lunedì 5 settembre 2016

PAUL McCARTNEY - PURE



La (lunga) storia musicale di Paul McCartney fuori dai Beatles è tratteggiata da qualche ottimo disco (Band On The Run coi Wings, Tug Of War in solitaria, per citarne un paio), da molti dischi, invece, non altezza della sua fama (Kisses On The Bottom e New, per citarne altri due) e da esperimenti di musica colta, figli di una certa grandeur o, a seconda dei punti di vista, di un incontenibile coraggio creativo (Liverpool Oratorio e Standing Stone). Tuttavia, a prescindere da una discografia altalenante e da lunghi momenti di stanca, Macca almeno un paio di grandi canzoni a disco le ha sempre scritte. A tutt'oggi, si contano già tre antologie disseminate nel corso degli anni: Wings Greatest del 1978, All The Best del 1987 e, soprattutto, Wingspan: Hits And History (2001), monumentale raccolta (quarant'un canzoni) relativa, però, solo al periodo che va dal 1970 fino al 1984, anno di uscita di Give My Regards To Broad Street. Questo nuovo Pure, disponibile sia in versione doppio cd che quadruplo cd, rispetto a tutte le opere poc'anzi citate, ha il merito della completezza e del quadro d'insieme, visto che va a pescare anche nei lavori più recenti (e decisamente meno riusciti a livello creativo). Se i completisti e i fan della prima ora opteranno per la versione quadrupla (che contiene un'ampia selezione di brani dal 1986 al 2014), a coloro che vogliono approcciarsi per la prima volta al mondo dell'ex Beatles potrebbe bastare la versione in doppio cd. All'interno di un elegante packaging, contenente alcune splendide foto, troveranno, infatti, i grandi tormentoni da classifica (Ebony And Ivory, Say, Say, Say in versione remix 2015, Coming Up), evergreen di bellezza cristallina (Band On The Run, Maybe I'm Amazed, Jet, Another Day, Live And Let Die) e brani recenti e recentissimi (Only Mama Knows, Hope For The Future, My Valentine). Quasi cinquant'anni di una carriera, forse non tutta all'altezza della militanza nei Fab Four, ma qui raccontata attraverso picchi compositivi, noti e meno noti. Un disco eccellente, per fans e non solo.

VOTO: 8





Blackswan, lunedì 05/09/2016

domenica 4 settembre 2016

WHISKEY MYERS – MUD



Uscirà il prossimo nove settembre Mud, il nuovo album dei Whiskey Myers. Per bissare il successo del fortunato Early Morning Shakes, la band capitanata da Cody Cannon si è affidata nuovamente agli offici del produttore (e Re Mida del suono a stelle e strisce) Dave Cobb, che già aveva messo mano al lavoro precedente. Il quarto disco del combo texano è il classico album di chi ha deciso che il tempo del sottobosco alternative è definitivamente finito: la produzione di Cobb è impeccabile, i suoni sono levigati e calibratissimi, le canzoni, dieci in tutto, non hanno un cedimento che sia uno e stanno in perfetto equilibrio tra afrori sudisti, roots ruspante e quell’appeal radiofonico che già si intravvedeva nel predecessore. Niente di male, ovviamente, perché il disco fila via liscio dalla prima all’ultima canzone ed è dannatamente divertente. Tuttavia, il fango evocato nel titolo è più una dichiarazione d’intenti che un’effettiva declinazione del suono. Mud è, infatti, un manuale di calligrafia southern, come a dire che i canoni estetici del genere passano tutti attraverso le dieci canzoni che compongono la scaletta dell’album. Non c’è una virgola fuori posto, una sbavatura, un inceppo, un’esitazione: gli ottoni scintillano nella solare e vibrante Lightning Bugs And Rain, il lamento rurale dei violini introduce e sostiene l’up tempo di On The River, le chitarre elettriche ringhiano nell’hard rock di Frogman e Mud e una lacrimuccia scende quando parte Stone, ballata pianistica tutta anima e cuore. Davvero un ottimo ascolto, che, peraltro, evoca inevitabilmente (e filologicamente) molti dei numi tutelari del southern, dai Black Crowes ai Black Oak Arkansas. Mud è, dunque, un disco concepito per scalare le classifiche statunitensi e aggiudicarsi, quando sarà il momento, qualche Grammy Award. L’abilità di Cobb sta proprio nel riuscire a rendere la proposta appetibile a un vasto pubblico senza tuttavia sputtanare la credibilità artistica della band. Operazione riuscita, anche se manca quel quid di sincerità che renderebbe Mud un gran disco.

VOTO: 7





Blackswan, domenica 04/09/2016

sabato 3 settembre 2016

CANZONI




Il 28 ottobre, in occasione del decennale dell'uscita, i Midlake pubblicheranno la riedizione di The Trials Of Van Occupanther, loro indiscusso capolavoro e uno dei dischi più belli e seminali del nuovo millennio. L'edizione conterrà, oltre alla scaletta originaria del disco, anche un poster, delle foto inedite, testi scritti a mano e, soprattutto, due inediti, Festival e The Fairest Way. Quest'ultimo brano, che circola in rete da qualche giorno, è uno splendida ballata dal mood malinconico che mi ha fatto pensare a Jason Molina.



A seguire, l'inarrivabile Roscoe, che di quello straordinario disco fu la punta di diamante e vertice compositivo.





Blackswan, sabato 03/09/2016

venerdì 2 settembre 2016

DINOSAUR JR. - GIVE A GLIMPSE OF WHAT YER NOT



Give A Glimpse Of What Yer Not è l’undicesimo album dei Dinosaur Jr., il quarto dopo l’inaspettata reunion del 2007 quando, per le registrazioni di Beyond, J Mascis rimise insieme il nucleo originario della band con Lou Barlow al basso e Murph alla batteria, riannodando il filo di una consuetudine che si era spezzato quasi vent’anni prima tra incomprensioni e litigi leggendari. Quel disco, che all’epoca sembrò un’operazione estemporanea suggerita più da faccende economiche che non artistiche, segnò invece la rinascita della grande band americana. Da allora, Mascis e Barlow ogni tanto (Farm nel 2009 e I Bet On Sky nel 2012) riaffiorano dalla mescolanza delle rispettive carriere solistiche per dare continuità alla chimica dei Dinosauri e ogni volta funziona magnificamente. Non fa eccezione questo nuovo lavoro,  forse la prova migliore della loro seconda vita artistica. Un disco potente e ispiratissimo, ricco di canzoni straordinarie, suonato con lo stile che ha reso inconfondibile il power-trio del Massachusetts: Punk/Noise e geniali ganci Pop. Quel connubio di intransigenza e melodia divenuto il marchio di fabbrica della band che, al pari di altri giganti quali Sonic Youth, Pixies e Pavement, ha di fatto inventato il Rock alternativo americano. Quel genere che oggi vuol dire tutto e il suo contrario, ma che nella seconda metà degli ’80, affratellato all’Hardcore e al Paisley Underground, fu prodromo al movimento Grunge e ristabilì la centralità del Rock chitarristico in un panorama musicale asfittico, dominato dai video (virali ante litteram) di MTV e dalle vecchie cariatidi Heavy Metal del tutto immuni allo sconquasso epocale e culturale generato dal Punk. Questi i meriti storici dei Dinosaur Jr.. C’è da aggiungere che si contano sulle dita di una mano le band di quella stagione che come loro siano riuscite a sopravvivere (anche nel vero senso della parola) tenendo altresì altissima l’asticella qualitativa e intatta la capacità compositiva, senza dover scendere mai a compromessi con le mode che si sono via via succedute.




Passando all’ascolto è immediata la sensazione di trovarci tra le mani uno dei dischi dell’anno. Il dittico iniziale crea entusiasmo, Goin Down è P’n’R che fa saltare sulle sedie, un distillato di elettricità e distorsioni con il cantato di Mascis accattivante più che mai. Il riff che J imbastisce per Tiny è da applausi, Lou e Murph dettano incessantemente i tempi per uno dei singoli più trascinanti e (in un paese normale) radiofonici dell’anno. La suadente Be A Part introduce l’attacco jingle jangle, in purissimo stile R.E.M., di I Told Everyone. Bellissima! Siamo nel luna park del R’n’R, ovunque ti guardi intorno il divertimento è assicurato. Difficile chiedere di più ad un disco di Rock nel 2016, ma quando sopraggiunge Love Is… è chiaro che loro possono, eccome! La meraviglia in questione è una delle due canzoni firmate da Barlow (l’altra è Left/Right soft song da brividi che chiude l’album): perfezione psichedelica, in bilico tra Byrds e Bevis Frond, che ci avvolge scaldandoci il cuore, una perla che certifica lo stato di grazia di una band di fuoriclasse. Impossibile non innamorarsene. Il Pop/Punk di Good to Know, l’air guitar screziato di I Walk for Miles e la lisergica Lost All Day appartengono al lessico Dinosaur Jr. e in un album normale farebbero la differenza. Ci si avvicina alla fine con Knocked Around, ballata dolente e acidissima con una lunga coda di travolgente Post/Punk, e il palpitante saliscendi umorale di Mirror dove la voce di Mascis conforta evocando per bravura e intensità l’Eddie Vedder dei giorni migliori. Insomma, poche storie, questo è l’ennesimo album pazzesco di una band ha scelto di non vivere di rendita, capace com’è di regalare il meglio della sua arte a ogni nuova uscita.

P.S. Per i tantissimi fan dei Dinosaur Jr. questa recensione è del tutto superflua, avranno già consumato il disco raccomandandolo ad amici e parenti, per tutti coloro invece che dal 1985 in poi hanno solo sfiorato il culto per la band di J Mascis, Lou Barlow e Murph - o più semplicemente non erano ancora nati - un consiglio appassionato: non perdetevi Give A Glimpse Of What Yer Not, un capolavoro che dimostra una volta di più come il Rock sia duro, durissimo a tirare le cuoia.

Voto: 9





Porter Stout, venerdì 02/09/2016

giovedì 1 settembre 2016

ANGEL OLSEN - MY WOMAN



Nata e cresciuta da genitori adottivi a St. Louis (Missouri), Angel Olsen, oggi ventinovenne, ha vissuto una giovinezza tranquilla, tra gli studi alla high school, la famiglia, gli amici. Il desiderio di diventare una pop star, coltivato attraverso i dischi della mamma, appassionata alla musica degli Everly Brothers e Skeeter Davis, e una propria discografia alimentata da dischi di punk rock, ha però finito per prevalere su tutto. Così, Angel ha iniziato a studiare chitarra e pianoforte e a scrivere canzoni. Si è trasferita a Chicago, ha inciso i suoi primi lavori su cassetta e poi su vinile, con una piccola etichetta, ha collaborato con Tim Kinsella e Leroy Bach (Wilco) e ha svoltato definitivamente entrando nella band che accompagna Bonnie "Prince " Billy, come backing singer. L'album di debutto, Burn Your Fire for No Witness (uscito nel 2014, via Jagjaguwar) ha riscosso un grande successo di critica, strappando elogi e voti altissimi su tutta la stampa specializzata. Con My Woman, secondo full lengh, in uscita domani, sia in versione cd che digitale, la Olsen ha dimostrato un ulteriore passo avanti verso il raggiungimento della cosi detta maturità artistica, codificando e definendo ulteriormente il songwriting già apprezzato all'esordio. Nella musica di Angel convivono, infatti due diverse anime, ma tra loro complementari: un lato più selvaggio, tutto fuzz, distorsioni e ringhi chitarristici, e per converso un altrettanto forte inclinazione verso la ballata drammatica. Le suggestioni di My Woman nascono proprio da questi opposti, dall'interplay misurato fra strumentazione acustica, elettrica ed elettronica, da brani, cioè, che sanno fondere in un unico mood cantautorato, bit e frementi scosse di elettricità. 




Intern, primo singolo tratto dal disco, è un brano dalle atmosfere elettroniche, chiari e scuri legati da un filo di malinconia che si scioglie in un giuramento finale ripetuto ossessivamente: "Falling in love and I swear it's the last time". E' una canzone anomala, riuscita, certo, ma difficilmente etichettabile rispetto a quello che arriverà dopo. Da qui, in avanti, infatti, il suono cambia e il distacco dall'incipit è vertiginoso. In Never Be Mine una chitarra aspra e una melodia vagamente retrò ci conduce verso atmosfere sixties. Shut Up Kiss Me imbocca decisamente la strada del rock, Give It Up produce scorie grunge in abbondanza e l'equilibrio fra melodia e graffio elettrico ci riporta con la mente ai Pixies e ai Nirvana, mentre Not Gonna Kill You è un turbine di fiera rabbia psichedelica che starebbe bene in un disco delle Sleater Kinney. Poi, il registro cambia e Heart Shaped Face apre un'ipotetica seconda facciata con uno slow tempo che ai più giovani potrebbe ricordare Lana Del Rey e agli ascoltatori più attempati i Velvet Underground. La successiva Sister è il vertice compositivo ed emozionale dell'album, una canzone coraggiosa nella durata (sette minuti e mezzo) e dalla struttura multiforme, che trasforma una malinconica melodia indie con un ponte alla Fleetwood Mac in un crescendo decisamente rock, attraversato dall'alta tensione elettrica delle chitarre. E se Woman è la sorella gemella di Sister, Those Were The Days ci immerge in eteree atmosfere soul profondamente languide. Chiude il disco Pops, ballata per pianoforte e voce, in cui la Olsen dimostra di saperci fare anche quando il songwriting si riduce all'essenza. My Woman è, dunque, un disco che riesce a sfoggiare con lucidità una gran varietà di registri e che ci conquista, canzone dopo canzone, sfiorandoci le corde del cuore con un leggero tocco malinconico o graffiandoci il petto con zampate di adrenalina rock. Quindi, toglietevi dalle cuffie Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, splendido esordio di Courtney Barnett dello scorso anno, e iniziate ad ascoltare My Woman: è il suo sostituto naturale.

VOTO: 8








Blackswan, giovedì 01/09/2016