denver ci finiscono il folk (azzardiamo la connotazione di sleazy
folk), il blues, il cow punk, il rock a stelle e strisce, lo psycho-billy, il
country e, ovviamente si, tanto punk. Il tutto strapazzato da un terzetto
incapace di essere lineare, che predilige percorsi a zig e zag e la vertigine
di continui saliscendi, e che restituisce un suono americano destrutturato e
privato di ogni epica. La voce di Cook è come il ringhio di un giaguaro,
Shomberg martella senza posa, e Parmet e la sua slide firmano i pezzi col
marchio del serial killer. Non c’è trucco e non c’è inganno: tutto suona in
presa diretta, tutto è sporco, genuino e feroce, e ogni svisata di bottleneck è
una stilettata che colpisce direttamente alla gola. Eccessivi? Forse. Torbidi e
sguaiati? Pure. Imperfetti? Certo, ed è proprio questo il bello, perché i tre
di Denver confezionano un disco puro e selvaggio, come non se ne sentivano da
tempo. Non saranno la salvezza del rock’n’roll, ma di sicuro sapranno destare
la vostra attenzione e farvi esclamare “ Cazzo, che bomba!”.
VOTO: 8
Blackswan, mercoledì 02/12/2015
martedì 1 dicembre 2015
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