lunedì 19 settembre 2022

OZZY OSBOURNE - PATIENT NUMBER 9 (Epic, 2022)

 


Quando due anni fa, uscì Ordinary Man, undicesimo album in studio della leggenda Ozzy Osbourne, in molti, sottoscritto compreso, erano convinti che quello sarebbe stato il suo ultimo disco di materiale originale. Giravano, infatti, voci, e continuano a girare, di uno stato di salute, per così dire, non ottimale.  Invece, il paziente, che sembrava più di là che di qua, torna per stupire tutti, con un disco che è allo stesso livello, se non superiore, del suo predecessore. E lo fa con la consueta ironia, sbertucciando la morte e la malattia in un titolo che è tutto un programma, aprendo la scaletta con una risata mefistofelica, che sa di scherno nei confronti di tanti gufi, e gioca coi titoli e i testi delle canzoni, che possiedono, evidentemente, un intento apotropaico ("Immortal", "Dead And Gone", "Mr. Darkness").

Patient Number 9 è un ritorno in grande stile, però, non certo uno stanco riaffacciarsi sulle scene alla ricerca di uno smalto perduto. Il disco, semmai, esprime la volontà di ribadire quel ruolo iconico, interpretato durante mezzo secolo di storia del rock, vero e proprio anello di congiunzione fra epoche e generi. Se già in Ordinary Man erano presenti inaspettati ospiti (Elton John, Post Malone, oltre a Slash, Tom Morello and more), in questa nuova prova, Ozzy addirittura esagera, chiamando alla sua corte un parterre de roi di straordinari chitarristi (Eric Clapton, Zakk Wylde, Jaff Beck, Mike Mc Cready, Toni Iommi), e integrando la consueta, ottima backing band (un plauso al chitarrista e produttore Andrew Watt) con musicisti del calibro di Robert Trujillo (Metallica), Chad Smith (Red Hot Chili Peppers), Josh Homme (QOTSA), Duff McKagan (Guns & Roses) e il compianto Taylor Hawkins.

Una formazione di fuoriclasse che, è bene precisare, sono estremamente funzionali a un progetto, che, è bene precisare anche questo, sarebbe stato in piedi egualmente. Perché Ozzy, per quanto acciaccato possa essere, le canzoni le sa scrivere davvero. Certo, è tutto prevedibile e il canovaccio è scontato, ma non c’è nulla che suoni posticcio, nulla che non riesca a divertire tutti coloro che sanno cosa aspettarsi dal Principe delle Tenebre, e magari, piacevolmente sorprendere chi, da queste parti, non è mai passato.

Patient Number 9 è, infatti, un disco che rappresenta al 100% la cifra estetica di Osbourne: il ghigno metal di riff rocciosi, l’appeal radiofonico di ritornelli e melodie, echi dei leggendari Black Sabbath, il feeling inquietante con le tenebre, un mix seducente di malinconia e nostalgia, e, soprattutto, quella voce lì, probabilmente ritoccata in studio per far fronte all’usura del tempo, ma comunque ancora in grado di evocare i giorni di gloria.

Il tema è risaputo, ma lo sviluppo è eccellente, e si fa davvero fatica, soprattutto se come il sottoscritto siete fan della prima ora, a trovare punti deboli o non all’altezza di cotanta fama. Il disco inizia con i sette minuti della title track, che mette immediatamente in evidenza l’ottima ispirazione che attraversa tutto il disco: un brano rock a tutto tondo, animato da suoni moderni e da un ritornello di quelli da cantare insieme sotto il palco. Jeff Beck alla chitarra è un plus che innanza ulteriormente la qualità della canzone con una sventagliata di elettricità e tecnica, testimonianza iniziale di quanta nobiltà musicale sia presente in questo disco.

Il basso distorto che apre "Immortal" e il riff di chitarra che spinge il piede sull’acceleratore, consegnano all’ascolto un altro brano che si muove sul confine fra rock e hard, ed è tagliato in due dall’assolo di Mike Mc Cready, la cui chitarra è effettata al parossismo. Se "Parasite" parte con un passo pesantissimo, per poi aprirsi a un ritornello di presa immediata, "No Escape From Now" è un colpo al cuore per i fan dei Black Sabbath, le cui atmosfere cupe vengono replicate da un riff sulfureo (soprattutto quello che taglia in due la canzone) e da un ottimo lavoro alla solista del sodale di sempre, Tony Iommi.

E siamo solo all’inizio di un disco, la cui vitalità è straordinariamente contagiosa e in cui i momenti da ricordare sono davvero tanti. Eric Clapton regala un tocco bluesy al superbo e vibrante rock di "One Of Those Days", e la magia si eleva a status celestiale, "Mr. Darkness" è un’evidente autocitazione, una canzone che abbiamo ascoltato decine di volte, e ciò nonostante l’incanto resta il medesimo e la formula continua a essere vincente. "Nothing Feels Right" è un mid tempo molto melodico e malinconico, ma trova un’inaspettata sferzata di energia nell’assolo di Zakk Wylde (suono straordinario, tecnica e fantasia da vendere), che, a parere di chi scrive, è il miglior contributo esterno al disco, "Degradation Rules" è sabba nero al 100%, evocato anche dall’armonica che cita "The Wizard" e dal riff luciferino di Iommi, mentre la sezione ritmica di "Dead And Gone", composta da Trujillo e Smith, riesce a rivitalizzare un brano non proprio all’altezza del resto. Chiudono le atmosfere ultraterrene di "Darkside Blues", e la sensazione è che Ozzy voglia congedarsi dal suo pubblico tornando nell’alveo di quelle sonorità antiche da cui tutto è iniziato.

I’ll Never Die, Because I’m Immortal” recita Ozzy nel brano di apertura, Patient Number 9, ed è quello, che ovviamente, tutti ci auguriamo. Perché dischi come questi non sono icone vuote figlie di un glorioso passato, ma la testimonianza, semmai, che il sacro fuoco del rock può sconfiggere l’usura del tempo e mantenere la passione di un cuore affaticato, ma ancora incredibilmente vitale.

VOTO: 8

 


 


Blackswan, lunedì 19/09/2022

venerdì 16 settembre 2022

H.E.A.T. - FORCE MAJEURE (earMusic, 2022)

 


Un nuovo album per gli svedesi H.E.A.T, l’ennesima dimostrazione che quando si tratta di suonare un hard rock melodico, istantaneamente accattivante e ben scritto, questi ragazzi hanno davvero pochi eguali al mondo.

La novità più sostanziosa del nuovo corso, è che è tornato il cantante originale Kenny Leckremo dopo l’abbandono di Erik Gronwall (ora in forza agli Skid Row), che ha prestato la propria ugola, e che ugola, agli ultimi quattro album in studio. Una fuoriuscita che avrebbe potuto essere esiziale per la carriera della band e che invece è stata gestita con grande intelligenza, grazie al recupero di un componente storico, per la gioia di tanti nostalgici fan.

La domanda, tuttavia, sorge spontanea, e cioè quanto il cambiamento di line up abbia inciso sui contenuti di questo nuovo disco. Quale direzione hanno preso gli H.E.A.T? Sono tornati al suono più AOR dei primi due album, a quello più commerciale di Into The Great Unknown, o hanno mantenuto lo slancio potente dell'ultimo H.E.A.T. 2 e lo stile decisamente più hard degli anni con Gronwall alla guida?

Se è vero che Leckremo porta in dote uno stile vocale leggermente diverso, è altrettanto vero che la scrittura e la direzione imboccata da Force Majeure sono una continuazione dell'ultimo lavoro in studio e dello stile che aveva vestito l’ottimo Address The Nation. Quindi, questo nuovo disco è fondamentalmente una prosecuzione del suo predecessore, possiede la stessa urgenza, la medesima grande produzione e quelle irresistibili melodie, che sono da sempre un marchio di fabbrica degli svedesi. Questo, insomma, con qualche muscolo in più, è un classico disco degli H.E.A.T, e le canzoni mantengono alto il livello compositivo che, piaccia o meno il genere, è sempre stato il fiore all’occhiello di questi moderni figliocci degli Europe (date un ascolto a Harder To Breathe per rendervi conto del parallelo). 

Ancora una volta, come sempre accade, in scaletta è un susseguirsi di canzoni killer una via l’altra, tre singoli che dimostrano tutto il talento della band a scrivere brani di impatto immediato (Back To The Rhythm, Nationwide e Hollywood) e altri otto gioiellini da applausi (Tainted Blood, Not For Sale, Hold Your Fire e Wings of An Airplane le migliori), tra cui Demon Eyes, una tirata NWOBHM (con assolo spaziale di Dave Dalone), che è probabilmente il brano più duro mai cantato da Leckremo in carriera.   

Senza grandi sorprese, almeno per quelli che sono fan di primo corso, gli H.E.A.T. hanno dimostrato, ancora una volta, di essere un gruppo rodatissimo, impermeabile agli imprevisti, e capace di correre sempre nella direzione giusta, con grande forma fisica e passo inarrestabile. Personalmente, preferivo il timbro di Gronwall, ma Leckremo non lo fa certo rimpiangere e, probabilmente, questa è anche la sua miglior prova di sempre. Se cause di forza maggiore hanno imposto un inaspettato cambiamento di formazione, gli H.E.A.T. restano, comunque un gran band, anzi, giocando un po' sul titolo dell’album, una vera e propria forza della natura.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, venerdì 16/09/2022

giovedì 15 settembre 2022

HEAVEN IS A PLACE ON EARTH - BELINDA CARLISLE (Virgin/MCA, 1987)


 

Il nome di Belinda Carlisle è indissolubilmente legato a quella clamorosa hit che porta il nome di Heaven Is A Place On Earth. Non tutti sanno, però, che la carriera della musicista losangelina nasce qualche anno prima, quando, dopo aver lasciato il gruppo punk The Germs, per il quale suonava la batteria sotto lo pseudonimo di Dottie Danger, Belinda fondò le Go-Go’s insieme all’amica Jane Wiedin e alla batterista Gina Shock, alla chitarrista (ex bassista) Charlotte Caffey e alla bassista (ex chitarrista) Kathy Valentine.

Una band, questa, passata alla storia perché è stata il primo gruppo tutto al femminile ad aver avuto un album al primo posto nelle charts statunitensi (Beauty And The Beat, 1981) e perché le ragazze ebbero l’indubbio merito di essere riuscite a far digerire la loro new wave, non proprio commerciale, anche alle radio popolari statunitensi.  

L’avventura delle Go-Go’s, nonostante il successo mediatico, dura solo quattro anni. Nel 1984, il gruppo è una polveriera, volano stracci e il peso della notorietà è un fardello che diviene ogni giorno troppo pesante. Anche perché, queste cattivissime riot grrl, sono sempre sotto i riflettori, per una serie di comportamenti non proprio edificanti: distruzione di camere d'albergo, sfizi sessuali con fan di sesso maschile e uso smodato di droghe, a causa delle quali la Carlisle finisce in overdose e si salva la vita solo per il rotto della cuffia.

Belinda, dopo lo scioglimento, inizia disintossicarsi e a dedicarsi assiduamente alla palestra, e tornata in piena forma, dà il via, con l’aiuto del produttore Rick Nowels, alla propria carriera solista, pubblicando un album di successo (Belinda, 1986), in cui le sonorità si fanno pop rock e il tiro decisamene commerciale. La visibilità, quella vera, la ottiene però con il successivo Heaven On Earth (1987), che scala le classifiche di mezzo mondo, Italia compresa. Il merito? Ovviamente di un grande singolo, Heaven Is A Place On Earth, che tocca la vetta di Billboard negli States e arriva al primo posto anche in Inghilterra.

La canzone, un brano effervescente, il cui ritornello entra in testa fin dal primo ascolto, fu scritta da Rick Nowels (che aveva scritto e prodotto I Can't Wait di Stevie Nicks) e dalla newyorkese Ellen Shipley, musicista che si era ritirata dalle scene, dopo tre album di buona fattura. L'idea iniziale per comporre il brano venne proprio a Shipley, che durante una sosta in una stazione di servizio di Brooklyn, notò un biglietto di auguri che recitava "Heaven On Earth". Quando lei e Nowels iniziarono a lavorare per scrivere qualche canzone per il nuovo album di Belinda Carlisle, Shipley scrisse quella frase sulla lavagna, come idea di partenza per una nuova composizione. Nowels, attratto dalla scritta, aggiunse le parole "Is A Place", così da avere un titolo pronto all’uso, "Heaven Is A Place On Earth".Le prime note che scaturirono dalla penna dei due furono quelle del ritornello, intorno al quale costruirono l’intera struttura del testo. Che parla d’amore, nella sua accezione più sublime.

L’idea, infatti, era quella di parlare della terra come di un vero e proprio Paradiso, in ragione del fatto che l’amore era indiscutibilmente un sentimento di natura divina. Così, quelle liriche che tutti noi cantiamo a squarciagola, senza forse comprenderne il vero significato, sono  meno banali di quanto si possa pensare, ed elevano ad altezza Regno Dei Cieli l’amore fra uomo e donna: “Tesoro sai quanto vale? Il paradiso è un posto sulla terra, Dicono che in paradiso l'amore viene prima. Noi faremo del paradiso un posto sulla terra”.

Parole appassionate, ma non stupide, forse un po' zuccherine, certo. D’altronde, l’ispirazione per la canzone nasce da un biglietto d’auguri trovato in una stazione di servizio. Un’idea da un dollaro, che ne valse milioni.

 


 

Blackswan, giovedì 15/09/2022

martedì 13 settembre 2022

BLACK STONE CHERRY - LIVE FROM THE ROYAL ALBERT HALL (Mascot, 2022)

 


Il rock muscolare, sanguigno e ruspante dei Black Stone Cherry quasi sicuramente farà storcere il naso a chi è in cerca di musica “alta”, più elegante, complessa o raffinata. Figuriamo, poi, se la band originaria del Kentucky, rilascia un disco dal vivo, in cui la semplicità espositiva è rafforzata dalla presa diretta e da volumi importanti. Eppure, c’è un rapporto profondo che lega la band ai propri fan e, in genere a tutti coloro che mettono l’energia e la chitarra elettrica al primo posto nella scelta delle canzoni da ascoltare, un rapporto che è la sostanza stessa di questo vibrante rock carne e patate. Se desiderare, quindi, avere una fotografia chiara di come si sta sul palco, di come sia possibile spendere ogni stilla di sudore per dare gioia al proprio pubblico, e del legame profondo che lo lega ai propri idoli, bene, fermatevi qui per scoprire così vi aspetta.

Registrato durante il tour del Regno Unito del 2021, in uno dei luoghi più leggendari della musica britannica, questo impressionante show è, infatti, la dimostrazione di come la perfetta compenetrazione tra fan e band sia in grado di spostare le montagne, anche quando, e forse soprattutto, la musica è semplice, verace, senza troppi fronzoli.

I Black Stone Cherry sono sempre stati un gruppo che dal vivo rende al 100%, il loro rock ad alto tasso energetico, che si bagna nelle acque del southern, riuscendo a fondere modernità e tradizione, possiede una forza propulsiva disarmante, e parla una lingua trasversale, modificando un genere classico in modo che sia in grado di arrivare anche a quelle nuove generazioni che stanno scoprendo da poco la musica rock. A parte la scrittura delle canzoni, che come dicevamo non hanno molte pretese, la chiave del successo della band risiede proprio nei loro spettacoli irresistibilmente frenetici e nel modo in cui riescono a comunicare con una sincerità e una potenza che lascia storditi.

E’ probabile, quindi, che lo storico auditorium inglese non abbia mai assistito a uno show così tonitruante, ruvido e carnale, che ha come protagonista una band, la cui energia prodotta è in grado da sola di tenere accese le luci di tutto il quartiere circostante. Ogni cosa funziona alla perfezione: il drumming del batterista John Fred Young, un octopus dai mille tentacoli, che randella senza posa (e che suono quella batteria!), la dinamicità del chitarrista Ben Wells, il martello pneumatico di Steve Jewell Jr al basso e la potente presenza del frontman e chitarrista Chris Robertson, un vero e proprio mattatore, il cui feeling con il pubblico pagante è fisicamente palpabile anche ascoltato attraverso le casse dello stereo

Dall'apertura travolgente Me And Mary Jane in poi, i Black Stone Cherry non fanno prigionieri, e con incredibile determinazione danno tutto, ma proprio tutto, per rendere la serata indimenticabile. E se è vero che sarete conquistati dall’elettricità dei due cd audio (o vinili), sarà il dvd allegato alla confezione a farvi capire che, se amate il genere, avreste anche venduto i gioielli di famiglia pur di essere presenti all’evento. La livida Again è un invito senza mezzi termini ad alzare ulteriormente il volume dello stereo, Yeah Man, durante l’ascolto, è in grado di appiccare incendi ai mobili del salotto, la spavalderia di Ringin’ in My Head e il retrogusto southern di Like I Roll fanno vibrare le vene nei polsi. E c’è anche un momento di autentica commozione quando Robertson canta Things My Father Said, il brano dedicato al padre scomparso. I momenti salienti, però, sono davvero tanti, dalle bordate di Soul Creek e Blind Man, fino alla torrenziale Cheaper To Drink Alone, ai grandi classici amatissimi dai fan di Blame It On the Boom Boom e White Trash Millionare, e alla chiosa struggente di Peace Is Free.

Si potrà obbiettare che questo rock sia troppo grezzo per essere artisticamente incisivo, e forse è anche vero. Ma sono pronto a scommettere che una volta infilato il cd nel lettore, questo infuocato live vi terrà compagnia per tanti giorni a venire. Alzate il volume al massimo, allora, spolverate la vostra air guitar e preparatevi a litigare con i vicini.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, martedì 13/09/2022

lunedì 12 settembre 2022

WAKE - THOUGHT FORM DESCENT (Metal Blade Records, 2022)

 


Ci sono band che restano perennemente uguali a loro stesse, e altre, invece, che, disco dopo disco, evolvono, trasformandosi in qualcosa di diverso da ciò che erano a inizio carriera. Ed è indubbio che i Wake appartengono a questa seconda categoria. Formatasi nel 2009 come ferocissimo gruppo devoto al grindcore, i cinque ragazzi canadesi, ad ogni pubblicazione, hanno scartato dalle proprie origini, plasmando, per ciascuno dei sei album in studio usciti fino ad oggi, un suono diverso.

I prodromi di questo ultimo sforzo, Thought Form Descent, già si intravedevano nel precedente Devouring Ruin del 2020, che a sua volta sviluppava elementi da Misery Rites del 2018. In tal senso, il nuovo album, se mantiene viva la velocità e la brutalità dei dischi che lo hanno preceduto, palesa un approccio maggiormente “narrativo” alle composizioni, e le canzoni sono più lunghe e ricche di deviazioni dal tema portante. Un disco, quindi, che fa dell’ampiezza, della profondità e della furia, che in realtà non è mai mancata nei lavori dei Wake, le sue arme vincenti, trasformando la scaletta in un’opera potente e dal sapore cinematografico.

E’ evidente che la band, spostandosi dall’originario grind verso territori death e black, abbia plasmato nel tempo un approccio quasi progressive, sviluppando architetture sonore più complesse e inserendo, come in questo caso, numerose sezioni melodiche. Insomma, se molti degli elementi della brutalità di un tempo permangono in tutta la loro belluina potenza, i Wake hanno anche cercato esplicitamente di sfidare tutti gli stereotipi di quelle sonorità estreme. Ciò significa che a fianco dei ritmi esplosivi, dei riff incandescenti e del growl teatrale del cantante Kyle Ball, si sviluppano anche break dinamici, intermezzi più morbidi e, come dicevamo, un maggior tasso melodico.

Thought Form Descent è quindi un disco epico e maestoso, che spazia in lungo e in largo, seducendo per la sua imprevedibilità, un’opera fluida e coesa, che si apre con "Infinite Inward" e il singolo principale "Swallow The Light", due bordate tanto veloci da togliere il fiato, entrambe superiori ai sei minuti di lunghezza ed entrambe caratterizzate da brevi pause melodiche, che mitigano la loro ferocia altrimenti vorticosa. Ben cinque tracce delle otto in scaletta possiedono un minutaggio esteso, ma nonostante ciò Thought Form Descent non ne risente e risulta incredibilmente dinamico, ogni scelta compositiva ha un senso e ogni traccia funziona sia come pezzo singolo che all'interno del contesto del disco. Tra le cose migliori dell’album, giusto citare l’epica "Observer To Master", con un lavoro alle chitarre che evoca i Mastodont e due assoli splendidi, e i nove minuti della potente e ariosa "Bleeding Eyes Of The Watcher".

Thought Form Descent è, dunque, l’ennesimo passo in avanti nell’evoluzione dei Wake, tanto che, a questo punto, è davvero arduo indovinare quale direzione potrà prendere in futuro la band. Nel frattempo, gli amanti del genere, potranno godersi un disco magistrale, che, a parere di scrive, è il migliore pubblicato fino a oggi dai canadesi.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/09/2022