giovedì 3 dicembre 2020

PREVIEW

 


ARAB STRAP annunciano il loro primo album dopo 16 Anni AS DAYS GET DARK in uscita il 5 marzo 2021 su Rock Action. Ascolta il nuovo singolo 'COMPERSION PT 1'.

Riguardo al settimo album in studio della band, il primo dopo The Last Romance del 2005, il frontman degli Arab Strap, Aidan Moffat, afferma “Parla di disperazione e oscurità. Ma in modo divertente.”

Nonostante siano stati un gruppo rappresentativo della loro epoca, Moffat chiarisce subito che il loro intento non sia quello di “recuperare gli anni ‘90” piuttosto quello di creare un album decisamente diverso, con nuovi strumenti, suoni ed un forte desiderio di esplorare”. “Questo album ha un carattere tutto suo” dice Moffat “E’ decisamente Arab Strap ma più vecchio, più saggio e sicuramente migliore.”

Nelle 11 tracce dell'album, la band ha attinto alle caratteristiche sonorità per cui sono conosciuti ed amati portandole però verso nuovi territori. Sono presenti anche l’abile mix di panorami post-rock, elettronica delicata, i ticchettii di batteria, il suono pieno delle chitarre e lo stile inconfondibile di Moffat, mezzo cantato e mezzo parlato, oltre a novità che spaziano da esplosioni di sassofono a ritmi disco e una produzione accurata e coinvolgente che permette di immergersi a fondo nelle storie. “E’ passato molto tempo dal nostro lavoro precedente, questa lunga distanza ci ha permesso di valutare e dissezionare il brutto e il bello di ciò abbiamo fatto” dice Middleton. “Non sono molte le band che hanno questa possibilità, quindi penso sia stato meraviglioso separarsi”.

Moffat aggiunge scherzosamente “continuiamo a fare quello che facciamo sempre: Malcom mi da delle parti di chitarra ed io ci cazzeggio sopra aggiungendo la parte ritmata e le parole.” La band ha ricontattato il produttore Paul Savage e si sono trovati tutti in studio come la prima volta. “Paul porta benessere, fiducia,” dice Middleton “e senso di continuità”. Il delicato approccio di Savage, combinato con le nuove abilità della band, ha creato una produzione forte e convincente che tira fuori il meglio del duo. “Non sono mai stato interessato a produrre album facili” dice Moffat. “Ma il nuovo lavoro suona pieno, luminoso e migliore perché ora sappiamo cosa stiamo facendo. In passato non siamo stati capaci di comunicare ciò che volevamo fare nello studio di registrazione.”

As Days Gets Dark è un disco che riesce ad essere evoluzione e rivoluzione: la continuazione di quello che era prima ma anche un grande passo nel futuro e” conclude Middleton “non c’è ragione di rimettersi insieme per realizzare mediocrità.”

 


 

 

Blackswan, giovedì 03/12/2020

mercoledì 2 dicembre 2020

MARGO PRICE - PERFECTLY IMPERFECT AT THE RYMAN (Loma Vista, 2020)

 


That’s How Rumors Get Started, uscito il 10 luglio di quest’anno, ha segnato una sorta di rivoluzione artistica per Margo Price, passata da due dischi orgogliosamente country, a un album virato decisamente verso il pop rock. Qualche mese prima, però, la ragazza dell’Illinois aveva pubblicato un disco live, che riproduceva il meglio di tre concerti tenutisi, nel maggio del 2018, all’Auditorium Ryman di Nashville.L’album è stato pubblicato esattamente due anni dopo quelle serate, il 21 maggio 2020, e solo su Bandcamp, con l’intento di raccogliere donazioni per il MusiCares COVID-19 Relief Fund.

Il 4 dicembre del 2020, questa notevole performance, vedrà finalmente la luce anche su supporto fisico, cd e vinile. Un’occasione ghiotta per chi se lo fosse perso, visto questo live act coglie la Price in un momento di grazia assoluta e attorniata da ospiti che contribuiscono a rendere ancora più brillante l’esecuzione della canzoni in scaletta.

Un live sanguigno, in bilico fra country e rock, in cui ogni nota suona verace, urgente, appassionata, perfettamente imperfetta come suggerito dal titolo del disco e come dovrebbe essere ogni concerto, quando si suona gettando il cuore oltre l’ostacolo, senza badare troppo a minuzie tecniche.

In questa scaletta ci sono entusiasmo da vendere e tanti palpitanti momenti, a partire dal vibrante country di Wild Women, cantata in duetto con Emmylou Harris, in una sorta di passaggio di consegne fra la leggenda del passato e una delle più acclamate interpreti della presente stagione della roots music. Emozionano, però, anche il graffio rock’ n’ roll di I Ain’t Living Long Like This, sudatissima cover dal songbook di Rodney Crowell, condivisa qui con l’amico Sturgill Simpson, che in seguito produrrà That’s How Rumors Get Started, la clamorosa reinterpretazione di Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival, in cui la Price viaggia a due velocità, prima ciondolante e sorniona, poi addirittura impetuosa e travolgente, Honey, We Can't Afford To Look This Cheap, ballata dal crescendo alticcio, cantata insieme a Jack White, e la dolce All American Made (con il marito Jeremy Ivey all'armonica), tanto intensa da procurare pelle d’oca e brividi in serie.

Un pugno di canzoni frementi, quindi, riprodotte in presa diretta, senza modificare una virgola del pathos di un’esecuzione che stende per sincerità e immediatezza. Sarebbe stato bello esserci, è il primo pensiero che si ha dopo aver ascoltato il disco, non fosse altro per essere travolti dal vibrato della Price, la cui voce, a meno che non abbiate orecchie foderate di prosciutto, è di quelle che fanno girare la testa.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 02/12/2020

martedì 1 dicembre 2020

VOLUNTEERS - JEFFERSON AIRPLANE (RCA, 1969)

 


Volunteers è un disco epocale, su cui si sono spesi fiumi d’inchiostro e per raccontare il quale, probabilmente, non basterebbe un intero libro. Ovviamente, non è questa la sede, ma due parole è necessario spenderle, dal momento che l’album, al di là della sua incontrovertibile bellezza, ha un’importanza storica non da poco.

In primo luogo, è l’album che sancisce la centralità dei Jefferson Airplane nella scena di San Francisco, ma, al contempo, è anche quello che accentua i contrasti interni tra la visione avanguardista di Kantner e Slick e quella passatista e tradizionalista di Kaukonen e Casady, decretando, in buona sostanza l’inizio della fine di una band che starà in piedi per altri tre dischi (l’ultimo del 1989) non propriamente epocali.

Non solo. Volunteers segna un passaggio decisivo dalle astrazioni e affabulazioni psichedeliche verso un rock guerriero, militante, consapevole finalmente, di non essere solo polo di aggregazione giovanile e colonna sonora per trip lisergici, ma di avere anche la forza di veicolare pensieri, parole e concetti di rilevanza politica e sociale.

Con Volunteers, i Jefferson Airplane, grazie anche alla complicità degli amici Jerry Garcia, Stephen Stills, David Crosby e dello straordinario pianista Nicky Hopkins, sfidano apertamente il sistema, e si schierano a fianco delle frange più radicali della sinistra e del movimento studentesco.

Il nuovo inno, lo slogan di una generazione pacifista e antimilitarista, diventa proprio la title track, scritta come dura presa di posizione contro il governo degli Stati Uniti e la guerra in Vietnam. Volunteers non è solo una canzone di protesta, e sarebbe riduttivo, ma è una vera e propria chiamata a raccolta della gioventù americana, uno sprone a resistere alla politica di Nixon e a scendere in piazza per manifestare contro la guerra e dare inizio alla rivoluzione della pace.

Ci sono i volontari che partono per la guerra, che vanno a morire in una terra lontana, per ragioni che non conoscono. E poi, c’è un altro tipo di gioventù, i volontari di un’America diversa, una generazione che, come recita il testo, sta mettendoci l’anima, che non si ferma a piangere, una generazione che va alla rivoluzione, ballando per le strade. Due minuti di rock arrembante, tra chitarre in acido e il pianoforte martellante di Hopkins, sigillata dai versi: Who will take it from you/We will and who are we/We are volunteers of America! Il sogno di un mondo migliore e più giusto, che, purtroppo, non si realizzerà mai.

 


 

 

Blackswan, martedì 01/12/2020

lunedì 30 novembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 


Produci, consuma, crepa. Il brano invettiva dei CCCP mai come adesso suggella il contesto esistenziale in cui ci stiamo confusamente muovendo. È emblematica, per non dire grottesca, la dialettica politica di questi giorni. Dopo l’estenuante tenzone sul Ferragosto, i cui effetti si stanno pagando a suon di lockdown colorati, ora si palesa il delirio natalizio con annesse declinazioni, primi fra tutti lo shopping compulsivo e la liturgia dei pranzoni e cenoni da fare impallidire perfino Lucio Licinio Lucullo. Ma non illudiamoci: non sarà un liberi tutti, si affrettano a precisare i Soloni. Lo stesso refrain ai tempi delle demenziali giornate ferragostane con le discoteche aperte e assembramenti vari da nord a sud perché l’economia doveva ripartire. Sua Maestà l’Economia. 

Certo, il Natale è sempre Natale e anche se quest’anno dovrà essere rigorosamente sobrio con i parenti stretti (si spera), senza abbracci e baci, distanziati e mascherati, poco importa. La parola d’ordine è moderazione purché la festa si svolga all’insegna dello shopping, possibilmente sfrenato ecompulsivo. Il mantra non è più resistere, resistere, resistere, ma consumare, consumare, consumare. E in tutta questa farneticazione collettiva, qualcuno fra i Soloni (per intenderci i presidenti delle regioni del nord) tenta pure di alzare l’asticella con la proposta di riaprire gli impianti sciistici. Altrimenti i “cumenda” come festeggiano il Santo Stefano senza una puntatina a Courma? Tutto questo fastidioso e avvilente cicaleccio da giorni occupa le testate dei quotidiani e dei telegiornali senza soluzione di continuità. Nel mentre, gli ospedali scoppiano, i contagi e le vittime raggiungono numeri da fare tremare le vene ai polsi. Però, mo’ vene Natale, cantava Renato Carosone. 

Cleopatra, lunedì 30/11/2020



venerdì 27 novembre 2020

THE PRETTY THINGS - BARE AS BONE - BRIGHT AS BLOOD (Madfish, 2020)

 


S.F.Sorrow, anno domini 1968, fu un disco rivoluzionario e seminale, il primo concept album della storia, scrivono i libri, in cui confluirono, con sguardo sul futuro, i suoni del decennio: psichedelia, trame lisergiche, intuizioni progressive, beat e rock. Un’opera geniale, complessa e affascinante, che ai tempi non ebbe alcun riscontro in termini di vendita e la cui grandezza venne compresa solo più tardi, quando ormai i Pretty Things avevano già espresso tutto il loro potenziale.

A volte, però, anche un solo disco può consegnare alla leggenda, esattamente come successe con S.F.Sorrow e quella band di culto, il cui nome era preso in prestito da una canzone di Bo Diddley, e la cui carriera, da quel momento in poi, non ebbe più picchi d’ispirazione degni di nota. Capitanato dal cantante Phil May e dal chitarrista Dick Taylor, il gruppo, infatti, uscì dagli anni ’60 provato da defezioni e fallimenti commerciali, e ha continuato a fare dischi con onestà e passione, senza più brillare, certo, ma mai deludendo completamente.

Oggi, Phil May non c’è più: malato da tempo, è deceduto il 15 maggio di quest’anno a seguito delle complicazioni di un’operazione all’anca, resasi necessaria per una brutta caduta dalla bicicletta. E’ riuscito, però, nell’impresa di lasciarci un ultimo disco, il più bello da tanti anni a questa parte, una sorta di testamento artistico, un saluto a quei fan che, nonostante il passare dei decenni, non hanno mai smesso di amare la musica della band britannica.

Siamo agli antipodi, però, del classico disco dei Prettty Things, perché Bare As Bone, Bright As Blood è interamente acustico, scarno, essenziale, composto esclusivamente di cover. Una sorta di American Recording britannico, un ultimo colpo di coda per sugellare una carriera durata più di cinquant’anni. In scaletta, infatti, troverete solo la chitarra di Taylor, acustica e slide, e la voce sofferente, calda e incredibilmente espressiva di May, che ricorda tantissimo quella del Johnny Cash al limitare della sua vita.  

Bare As Bone, Bright As Blood è un album polveroso, fragile eppure emotivamente potente, composto di canzoni che sanno toccare il cuore, che fanno vibrare l’anima, anche se è fisicamente palpabile il senso di precarietà, anche se la malattia e la morte sono dietro l’angolo, minacciose ed esiziali. Dodici canzoni che sanno di sconfitta e di resa, che sono attraversate dallo sgomento della definitività, che sono tremanti come foglie nel vento e caduche come i colori autunnali quando vengono inghiottiti da brume vaporose.

Non c’è un solo istante sprecato, in questo disco: ogni nota, ogni verso, ogni accordo sono decisivi perché ultimi, non più ripetibili. Resteranno a lungo nella memoria, però, il corpo ossuto ma ancora vitale di reinterpretazioni da brivido (Redemption Day di Sheryl Crow, Love In Vain di Robert Johnson, Ain’t No Grave di Claude Ely, per citarne solo alcune), e quel commiato finale, I’m Ready (Willie Dixon), che consegna la voce di Phil May all’eternità.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, venerdì 27/11/2020