venerdì 20 agosto 2021

LUCKY MAN - EMERSON, LAKE & PALMER (Island, 1970)

 


Il denaro, il prestigio sociale, le onorificenze e il potere magari non daranno la felicità ma aiutano a vivere bene, sicuramente meglio di come vivono tanti esseri umani che si affannano per sbarcare il lunario e restano invisibili agli occhi del mondo. Se uno possiede tutte queste cose è quel che si dice un uomo fortunato, nato con la camicia e destinato a una vita ricca ed emozionante. Salvo che, poi, quando meno te lo aspetti arriva Lei, la morte, la triste mietitrice che non guarda in faccia nessuno e non fa sconti, inarrestabile e spietata. E allora non basta tutto l’oro del mondo né un venerato potere a salvare dal sonno eterno: nessuno è mai abbastanza fortunato da scampare al suo esiziale destino.

E’ questo il tema di Lucky Man, canzone che chiude il disco d’esordio degli Emerson Lake & Palmer (1970) e che fu scritta da Greg Lake per dare sfogo a una “fantasia medioevale” che gli frullava per la testa. Una canzone ambientata lontano nel tempo, nei secoli epici de “le donne, i cavalier, l’arme, l’amore, le cortesie e le audaci imprese”, il cui testo semplice racconta di un ricco possidente, rispettato e amato da bellissime donne, che parte in guerra per ordine del re e viene ucciso sul campo di battaglia: “Vestito di gloria ti ha chiamato la guerra. Per il Re. Il Suo Onore, la Patria e la Terra.  Ma tutti i tuoi soldi, le donne e l'onore non han fermato la palla che ti ha spaccato il cuore”.

La canzone, che una volta pubblicata si rivelò un grandissimo successo, ebbe una gestazione molto lunga. Il brano, infatti, fu scritto da Lake a dodici anni, dopo aver studiato i primi rudimenti di chitarra, fu tenuta nel cassetto per un decennio e quindi, nel 1969, proposta ai King Crimson, band nel quale il bassista/cantante militava, senza tuttavia accogliere i favori degli altri membri del gruppo.

Lucky Man fu quindi portata in dote agli Emerson Lake & Palmer, l’anno successivo: quando il trio si rese conto di non aver materiale a sufficienza per chiudere il disco d’esordio, Lake si ricordò di quel suo vecchio brano. Così si mise a strimpellarla, suscitando, però, soprattutto in Emerson, un tiepido entusiasmo.

Una sera, quando il tastierista era al pub a farsi un paio di pinte, Lake e Palmer si misero a registrarla: prima chitarra acustica e batteria, poi basso, chitarra elettrica e cantato. La coda del brano, però, era vuota, mancava un finale che desse un senso a tutta la composizione, e così Emerson si rese disponibile a provare a ricamarci sopra un assolo di Moog. Mentre suonava, Lake schiacciò il tasto della registrazione, e così quella che doveva essere una semplice prova, divenne la versione definiva del brano, nonostante le lamentele di Emerson, non convinto della bontà del lavoro fatto.

La storia, poi, diede ragione al bassista: Lucky Man, e la triste storia che raccontava, venne pubblicato come singolo, vendette molto bene, soprattutto negli States, e divenne uno dei cavalli di battaglia della band.

 


 

 

Blackswan, venerdì 20/08/2021

giovedì 19 agosto 2021

BILLIE EILISH - HAPPIER THAN EVER (Darkroom/Interscope Records, 2021)

 


Sono passati solo due anni dall’album di debutto di Billie Eilish e dal clamore mediatico che ha suscitato. Due anni che, coi ritmi frenetici dei nostri tempi, sembrano un’eternità in cui tutto può succedere. Così, non c’è da stupirsi se la Eilish, che ha solo 19 anni, nel brano di apertura di Happier Than Ever, canta “sto invecchiando", perché probabilmente è plausibile, vestendo i suoi panni, sentirsi più vecchi. Due anni, il successo planetario, la pandemia e il lockdown, la vita che cambia, rapida come una saetta.

Il suo album di debutto When We All Fall Asleep, Where Do We Go? non è stato solo un enorme successo globale, ma anche un album che ha alterato significativamente la musica pop mainstream. Due anni dopo, le piattaforme di streaming traboccano di cantautori adolescenti che descrivono tristemente le loro vite, con lo sguardo depresso e le lacrime agli occhi. Eilish ha sovvertito le regole, non c’è dubbio e lo ha fatto in soli due anni. Un lampo o un’eternità, dipende dai punti di vista.

When We All Fall Asleep… era un disco che raccontava i traumi adolescenziali universali – romanticismo, edonismo, social, gruppi di amicizie – come fantasie horror-comiche consapevolmente inquietanti, creando un immaginario di carri funebri, lingue cucite, amici seppelliti, pareti di marmo schizzate di sangue. Quella macabra, ma tutto sommato giocosa, ironia è meno evidente in questo nuovo lavoro. Sfarfalla di tanto in tanto, come nell'esplorazione della celebrità nell'era dei social media di Overheated, o su NDA, dove il ragazzo con cui Billie flirta è obbligato a firmare un accordo legale di riservatezza. Ma sono solo momenti, perché il mood generale di Happier Than Ever è notevolmente più cupo.

Your Power e Getting Older trattano entrambe di coercizione sessuale - la prima in modo esplicito, la seconda in modo più obliquo – e sono canzoni adulte, dallo sguardo disincantato, ferito. Sono passati due anni, e Billie è una persona diversa, un’artista diversa, che porta sulle spalle pesi prima inimmaginabili. Non è un caso che l'argomento principale dell'album, sia la fama e il suo impatto negativo sull’artista: ??gli stalker sono in agguato, le relazioni interpersonali vengono intossicate, la privacy non esiste ed è impossibile far tacere l'opinione pubblica su ogni aspetto della vita privata. L'argomento si insinua persino nelle canzoni d'amore dell'album: nella title track, Eilish si chiede se l'oggetto del suo amore abbia letto le sue interviste sul web e in My Future la cantante ritiene impossibile conciliare una storia d'amore con i progressi della sua carriera.

E’ cambiata la narrazione e in qualche modo è cambiata anche la musica: la scaletta sembra meno coesa, più eterogenea, con qualche inaspettata apertura cantautoriale. Se l’impianto sonoro è sostanzialmente simile a quello del suo predecessore (le voci sussurrate, il canto con influenze jazz, il mood intimo, la predominanza dell’elettronica, qualche occasionale ricamo di chitarra o pianoforte), il quadro complessivo, però, risulta più sommesso, meno appariscente. E un paio di momenti percorrono traiettorie decisamente lontane dal lavoro precedente di Eilish: l’inaspettata Billie Bossa Nova, che sembra un pastiche scherzoso, e il beat techno di Oxytocin, trainata da un synth atonale, sono figlie di una visione decisamente nuova.

Come nuovo è il mondo che, oggi, circonda la Eilish, la sua persona, la sua arte. Un mondo che ha trasformato la ragazzina emo in donna, che vive la celebrità a fatica, con sofferenza. Certo, ascoltare una pop star che si lamenta di essere una pop star di solito è snervante. Eppure, questo tema, plasmato dalle sue mani, con quella voce e quel pathos, sembra davvero toccante e credibile. C'è qualcosa di molto realistico in canzoni come Not My Responsibility, Overheated e Getting Older, in cui la Eilish oscilla fra gratitudine per il suo successo acquisito e la disperazione provocata dall’adulazione e dalla falsità altrui e dal peso delle aspettative che la cantante ha ingenerato.

Sono passati solo due anni dal debutto e tante cose sono cambiate. La sensazione di chi scrive è che le nuove canzoni abbiamo fino ad ora ricevuto una risposta abbastanza tiepida. E credo sia inevitabile, visti i contenuti di questo nuovo Happier Than Ever, un disco molto meno glamour e immediato, più riflessivo e maturo del suo predecessore, i cui testi, ormai, non riflettono più le vite e le esperienze dei suoi fan adolescenti: non ha molto senso fingere di essere ancora come loro quando hai venduto milioni di dischi e percorso la lunga scalinata della celebrità.

La Eilish è diventata vecchia, in soli due anni in cui è successo di tutto. Ciò non toglie nulla alla qualità di Happier Than Ever, e anzi, viene da chiedersi se, un successo meno eclatante, non possa contribuire a strutturare ulteriormente il talento artistico di una ragazza che sembra aver acquisito un linguaggio capace di essere trasversale e toccare cuori e menti anche di chi, come il sottoscritto, ha parecchi anni più di lei. Se così sarà, lo scopriremo fra due anni. Nel frattempo, godetevi questo disco, che merita di essere annoverato fra le cose migliori del 2021.

VOTO: 8,5 




Blackswan, giovedì 19/08/2021

mercoledì 18 agosto 2021

PET SHOP BOYS - DISCOVERY: LIVE IN RIO (Parlophone, 2021)

 


Da un lustro circa a questa parte, essere fan dei Pet Shop Boys regala notevoli soddisfazioni. Ancor più del loro ultimo HotSpot (2020), disco straordinariamente fresco e divertente, che testimoniava un’ispirazione al livello dei giorni migliori, negli ultimi anni, l'attività più interessante dei Pet Shop Boys è stata, infatti, l'immersione profonda che hanno fatto nei propri archivi. A partire dal remaster dell'anno scorso del loro film del 1987 It Couldn't Happen Here, a una vasta gamma di performance televisive caricate in alta qualità sulla pagina YouTube ufficiale della band, il loro enorme corpus multimediale accuratamente rivisitato è la dimostrazione della grande energia creativa che Neil Tennant e Chris Lowe hanno regalato ai propri aficionados in quasi quattro decenni di attività.

Originariamente pubblicato come film concerto negli anni '90, ma ora ristampato come album dal vivo, Discovery: Live in Rio - 1994 cattura il primo viaggio dei Boys in Brasile, tappa di un tour globale, per promuovere Very (1993), tra Singapore, Australia e America Latina, parti di mondo, queste, che i Boys non avevano mai toccato prima.

Nel 1991, i Pet Shop Boys, per la prima volta a livello internazionale, avevano portato in tour un'opera teatrale elaborata e operistica catturata dal film concerto Performance. Il loro album più recente a quel tempo, Behaviour del 1990, era uno splendido affresco della loro dance postmoderna e, in parte, un'elegante elegia per amici, compagni e collaboratori scomparsi a causa dell'AIDS, e sebbene sia stato spesso considerato dalla critica come il miglior disco del duo, il materiale e il relativo tour non erano riusciti a sfondare, come si sarebbe potuto immaginare.

Con Very, invece, il duo diede vita a un significativo restyling, che meglio si adattava alla cultura DJ più ritmata del nuovo decennio, riuscendo così a mettere a segno un clamoroso successo commerciale, dal momento che quel disco sarebbe diventato il loro album più venduto in patria. Una musica da ballo più esplicita, quindi, sempre i PSB ma ancora più dandy e modaioli: Discovery fotografa questo nuovo corso, il passaggio dal teatro dell'opera delle prime esibizioni dal vivo alle atmosfere di una serata da club, che irradia glamour e appassionata condivisione col pubblico, come solo la musica popolare può fare.

Se Performance, infatti, aveva tracciato una linea di demarcazione netta tra performer e pubblico, con Tennant e Lowe che si sentivano più attori in un dramma che musicisti in una band, con Discovery, i Boys vestono con esplicita decisione i panni degli showmen. Figlia dell'energia della cultura rave, l'atmosfera è divertita e allegra, anche se non manca quel tocco di teatralità che da sempre connota le performance del duo: il film concerto (nella confezione oltre al dvd sono presenti anche due cd) è, infatti, pieno di ballerini e modelle che si pavoneggiano sul palco in perizoma, mentre Tennant e Lowe sono vestiti in abiti ecclesiastici, quasi fossero ammiccanti sacerdoti del pop.

Il modo migliore per tornare a quegli anni d’oro e godersi un filotto di canzoni (e cover) che i fan e i nostalgici faranno fatica a tirare via dallo stereo (e della tv). Per tutti gli altri, un imperdibile documento storico di una band che ha fatto ballare, e non in senso figurato, mezzo mondo e diverse generazioni.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, mercoledì 18/08/2021

martedì 17 agosto 2021

TIFFANY MC DANIEL - IL CAOS DA CUI VENIAMO (Blu Atlantide, 2021)

 


“Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sangui- nare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella e con le ginocchia abbastanza forti da poter strofinare il pavimento della cucina ogni sabato. Sarai perduta o trovata. Due verità che pos- sono accapigliarsi per l’eternità. Ma cos’è l’eternità se non un’intricata bestemmia? Un cerchio incrinato, lo spazio di un cielo acceso di fucsia. Se la portassimo giù sulla terra, l’eternità sarebbe un susseguirsi di vette lontane. Una terra nell’Ohio, dove tutti i serpenti nascosti nell’erba saprebbero in che modo gli angeli hanno perduto le loro ali. Accenderei una candela ora, ma finirei per dimenticare poi di spegnerla, e la mia casa andrebbe in cenere. Un mucchietto di cenere tanto piccolo da farmi dubitare di averne mai posseduta una. Una casa si costruisce dal principio e il mio principio sono Landon e Alka, mio padre e mia madre…”

 

Con il suo straordinario e fulminante esordio, L’estate Che Sciolse Ogni Cosa, Tiffany McDaniel ha ottenuto, grazie anche al passaparola, meritati plausi sia da parte della critica e che del pubblico. Un successo crescente, che ha portato la giovane narratrice originaria dell’Ohio a essere considerata una delle figure più interessanti della letteratura statunitense contemporanea. E a ragione, anche se cimentarsi nella lettura di un suo romanzo, però, non è operazione semplice. Non tanto per la prosa, che è agile e scorrevole, quanto semmai perché bisogna accettare di stare al suo gioco e alle regole che questo gioco comporta.

La McDaniel, infatti, rapisce letteralmente il lettore e lo trasporta in un mondo parallelo, seducendolo con una scrittura sempre in bilico fra reale e surreale, che gioca e si diverte con gli eccessi, creando personaggi immaginifici eppure incredibilmente veri, quasi palpabili fisicamente, commuovendo alle lacrime con stille di luminosa umanità o terrorizzando con le storie più crude e violente, declinate però con un gusto per l’immagine poetica che ha pochi eguali.

Il Caos Da Cui Veniamo catapulta il lettore a Breathed, Ohio, nel ventennio che va dagli anni ’50 agli anni ’70 del novecento; il dato storico e l’ambientazione realistica (la vicenda è ispirata alla vita della madre della scrittrice), tuttavia, restano in una dimensione sospesa e rarefatta, fluttuanti in un mondo rurale che sembra senza tempo.

Bitty, la voce narrante, racconta la storia della propria famiglia, i Lazarus, padre indiano, madre bianca e sei figli, tutti diversissimi fra loro. Una famiglia disfunzionale, come tante, peggio di tante, una famiglia che rappresenta il Caos su un piano di lettura immediato: il padre, figura amorevole, capace di mistificare la realtà con la forza della propria fantasia, la madre, vittima di uno stupro incestuoso da parte del proprio genitore, e in balia di fantasmi e folli raptus di violenza, e sei ragazzini, ognuno con la propria peculiarità, le proprie passioni e, soprattutto, il proprio tormento interiore.

Una casa diroccata e risistemata con cura amerovole delinea i confini di un territorio in cui l’amore, la complicità e la delicatezza dovranno fare i conti con tradimenti, rancori, brutali violenze, incesti e omicidi. Questa è la famiglia dei Lazarus, un groviglio di contraddizioni, un campo di battaglia in cui non si fanno prigionieri, il piccolo, tumultuoso Caos generato dal Caos supremo, quello di un Dio cecchino, lontano dalle vicende umane, che spara a casaccio, solo per il divertimento di farlo, ma al contempo artefice di tutte le bellezze del mondo, di quella natura rigogliosa che abbraccia la storia in una stretta che scioglie ogni cosa, lasciando che ogni tragedia evapori nella dimensione onirica del sogno.

E’ l’eterna convivenza fra il bene e il male, una lotta che genera tanta bellezza e tanto dolore: non esiste né il bene assoluto (Trustin) né il male assoluto (Leland), esistono solo gli uomini che contengono entrambi. Da un grande male, quindi, può nascere il bene e viceversa. Non c’è però, nella narrazione della McDaniel alcun intento consolatorio o assolutorio, ma solo una tragica constatazione di ciò che è la vita. Il Caos fa rumore, il Caos genera scontro, il Caos domina incontrastato. E’ questo il motivo per cui la scrittrice americana non si limita a raccontare, ma spinge sull’eccesso, calca la mano sui suoi personaggi e sulle sue storie: la narrazione deve destare dal torpore e deve, soprattutto, far rumore, esattamente come gli spari che riecheggiano nelle notti di Breathed. In questa vita, in cui tutto è precario e caduco, l’unica speranza e barlume di salvezza è rappresentato dall’arte, le cui disparate forme, musica, scrittura, pittura, sono rappresentate dalle pulsioni positive di alcuni personaggi del racconto.

Il Caos Da Cui Veniamo, però, non esaurisce qui il proprio spessore ma è anche un appassionante e appassionato romanzo di formazione, che riesce a toccare e sviscerare, con ardore ed empatia femminista, la condizione della donna di quegli anni (gli stereotipi, le vessazioni, la discriminazione) che, fatte le dovute proporzioni, non si discosta molto da quella odierna.

Un romanzo potente e lirico, una saga familiare che tocca le coscienze con il vivido colore del sangue e la forza evocativa di una storia al limite, che lascia il lettore senza fiato fino all’ultima pagina.


Blackswan, martedì 17/08/2021

lunedì 16 agosto 2021

AYRON JONES - CHILD OF THE STATE (Big Machine/John Varvatos, 2021)

 


Originario di Seattle, trentacinque anni da compiere ad agosto, Ayron Jones è arrivato a pubblicare il suo album d’esordio lasciandosi alle spalle una vita travagliata e una lunga gavetta. Abbandonato dai genitori e quindi adottato, Jones ha iniziato fin da piccolo a interessarsi alla musica, partendo dal gospel e studiando pianoforte, batteria e violino, prima di approdare alla chitarra, strumento che ha segnato la sua carriera. Studio, quindi, ma anche tanti concerti con la sua band, Ayron Jones and the Way, e un paio di dischi a produzione limitata, che sono serviti a rodare stile e ispirazione.

Child Of The State è, quindi, un sorta di debutto nel mondo musicale che conta, il premio per la perseveranza che l’ha portato a raggiungere un traguardo voluto con le unghie e coi denti. Figlio della città che gli ha dato i natali, Jones coagula nella sua musica il meglio del Seattle sound: la sua idea di rock paga debito al grunge, genere che, anche se in modo sfumato, è il sottofondo costante della scaletta, e il suo tocco alla chitarra evoca spesso evoca il fantasma di Jimi Hendrix. L’incontro di queste influenze è rielaborato, però, da un visione personale, in cui confluisce, per stessa ammissione di Jones, l’amore da sempre provato per la musica nera e il blues. Lo stile secco, asciutto, muscolare e il suono potente e graffiante ne fanno un chitarrista anomalo, che viene al sodo e guarda alla sostanza, tenendosi distante da smargiassate o esibizioni di tecnica fine a se stessi.

Child Of The State riassume tutti questi aspetti, evidenziando anche un discreto gusto melodico, con cui Jones alterna poderose sferzate a momenti decisamente più morbidi. La partenza è di quelle che lasciano il segno: il riff di Boys From The Puget Sound avvolge l’ascoltatore in una cupa spirale e lo risucchia in un magma di sportellate elettriche e tamburi battenti, Mercy incalza potente tra invocazioni di misericordia e affermazioni di indipendenza (And When I Die, I’ll Die Free), Take Me Away, il primo singolo tratto dall’album, non fa prigionieri grazie a una linea di basso assassina e a una chitarra, urgente e graffiante, che stringe d’assedio i padiglioni auricolari, Supercharged è una derapata adrenalinica trascinata da un incalzante riff hendrixiano.

Poi, il disco rallenta: Free è melodica e saltellante, più adatta ai passaggi radio che all’headbagging compulsivo e My Love Remains è una virile ballata d’amore, abbastanza prevedibile ma ben confezionata. Il disco si riaccende con Killing Season, ennesimo assalto all’arma bianca dal ringhio grunge, genere, questo, che ritorna anche nella successiva Spinning Circles, che inizia come una ballata avvolta in un voluttuoso arrangiamento d’archi per poi deragliare in un rumoroso ritornello che omaggia chiaramente i Nirvana.

Con Baptized in Muddy Waters Jones omaggia le proprie radici e cita ancora, questa volta i Led Zeppelin di Baby I’m Gonna Leave You, mentre in Hot Friends il chitarrista si diverte nuovamente ad attizzare il fuoco del Seatle Sound.

Chiudono l’hendrixiana Emily e la psichedelica Take Your Time, due brani che sigillano un disco appassionato e sanguigno, un’autentica gemma per tutti coloro che sono alla costante ricerca di novità in ambito rock. Se è vero che Jones non inventa nulla e si limita a mischiare le carte della tradizione più nobile della città di appartenenza, è altrettanto vero che la sua gagliardia e il suo entusiasmo irrorano di fresca linfa le canzoni di Child Of The State, un disco che farete fatica a togliere dal lettore. Da provare.

Voto: 7,5

 


 

 

Blackswan, lunedì 16/08/2021