martedì 12 gennaio 2021

SMOKERS OUTSIDE THE HOSPITAL DOORS - EDITORS (Kitchenware Records, 2020)

 


Il 10 novembre del 2005, gli Editors vengono a suonare al Rainbow di Milano. A luglio, hanno pubblicato il loro album d’esordio, The Back Room, che in Inghilterra ha già venduto duecentocinquantamila copie, mentre da noi trova un riscontro tiepido, finendo soprattutto nelle discografie di quegli appassionati di post punk, che vedono nella band britannica degli epigoni dei Joy Division, trovando nostalgici riferimenti agli anni’80.

Il pubblico, composto da qualche centinaia di fan è caldissimo, il concerto, impostato sulla scaletta del disco, è breve ma intenso, e fa subito intravvedere l’attitudine live e il talento artistico di una giovane band, da lì a qualche anno destinata a un notevole successo mediatico. E’ l’inizio di un percorso che, due anni dopo, porterà alla pubblicazione di An End As A Start, il disco della consacrazione, che conferma gli Editors come una realtà e non più come un prospetto, e vale al gruppo britannico un disco di platino conquistato il giorno stesso della pubblicazione.

E’ anche il disco, questo, con cui lo stile di Tom Smith e soci trova completa definizione (almeno per questa prima parte di carriera), cogliendo probabilmente l’apice espressivo della band: vengono smussate, e non poco, le ingenuità e le citazioni del primo lavoro, lavorando in profondità sulla struttura dei brani e accentuandone la drammaticità e il mood malinconico. Un disco meno dritto e diretto, che possiede un suono più elaborato, ma ancora spesso incardinato sull’urgenza devastante della chitarra di Chris Urbanowicz, e foriero di uno sguardo più attuale e moderno, che non rinnega però i propri padri putativi, dai Joy Division agli Echo And The Bunnymen, passando attraverso un certo rock da stadio targato U2.

Il disco si apre con Smokers Outside The Hospital Doors, titolo evocativo di una poetica corrucciata e crepuscolare, che preferisce la penombra, il grigio delle periferie e la decadenza autunnale, alle luci e ai colori. L’inusuale intro di batteria (ben otto secondi), la voce drammatica e impostata di Tom Smith, gli accordi di pianoforte in minore, la chitarra di Urbanowicz che spinge la tensione al parossismo, e poi, improvvisa, quella pausa, a tre minuti dall’inizio, che sospende la teatrale epica del brano, in un sospiro di mesta rassegnazione, sono le armi di un’opener che fa balzare sulla sedia fin dal primo ascolto.

The saddest thing that I'd ever seen were smokers outside the hospital doors”, canta Smith, cristallizzando un’immagine evocativa per molti, un momento di tristezza condiviso, quello dei fumatori fuori dalle porte dell’ospedale, che consumano nel fumo le proprie angosce, in attesa di una notizia che può restituire alla vita o sprofondare nel baratro del dolore.

Resta, tuttavia, solo un’immagine, perchè il testo (come si evince anche dal video che accompagna la canzone), sembra semmai riferirsi al tema della fuga come unica possibilità di riscattare un’esistenza senza più prospettiva, come il tentativo disperato di affrancarsi dal dolore, per provare a ricominciare da capo e tornare a vivere una vita appagante (I can't shake this feeling I've got, My dirty hands, have I been in the wars?...Someone turn me around, Can I start this again?).

Un desiderio di fuga talmente forte e totalizzante da spingere la ragazza protagonista del video a correre sulle acque, in un miracoloso allontanarsi da tutto e da tutti, per riconquistare finalmente quel dolce sorriso che le illumina il viso nella liberatoria sequenza finale.

 


 

Blackswan, martedì 12/01/2021

lunedì 11 gennaio 2021

PAUL MCCARTNEY - MCCARTNEY III (Capitol, 2020)

 


La maledetta pandemia di Covid 19 ci ha privati del grande piacere di poter ascoltare la musica dal vivo, di stare sotto il palco a poter vivere l’emozione di assistere in prima persona un concerto dei nostri beniamini. Per un po', durante il lockdown, anche la musica in studio ha subito una pesante flessione, album annunciati e rimandati, album che non hanno mai visto la luce, album pubblicati solo in digitale con l’uscita fisica procrastinata in un futuro, si spera, meno funesto. L’idea stessa del songwriting è stata riconsiderata, trovando una veste più scarsa, in dischi concepiti e suonati in solitaria dentro le pareti di casa, o più elaborata, in canzoni costrette a girare per il web, affinchè ogni musicista coinvolto potesse suonare da remoto le proprie parti strumentali o vocali. Alla fine, non è andata tanto male, e il 2020, nonostante la tragedia che si consumava tutto intorno a noi, ci ha regalato molti dischi bellissimi.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è questo McCartney III, seguito di due album con lo stesso titolo, pubblicati rispettivamente nel 1970 e nel 1980, composto e suonato interamente da Macca durante la clausura del lockdown. Un disco che, come spiegato poco sopra, risente inevitabilmente di un modo di verso di fare musica e risulta così più scarno e ruspante del precedente e faraonico, mi si passi il gioco di parole, Egyptian Station. Tuttavia, dal momento che non siamo al cospetto di uno qualsiasi, ma di un musicista che ha inciso profondamente sulla storia della musica, III non risente assolutamente della pochezza di mezzi con cui è stato registrato, né tanto meno, riverbera le afflizioni dell’infausto periodo storico. L’impressione, infatti, è che Paul McCartney si sia divertito moltissimo a concepirlo e suonarlo, che avesse in tasca tante idee e intuizioni da mettere al servizio della propria musica e che si sia trovato a proprio agio in una dimensione più spartana e meno fastosa, in cui ritrovare l’essenza della propria scrittura, che talvolta si era persa in orpelli e paludamenti di fastidiosa ridondanza.

Nonostante il lavoro in solitaria, o forse proprio per questo, il disco fila meravigliosamente dalla prima all’ultima canzone; non è però, un disco immediato, ci vuole più di un ascolto per entrare nel mood di undici composizioni che spaziano per generi, abbracciano qualche tentativo di sperimentazione e si tengono alla larga dall’approccio mainstream e sovra esposto del predecessore.

L’iniziale, e quasi strumentale, Long Tailed Winter Bird creata intorno a un favoloso giro di chitarra è un colpo da fuoriclasse e testimonia su come Macca abbia proceduto alla lavorazione, partendo da un’idea brillante da cui iniziare ar costruire il resto. L’ossatura e poi la polpa. La successiva Find My Way è il brano più pop del disco, melodia di facile presa e un testo che, per converso, riflette sul turbamento figlio dei giorni del lockdown. I primi due assaggi di una scaletta che spazia fra la melodia pianistica introversa di Women And Wives dai cupi echi alla Nick Cave, al rock blues grezzo e verace di Lavatory Lil, dall’acustica e melodica The Kiss Of Venus, la più maccartniana del lotto insieme alla conclusiva Winter Bird-When Winter Comes.

Tutte gran belle canzoni, superate ai punti, però, dall’inaspettata Deep Deep Feeling, lungo e inquietante percorso tra blues, gospel e atmosfere cinematiche, e l’essenzialità francescana di Deep Down, riuscito patchwork tra soul ed elettronica, equilibrio perfetto fra modernità e vintage.

Alla soglia degli ottant’anni, Paul McCartney continua a pensare, scrivere e suonare grande musica, con la brillantezza di un giovane artista e l’esperienza di un veterano, capace di trovarsi a propria agio anche in questa dimensione artigianale. Suono, canzoni, emozioni: tutto è perfetto in McCartney III, a dimostrazione, se mai qualcuno se ne fosse dimenticato, che ci troviamo di fronte a un artista che ha segnato indelebilmente la storia, ma che ha sempre avuto la forza di non sostare nel passato leggendario, ma di rinnovarsi e guardare al futuro. Un Fab Four, insomma, è come un diamante, dura per sempre.

VOTO: 9

 

 

Blackswan, lunedì 11/01/2021

 

sabato 9 gennaio 2021

CALEXICO - SEASONAL SHIFT (City Slang, 2020)

 


Il Natale, si sa, è il periodo dell’anno che suggerisce spesso e volentieri l’uscita di pubblicazioni a tema. E’, infatti, davvero impressionante il novero di artisti che si è cimentato in dischi o canzoni natalizie, il più delle volte, permettetemi il giudizio severo, con risultati non sempre brillanti. Questa volta, è stato il turno dei Calexico, una band dalla quale, con tutta franchezza, mai mi sarei aspettato questo tipo di operazione, anche se, a ben vedere, la progressiva svolta stilistica, quella, cioè, che ha visto il passaggio da un polveroso folk rock di frontiera a un pop rock di gran classe, rende meno stridente un’operazione di questo tipo.

Ecco, allora, questo Seasonal Shift, disco dedicato al Natale, ma non solo, che vede all’opera il duo Burns/Convertino con nove brani originali, tre cover e un nutrito gruppo di ospiti, più o meno noti (Bombino, Gaby Moreno, Nick Urata, etc). Il suono, pur declinato con un accento diverso, resta quello ormai inconfondibile dei Calexico, il mood, spesso divertito, trova un giusto contrappunto in alcuni brani più meditabondi, e i diversi generi affrontati trasmettono alla scaletta una piacevole brillantezza che stimola ripetuti ascolti.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, a dire il vero: la rilettura svolazzante di Christmas All Lover Again dal repertorio di Tom Petty (con Nick Urata dei Devotchka) e il classicone di John Lennon, Happy Xmas (War Is Over), arrangiata con una spolverata di fiati nel finale, restano episodi abbastanza prevedibili, mentre Sonoran Snoball, un burrito indigesto farcito di rap ed elettronica, è di una bruttezza che conosce pochi eguali.

La resa complessiva del disco, tuttavia, è davvero buona, e alcuni episodi, anche decontestualizzati, vivrebbero di brillante luce propria. A tal proposito, giusto menzionare Heart Of Downtown, punto d’incontro fra musica di frontiera e blues del deserto, che vede ospite la chitarra evocativa di Bombino, Hear The Bells, vellutato brano di apertura e quello che meglio fonde il suono Calexico allo spirito natalizio (che meraviglia le carezze di pedal steel!), il fado malinconico ed elegante di Tanta Tristeza (con la voce meravigliosa di Gisela Joao) e la divertentissima Mi Burrito Sabanero (dal songbook di Hugo Blanco), da cantare e ballare giocosamente sotto il vischio. Canzone, questa, ripresa nel finale e trasformata in una lettera d’auguri in tutte le lingue del mondo, chiosa affettuosa e omaggio ai fan della band.

Seasonal Shift non è certo un disco indispensabile nella carriera dei Calexico e di certo mai lo annovereremmo fra le cose migliori della band originaria di Tucson. Se, però, cercate qualcosa di diverso per accompagnare le vostre festività e i momenti conviviali, decisamente meglio questo curioso album che tante patacche di plastica senz’anima. Prescindibile ma piacevolissimo.

VOTO: 6,5

 


 

 

Blackswan, sabato 09/01/2021

venerdì 8 gennaio 2021

WAKE ME WHEN IT'S OVER - THE CRANBERRIES (BMG, 2019)

 


Dolores O’Riordan muore il 18 gennaio del 2018 nella vasca da bagno della stanza 2005 dell’hotel Hilton di Londra. I Cranberries si trovano nel capoluogo britannico per una sessione di registrazione: stanno infatti mettendo a punto undici canzoni per un nuovo album, che dovrebbe uscire di lì a breve. E' un lavoro duro, faticoso e Dolores non è al top della forma, non sta passando un bel periodo. Torna in albergo e comincia a bere, troppo e smodatamente. Forse, lei stessa si accorge di aver ecceduto e, barcollando, arriva in bagno, decisa a mettersi nella vasca, per cercare di riprendersi e far evaporare i fumi dell’alcol. Si immerge nella vasca e si addormenta. Nel sonno, etilico e profondo, si gira di lato e mette la testa sott’acqua. Il suo corpo, esanime, verrà trovato il giorno dopo.

Il coroner, incaricato dell’autopsia, otto mesi dopo il decesso, dichiarerà che Dolores aveva in corpo 330 mg di alcol per 100 ml di sangue, un valore più di quattro volte superiore al limite legale previsto per la guida (80 mg). Non si è suicidata, però, non ci sono le prove che abbia messo in atto un gesto estremo, è stata solo una tragica fatalità, sostiene il medico, solo un terribile incidente.

In The End, questo il titolo del nuovo disco dei The Cranberries, esce il 26 aprile del 2019, dopo che i componenti della band hanno rispettato un lungo periodo di lutto e hanno ricevuto il consenso della famiglia a procedere con la pubblicazione.

Chi temeva le solite speculazioni necrofile a fini commerciali, si trova invece ad ascoltare un disco di gran livello, composto da canzoni tutte decisamente buone, alcune davvero bellissime. Nessuna profanazione, dunque, né assemblaggi di scarti o di incompiuti che avrebbero potuto ledere alla memoria di una delle artiste (e delle band) più amate degli anni novanta. Questo disco, semmai, suona come un canto del cigno, un epitaffio con cui rendere omaggio a Dolores e ricordarla con la qualità di un lavoro iniziato nel 2017 e, poi, portato a termine solo dai tre membri superstiti con l’aiuto di Stephen Street, che già in passato aveva lavorato con il gruppo, contribuendo non poco al suo successo (fra gli altri, No Need To Argue del 1994).

Le rombanti chitarre elettriche, i riff croccanti delle acustiche, le melodie di facile presa, ma mai scontate, e in sottofondo, i profumi famigliari che evocano Limerick e il cuore dell’Irlanda, si coagulano intorno al cantato singhiozzante, appassionato e inconfondibile di Dolores.

C’è tristezza, nostalgia e sconforto, e tutto ciò è quasi inevitabile: sono pochi i momenti leggeri del disco, mentre la maggior parte delle canzoni, concepite da Dolores, che aveva scritto tutti i testi, e portate a termine dai tre compagni di una vita, sono attraversate da un mood malinconico che spesso afferra la gola e non lascia scampo.

D’altra parte, negli undici brani in scaletta, la O’Riordan riflette sulle difficoltà della propria vita, sui suoi disturbi psichici, sulla separazione dal marito e sulla battaglia che giornalmente combatteva per tornare a riappropriarsi della propria esistenza. Un pugno di canzoni intense e sofferte, quindi, segnate da titoli e testi quasi profetici su quello che sarebbe poi accaduto da lì a poco: nell’iniziale All Over Now, Dolores canta: “ Do You Remember? Do You Remember The Place? In a Hotel In London. A Scar On Her Face”, e la drammatica e crepuscolare Lost, suona quasi come una dichiarazione di resa (“I wonder when I should give in I wonder when I should begin To let it go. I feel I'm dwelling in the past, I know the time is moving fast, I want you to know, I'm lost with you, I'm lost without you”).

Tra le undici canzoni in scaletta, svetta per bellezza l’amara invocazione di Wake Me When It’s Over, una sorta di Zombie del nuovo millennio, che raggruma tutta la disperazione di una donna alla deriva, travolta da una vita che non sente più sua, risucchiata in un vortice di angosce e problemi da cui è impossibile uscire, che vorrebbe trovare la forza per ribellarsi, per reagire, per cercare una nuova strada verso la felicità, senza però riuscirci.

Una sorta di autoanalisi feroce e senza filtri: “Fighting's not the answer, Fighting's not the cure, It's eating you like cancer, It's killing you for sure”, canta Dolores, prendendo atto di un dolore che è inutile combattere, perché la battaglia non è la risposta, e più cerchi di opporti, più la sofferenza ti sbrana interiormente. “Living in the past, It's difficult to hide”, non resta che vivere nel passato, anche se è difficile nascondersi nei ricordi. Allora, meglio abbandonarsi al sonno, e aspettare che qualcuno mi svegli, quando tutto sarà finito. Inquieta l’ulteriore e involontario riferimento alla propria morte: il sonno, che coglie improvviso la cantante sdraiata nella vasca da bagno, e quel riferimento, nella parte finale del brano, all’acqua (“Watch The Rain Drop”) che sarà la concausa del suo decesso.

Il feretro di Dolores O’Riordan verrà sepolto nel cimitero di Caherelly a Limerick, vicino a Terence, suo padre. Mentre le radio di tutta Irlanda passano in contemporanea When You’re Gone, uno dei maggiori successi dei Cranberries, durante la cerimonia funebre presso la Alibe’s Church, gli amici e i componenti della band, le rendono un ultimo omaggio, cantando tutti insieme, a cappella, No Need To Argue: “I knew, I knew I'd lose you, You'll always be special to me, Special to me, to me”.

 


 

 

Blackswan, venerdì 08/01/2021

giovedì 7 gennaio 2021

LYKANTROPI - TALES TO BE TOLD (Despotz Records,2020)

 


A dispetto del nome inquietante, che evoca scenari da metal estremo e lugubri atmosfere notturne, gli svedesi Lykantropi si tengono ben lontano da sonorità dure e tonitruanti, preferendo ai riff pesi e alla velocità atmosfere decisamente più agresti e sognanti. Il loro, infatti, è un folk sui generis, che nelle liriche evoca figure e atmosfere silvane, spiriti e leggende della mitologia nordica, e guarda agli anni settanta (echi dei Renaissance, ma meno leccati), irrobustendo la proposta, però, con un taglio decisamente rock.

Le canzoni di Tales To Be Told, terzo album in studio, si vestono talvolta di echi psichedelici e poggiano, di tanto in tanto, su un’impalcatura che lambisce i confini del prog, Il suono della band, composta da sei elementi, è caratterizzato da due voci, una maschile (Martin Ostlund) e una femminile (My Shaolin), e, oltre alla classica strumentazione (due chitarre, basso e batteria), anche dall’uso del flauto, che garantisce alle canzoni in scaletta un tocco bucolico molto evocativo.

Il risultato è un album di folk rock e otto canzoni d’atmosfera, che palesano le proprie radici nordiche, pur richiamando alla mente, spesso e volentieri, i Midlake, una grande band americana, che ormai da vent’anni a questa parte attraversa territori molto simili. Non un disco rumoroso, ma, a dire il vero, nemmeno contemplativo, come dimostra il piglio energico dell’iniziale Coming Your Way, trainata da un gran bel drive di chitarra e punteggiata dal flauto di Ia Oberg, o la più bluesy title track, anche questa spinta dalle due chitarre, che intrecciano trame elettriche ai piedi della splendida voce di My Shaolin, il cui timbro, dalle venature psichedeliche, sembra emergere da un passato lontanissimo.

Una struttura, questa, che si ripete per quasi tutto il disco, come nella successiva Mother On Envy, in cui l’accento folk è predominante grazie a una maggior presenza del flauto traverso o nell’intensa Life On Hold, costruita su perfetti intrecci vocali. Eccezione al mood prevalente dell’album sono Kom Tag Mig Ut, ballata psichedelica, attraversata da splendidi svolazzi di flauto, e dalla conclusiva Varlden Gar Vidare, brano dalla struttura più decisamente progressive.

Tales To Be Told è decisamente un disco dal taglio vintage, in assoluta controtendenza con le mode e i suoni del momento, di una bellezza che si potrebbe definire atemporale, se non fosse che gli anni ’70 sono, nello specifico, sia forma che sostanza. Non è però semplice passatismo: la band possiede idee chiarissime, uno stile ben definito e soprattutto sa confezionare canzoni avvincenti, suonandole benissimo. Consigliato.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, giovedì 07/01/2021