mercoledì 6 marzo 2019

YOLA - WALK THROUGH FIRE (Easy Eye Sound/ Nonesuch, 2019)

Faccio l’avvocato del diavolo e anticipo subito una possibile critica da parte di eventuali detrattori, e cioè che una mano più leggera negli arrangiamenti di certe canzoni contenute in questo Walk Through Fire, esordio da solista della britannica Yola, avrebbe giovato alla veracità delle composizioni.
Può anche essere, per carità; ma la voce di questa ragazza, le emozioni che sa trasmettere, la bellezza di melodie che prendono rapidamente la strada del cuore, catalizzano completamente l’attenzione, lasciando sullo sfondo ogni altra considerazione. Perché questo disco è talmente bello da monopolizzare gli ascolti per giorni interi, le canzoni così vibranti e attraversate da un’ingenua e traboccante euforia, che riascoltarle subito è un’impellenza quasi fisica.
Andiamo con ordine, però.
Yola Quartey, questo il nome completo, arriva da Bristol, dove ha cantato per un breve periodo con i Massive Attack e ha prestato la sua voce per tanti artisti, fino a quando non è stata notata da Dan Auerbach, che ha avuto l’intuizione di prenderla sotto la propria ala protettrice e di portarla a Nashville, affiancandola ad alcuni dei migliori musicisti del luogo e mettendole a disposizione il proprio studio. L’idea di un disco solista, però, frullava in testa a Yola da tempo, e l’abbrivio per mettersi all’opera è nato quasi per caso, quando a causa di un malfunzionamento di un elettrodomestico, la cucina della sua casa di Bristol prende fuoco.
Quelle fiamme, che Yola ha dovuto attraversare per mettersi in salvo, non solo hanno dato il titolo all’album, ma hanno anche rappresentato la metafora di una vita che stava andando a rotoli e dalla quale occorreva liberarsi, lasciando alle spalle una relazione andata male e una parte di sé. Walk Through Fire è dunque un disco che racconta una rinascita artistica e personale, ed è inevitabile interpretare il senso di molte canzoni in scaletta (una per tutte, il singolo Ride Out In The Country, nel cui video Yola seppellisce metaforicamente il proprio passato) come una sorta di capitolo conclusivo di una parte della propria esistenza.
Se concettualmente l’idea che sottende al disco è quella di riprendere in mano la propria vita, eliminando ciò che la rendeva infelice, musicalmente Yola sceglie la strada della commistione di generi, fondendo magistralmente il proprio Dna artistico (il soul) con il suono della città che l’ha accolta e le ha dato la possibilità di esprimersi da solista (il country). Non una novità, visto che per questi lidi era già passato nel 1962 Ray Charles con lo splendido Modern Sounds in Country and Western Music (quello di I Can’t Stop Loving You, per intenderci), ma una materia che Yola, comunque, interpreta al meglio, creando una simbiosi di generi che restano in equilibrio perfetto per tutta la durata del disco.
Non è un caso che l’album si apra con Faraway Look e Shady Grove, due ballate avvolte in un wall of sound alla Phil Spector e sospese temporalmente proprio in quegli anni sessanta, che videro la genesi del lavoro di Charles. Un uno-due da capogiro, tanto è appassionata l’interpretazione vocale di Yola e rilucenti e ammalianti le melodie. E sta proprio in questo la forza di Walk Though Fire, e cioè mandare al tappeto l’ascoltatore con un pugno di canzoni che punta tutto sulla melodia immediatamente orecchiabile, ornandola talvolta di arrangiamenti rigogliosi e densi, ma mai pretenziosi, figli semmai di un tempo in cui la musica era ancora pervasa da candore e ingenuo entusiasmo.
Non sbaglia un colpo, Yola, ed è davvero difficile trovare episodi che non siano autentica gioia per le orecchie. A voler cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe dire che il ritornello della conclusiva Love Is Light, l’avevano già scritto gli U2 e si intitolava One. E con questo appunto, i peli sono finiti.
Il resto del disco è una meraviglia, a partire dal citato singolo, Ride Out In The Country, che sfodera uno dei ritornelli più accattivanti ascoltati quest’anno, per proseguire poi con l’allegrezza dinoccolata della title track, intagliata nel legno profumato del blues, con appassionate riflessioni su amori finiti o non corrisposti, come avviene in Rock Me Gently e in Lonely The Night, che imbocca la strada del melodramma alla Roy Orbison, o con il pop di Still Gone, vestito di un leggero e primaverile abitino r’n’b.
Inutile girarci intorno: Walk Though Fire è un disco vincente in tutto e per tutto, sia sotto il profilo del songwriting, che della produzione e del talento vocale di Yola, il cui timbro appassionato, soulful e sanguigno avvolge nelle emozioni ogni singola traccia dell’album.
E’ nata una stella, potete giuraci. 

VOTO: 9





Blackswan, mercoledì 06/03/2019

martedì 5 marzo 2019

PREVIEW



Aldous Harding, che pubblicherà il suo terzo album Designer il 26 aprile, ha appena lanciato il primo singolo “The Barrel”, accompagnato da un video decisamente insolito.
In Designer l’artista neozelandese lascia spazio alla sua creatività. Dopo il sorprendente successo di Party (molto acclamato dalla stampa di tutto il mondo ed eletto Album del 2017 dal negozio Rough Trade), Aldous ha concluso la scorsa estate un tour di 100 date ed è immediatamente tornata in studio con una serie di canzoni scritte in giro per il mondo. Al lavoro con John Parish, già produttore di Party, ha trascorso 25 giorni a registrare e mixare tra i Rockfield Studios di Monmouth e il J&J Studio e il Playpen di Bristol. Dallo spirito audace della prima traccia “Fixture Picture”, riusciamo a percepire la consapevolezza e la sicurezza di Aldous nel suo lavoro. Le collaborazioni con Huw Evans (H. Hawkline), Stephen Black (Sweet Baboo), il batterista Gwion Llewelyn e la violinista Clare Mactaggart mettono in risalto la scrittura già ricca e senza tempo di Aldous.





Blackswan, martedì 05/03/2019

lunedì 4 marzo 2019

IL MEGLIO DEL PEGGIO



"Chiunque vinca non dovrà temere da parte mia alcuna guerriglia come quella che io ho subito. Auguri ai tre candidati Martina, Zingaretti, Giachetti. Mi fa piacere che tutti e tre abbiano escluso accordi con i 5 Stelle e ritorni al passato". Il senatore Renzi perde il pelo ma non il vizio.
Quello di stare sempre con un piede fuori e con l'altro dentro a un brandello di partito, è cio' in cui si distingue a pieno titolo. Andrà a votare alle primarie del Pd. E ci mancherebbe altro. Peccato che scioglierà la riserva sul nome del "suo" prescelto solo dopo l'ufficializzazione dei risultati. Quando si dice essere un mattatore usque ad finem. Ironia a parte, Matteo mostra sincera vicinanza ai tre contendenti anche se l'augurio dell'ex premier ha sempre quel retrogusto dello "stai sereno" che tanto male fece al mite Letta.
Comunque la pensiate, nel Pd rottamato da Renzi, forte anche del recente tonfo elettorale dei 5 Stelle in Abruzzo e in Sardegna, si respira un'aria di forte complicità e di pace ritrovata. Paiono tutti meno accigliati del solito: a suggellare l'armonia rifiorita c'è senza dubbio il messaggio audio su Whatsapp di Matteo Richetti: "Martina può andare a cagare domattina". 
Una sbavatura ci può anche stare, tutto sommato. L'attesa dell'esito delle elezioni può mettere a dura prova i nervi dei più saggi. Dunque, le primarie sono tornate come le streghe. Un rito stanco e stiracchiato per un partito ormai ridotto a un bollito se non a un brasato. È il solito teatrino di maschere senza volti, degne di un museo degli orrori da fare invidia persino a quello di Kunst-Kamera di San Pietroburgo. Che vinca il peggiore!

Cleopatra, lunedì 04/03/2019

sabato 2 marzo 2019

PREVIEW



Bibio annuncia oggi il suo nuovo album Ribbons, in uscita il 12 aprile su Warp. Dopo il suo progetto ambient Phantom Brickworks, Stephen Wilkinson ritorna sulle tracce del cantautorato strutturato esplorato precedentemente in A Mineral Love del 2016. Ribbons è caratterizzato da un fascino folcloristico e da un approccio acustico tipico della psichedelia dei ’60 e ’70, del soul e dell’ambient tra elettronica e field recording.

Musicista, cantante e produttore autodidatta, Wilkinson suona quasi tutte le parti strumentali dell’album e aggiunge nuovi strumenti come il mandolino, il violino e altri strumenti a corda che danno nuovo sapore alla sua musica. Ma, mentre la parte sonora dell’album è caratterizzata da strumenti tradizionali e acustici, il titolo Ribbons è tratto dal brano più elettronico di tutto il lavoro: “Pretty Ribbons And Lovely Flowers.” Nel brano, voci femminili processate e inquietanti  illuminano il passaggio in un ambiente oscuro e sequenze semplici di accordi distorti. Facendo riferimento agli infiniti nastri delle registrazioni analogiche e delle pellicole utilizzate nella sua musica, nella sua fotografia e nelle sue opere cinematografiche, l’artwork dell’album è ad opera di Wilkinson, dove il suo ritratto mostra il paesaggio di un bosco inglese con delle campanule primaverili adornate con dei nastri.

I brani qui presentati spesso fanno affidamento a delle linee melodiche come quelle presenti nel singolo “Curls”, per definire il ritmo e il groove, anziché definire le percussioni. Ci sono però alcune eccezioni, come “Before” con le sue atmosfere soul ’70 e le influenze brasiliane del groove shuffolato di “Old Graffiti”. Le linee di chitarra intrecciate e sovrapposte nei brani strumentali come “Valley Wulf” non si allontanano mai dalle venature di folk e della narrazione di storie, con il quale questo album condivide molto. Brani come “Ode To A Nuthatch” vedono Wilkinson esplorare il suo tipico sound  del fingerpicking saturato, ma con una maturità armonica e melodica che rende Ribbons un’evoluzione dello stile unico di Wilkinson.

Le influenze folk di Wilkinson vanno dagli stili ’60 e ’70 britannici, irlandesi e americani: il musicista inglese mescola influenze acid folk della sua terra e armonie sognanti della sua controparte californiana. Inoltre omaggia il suo passato con lavori ispirati a J Dilla e Madlib, prendendo ispirazione dai periodi e dagli album che questi artisti hanno campionato, come Dionne Warwick, Dee Dee Sharp e altri artisti soul, ma al posto di affidarsi a registrazioni campionate, Wilkinson rende omaggio partendo da zero con delle strumentazioni appropriate. Con il suo nuovo album Ribbons, Wilkinson oscilla tra generi, unendo lo sconosciuto con il familiare e andando avanti come solo lui sa fare.





Blackswan, sabato 02/03/2019

venerdì 1 marzo 2019

JULIA JACKLIN - CRUSHING (Transgressive Records, 2019)

Ventottenne, australiana di Sidney, una gavetta spesa prima tra studi classici e cover band, e poi a creare un proprio personale songbook, che in breve tempo ha prodotto una discreta attenzione mediatica in terra natia, Julia Jacklin è sicuramente una delle giovani leve più interessanti del momento.
Nonostante sia solo al secondo album in studio (il primo, Don't Let the Kids Win, è stato pubblicato a fine 2016), in patria, negli States e in Inghilterra, è finita sotto i riflettori della stampa specializzata, che non ha lesinato elogi anche per questa seconda prova, considerata all’unanimità un piccolo gioiello di eleganza e di stile.
Si sa: il sophomore è sempre il momento più difficile nella carriera di un giovane artista, soprattutto se la qualità dell’esordio ha creato alte aspettative. La Jacklin, però, riesce nell’intento di ripetersi con una naturalezza che ha dell’incredibile, di scavare dentro di sè, di mettere a nudo le proprie inquietudini, utilizzando un linguaggio eterogeneo, che va dalla ballata scarna al fragore delle chitarre, che sa essere diretto e sincero, e al contempo radicato profondamente in un inafferrabile pacatezza.
Body è un opener che vale un intero disco: ritmi dilatati alla Spain, una voce apparentemente distaccata eppure così carezzevole, umori malinconici che stanno in bilico sul confine che porta a Jason Molina, poche note di piano che accarezzano come un refolo di vento una storia di un amore che sta, che deve chiudersi (“Ho detto ti lascerò/ Non sono una brava donna quando sei in giro…”). Un brano che ha del miracoloso, di quelli che producono l’effetto calamita per tutte quelle che seguono.
In realtà, poi, ognuna di queste canzoni possiede un intreccio narrativo speciale, un punto di fuga che catalizza l’attenzione, immagini brillanti e ricchi dettagli sonori: la Jacklin si concede lo spazio per raccontare una storia per intero, anche se richiede un versetto o due in più, perché raccontarsi bene in fin dei conti è più importante che piacere a tutti.
Non è univoco il mood di Crushing, e il susseguirsi delle canzoni, mai prevedibile, è destabilizzante. Tanto compassato era il passo di Body, così sferzanti, allegri, giocosamente rumorosi sono alcuni degli episodi che seguono, a partire dal jingle jangle esuberante di Head Alone, affermazione della proprio indipendenza sessuale, al tiro dritto e grintoso di Pressure To Play, o alla sferragliante sfrontatezza di You Were Right (“Ho iniziato ad ascoltare la tua band preferita e ho smesso di ascoltarti”).
Ci sono, poi, per converso, anche momenti estremamente scarni e rarefatti, come le due ballate poste a metà disco, una per solo pianoforte (When The Family Files In) e una per solo chitarra (Convention), in cui Julia mette in evidenza il suo evocativo soprano, allenato da anni di studi classici. E se la conclusiva Comfort, dall’abito quasi francescano, è l’ennesima prova vocale di livello, l’avvincente Turn Me Down, sei minuti che hanno come musa ispiratrice la Courtney Barnett degli esordi, ribadisce il considerevole talento di una singer songwriter pronta a fare il grande salto, non solo nel cuore della critica. In Crushing, infatti, c’è tutto: canzoni, suono, una voce di rara bellezza, e tanta, tanta sincerità.

VOTO: 7,5





Blackswan, venerdì 01/03/2019