lunedì 18 gennaio 2021

THE STYLE COUNCIL - LONG HOT SUMMERS (Polydor, 2020)

 


La storia è nota: chiusa l’avventura con i Jam, Paul Weller svolta completamente pagina, appende la chitarra al chiodo, smorza la rabbia giovanile in pose dandy, e passa dal modernismo a un suono nuovo e avanguardistico, che fonde pop, jazz, soul e funky, declinati con classe e un piglio solo apparentemente modaiolo. Se, infatti, il passaggio dall’eleganza cheap dei cravattini e delle giacche nere attillate a un look dal vago sapore esistenzialista è evidente e definitivo, dietro i languori pop della musica degli Styles si nasconde una militanza politica sempre più apertamente schierata a sinistra, con liriche chiare, urticanti, dirette, che fanno proprie le istanze del collettivo Red Wedge.

Mocassini, cappuccino, polo e maglioncini a V, creano l’appeal esteriore per un suono audace, che aprirà alla successiva stagione dell’acid jazz. Affiancato di Mike Talbot, ex tastierista dei Dexy’s Midnight Runners, Weller dà inizio alla nuova avventura nel 1983, con l’EP Introducing The Style Council, antipasto saporito di soul (Long Hot Summer), canzone francese (The Paris Match) e R’n’B (Speak Like A Child), che mette subito in chiaro da che parte girano le nuove composizioni del genio di Woking.

I successivi Cafè Blue (1984) e Our Favorite Shop (1985) faranno di un eclettismo quasi schizofrenico il motore propulsore di canzoni destinate a durare nel tempo ed entrare nella leggenda: due dischi eterogenei eppure bilanciatissimi, che intrecciano pop e black music, jazz e chanson esistenzialista, pose dandy e slogan barricaderi.

Dura poco il progetto Style Council, visto che già al capitolo successivo (The Cost Of Loving, 1987) Talbot e Weller sembrano essere già stufi, svogliati e a corto d’idee. Il mediocre Confessions Of A Pop Group (1988) mette la parola fine alla storia e apre a Weller le porte di una lunga e brillantissima carriera solista.

Questa raccoltona (due cd e tre vinili), curata dallo stesso Weller, include il meglio di quella stagione (le hit ci sono proprio tutte), un paio di inediti (il demo di My Ever Changing Moods e una versione estesa di Dropping Bombs On The Whitehouse) oltre a qualche rara foto d’archivio. Un best of indispensabile per chi si dovesse approcciare alla band per la prima volta, e l’occasione per i fan e i completisti di avere a disposizione un filotto di canzoni memorabili da riascoltare fino a far affiorare una lacrimuccia di nostalgia. Dura poco, e questo è l’unico difetto di una splendida raccolta che si ascolta in loop.

VOTO: 9

 


 

 

Blackswan, lunedì 18/01/2021

 

giovedì 14 gennaio 2021

THE STRUTS - STRANGE DAYS (Interscope Records, 2020)

 


Non si prendono sul serio, gli Struts, e mi raccomando, non prendeteli sul serio nemmeno voi. Se no, il rischio è che il gioco finisca subito e che aspettative seriose facciano venir meno il tiro divertentissimo di queste canzoni senza pretesa alcuna se non quello di produrre un surplus di divertimento. Questi quattro ragazzi britannici, di stanza a Derby, diciamolo pure senza troppi giri di parole, sono dei cazzari patentati che si dilettano a giocare con il rock’n’roll, sfoggiando abiti glamour al limite del pacchiano, sfornando melodie a presa rapidissima e insufflando le loro canzoni di ariose e azzeccate citazioni che pescano a destra e a manca, bisogna ammetterlo, con irriverente intelligenza.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque, niente che non si sia già sentito centinaia di volte, ma un recupero passatista talmente sfacciato e divertito da riuscire a far centro al primo colpo. Così, alla terza prova in studio, gli Struts sfornano anche il loro disco migliore, quello che più dei due, comunque apprezzabili, predecessori, riesce a esprimere la grande forza propulsiva di questo rock’and’roll senza pretese e ad alto tasso energetico.

Il disco, registrato in soli dieci giorni a Los Angeles, ha visto poi, come ciliegina sulla torta, anche la presenza di un pugno di ospiti di altissimo livello, che hanno dato ulteriore nerbo alle dieci canzoni in scaletta (Robbie Williams, Albert Hammond Jr, Tom Morello, Phil Collen e Joe Elliott dei Def Leppard). Un cocktail riuscito di glam rock, garage, canzoni da stadio, hard rock melodico, che cita senza scrupoli tutti i numi tutelari della band, dagli Slade ai Kinks, dai Queen agli Stones, dagli Aerosmith ai Darkness, senza dimenticarsi spiccioli di brit pop, che pescano da Oasis e Supergrass.

Cosa che avviene, a esempio, nella title track, posta a inizio disco e figlia di un azzeccato duetto con una star di prima grandezza come Robbie Williams. Un brano melodico e irresistibile che traina il resto della scaletta composta da un filotto di canzoni, a volte magari un po' cafone e sopra le righe, ma sempre azzeccate. All Dress Up, parte in sgommata con un riff stonesiano al midollo, cosa che succede anche nella lunga Cool, in cui il vocalist Luke Spiller veste i panni del Mick Jagger de’ noartri; Wild Child, con Tom Morello ospite alla chitarra, mostra i muscoli e sfodera un ghigno hard blues degno degli Aerosmith più duri, Burn It Down è una ruvida ballata che evoca i Black Crowes, mentre Can’t Sleep, addirittura, ruba il drumming di Lust For Life di Iggy Pop. Tutto imbellettato di fresco, ma tutto già sentito. Eppure, il giudizio resta positivo anche quando gli Struts si avventurano in una cover pacchiana ed esagerata di Do You Love Me, classico dei classici targato Kiss.

I capolavori sono altri, ovvio, ma non sottovalutate il piacere di ascoltare dischi come Strange Days: alzate il volume dello stereo a palla e godetevi quarantacinque minuti di semplice e sano rock’n’ roll: male non fa, e il rischio è che finisca pure per piacervi tanto da metterlo in loop quando si potrà tornare a far festa con gli amici.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, giovedì 14/01/2021

mercoledì 13 gennaio 2021

PREVIEW

 


 

MARTIN GORE presenta oggi il nuovo singolo “Howler” tratto dall’imminente EP strumentale di 5 tracce, The Third Chimpanzee in uscita il 29 gennaio su Mute [PIAS].

“Howler è stato il primo brano che ho registrato per 'The Third Chimpanzee EP'" afferma Martin. “Aveva un sound che non era umano. sembrava quasi derivasse da un primate. Decisi di chiamarlo “Howler” come la scimmia. Dopodiché, quando arrivò il momento di dare un nome all’EP, ricordai di aver letto ‘The Rise and Fall of the Third Chimpanzee’. Aveva senso chiamarlo così, dato che l’EP era per un terzo prodotto da scimpanzé.”

Come l'intero EP, "Howler" è stato scritto e prodotto da Martin Gore e registrato all'Electric Ladyboy di Santa Barbara, in California.

The Third Chimpanzee è disponibile ora per il pre-ordine su CD, su vinile celeste 12” in edizione limitata (che include una stampa artistica) e in digitale. L’artwork è a cura di Pockets Warhol.

Sono passati 5 anni da quando Martin pubblicò l’acclamato album strumentale MG. “Mandrill” segue la pubblicazione dell’ultimo album dei Depeche Mode Spirit nel 2017. La band è stata accolta nella Rock & Roll Hall of Fame.
 
 

 
 
Blackswan, mercoledì 13/01/2021

 

martedì 12 gennaio 2021

SMOKERS OUTSIDE THE HOSPITAL DOORS - EDITORS (Kitchenware Records, 2020)

 


Il 10 novembre del 2005, gli Editors vengono a suonare al Rainbow di Milano. A luglio, hanno pubblicato il loro album d’esordio, The Back Room, che in Inghilterra ha già venduto duecentocinquantamila copie, mentre da noi trova un riscontro tiepido, finendo soprattutto nelle discografie di quegli appassionati di post punk, che vedono nella band britannica degli epigoni dei Joy Division, trovando nostalgici riferimenti agli anni’80.

Il pubblico, composto da qualche centinaia di fan è caldissimo, il concerto, impostato sulla scaletta del disco, è breve ma intenso, e fa subito intravvedere l’attitudine live e il talento artistico di una giovane band, da lì a qualche anno destinata a un notevole successo mediatico. E’ l’inizio di un percorso che, due anni dopo, porterà alla pubblicazione di An End As A Start, il disco della consacrazione, che conferma gli Editors come una realtà e non più come un prospetto, e vale al gruppo britannico un disco di platino conquistato il giorno stesso della pubblicazione.

E’ anche il disco, questo, con cui lo stile di Tom Smith e soci trova completa definizione (almeno per questa prima parte di carriera), cogliendo probabilmente l’apice espressivo della band: vengono smussate, e non poco, le ingenuità e le citazioni del primo lavoro, lavorando in profondità sulla struttura dei brani e accentuandone la drammaticità e il mood malinconico. Un disco meno dritto e diretto, che possiede un suono più elaborato, ma ancora spesso incardinato sull’urgenza devastante della chitarra di Chris Urbanowicz, e foriero di uno sguardo più attuale e moderno, che non rinnega però i propri padri putativi, dai Joy Division agli Echo And The Bunnymen, passando attraverso un certo rock da stadio targato U2.

Il disco si apre con Smokers Outside The Hospital Doors, titolo evocativo di una poetica corrucciata e crepuscolare, che preferisce la penombra, il grigio delle periferie e la decadenza autunnale, alle luci e ai colori. L’inusuale intro di batteria (ben otto secondi), la voce drammatica e impostata di Tom Smith, gli accordi di pianoforte in minore, la chitarra di Urbanowicz che spinge la tensione al parossismo, e poi, improvvisa, quella pausa, a tre minuti dall’inizio, che sospende la teatrale epica del brano, in un sospiro di mesta rassegnazione, sono le armi di un’opener che fa balzare sulla sedia fin dal primo ascolto.

The saddest thing that I'd ever seen were smokers outside the hospital doors”, canta Smith, cristallizzando un’immagine evocativa per molti, un momento di tristezza condiviso, quello dei fumatori fuori dalle porte dell’ospedale, che consumano nel fumo le proprie angosce, in attesa di una notizia che può restituire alla vita o sprofondare nel baratro del dolore.

Resta, tuttavia, solo un’immagine, perchè il testo (come si evince anche dal video che accompagna la canzone), sembra semmai riferirsi al tema della fuga come unica possibilità di riscattare un’esistenza senza più prospettiva, come il tentativo disperato di affrancarsi dal dolore, per provare a ricominciare da capo e tornare a vivere una vita appagante (I can't shake this feeling I've got, My dirty hands, have I been in the wars?...Someone turn me around, Can I start this again?).

Un desiderio di fuga talmente forte e totalizzante da spingere la ragazza protagonista del video a correre sulle acque, in un miracoloso allontanarsi da tutto e da tutti, per riconquistare finalmente quel dolce sorriso che le illumina il viso nella liberatoria sequenza finale.

 


 

Blackswan, martedì 12/01/2021

lunedì 11 gennaio 2021

PAUL MCCARTNEY - MCCARTNEY III (Capitol, 2020)

 


La maledetta pandemia di Covid 19 ci ha privati del grande piacere di poter ascoltare la musica dal vivo, di stare sotto il palco a poter vivere l’emozione di assistere in prima persona un concerto dei nostri beniamini. Per un po', durante il lockdown, anche la musica in studio ha subito una pesante flessione, album annunciati e rimandati, album che non hanno mai visto la luce, album pubblicati solo in digitale con l’uscita fisica procrastinata in un futuro, si spera, meno funesto. L’idea stessa del songwriting è stata riconsiderata, trovando una veste più scarsa, in dischi concepiti e suonati in solitaria dentro le pareti di casa, o più elaborata, in canzoni costrette a girare per il web, affinchè ogni musicista coinvolto potesse suonare da remoto le proprie parti strumentali o vocali. Alla fine, non è andata tanto male, e il 2020, nonostante la tragedia che si consumava tutto intorno a noi, ci ha regalato molti dischi bellissimi.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è questo McCartney III, seguito di due album con lo stesso titolo, pubblicati rispettivamente nel 1970 e nel 1980, composto e suonato interamente da Macca durante la clausura del lockdown. Un disco che, come spiegato poco sopra, risente inevitabilmente di un modo di verso di fare musica e risulta così più scarno e ruspante del precedente e faraonico, mi si passi il gioco di parole, Egyptian Station. Tuttavia, dal momento che non siamo al cospetto di uno qualsiasi, ma di un musicista che ha inciso profondamente sulla storia della musica, III non risente assolutamente della pochezza di mezzi con cui è stato registrato, né tanto meno, riverbera le afflizioni dell’infausto periodo storico. L’impressione, infatti, è che Paul McCartney si sia divertito moltissimo a concepirlo e suonarlo, che avesse in tasca tante idee e intuizioni da mettere al servizio della propria musica e che si sia trovato a proprio agio in una dimensione più spartana e meno fastosa, in cui ritrovare l’essenza della propria scrittura, che talvolta si era persa in orpelli e paludamenti di fastidiosa ridondanza.

Nonostante il lavoro in solitaria, o forse proprio per questo, il disco fila meravigliosamente dalla prima all’ultima canzone; non è però, un disco immediato, ci vuole più di un ascolto per entrare nel mood di undici composizioni che spaziano per generi, abbracciano qualche tentativo di sperimentazione e si tengono alla larga dall’approccio mainstream e sovra esposto del predecessore.

L’iniziale, e quasi strumentale, Long Tailed Winter Bird creata intorno a un favoloso giro di chitarra è un colpo da fuoriclasse e testimonia su come Macca abbia proceduto alla lavorazione, partendo da un’idea brillante da cui iniziare ar costruire il resto. L’ossatura e poi la polpa. La successiva Find My Way è il brano più pop del disco, melodia di facile presa e un testo che, per converso, riflette sul turbamento figlio dei giorni del lockdown. I primi due assaggi di una scaletta che spazia fra la melodia pianistica introversa di Women And Wives dai cupi echi alla Nick Cave, al rock blues grezzo e verace di Lavatory Lil, dall’acustica e melodica The Kiss Of Venus, la più maccartniana del lotto insieme alla conclusiva Winter Bird-When Winter Comes.

Tutte gran belle canzoni, superate ai punti, però, dall’inaspettata Deep Deep Feeling, lungo e inquietante percorso tra blues, gospel e atmosfere cinematiche, e l’essenzialità francescana di Deep Down, riuscito patchwork tra soul ed elettronica, equilibrio perfetto fra modernità e vintage.

Alla soglia degli ottant’anni, Paul McCartney continua a pensare, scrivere e suonare grande musica, con la brillantezza di un giovane artista e l’esperienza di un veterano, capace di trovarsi a propria agio anche in questa dimensione artigianale. Suono, canzoni, emozioni: tutto è perfetto in McCartney III, a dimostrazione, se mai qualcuno se ne fosse dimenticato, che ci troviamo di fronte a un artista che ha segnato indelebilmente la storia, ma che ha sempre avuto la forza di non sostare nel passato leggendario, ma di rinnovarsi e guardare al futuro. Un Fab Four, insomma, è come un diamante, dura per sempre.

VOTO: 9

 

 

Blackswan, lunedì 11/01/2021