lunedì 19 luglio 2021

JEAN - CLAUDE IZZO - CHOURMO, IL CUORE DI MARSIGLIA (Edizioni E/O, 2021)

 


«Mi dicono a volte che i miei libri sono neri e pessimisti, ma il più bel complimento che spesso mi hanno fatto è dirmi che quando si finisce di leggerli viene una maledetta voglia di vivere».
Jean-Claude Izzo

 

Montale, il protagonista della trilogia noir di Jean-Claude Izzo, ha lasciato la polizia e cerca di vivere secondo un’antica filosofia del suo paese, seguendo il ritmo lento del mare, andando a pesca, sedendo al bar con gli amici per una partita di belote o una discussione politica, sorseggiando un vino rosato e gustando la cucina provenzale della vecchia Honorine... Perché «di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice». Ma Marsiglia, il Mediterraneo, non sono solo i luoghi possibili di un’arte del vivere bene; sono anche focolai di odio e di violenza. E Montale viene risucchiato in un’indagine (non più in divisa) che parte dall’omicidio di un suo cugino adolescente e lo porta dritto dritto negli interessi mafiosi sul porto della città, negli ambienti razzisti del Fronte nazionale, nei traffici d’armi degli integralisti islamici.

Chourmo, uscito per la prima volta nel 1996, è il secondo capitolo della trilogia che vede come protagonista Fabio Montale, ed è il seguito dell’iconico Casino Totale, uscito l’anno precedente. Montale, che ha lasciato la polizia, si mette alla ricerca del figlio della cugina, sparito misteriosamente, dopo essere scappato di casa. Quando scopre che il ragazzino è stato ucciso, l’ex poliziotto inizia a dipanare la complessa matassa dei rapporti fra Fronte Nazionale, terrorismo islamico e malavita organizzata, che lo porterà a scoprire una terribile e inquietante verità.

Anche in questo caso, è l’elemento noir a dare l’abbrivio a un romanzo, la cui trama gialla è solo un pretesto per indagare sull’animo umano, sulla società e su scottanti temi, sempre d’attualità, come l’integrazione e il razzismo. Jean Claude Izzo non è un giallista, o almeno, non solo: i suoi intenti sono altri, più profondi.

C’è, in primo luogo, una citta da raccontare, quella Marsiglia in cui lo scrittore ha vissuto tutta la vita e con cui aveva instaurato un profondo legame fatto di amore e d’odio. Marsiglia, una meravigliosa città portuale che, che riesce ancora a regalare angoli a dimensione d’uomo e rapporti interpersonali saldi, veri e sinceri, tenuti in piedi attraverso il collante del Chourmo, una parola che significa destino condiviso, reciproco aiuto, identità e molto altro. La Marsiglia del vino buono, del pesce fresco, delle tradizioni nate dall’intreccio di culture e dal meticciato, la Marsiglia del mare a perdita d’occhio, testimone silenzioso, affascinante e distante, delle miserie umane, rifugio dal dolore e ipotesi di fuga.

E poi, c’è la Marsiglia delle periferie, crocevia del traffico di stupefacenti, una polveriera pronta a esplodere, in cui violenza, razzismo e morte, sono all’ordine del giorno e rubano le aspettative e il futuro di adolescenti confusi, smarriti, privi di speranza. E’ questo ciò che davvero conta per Izzo: raccontare l’uomo nelle difficoltà, suggerire una possibilità d’integrazione e schierarsi al fianco dei più deboli.

Con lo sguardo romantico e malinconico, e una prosa asciutta, acuminata e profonda, Izzo fa del suo Montale (marsigliese, ma di origini italiane) un eroe schivo e depresso, popolare e progressista, vittima delle stesse contraddizione della città in cui vive, ma capace sempre, nonostante le conseguenze, di tenere dritta la barra dell’umanità e dell’empatia. Montale è un meraviglioso perdente, che lotta nonostante la consapevolezza della sconfitta, che accetta con rassegnazione e un filo di cinismo il proprio destino, ma che non smette mai di schierarsi al fianco dei più deboli. E’ possibile cambiare il mondo? No, è il messaggio pessimista di Izzo: nessuna speranza e nessun futuro. Tuttavia, vale la pena provarci, perché è ciò che facciamo per gli altri a dare un senso alla nostra esistenza e a giustificarla.

Se ne è andato troppo giovane, Jean Claude Izzo, lasciando un vuoto incolmabile nella letteratura francese e nel cuore di tanti lettori. Un autore di culto, che ancora pochi conoscono, e che invece meriterebbe di essere assurto nel novero dei più grandi autori del ‘900. Se amate le letture di spessore, correte a leggere i suoi romanzi: traboccano d’amore e di vita, quella vera.

Blackswan, lunedì 19/07/2021

venerdì 16 luglio 2021

THE SHINS - OH, INVERTED WORLD (Sub Pop, 2001)

 


Nati dalle ceneri dei Flake Music, originari di Albuquerque (Nuovo Messico) ma successivamente di stanza a Portland (Oregon), i Shins (nella formazione originale: James Mercer, voce e chitarra, Marty Crandall, basso e tastiere, Neil Langford, basso, Jesse Sandoval, batteria) esordiscono, il 19 giugno 2001, con Oh, Inverted World, un disco, che ne suoi vent’anni di vita, ha acquisito l’aura di opera di culto e spinto la band, con il placet della stampa specializzata, ai vertici delle gerarchie dell’indie pop americano.

E non certo per caso, visto che le loro canzoni, così eccentriche, sghembe e fantasiose, che guardano e raccontano la fragilità del un mondo e di esistenze cronicamente incasinate, suonavano (e suonano ancora) argute e originali. Una musica apparentemente di assoluta semplicità, che non si prefigge obiettivi rivoluzionari, una musica esuberante ma struggente, rinfrescante, esilarante e immediatamente accessibile, che, tuttavia, ricompensa l'ascoltatore regalando piccole e deliziose scoperte ad ogni singolo ascolto.

Ma andiamo con ordine. Formatisi nel 1996 in uno dei posti più improbabili per la nascita di una rock band di successo, Albuquerque in New Messico, gli Shins (a quei tempi, solo James Mercer e Jesse Sandoval) nacquero come progetto parallelo del loro gruppo già affermato Flake Music. Alla fine i Flake furono messi in ombra dal nuovo corso e si sarebbero poi sciolti nel 1999. Nel 1998 agli Shins fu, invece, chiesto di aprire per gli amici Modest Mouse, ed è durante quel tour che furono notati e messi sotto contratto dall'etichetta Sub Pop Records, con sede a Seattle. L’inizio, questo, di una relazione reciprocamente vantaggiosa, visto che la Sub Pop fornì alla band capitanata da Mercer il trampolino di lancio per la celebrità e i The Shins rianimarono le vendite di un’etichetta, che aveva da tempo esaurito i suoi giorni migliori.

Inizia così un periodo particolare difficile per James Mercer, mente pensante della band, che si trovò catapultato da Albuquerque a Seattle, che cambiò radicalmente vita, chiudendo anche una lunga relazione amorosa, che si staccò dagli affetti e dalle abitudini, chiudendosi in una sorta di isolamento per comporre e perfezionare il materiale del disco, con la sensazione che tutto stesse andando in fumo, prima ancora di veder pubblicata una sola nota.

Preoccupazioni risultate, poi, infondate, visto che Oh, Inverted World vendette la bellezza di 100.000 copie in due anni, quando le proiezioni di vendita della Sub Pop si attestavano sulle 10.000. Il successo vero, però, arrivò nel 2004, quando due canzoni dell'album (New Slang e Caring Is Creepy) furono inserite nella colonna sonora de La Mia Vita a Garden State, stralunato film millenial diretto e interpretato da Zach Braff al fianco di un’incantevole Natalie Portman. Il film mise sotto i riflettori la musica degli Shins, un melange colorato da suoni lo-fi e melodie sghembe, da pop, rock, psichedelia e folk, da luminosi barbagli di sole e da un sottile fil rouge di delicata malinconia. Una musica che potrebbe definirsi quasi revivalista, visto le tante influenze provenienti dal passato (The Beatles, The Zombies, The Beach Boys, The Smiths, per citarne alcune), se non fosse che tutte quelle citazioni trovano il loro perfetto punto di fusione all’interno di una miscela seducente, un po' moderna e un po' retrò, che, in fin dei conti, appartiene solo ed esclusivamente al talento di Mercer.

Oh Inverted World è un album così bello che sembra quasi impossibile possa essere il debutto di una band di egregi sconosciuti, capace di raggrumare in soli trentatre minuti un arsenale melodico che lascia senza fiato. Il disco inizia con Caring is Creepy, e basterebbe questa per rendersi conto della caratura del songwriting del leader: riff di chitarra asciutto ed efficace, drumming claudicante, sbuffi di hammond e melodia solare per accompagnare, invece, un testo che parla dell’angoscia di vivere, della nostra incapacità di incidere sugli avvenimenti dell’esistenza, quasi fossimo pedine nelle mani di un supremo che si prende gioco della nostra finitezza.

Ed è solo l’inizio di un percorso tanto breve quanto irresistibile: la malinconica One By One All Day strizza l’occhio alla psichedelia e a Brian Wilson, Weird Divide, ispirata al trasferimento di Mercer a Seattle e ai cambiamenti incorsi nella sua vita, fa rivivere Simon & Garfunkel in una dimensione pop fluttuante a mezz’aria, Know Your Onion! è irresistibilmente sbarazzina, pur raccontando le incertezze e le paure dell’adolescenza, la pimpante Girl On The Wing con il suo incedere quasi funky e il retrogusto anni ’60 possiede un pungente sapore agrodolce, e la traccia finale, The Past and Pending, acustica e appena scossa da un suadente corno francese, è la conclusione commovente di un disco fantastico.

Restano da dire due parole anche su New Slang, in assoluto la canzone più famosa del repertorio dei Shins. Un brano che cattura tutti i crucci della nostra epoca, e la cui melodia riecheggia l'inquietudine di canzoni di Simon & Garfunkel come Sounds of Silence, apparentemente dimesse eppure visivamente potenti nel raccontare quanto caduche siano la vita e la felicità e quanta insoddisfazione proviamo nel momento in cui ce ne rendiamo conto. Tre minuti e cinquantun secondi di autentico struggimento, oscillante fra languori nostalgici e picchi di arresa malinconia, una canzone che da sola vale una carriera e che si è conquistata un posto nell’Olimpo tra le più emozionanti melodie degli anni ’00.

Oh Inverted World apre agli Shins la strada del successo e della popolarità ma è anche il primo passo verso la disgregazione interna: nel 2012, dopo altri due album di successo e una pausa di cinque anni, la line up degli Shins si è ridotta al solo Mercer, che continua in solitaria facendosi affiancare dal produttore Danger Mouse, con cui dà vita anche al progetto Broken Bells.

In attesa del nuovo e auspicato nuovo capitolo della carriera di Mercer, vale davvero la pena riscoprire questo esordio, che nel 2021 compie vent’anni di vita e torna a essere pubblicato, previa rimasterizzazione, sia in cd che in vinile. Imperdibile, per chi ama l'indie pop.

 


 

 

Blackswan, venerdì 16/07/2021

mercoledì 14 luglio 2021

BLACKBERRY SMOKE - YOU HEAR GEORGIA (Thirty Tigers/Legged Records, 2021)

 


Che il southern rock, nel corso del tempo, sia cambiato è un dato di fatto. Dal suo periodo di massimo splendore negli anni '70, con artisti del calibro di Lynyrd Skynyrd, The Allman Brothers, Blackfoot e ZZ Top, il genere ha visto le proprie peculiarità scolorire ed è stato per buona parte assorbito dal country. Fortunatamente, ci sono ancora band, là fuori, che lo tengono in vita, inclusi, dal 2001, i Blackberry Smoke, i cui album, anche se li puoi trovare nelle classifiche country, sono rock sudista in tutto e per tutto. Il loro settimo disco, You Hear Georgia, conferma tutte le cose buone che abbiamo sempre scritto e pensato a proposito della band, che si ripresenta in straordinaria forma, con un lavoro ancora più southern rispetto al suo predecessore, Find a Light del 2018, che aveva virato un po' nel territorio dell'alt-rock.

La prima traccia Live It Down si apre con un riff di chitarra sgangherato, ruvido, bluesy e sudista, e tira fuori un groove quasi funky, aprendo il disco come meglio non si potrebbe. E’ questa la matrice di la scaletta, che prende anche direzioni diverse, certo, ma che suona tutta esattamente come si apre: verace, sanguigna, ricca degli afrori e dei profumi della Georgia evocata nel titolo, che sanno di sentito omaggio e incondizionato amore verso la terra natia. Merito anche del produttore Dave Cobb, autentico genietto del sound made in America, che tratta la materia con autentica maestria e accuratezza filologica, regalando alla band un suono vintage, eppure autentico e incredibilmente fresco.

Se la title track è ruvida come l’opener, All Rise Again martella le casse, virando verso un hard blues pesante e muscolare (ci sono anche la voce e la chitarra del super ospite Warren Haynes) e All Over The Road spinge il piede sull’acceleratore di un rock’n’roll adrenalico in derapata slide, la band capitanata da Charlie Starr sa anche creare ballate avvolgenti come la bucolica Old Enough To Know, luminosi mid tempo country rock come la meravigliosa Ain’t The Same, saltellanti divertissement (Hey Delilah) e lentoni country dal sapore outlaw (Lonesome For A Livin’, con Jaime Johnson come ospite).

You Hear Georgia è disco pimpante e orgogliosamente sudista, legato alle radici, certo, ma che esprime uno stile immediatamente identificativo e che fotografa al meglio una band che sta scrivendo pagine importanti di un suono che è duro a morire, nonostante tutto.

Se tutto andrà bene, dovrebbero arrivare in Italia a febbraio del prossimo anno: il nostro consiglio è di non perdervi il loro ruggente live act. In attesa, salite in macchina, abbassate il finestrino e, capelli nel vento, godetevi questo ottimo disco, che sembra scritto apposta per puntare l’orizzonte di questa calda estate italiana.

VOTO: 7,5

 


 


Blackswan, mercoledì 14/07/2021

martedì 13 luglio 2021

EVA CASSIDY - LIVE AT BLUES ALLEY/NIGHTBIRD (Blix Street Records, 1997)

 



Eva Cassidy se ne è andata prestissimo, a soli trentatre anni, proprio quando il fiore del suo luminoso talento stava sbocciando in tutta la sua rigogliosa meraviglia. I greci antichi dicevano che chi muore giovane è caro agli Dei: affermazione, questa, che se da un lato aveva un intento consolatorio verso chi aveva prematuramente perso un affetto, dall’altro sottintendeva qualcosa di più importante. L’idea, cioè, che una bella morte in giovane età (la valenza del gesto estetico, peraltro, contribuiva all’accrescimento del mito) strappava l’individuo all’oblio e lo consegnava definitivamente all’eternità del ricordo e della leggenda. Era la poesia degli eroi, che nell’antichità contribuì, ad esempio, a nutrire il mito di Achille, e che, rapportata alla musica rock, ambito nel quale il dato iconografico e la letteratura sono fondamentali, potrebbe valere, ad esempio, per raccontare la fine di uno a caso dei deceduti appartenenti al numeroso club dei 27. Ciò che gli dei riservarono per Eva Cassidy, invece, sembra più il frutto di un ordito malvagio, che il desiderio di consacrare un immenso talento artistico a fama imperitura. Eva nasce a Washington il due febbraio 1963 e, come molto spesso accade, è spinta alla musica dal padre, con cui iniziò a esibirsi molto giovane in piccoli club della città. L’asticella, però, si alzò solo più tardi (1986), quando la Cassidy fu notata dal produttore Chris Biondo, il primo a intravvedere in lei doti interpretative non comuni. Il gruppo con cui esordì, la Eva Cassidy Band, la collaborazione con un mito del funk, Chuck Brown, e un disco, The Other Side, con lui realizzato nel 1992, furono il trampolino di lanciò per una carriera che, però, stentò a decollare. Tanto che la Cassidy, come succede a molti musicisti alle prime armi, non smise di esercitare la professione di infermiera, che le consentiva di sbarcare il lunario. Poi, sul finire del 1995, arriva la svolta che, davvero, potrebbe cambiare il corso degli eventi. Eva molla il lavoro e con l’aiuto di Biondo, organizza due serate al Blues Alley di Washington (il 2 e il 3 gennaio del 1996), un piccolo localino jazz, che, nonostante le feste natalizie, rimase aperto per l’occasione. 

 L’intenzione è quella di pubblicare un disco con il meglio tratto dalle due esibizioni. Il fato, tuttavia, si accanisce con la Cassidy: la registrazione della prima serata va perduta per problemi tecnici; quella della seconda serata, che confluirà in Live At Blues Alley, vede, invece, la Cassidy non in perfette condizioni fisiche, causa un fastidioso raffreddamento. Sarà. Ma quando Eva sale sul palco e inizia a cantare si aprono le porte del Paradiso. Perché la Cassidy, come più di un critico non ha avuto esitazioni ad affermare, è stata la più grande cantante di tutti i tempi. Basta ascoltare questo unico, e sfortunatissimo esordio (il disco fu, ai tempi, un flop commerciale), per rendersi conto di quanta duttilità fosse dotata la sua voce impossibile, capace di rileggere e interpretare senza tentennamenti e con gusto originale ballate soul da svenimento (People Get Ready di Curtis Mayfield), standard jazz già passati attraverso ugole importanti (Autunm Leaves, Check To Check, What A Wonderful World) e hit del pop contemporaneo, come Fields Of Gold di Sting. Eccola lì sul palco, Eva, infreddolita e intabarrata, chitarra acustica o elettrica tra le braccia, e una voce possente che cerca con forza lo spazio circostante fino a riempirlo tutto, raggiungendo un’estensione concessa solo alle più grandi di sempre. E non è un caso, a tal proposito, che la Cassidy venga spesso paragonata a Aretha Franklin, anche se, per lo straordinario eclettismo e il triste epilogo della propria vita, azzarderei un accostamento con un’altra straordinaria cantante americana, Laura Nyro, la quale, guarda caso, morì nel 1997, proprio l’anno successivo la dipartita della Cassidy. Già, perché Eva Cassidy, se ne andò per un melanoma nel 1996, senza riuscire a vedere la pubblicazione dell’album che, sperava, avrebbe potuto finalmente farla entrare nel firmamento luminoso dello star system. 


Tre anni dopo, è il 1999, gli Dei, forse pentitisi del grande torto fatta alla musica e a quella povera e appassionata cantante, decisero nuovamente di mettere mano al destino e di cambiare il corso degli eventi. E da qui, nasce un’altra storia, una storia a cui nessuno crederebbe, se non ci fossero inoppugnabili dati alla mano a dimostrarlo. E’ una fredda mattina di novembre, quando Fred Taylor, proprietario dello Scullers Club, un locale dove si suona musica jazz dal vivo, mentre sistema le sue cose, mette sul piatto Songbird, uno raccolta postuma della Cassidy, pubblicata l’anno prima. Ascolta la prima delle canzoni in scaletta, la cover di Fields Of Gold di Sting, e quasi sviene dall’emozione. “Stavo lì a studiare le mie carte e sono rimasto incantato - racconta Taylor al Boston Globe - mi sono fermato, ho mandato indietro il pezzo e ho ascoltato con attenzione tutto il disco, traccia per traccia. Me ne innamorai e decisi che dovevo assolutamente trovarla per farla suonare nel mio locale". Eva però non c’era più, era scomparsa tre anni prima, senza essere riuscita a portare la propria musica fuori dagli angusti confini di Washington. "Quando mi dissero che era morta nel '96 mi disperai - ricorda Taylor - pensai che nella mia carriera mi avevano entusiasmato molti artisti, avevo scoperto anche qualche talento, ma 'Autumn Leaves' come la cantava lei, mi dava delle emozioni mai provate prima". Taylor allora chiamò un amico che lavorava alla WBOS-FM, una radio locale di Boston, consigliandogli il disco, e fu così che Songbird trovò spazio con sempre più frequenza nelle programmazioni radiofoniche, suscitando fra gli ascoltatori un incontenibile entusiasmo. Il nome di Eva Cassidy cominciò allora a circolare negli ambienti che contano e Songbird scalò le classifiche di mezzo mondo, raggiungendo la prima piazza delle charts britanniche e preparando terreno fertile all’ascesa di quel fenomeno planetario che prenderà il nome di Amy Winehouse. 

A fine 2015, è uscito l’ennesimo disco postumo (Nightbird) che, però, a differenza di tanti altri pubblicati dopo il successo di Songbird (pecunia non olet), ha il merito filologico di recuperare l’intero concerto tenuto nel 1996 dalla Cassidy al Blues Alley. Le canzoni, originariamente dodici, diventano quindi trentuno, e gli inediti assoluti sono ben otto (nel box set è contenuto anche un artigianale dvd in bianco e nero che documenta la serata). Il livello di questi brani, recuperati dall’oblio, resta comunque mostruoso, come testimoniano la cover di Something’s Got A Hold On Me di Etta James e un’incredibile Ain’t No Sunshine di Bill Whiters, solo per citarne alcune. Cresce così il rimpianto di non aver visto all’opera questa straordinaria soul woman morta prematuramente, che oggi avrebbe solo cinquantadue anni e sarebbe stata in grado di mettere in fila tutte le Adele del pianeta. Vallo a spiegare agli Dei cosa ci siamo persi.

 


 

 

Blackswan, martedì 13/07/2021

lunedì 12 luglio 2021

MOBY - REPRISE (Deutsche Grammophon, 2021)

 


Grazie a un album come Play, uscito nel 1999, e al successo che ne è derivato, Moby avrebbe potuto vivere di rendita tutta la vita. Invece, l’eclettico dj/produttore ha continuato a scrivere canzoni che hanno attraversato due decenni, e ha esplorato, nel corso degli anni, numerosi spazi sonori che l’hanno fatto approdare a quest’ultimo Reprise, un disco che rilegge il meglio del suo repertorio, riproposto in chiave orchestrale e acustica. Quattordici brani in scaletta, che provengono da Play, ovviamente, ma anche dall'altro successo mainstream di Moby, 18 del 2002, e poi, ancora, da Hotel del 2005, Innocents del 2013, dall'omonimo debutto del 1992 e da Everything Is Wrong del 1995.

È solo un piccolo assaggio del variegato mondo musicale di Moby, eppure, grazie all’ottimo lavoro in fase di arrangiamenti e alla presenza di svariati ospiti, alcuni noti, altri meno, Reprise possiede una propria coerenza e vitalità, e sembra davvero abbracciare con esaustività la trentennale carriera del musicista newyorkese.

Un disco che si muove su un terreno acustico, a volte quasi intimo, ma non per questo privo di enfasi ed energia. E’ il caso, ad esempio, di Why Does My Heart Feel So Bad (da Play) e, ancor di più, di Lift Me Up, trainata da un basso pulsante e avvolta dal respiro profondo degli archi: un brano trasfigurato, ma ancora vivo e in salute, che ha perso il suo battito sintetico, sostituito da quello, non meno vivido, del cuore.

Sono rivisitazioni davvero azzeccate, quelle di Moby, riletture che trasformano brani arcinoti in qualcosa di estremamente eccitante, che piacerà, ne sono sicuro, anche ai fan della prima ora. In tal senso, l'orchestrazione dalla Budapest Art Orchestra possiede un ruolo che non può essere affatto. Si pensi all’opener Everloving, una delle gemme di Play, introdotta anche qui dalla chitarra acustica, ma poi rivisitata, nel suo incedere lento e magniloquente, attraverso il suono di un violino e di un pianoforte scintillanti, entrambi poi sostenuti dalla potenza evocativa degli archi.

La successiva Natural Blues, forse il brano più noto di Moby, abbraccia una nuova vitalità: entrambe le versioni sono esplosive, ma in modi diversi, perché se l’originale era simile a un mantra ipnotico, questa versione suona più gioiosa, grazie anche ai contributi vocali dei cantanti jazz Gregory Porter e Amythyst Kiah, che aggiungono stuzzicanti spezie gospel a un piatto già di per sé saporito.

Go, il primo successo datato 1992, è qui rivisitato in salsa afro-caraibica e indirizzato verso un mood quasi cinematografico, che sostituisce l’allegria dell’originale con un cupo epos contemplativo. Nonostante un viaggio lungo trent’anni per vestire nuovi abiti, la canzone non risente minimamente del tempo trascorso, anzi sembra freschissima, come fosse stata scritta ieri. E gioca ancora col cinema, Moby, riproponendo la splendida Extreme Ways, colonna sonora della serie dedicata a Jason Bourne. In questo caso, gli archi sintetici sono sostituiti da quelli veri e i beat sono scomparsi in favore di una chitarra acustica dal sapore quasi folk: una versione, questa, che surclassa decisamente l’originale.

La performance del pianista islandese Víkingur Ólafsson mette in risalto il mood sinfonico di God Moving Over The Face Of The Waters (da Everything Is Wrong del '95), canzone, questa, stilisticamente simile all'originale, anche se decisamente meno sintetica. Ed è splendida anche la rilettura in chiave jazz di We Are All Made Of Stars (da 18), trainata dal pianoforte e punteggiata dall’inusuale, per il jazz, suono del violino.

La vetta del disco, e suo cuore emotivo, è però la splendida The Lonely Night, cantata in duetto da Mark Lanegan (già presente nella versione originale) e Kris Kristofferson, il cui vocione grave conferisce al brano un’inedita profondità da far tremare le vene dei polsi. A sorpresa, compare anche una cover di Heroes di David Bowie: una versione lenta e struggente, cantata da Mindy Jones, che non sfigura di fronte all’originale.

Chi pensava a Reprise come un’operazione meramente commerciale, al pari di un disco di cover, si dovrà ricredere, perché se è vero che la maggior parte di queste canzoni sono assai note, è altrettanto vero che il lavoro di restauro da parte di Moby le ha trasformate in qualcosa di diverso, che suona intenso ed emozionante. Non un disco riempitivo, dunque, ma una nuova, imperdibile, tappa di una carriera straordinaria.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, lunedì 12/07/2021