giovedì 25 agosto 2022

RIDE LIKE THE WIND - CHRISTOPHER CROSS (Warner, 1979)

 


Ci sono canzoni che respirano aria di libertà, che evocano sogni di capelli al vento, che creano un immaginario di fughe, di corse a perdifiato su decapottabili che puntano dritto l’orizzonte. Una di queste è, senza ombra di dubbio, Ride Like The Wind, primo singolo pubblicato da Christopher Cross, esordio dell’omonimo cantautore, pubblicato nel 1979. Un classico del soft rock, un best seller senza tempo, che nel 1981, vinse ben quattro Grammy (primato eguagliato solo di Billie Eilish nel 2020), tra i quali quello di disco dell’anno, togliendo la palma del migliore addirittura The Wall dei Pink Floyd.

La canzone, il cui testo è declinato in prima persona, racconta la storia di un fuorilegge pluriomicida condannato, che fugge in Messico per salvarsi dalla certa impiccagione, e quindi cavalca come il vento per oltrepassare il confine, in modo che chi lo insegue non possa più arrestarlo.

Il testo fu scritto da Cross mentre si trovava in Texas e stava viaggiando sulla strada che separava Houston da Austin, un tragitto che il musicista percorse completamente strafatto di LSD.  Questa storia western, in cui il cattivo la fa franca, l’aveva in testa praticamente da sempre. Cross, infatti, era un appassionato di film e telefilm sul far west, che spesso raccontavano di fuorilegge in fuga inseguiti dallo sceriffo di turno. Il cantante, poi, viveva a San Antonio, città situata vicino al confine con il Messico, paese che nel suo immaginario di ragazzo possedeva il fascino conturbane di luogo di dissolutezza e di grandi sbornie, una sorta di zona franca su cui le autorità non avevano alcun potere.

Dal punto di vista musicale, la composizione nacque, come spesso accade, per caso, quando il giovane Cross e la sua band proponevano dal vivo Nineteen Hundred And Eighty Five, un brano dei Wings di Paul McCartney, che non riuscivano mai ad eseguire correttamente, eseguendo, nella parte centrale, sempre lo stesso errore. Ecco, quell’errore ripetuto divenne la base di partenza per Ride Like The Wind.

La canzone venne pubblicata come primo singolo dell’album, anche se la casa discografica avrebbe preferito rilasciare per prima Say You'll Be Mine. Fu il produttore di Cross, Michael Omartian, e a spingere per Ride Like The Wind. Ovviamente, ebbe ragione, e la canzone divenne un clamoroso successo, arrivando al secondo posto delle classifiche americane, battuta, successivamente da Sailing, che conquistò la prima piazza.

Nel brano, poi, è presente un cameo di Michael McDonald, corista degli degli Steely Dan, che era stato presentato a Cross dal produttore Omartian. I due si presero subito in simpatia, tanto che Christopher chiese a Michael di contribuire ai cori di I Really Don't Know Anymore. Poi, quando si accorse che a Ride Like The Wind mancava una voce per il controcanto, invitò nuovamente il suo nuovo amico a collaborare.

Del brano furono eseguite, nel tempo, diverse cover. Gli East Side Beat, nel 1991, ne fecero un remix dance, che arrivò terzo nelle classifiche inglesi, il trombettista jazz Freddie Hubbard diede il nome del brano a un suo disco del 1982, inserendo in scaletta una personale rilettura della canzone, la quale, a sorpresa, venne coverizzata, nel 1988, anche dalla heavy metal band dei Saxon.

 


 

 

Blackswan, giovedì 25/08/2022

martedì 23 agosto 2022

JOEL DICKER - IL CASO ALASKA SANDERS (La Nave Di Teseo, 2022)

 


Aprile 1999, Mount Pleasant, New Hampshire. Il corpo di una giovane donna, Alaska Sanders, viene ritrovato in riva a un lago. L'inchiesta viene rapidamente chiusa, la polizia ottiene le confessioni del colpevole, che si uccide subito dopo, e del suo complice. Undici anni più tardi, però, il caso si ripresenta. Il sergente Perry Gahalowood, che all'epoca si era occupato delle indagini, riceve una inquietante lettera anonima. E se avesse seguito una falsa pista? L'aiuto del suo amico scrittore Marcus Goldman, che ha appena ottenuto un enorme successo con La verità sul caso Harry Quebert, ispirato dalla loro comune esperienza, sarà ancora una volta fondamentale per scoprire la verità. Ma c'è un mistero nel mistero: la scomparsa di Harry Quebert. I fantasmi del passato ritornano e, fra di essi, quello di Harry Quebert.

Joel Dicker va preso così com’è, pacchetto completo, pregi e difetti. Dipende da cosa il lettore desidera: se è lo svago che cerca, è sicuramente di fronte a un campione, se, invece, vuole una letteratura di spessore, meglio che si tenga alla larga.

Il Caso Alaska Sanders è lo specchio fedele dei punti deboli e di quelli di forza dello scrittore svizzero.  Dicker, è ormai un dato consolidato, possiede una scrittura scolastica e orizzontale, è incapace di profondità, tratteggia personaggi che restano figurine sfumate e senza sostanza, scambia il tomento interiore per melodramma da foileton, zoppica, e parecchio, sui dialoghi, che sono spesso assai ovvi e banali, si muove sempre all’interno di un’immutabile comfort zone di figure femminili e borghesia medio alta, ed è di un’inaccettabile arroganza ogni volta che continua a ripeterci, attraverso il suo alter ego Marcus Goldman, che è il più grande scrittore vivente.

Eppure, Il Caso Alaska Sanders è un libro d’intrattenimento eccezionale, che ti conquista dalla prima pagina e non ti molla più, fino alla fine. Dicker, a parte i difetti citati, è un vero e proprio prestigiatore, crea trame intricate che sviluppa con acume e consapevolezza, tiene in pugno il lettore con un ritmo serratissimo e con continui colpi di scena, a volte addirittura non funzionali alla trama, e riesce a stupire, come in questo caso, disseminando indizi che verranno poi spazzati via da un imprevedibile finale. In tal senso, è un vero maestro, un affabulatore capace di renderti prigioniero di un racconto che non vorresti mai finire.

Vale la pena, quindi, comprare e leggere le seicentoventiquattro che compongono questo nuovo ponderoso romanzo? Se è il divertimento che cercate, Il Caso Alaska Sanders è il libro che fa per voi: un romanzo tanto appassionante da farvi dimenticare ogni altra cosa, tenendovi svegli la notte. Basta abbiate la consapevolezza che la lettura alta sta proprio su un altro pianeta.

Blackswan, martedì 23/08/2022

lunedì 22 agosto 2022

MANTAR - PAIN IS FOREVER AND THIS IS THE END (Metal Blade Records, 2022)

 


Il duo composto da batteria e uno strumento a corda (chitarra o basso che sia) rappresenta una proposta abbastanza famigliare nella storia musicale alternativa del nuovo millennio, e non è certo difficile citare gruppi che, negli ultimi anni, hanno avuto parecchio successo e un seguito di fan di tutto rispetto. Basti pensare, così, al volo, a band come i Black Keys, i White Stripes, i Royal Blood e i nostrani Bud Spencer Blues Explotion.

Nessuno di questi nomi, però, può vantare il carico di ferocia che grava sulle spalle dei tedeschi Mantar, una coppia di fuori di testa, composta dal cantante e chitarrista Hanno Klanhardt e dal batterista Enrinc Sakarya, giunti oggi al loro quarto album in studio. Il quale, rappresenta una svolta rispetto ai tre precedenti lavori, il sorprendente Death By Burning e gli ottimi Ode To The Flame e The Modern Art Of Setting Ablaze. Se quelli erano dischi caotici, estremi e malati, Pain Is Forever And This Is The End è un album certamente più maturo e diretto, che guarda con maggior attenzione alla forma canzone, senza tuttavia perdere un briciolo dell’impatto devastante che è il marchio di fabbrica dei Mantar.

Un disco rock, genere declinato nelle sue varie accezioni, che trova come punto di partenza il precedente EP di cover Grungetown Hooligans II, una raccolta di reinterpretazioni di grandi classici di Jesus Lizard, Sonic Youth, L7, Babes In Toyland e altri ancora. Ecco, quell’album è stato l’abbrivio per questo nuovo lavoro, uno sguardo sul passato e lo spunto su come reinterpretarlo, attraverso una sensibilità, che, mutate mutandis, resta quella dei Mantar, una band che non smette di ringhiare un solo secondo, nei suoi abiti sudici e con una rabbia che riesce a essere ancora autentica dopo ben dieci anni di carriera.

Un disco cupo, esattamente come il titolo, che evoca un periodo difficilissimo vissuto da Hanno Klanhardt, a seguito di una serie di infortuni che lo hanno costretto a lunghe degenze in ospedale, ed essenziale, perché recupera il nocciolo della forma canzone, depurandola da ogni inutile sovrastruttura, e perché si fonda esclusivamente sull’architrave di riff di chitarra scorticanti, su una batteria scalpitante e belluina e sulla voce disturbante di Klanhardt, una sorta di Kurt Cobain che si fa i gargarismi con bicchieri di sabbia.

Impianto melodico ridotto all’osso e una tirata di quarantasei minuti in cui si picchia senza posa e senza compromessi, mettendo a nudo, come un nervo scoperto, il pathos di un rock estremo e dal ghigno malvagio, che deborda nella potenza distruttiva del metal ("Egoisto"), che rimescola scorie grunge anni ’90 e death nella brutalità di "Hang ‘Em Low", che serra in una morsa d’acciaio citazioni dei Nirvana ("Odysseus"), che spinge la velocità al massimo nel convulso hardcore di Piss Ritual e che sfodera riff settantiani, portandoli alle estreme conseguenze di un assalto all’arma bianca ("Grim Reaping").

Pain Is Forever And This Is The End è un disco per palati forti, un’opera oscura e violenta, che colpisce l’ascoltatore come un uppercut in pieno mento. E’ un album, tuttavia, che dice ancora molto sulla forza propulsiva del rock, che spogliato da ogni orpello e svincolato dalle mode, riesce nuovamente ad appiccare incendi e a ritrovare la propria vera, selvaggia natura.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 22/08/2022

giovedì 18 agosto 2022

PAOLO NUTINI - LAST NIGHT IN THE BITTERSWEET (Atlantic, 2022)

 


Dalla natia Paisley fino ai palcoscenici mondiali, il viaggio intrapreso dal songwriter scozzese di origini toscane è stato ricco di soddisfazioni. Poi, dopo la pubblicazione di Caustic Love (2014), il nulla, o quasi. A parte il processo, e la successiva assoluzione, per guida in stato di ebbrezza nel 2017, Paolo Nutini ha mantenuto un profilo bassissimo, sparendo completamente dalle scene, tanto da ingenerare il sospetto che fosse andato a lavorare nel negozio di fish and chips della sua famiglia, abbandonando definitivamente la carriera musicale.

Oggi, questo nuovo Last Night In The Bittersweet, mette fine a ogni illazione e ci restituisce un artista che sembra aver fatto enormi passi avanti sotto il profilo della maturità e dell’ispirazione. Questo ritorno, dopo il lungo iato durato ben otto anni, farà, infatti, ricredere quanti avevano sempre francobollato Nutini come un idolo per adolescenti, un musicista incapace di uscire da una comfort zone di canzonette dolciastre e di facile presa (e in realtà la maturazione era in atto già nei due dischi precedenti). Il musicista scozzese, insomma, si è trasformato, non ha rinnegato completamente se stesso, ma ha aggiunto molto altro al suo bagaglio musicale, un ampio spettro di suoni e una profondità compositiva, che probabilmente solo in pochi riuscivano a intuire.

Questo nuovo Paolo Nutini si presenta con un album composto di ben 16 canzoni e per la durata di ben 70 minuti, che potrebbero essere davvero troppi, se non fosse che il cantante scozzese si è allontanato con decisione dal mood sdolcinato di primi successi, come "Last Request", e dalla frivolezza espressiva di canzoni come "New Shoes".

Non è, quindi un caso che in Last Night In The Bittersweet non ci sia alcuna forma di gratificazione immediata, che la lunga scaletta sia priva di brani di presa immediata, quelli che i fan della prima ora hanno sempre apprezzato e che spesso intasavano le stazioni radio di numerosi e continui passaggi. Fin da subito, questo album si presenta come una raccolta di canzoni che spingono in direzione opposta una dall’altra, anche se, poi, ulteriori ascolti, rivelano che c'è un metodo nella follia, un collante che tiene saldamente insieme quello che è all’apparenza un collage caotico.

I temi amorosi ritornano, e probabilmente non potrebbe essere altrimenti, anche se, in questo caso, il romanticismo sembra più diluito e molto casuale, sia che si riferisca alla realizzazione di un amore nascente ("Radio"), all'esplorazione della dolorosa vulnerabilità dei sentimenti ("Acid Eyes"), o agli inebrianti palpiti del cuore ("Everywhere", "Shine a Light" e "Take Me, Take Mine").

Se da un lato il canovaccio delle liriche resta più o meno il consueto, dall’altro, è indubbio che da un punto di vista compositivo si siano fatti passi da giganti, in una direzione tutt’altro che prevedibile.

L’opener "Afterneath" è addirittura spiazzante, un brano atmosferico, disturbante, che evoca i Led Zeppelin e fugge lontano su una solida base ritmica e sotterranee distorsioni. Chi l’avrebbe mai detto di Nutini? E invece, ecco subito la novità, la prima delle schegge impazzite di un disco eterogeneo e stranamente variopinto. "Radio" è una solida ballata rock dal retrogusto americano, la voce calda di Nutini insuffla dosi soul in due gioielli come "Everywhere" e "Through The Echoes", vari elementi mutuati dagli anni '70 lasciano il segno nella splendida "Children Of The Stars" (Fleetwood Mac) e nella calda ballata per piano e archi di "Julianne", mentre "Lose It" è un’imprevedibile e riuscita cavalcata Pasley Underground, e "Shine A Light" riesce ad evocare addirittura Springsteen. Poi ci sono i numeri folk, come "Abigail" strimpellata e agreste, e l'interludio "Stranded Words", che suona come un vecchio inno folk rarefatto, mentre un'eco di tamburi pulsa in sottofondo.

A un primo ascolto, Last Night In The Bittersweet lascia perplessi e non sembra funzionare così bene, è al contempo troppo lungo e musicalmente disarticolato per essere davvero efficace. Eppure, in qualche modo, ascolto dopo ascolto, il disco entra nel sangue e gira alla grande. Gettata la maschera di pop star e prendendosi degli azzardi, Nutini sembra aver acquisito uno spessore che precedentemente si poteva solo immaginare. Se questa è la nuova strada battuta dal cantautore scozzese, e non un episodio estemporaneo, in futuro, ne ascolteremo delle belle.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, giovedì 18/08/2022

mercoledì 17 agosto 2022

JUMP - VAN HALEN (Warner, 1984)

 


Quando entrano in studio per registrare 1984, i Van Halen sono probabilmente la rock band americana più famosa del momento e manca davvero poco per sfondare totalmente anche a livello internazionale. Un piccolo passo ancora per la gloria eterna, che arriva con la pubblicazione del primo singolo estratto dall’album, Jump, un brano che si mangia le classifiche di mezzo mondo e che diventa, nel tempo, un evergreen intergenerazionale. Un brano pompato ed esaltante, una carica di energia da ascoltare a tutto volume, che invita a saltare di gioia proprio come suggerito dal titolo.

Un successo clamoroso, è fuor di dubbio, ma anche la canzone che scombina definitivamente gli equilibri interni della band, portando in breve tempo all’allontanamento del carismatico cantante, David Lee Roth. Perché è chiaro a tutti che il vocalist e Eddie Van Halen siano due galli in un pollaio troppo piccolo, e che entrambi sgomitino per prendere in mano le redini artistiche del gruppo. Jump, rappresenta, in tal senso, il perfetto punto di rottura fra le due personalità, la classica goccia che fa traboccare il vaso e volare gli stracci.

Perché a David, che si sente rocker a tutti gli effetti e che ha coltivato con cura la sua immagine di bello e dannato, non vanno proprio giù le velleità sperimentali del chitarrista, che virano verso il pop e si portano appresso i suoni sintetici del sintetizzatore Oberheim OB-Xa, che marchia a fuoco le sonorità molto pompate del singolo. Una svolta decisa, che i fan della prima ora accettano di buon grado, ma che il cantante non riesce a tollerare, anche perchè Eddie, per l’occasione, inaugura i propri studi di registrazione, i 5051 Studios, allargando così la propria sfera di influenza nella band, e facendo infuriare anche il produttore dell’epoca, Ted Templeman, che, dopo tanto mediare fra i due, si schiera apertamente a favore di Roth.

Ma c’è di più. Per lanciare la canzone, la band lancia un video, di basso budget ma di grande successo. Il filmato, girato in 8 millimetri da Pete Angelus, agli occhi moderni sembra quasi ridicolo, ma ai tempi rappresentava una piccola rivoluzione, fissando gli standard per i video di performance a basso costo. Le dinamiche di realizzazione erano molto semplici: Angelus filmava la band facendole eseguire fittiziamente il brano, più e più volte, e i membri vennero così filmati mentre eseguivano mosse casuali sul palco, senza la pretesa di suonare effettivamente la canzone (in certi momenti, Eddie suona la chitarra anche se la chitarra non si sente).

Il video, prodotto da Robert Lombard, voleva, quindi, mostrare il lato più personale dei Van Halen mentre si divertivano sul palco. Roth, il cui ego era, per così dire, estremamente esuberante, voleva, tuttavia, che la performance fosse interrotta da filmati di lui che lo riprendessero singolarmente rispetto agli altri membri. Venne, quindi, immortalato mentre faceva cose come guidare una motocicletta o farsi arrestare mentre indossava nient'altro che un asciugamano. Lombard, però, dopo aver accontentato il cantante, non utilizzò alcuno di questi filmati extra di Roth, portando a Eddie e Alex (Van Halen) il video per l'approvazione. Due giorni dopo, il manager della band lo licenziò per aver raggirato Roth, il quale se la legò al dito.

Il cantante diede, nel tempo, differenti versioni sul significato delle liriche della canzone. Raccontò di aver scritto il testo mentre girava per Los Angeles a bordo della sua Mercury decapottabile del 1951, ispirato dalla bellezza di una spogliarellista o, nella versione più accreditata, colpito da un notiziario televisivo in cui un uomo minacciava di lanciarsi dal tetto di un edificio.

E’ per questo motivo che il brano, nel gennaio del 2010, tornò alla ribalta riempiendo i tabloid americani, a causa della scelta inappropriata di un dj, Steve Penk, che passò la canzone alla radio nel peggior momento possibile. Penk, infatti, ricevette la telefonata di un ascoltatore bloccato nel traffico sulla M60 (autostrada del Michigan), che richiedeva di ascoltare proprio Jump. Penk la passò, senza sapere che l’autostrada era bloccata perché una donna minacciava di buttarsi da un ponte e la polizia da ore stava cercando di farla desistere. Il fato volle che Jump passò nell’attimo esatto in cui l’aspirante suicida si gettò. Fortunatamente, la donna, nonostante le gravissime fratture riportate, sopravvisse. Ma Penk, pur senza colpa, passò una bruttissima settimana.

 


 

Blackswan, mercoledì 17/08/2022