mercoledì 23 giugno 2021

GARBAGE - NO GODS NO MASTERS (Stunvolume-Infectious Music, 2021)

 


Verso la fine dell’Ottocento, il rivoluzionario socialista francese Louis Auguste Blanqui coniò il termine "ni dieu ni maître" - né dio né padrone - per descrivere il nuovo ordine mondiale che immaginava. Da allora, quella frase è stata fatta propria da punk, anarchici e femministe per descrivere la protesta e la frustrazione globale verso le leggi che consentono l'ingiustizia sistemica nella società occidentale. Sebbene sia diventata una dichiarazione passé, il genere di cose che potresti trovare graffitata nel bagno di un locale, la frase ancora oggi connota molteplici ideologie, presentandosi come esplicito slogan di lotta al sistema e militanza politica.

E’ davvero sorprendente, quindi, che i Garbage abbiano intitolato il loro nuovo album, il primo in cinque anni, No Gods No Masters. La storia ha, infatti, dimostrato che molti dei nostri eroi musicali (vengono in mente come Billy Corgan, Morrissey e Sex Pistols) che hanno fatto carriera predicando il pensiero radicale, spesso si sono contraddetti nel privato, assumendo posizioni bigotte e reazionarie, ben difficilmente condivisibili da chi, nella loro musica, aveva trovato ragionamenti politici da sposare e fare propri.

Shirley Manson, però, non ha tradito il proprio credo: vera icona gay, sostenitrice di lunga data della comunità queer, la cantante dei Garbage si è sempre schierata, restando coerente e seria, nonostante la sua immagine pungente e trasgressiva (in tal senso, impossibile dimenticare brani come Queer e Push It).

E’ per questo che, se oggi ammettere apertamente che il proprio album è ispirato dai movimenti BLM e MeToo rischia di trasformarsi in una china scivolosa che conduce all’autoreferenzialità e all’annacquamento dei contenuti politici, No Gods No Masters palesa invece una forza e un'onestà difficili da negare, anche quando si poggia ai più tipici tropi della musica di protesta.

L'opener The Men Who Rule The World inizia con il suono vorticoso di una slot machine, che lascia il posto a una traccia synth-pop, in cui le crudeli realtà della misoginia, del capitalismo e del fondamentalismo sono legate in una narrazione tanto semplificata quanto efficace. Certo, una cantante che sussurra "soldi, soldi, soldi" non sta esattamente percorrendo un terreno di novità rivoluzionarie, ma la Manson risulta credibile e non banale, si percepisce che è fermamente convinta di ciò che sta cantando.

Tutto il disco funziona decisamente bene, in equilibrio fra elettronica e un rock cupo e ansiogeno, tra modernità ed echi di un passato, qui tirato a lucido, ad esempio, nel singolo Wolves, che ricorda i Garbage più vintage, o nel beat minaccioso e sensuale della splendida Godhead (canzone, questa, che farà saltare in piedi i fan dei Depeche Mode). Se Anonymous XXX, stranamente infusa di sonorità calypso e incentrata sulle gioie del sesso occasionale, è una rinfrescante tregua dal pesante contenuto dei testi del resto dell'album, il cuore della scaletta è l’inquietante A Woman Destroyed, notturna deriva industrial dai contorni filmici e apocalittici, che racconta la vendetta di una donna che ha subito un torto dal suo amante.  

Nel complesso, No Gods No Masters si legge come un album sulle profonde frustrazioni che derivano dalla nostra società: è intenso, cupo, profondo, anche se in alcuni momenti, come nell’omaggio eighties di Flipping The Bird, riesce a suonare quasi leggero e arioso.

Ciò che eleva il disco dalla media, che lo rende credibile nei suoi intenti politici, non sono solo le belle canzoni (qui ce ne sono parecchie) ma la palpabile emotività e il surplus di sincerità che permea musica e testi. Non dichiarazioni vuote e vuoti slogan, ma uno sguardo irriverente e un caustico j’accuse nei confronti di una società eticamente avvizzita e irrimediabilmente in caduta libera. Brava Shirley!

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 23/06/2021

 

martedì 22 giugno 2021

SILVER LAKE BY ESA HOLOPAINEN - SILVER LAKE BY ESA HOLOPAINEN (Nuclear Blast, 2021)

 


Durante i giorni incerti e bui della pandemia, il chitarrista Esa Holopainen ha sfruttato il periodo di inattività per portare a termine quell’album solista che presumibilmente era in lavorazione da alcuni anni. E’ stato necessario il lockdown, per allontanarsi dalla casa madre Amorphis, raccogliere tante idee sparse nel tempo e farle confluire sotto il moniker di Silver Lake by Esa holopainen, grazie anche all’aiuto di alcuni colleghi di livello provenienti dalla scena del metal scandinavo.

Se, nel corso degli anni, gli Amorphis sono riusciti a creare un suono immediatamente riconoscibile in quello che potremmo definire death metal melodico, la domanda che sorge spontanea è quale direzione abbia preso Esa con questo lavoro solista. La risposta è quella di un eclettico mix di passaggi acustici e riff da batticuore, in cui confluiscono più elementi che vanno dal folk al pop, dal metal al progressive. Il risultato è più che buono, anche se alla fine il disco soffre un po' a causa della mancanza di una direzione precisa.

La strumentale title track apre il disco tra corde pizzicate e avvolgenti tastiere, come una danza delicata, un librarsi arioso che evoca reminiscenza prog e che si gonfia di vento in un crescendo maestoso. La successiva Sentiment vede alla voce Jonas Renkse (Katatonia) il cui timbro sensuale (che tornerà nella conclusiva Apprentice) fa da collante fra la band di provenienza e le tessiture progressive immaginate da Esa. Con Storm la scaletta prende una direzione inaspettata con un brano pompato, in cui l’enfasi pop delle strofe confluisce in uno ritornello trascinante e orecchiabilissimo. La successiva Ray Of Light si muove per la stessa strada segnata dalle influenze pop di Esa. Qui, alla voce troviamo Einar Solberg dei Leprous, il cui timbro divinamente acuto spinge verso il cielo un irresistibile ritornello, di quelli che è praticamente impossibile levarsi dalla testa.

Due canzoni davvero inusuali rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto aspettare dal chitarrista degli Amorphis e che probabilmente suoneranno “stonate” alle orecchie dei fan della band finlandese. I quali, però, troveranno in scaletta anche momenti più congeniali al proprio gusto: In Her Solitude, che presenta proprio Tomi Joutsen alla voce (pulita e growl) è assolutamente in linea con l’ultima produzione folk metal degli Amorphis, mentre Bjorn "Speed" Strid dei Soilwork si cimenta nella tiratissima (ma melodica), Promising Sun.

Se, da un lato, è ammirevole l’intento di Esa di uscire dalla comfort zone, come a voler dimostrare che può esserci vita ben oltre la casa madre, dall’altro, è inevitabile qualche momento meno centrato e poco a fuoco. Nulla d’imbarazzante, per carità, ma Fading Moon, che sfoggia il cantato della sempre brillante Anneke Van Giersbergen, è un brano un po' troppo prevedibile per brillare di luce propria, e Alkusointu, su cui si srotola lo spoken ipnotico dell’attore finlandese Vesa-Matti Loiri, suona come un fiacco riempitivo.

Nel complesso, però, Silver Lake è un progetto encomiabile, che tiene bene per tutti quaranta minuti di durata, senza, tuttavia, essere particolarmente rivoluzionario. La produzione è, comunque, impeccabile, le ospitate vocali perfettamente in sintonia con le canzoni e il lavoro di Esa alla chitarra è semplicemente stellare. Tanto basta per consigliarlo ai fan degli Amorphis ma anche a coloro che amano i suoni estremi mitigati dalla melodia.

VOTO: 7 




Blackswan, martedì 22/06/2021

lunedì 21 giugno 2021

JAVIER CERCAS - INDIPENDENZA (Guanda, 2021)

 


Come smascherare coloro che esercitano il potere nell'ombra? Come vendicarsi di chi ti ha inferto le ferite più sanguinose e umilianti? Ritroviamo in questo nuovo romanzo Melchor Marín, il poliziotto appassionato di libri protagonista di Terra Alta. Ad alcuni anni di distanza dalla morte dell'amatissima moglie Olga, torna insieme alla figlia Cosette nella sua Barcellona, dove dovrà affrontare l'indagine più spinosa e difficile: qualcuno infatti tiene sotto ricatto la sindaca della città, utilizzando un video hard che risale a molto tempo prima. Ancora segnato dal profondo dolore per non aver trovato gli assassini di sua madre, ma sempre guidato dalla sua rigorosa integrità morale, Melchor dovrà capire se il ricatto faccia parte di un progetto più articolato di destabilizzazione politica. E questo lo costringerà a entrare nelle stanze del potere, dove regnano il cinismo, l'ambizione sfrenata e la corruzione.

Dopo una serie fortunatissima di saggi romanzati, che hanno portato Javier Cercas ad essere una delle penne spagnole più seguite anche a livello internazionale, lo scrittore originario di Ibahernando ha virato verso il genere thriller, pubblicando lo scorso anno l'acclamato Terra Alta.

Indipendenza ne è l'ideale seguito, anche se in questo caso il contesto non è più quello della Catalogna rurale ma quello della capitale, Barcellona. Qui, la sindaca in carica viene ricattata da sconosciuti che minacciano di rendere pubblico un vecchio video hard che la vede coinvolta, a meno che non paghi una forte somma di denaro e non si dimetta dalla carica. Melchor, viene chiamato a collaborare alle indagini, che, si scoprirà a breve, coinvolgono la Barcellona bene e
conducono a torbidi episodi risalenti a un lontano passato.

Se Terra Alta si concentrava maggiormente sulla trama gialla, rispecchiando alla perfezione le caratteristiche del genere, Indipendenza allarga la visuale e, immaginando un epoca post covid di qualche anno avanti nel futuro, si sofferma sullo scenario politico e sociale di un paese, la Catalogna, allo sbando etico e vittima della sete di potere di una classe dirigente corrotta.

La narrazione, inoltre, riannoda i fili della vita di Melchor (l’omicidio della madre, il rapporto con l’amico Vivales) e trasforma il romanzo precedente in un evento reale nella finzione di quello presente, tutti elementi, questi, che rendono la lettura più coinvolgente e lo svolgimento meno prevedibile. Se, tuttavia, l'intreccio narrativo funziona a meraviglia, denotando l'abilità di Cercas nel muoversi anche al di fuori della propria comfort zone, il finale un po' troppo frettoloso, lascia un po' di amaro in bocca, almeno per gli amanti del thriller. Il quale, alla fine dei conti, risulta essere solo un pretesto con cui lo scrittore spagnolo indaga sul tessuto sociale della sua terra d’adozione, riflettendo sui moti indipendentisti (richiamati dal titolo) e sulla morte degli ideali in politica. Un libro, quindi, che resta sospeso a metà, come forse nelle intenzioni del suo autore, e che, pur rimanendo piacevolissimo, non convince fino in fondo.

Blackswan, lunedì 21/06/2021

 

venerdì 18 giugno 2021

PASSENGER - SONGS FOR THE DRUNK AND BROKEN HEARTED (Black Crow Records, 2021)

 


Nel 2013, il singolo Let Her Go fece conoscere al mondo il fenomeno folk pop di Passenger (pseudonimo di Michael David Rosenberg), un artista che, da quel momento in avanti, non ha mai smesso di stare nelle parti alte delle classifiche inglesi (e non solo). Successo raggiunto anche con quest’ultimo Songs For The Drunk And Broken Hearted, album uscito a inizio 2021 (anche se era stato programmato per il 2020) e nobilitato da fini benefici: tutti i profitti del disco, infatti, sono stati devoluti all'Ecologi e all'Eden Reforestation Project, un'organizzazione senza scopo di lucro che lavora nei paesi in via di sviluppo per ricostruire i paesaggi naturali distrutti dalla deforestazione. A prescindere da questi meritevoli intenti, il disco palesa immediatamente i suoi contenuti a partire dal titolo, in tal senso assai esplicito: cuori spezzati, sbronze per lenire il dolore, la difficoltà di affrontare la vita e i suoi problemi.

Apre il disco Sword From The Stone, canzone che riflette sui rapporti del songwriter con un amore del passato e con la sua famiglia. Un opener agrodolce, specchio della poetica di Passenger, a cui si allinea il resto dell'album, in cui morbidi, orecchiabili e malinconici accompagnamenti per pianoforte e chitarra fanno da sfondo a liriche cariche di intimismo e tristezza.

L’esposizione è semplice, diretta, forse fin troppo esplicita, e le storie raccontate hanno il dono della chiarezza e dell’universalità, perché possono essere condivise dall’ascoltatore. Non siamo di fronte a canzoni memorabili, di quelle che si fanno ricordare nel tempo, ma Passenger ha l’indubbia qualità di saperle rendere credibili, grazie a una schietta sincerità che aggiunge colore alle emozioni.

Il ragazzo, piaccia o no, possiede un proprio stile, a cui è da sempre fedele con invidiabile coerenza. Un tratto, questo, che se da un lato può essere definito meritevole, dall’altro, rende la proposta assai prevedibile e ripetitiva. Fortunatamente, la noia abita altrove, il suono è ben rodato e il songwriting capace di qualche guizzo emotivo che tiene a galla la barca: Suzanne è una canzone d'amore davvero struggente così come London In The Spring sa toccare le corde della malinconia, raccontandoci che si può trovare bellezza e felicità anche nelle cose più piccole, e Sandstorm, il brano più lungo del lotto, apre alle atmosfere umbratili di un cupa riflessione interiore sul fallimento.

Songs For The Drunk And Broken Hearted non è certo uno di quei dischi che cambiano il corso degli eventi e che entrerà nelle classifiche di fine anno. Tuttavia, possiede il fascino di un prodotto artigianale confezionato con cura e onestà, oltre a quella giusta dose di empatia, che rende indissolubile il legame dell’artista coi propri fan.

VOTO: 6,5

 

 

Blackswan, venerdì 18/06/2021
 

mercoledì 16 giugno 2021

THE PERSUADERS! - JOHN BARRY (CBS, 1971)

 


C’era un tempo, i più giovani di voi stenteranno a crederlo, in cui non esistevano cellulari, computer, giochi elettronici e pay tv. Non esistevano nemmeno Mediaset, La7, Dazn, Prime, Netfix e Sky, e i canali televisivi si contavano sulla punta delle dita della mano di un monco: Rai1, Rai2 e la Svizzera Italiana (solo successivamente si aggiunsero Rai3 e Capodistria). Il palinsesto era quantitativamente modesto, ma la qualità della programmazione era decisamente di ottimo livello. Poche cose, ma di spessore. L’unicità dell’evento e la programmazione diluita nel tempo, poi, creavano ricordi indelebili e contribuivano fattivamente alla formazione di un giovane, cosa che oggi non avviene, considerate l’inflazione della proposta, il martellamento mediatico e la velocità (e voracità) del consumo. Quante serie tv sono in programmazione, oggi? Così tante, che a volerle vedere tutte non basterebbero una decina di vite. Di quante ci ricordiamo qualche mese dopo la messa in onda? Di poche, quasi nessuna, oserei dire. E non perché sono brutte (alcune sono decisamente avvincenti), semplicemente perché sono troppe.

Un tempo, le serie tv si chiamavano telefilm, e prima degli anni ’80, decennio in cui prese piede la televisione commerciale, erano un appuntamento circoscritto ad orari prestabiliti. Rai, ore 19.20 tutti i giorni e, poi, un diverso palinsesto la domenica, quando, ad esempio, andava in onda l’irrinunciabile appuntamento con Attenti A Quei Due (era il 1974). La serie, interpretata da due star del cinema internazionali del livello di Tony Curtis e Roger Moore, era il più classico dei polizieschi per famiglie: nessun efferato omicidio, nessuna scena grandguignolesca, nessun genio della scientifica che risolve il caso analizzando peli pubici, ma scazzottate, inseguimenti, qualche, vagamente allusiva, chiappa al vento e soprattutto molto humor.

I protagonisti erano il nobile inglese Brett Sinclair (interpretato dallo 007 Roger Moore), raffinato, colto, elegante e dotato di britannico aplomb, e il ricco self made man americano Danny Wilde (uno strepitoso Tony Curtis), che al contrario del suo partner era estroverso, caciarone, rissoso e un po’ grezzo. La trama gialla, in realtà, era solo un pretesto, e il telefilm si reggeva soprattutto sull’interazione/contrapposizione tra Wilde e Sinclair, i cui antitetici caratteri, il diverso ceto sociale di provenienza e gli opposti stili di vita erano sempre motivo di scanzonato antagonismo e gustosi siparietti.

Tutti quelli che hanno seguito con passione il telefilm (che oggi potreste trovare su qualche canale dedicato alla nostalgia di quegli anni), non avranno dimenticato, e come mai potrebbero?, la leggendaria sigla iniziale: le foto di Roger Moore e Tony Curtis che scorrono affiancate una all’altra a riassumere i momenti salienti delle reciproche esistenze, sulle note malinconiche di The Persuaders, composizione a firma di John Barry. Un nome, questo, che, se non siete addetti ai lavori, vi dirà poco, salvo poi scoprire che lo straordinario compositore britannico (ci ha lasciati dieci anni fa), oltre a The Persuaders, compose anche la musica per dodici film della serie di James Bond e vinse ben cinque Oscar per le migliori colonne sonore: due nel 1967 per Nata Libera, uno nel 1969 per Il Leone D’Inverno, uno nel 1986 per La Mia Africa e uno, l’ultimo, nel 1991, per Balla Coi Lupi.

Scritta da Barry nel 1971, The Persuaders venne registrata utilizzando il Moog, sistema di sintetizzatori molto in voga in quel periodo (chiedere a Emerson Lake & Palmer per conferma), e il Cimbalon, strumento musicale a corde battute o pizzicate, originario dell’Ungheria. Una strumentazione anomale per una canzone che fu un singolo di successo in molti paesi europei (tra cui Francia, Germania e Paesi Bassi), contribuendo allo status di culto della serie in Europa. Una curiosità: il lato B del 45 giri conteneva un’altra canzone di Barry, The Girl with the Sun in Her Hair, un altro brano strumentale, che venne utilizzato come jingle per lo spot televisivo dello shampoo Sunsilk.

 


 

 

Blackswan, mercoledì 16/06/2021