giovedì 8 dicembre 2022

OWNER OF A LONELY HEART - YES (Atlantic, 1983)

 


Owner Of A Lonely Heart venne rilasciato come primo singolo estratto dall’album 90125 (1983) e, sembra incredibile a dirsi, è stato anche l'unico brano degli Yes a raggiungere la prima piazza delle classifiche americane.

L'album da cui è tratta la canzone, ha rappresentato un drastico allontanamento dal suono progressive che aveva reso famosa la band negli anni '70, e, pietra dello scandalo, conteneva chitarre effettate e distorte, campionamenti e sintetizzatori, che ai tempi erano molto popolari, ma mal si adattavano alla storia degli Yes. 

Queste nuove sonorità finirono col creare una situazione paradossale. Se da un lato, infatti, grazie all’aiuto di MTV, gli Yes si trovarono improvvisamente amati da un nuovo pubblico composto prevalentemente di giovani (che non si capacitava, peraltro, di come gran parte del loro catalogo precedente consistesse in brani complessi, che spesso duravano ben più di 10 minuti), dall’altro, i fan della prima ora, rimasero scioccati da questa volta decisamente pop oriented, che sposava una formula canzone dal minutaggio ridotto e dall’irresistibile appeal radiofonico.

Un cambiamento drastico, che però si rivelò quanto mai fortunato per la carriera della band. Anche perché l’Atlantic Records, la casa discografica che pubblicò 90125, aveva investito molti soldi per fare un disco, l’aveva promosso con un battage pubblicitario a tappeto e aveva anche lanciato un bel video, che fu passato a tambur battente dall’allora neonata MTV. La forza trainante dell'etichetta, inoltre, era rappresentata dal manager Ahmet Ertegun, che aveva già fatto la fortuna di numerosi artisti e che si spese in prima persona perchè il brano si trasformasse in un successo planetario.

La canzone, come molto del materiale di 90125, fu scritta da Trevor Horn, Trevor Rabin, Chris Squire e Jon Anderson, che era appena rientrato nel gruppo, dopo essersene allontanato nel 1980. Quando Anderson mise mano ai testi delle canzoni, si trovò in una situazione complicata, perché se le composizioni erano già a buon punto, le liriche, invece, erano state appena abbozzate e mancavano ritornelli e strofe efficaci, tanto che ci vollero ben tre settimane di lavoro per aggiustare dei brani che, altrimenti, non potevano essere registrati. Su Owner Of A Lonely Heart si misero al lavoro Trevor Rabin e Jon Anderson. Le prime parole che i due misero insieme furono:” Muoviti, vivi sempre la tua vita senza pensare al futuro", e ancora: “Dimostralo a te stesso, vinci o perdi”.

Il resto, invece, lo scrisse tutto Anderson, perché il chitarrista aveva un impegno e dovette abbandonare gli studi in tutta fretta. Il brano, che suona energico e divertente, affronta nelle liriche un tema paradossale e decisamente suggestivo. L’idea di Anderson era quella di provare a riflettere sulle pene d’amore, ma da un’altra prospettiva, che non fosse quello dello struggimento sic et simpliciter. In buona sostanza, nelle intenzioni del cantante, il testo doveva sottolineare come, una volta che un uomo ha provato una delusione d’amore, la solitudine divenga preferibile ad avere il cuore spezzato. Resta unico proprietario del tuo cuore e vivi da solo, perché appena ti aprirai ai sentimenti, il rischio sarà quello di soffrire indicibili sofferenze. Meglio soli che disperati, questo è il senso. 

A proposito del brano, Rabin amava anche raccontare un gustoso aneddoto riguardo alla sua composizione, sostenendo che la linea di basso l’aveva scritta nel bagno di casa sua, che aveva un’acustica molto buona, durante quella che lui definì una "visita particolarmente lunga" (e chi ha orecchie per intendere, intenda).

Il disco fu prodotto da Trevor Horn, noto per la sua militanza nei Buggles e per aver preso il posto di Jon Anderson come cantante degli Yes per il loro album Drama del 1980. Quando la band si sciolse, Horn si dedicò a tempo pieno all’attività di produttore, e quindi la soluzione più ovvia fu proprio quella di richiamarlo a mettere mano anche al materiale di 90125. Il lavoro fatto, è di tutta evidenza, portò degli ottimi risultati, tanto che Owner Of A Lonely Heart raggiunse la prima piazza di Billboard negli Stati Uniti, la settimana del 21 gennaio 1984, e mantenne la posizione anche la settimana successiva, quando nel Regno Unito, un'altra canzone prodotta da Horn, e cioè Relax dei Frankie Goes To Hollywood, raggiungeva il primato. Ciò ha reso Horn l'unico produttore al mondo ad avere due successi simultanei, in cima alle charts, sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, con due canzoni diverse di artisti diversi.

Owner Of A Lonely Heart, inoltre, è probabilmente la prima hit rock a utilizzare un campionamento. Il break di batteria all'inizio e il suono del clacson che compare alcune volte nel corso del brano, suonano molto simili, infatti, a una breve sezione Kool Is Back, canzone del 1971 a firma Funk, Inc. 




Blackswan, giovedì 08/12/2022

martedì 6 dicembre 2022

MIDNIGHT RIDER - BEYOND THE BLOOD RED HORIZON (Massacre Records, 2022)

 


Che bella realtà, quella dei tedeschi Midnight Rider! Se, infatti, è un dato di fatto che centinaia di band si ispirano al classico heavy metal e cercano di emulare lo spirito che animava le miglior band del periodo, spesso senza riuscirci, la band di Coblenza, fin dal debutto di Manifestation del 2017, è riuscita a incarnare perfettamente l'essenza di quel suono, inchinandosi con deferenza e amore innanzi all’altare dei primi Judas Priest (grazie anche alla somiglianza del timbro vocale di Wayne con quello del giovane Halford), riuscendo, però, a evitare emulazioni fini a se stesse. Alla ricetta, però, vanno aggiunte anche altre citazioni da quegli anni leggendari, e nel disco, qui e là, spuntano echi di grandi band, come Black Sabbath, Led Zeppelin, Saxon, e chi più ne ha, più ne metta.

Il tanto atteso secondo album dei tedeschi, Beyond The Blood Red Horizon, continua nella stessa direzione del debutto, con solo lo sgabello della batteria occupato dal nuovo membro, Tim. Ciò significa che siamo ancora una volta teletrasportati nella seconda metà degli anni ’70 (e prima anni ’80), con la giusta dose di blues e hard rock iniettata da riff pesanti e da una fragorosa sezione ritmica, propria del classic metal.

La title track, che è anche il primo singolo e apre il disco, racchiude immediatamente la chiave di lettura di tutta la scaletta: puro metal old school della fine degli anni Settanta, con un tocco melodico importante e un senso per il grande riff ritmico, che potrebbe ricordare i Thin Lizzy.

"No Man's Land", "Intruder" e "Time Of Dying" sono ammantate di un fascino oscuro che evoca, ovviamente, i Black Sabbath, mentre l’epica "No Regrets" ruba la scena con grande dinamismo grazie ai fantastici assoli di chitarra di Blumi e a transizioni geniali.

Se è fuor di dubbio che i Midnight Rider, nella maggior parte dei casi, indossano con orgoglio le influenze dei loro eroi, senza, peraltro, vergognarsene, è altrettanto evidente come questo album eviti accuratamente la mera operazione del copia-incolla. Stupisce, infatti, la produzione calda e organica, un meraviglioso suono analogico, e si ha la netta sensazione di una band che stia sugli strumenti con gioia e dedizione, sgocciolando sudore e passione. Tante ottime canzoni, con una menzione speciale alla conclusiva "Always Marching On", un rockaccio adrenalinico che si apre con un riff da batticuore che evoca i Deep Purple, lasciando un buon sapore in bocca, per un disco che si beve tutto d’un fiato.

Considerate le atmosfere bollenti e le sonorità d’antan, questo è un album che meriterebbe di essere ascoltato in vinile, in modo che il viaggio a ritroso nel tempo sia il più soddisfacente possibile. La speranza è, poi, quella di poterli ascoltare dal vivo, e chissà se prima o poi passeranno dalle nostre parti. Intanto, godetevi questo goduriosissimo sophomore, sperando che non trascorrano altri cinque anni per un terzo capitolo.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, Martedì 06/12/2022

lunedì 5 dicembre 2022

ALTER BRIDGE - PAWNS AND KINGS (Napalm Records, 2022)

 


Composti da tre membri dei Creed, Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips, e da Myles Kennedy alla voce, gli Alter Bridge hanno iniziato a calcare le scene nel gennaio del 2004 e, con questa nuova uscita, sono giunti al settimo album in studio e a un milione di copie vendute in carriera. Un risultato ottimo, se si considera che i quattro musicisti si snodano spesso in progetti collaterali, come la band di Mark Tremonti e il lavoro da solista di Myles Kennedy, che svolge anche i compiti di frontman nella line up dei The Conspirators di Slash.

A tre anni di distanza da Walk The Sky, da annoverarsi come un buon disco, ma niente di più, con Pawns And Kings, gli Alter Bridge azzeccano un album quasi perfetto, spostando verso l’alto l’asticella dell’ispirazione e, presentandosi con una vigoria inaspettata, soprattutto alla luce del lungo blocco pandemico.

L’arma vincente del quartetto è da sempre il perfetto equilibrio fra la forza propulsiva dei riff di Tremonti e l’approccio più melodico apportato da Kennedy: se il primo, infatti, strattona le canzoni, attraverso l’aggressività tonitruante della sua sei corde, verso territori decisamente metal, Kennedy mitiga la ferocia mediante la sua voce cristallina e arabeschi melodici di facilissima presa.

Questo preponderante bilanciamento, in Pawns And Kings, talvolta, però, deborda un poco verso suoni più aggressivi del solito, e si veste di qualche piccola novità rispetto al passato. In tal senso, i sali e scendi convulsi dell’opener "This Is War" pervadono il brano di un’epica melodrammatica e teatrale che può ricordare i lavori solisti di Serj Tankian (System Of A Down), mentre la melodica "Stay", cantata Tremonti, è un brano che esce decisamente dal seminato, facendo pensare addirittura a una canzone dei Pearl Jam.

Se alcuni episodi precedenti (Fortress del 2013 e The Last Hero del 2016) procedevano col pilota automatico inserito, facendo pensare a lavori di routine privi di sincero mordente, Pawns And Kings, invece, offre la miglior versione possibile degli Alter Bridge. Il groove di "Dead Among The Living" è un vero tsunami elettrico che piega la propria forza distruttiva solo d’innanzi a un ritornello irresistibile, "Silver Tongue" è un chewing-gum per le orecchie, melodica e al contempo potente, mentre "Sin After Sin", con un intro bluesy e psichedelico, dispiega tutto il sapere di Tremonti: riff abrasivo e un suono di chitarra incredibile. Se la sezione ritmica è, come di consueto una macchina da guerra, e Kennedy spara decibel ad altezze vertiginose, è comunque il chitarrista il vero asse portante di un disco potente e intenso, attraversato da assoli e riff abrasivi, tutti distribuiti con misura ed efficacia.

Non ci sono momenti di stanca, nonostante il ponderoso minutaggio del disco (oltre cinquanta minuti), e tutto funziona alla perfezione, sia quando la band costruisce brani accattivanti, diretti e piacioni, come "Holidays", sia quando costruisce otto minuti e mezzo di trame prog metal, come nell’epica e drammatica "Fable Of The Silent Son", il brano più lungo di tutto il loro repertorio.

Non ci sono grandi novità, in questo lavoro, e in tal senso, la presenza in cabina di regia di Michael ‘Elvis’ Baskette, produttore della band dai tempi di Blackbird, è un evidente segno di continuità; ma Pawns And Kings suona intenso, vibrante e aggressivo, risultando decisamente il miglior disco degli Alter Bridge da dieci anni a questa parte.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, lunedì 05/11/2022

venerdì 2 dicembre 2022

I CAN SEE CLEARLY NOW - JOHNNY NASH (Epic, 1972)

 


Johnny Nash è quello che si può considerare un texano doc, essendo nato a Houston, nel 1940, dove è anche morto, ottant’anni dopo, nel 2020. Eppure, il suo nome è da sempre legato indissolubilmente alla Giamaica e al reggae.

La sua storia di musicista inizia, come spesso accade ai talenti precoci, in giovanissima età. Fin da bambino fece parte del coro della chiesa di quartiere, e poi, a tredici anni, ebbe la fortuna di esibirsi cantando in un programma televisivo locale, chiamato Matinee, diventando così così uno dei primi, e rarissimi, volti neri a comparire sullo schermo. A 16 anni, ottenne un contratto discografico con la ABC Paramount, cosa che gli permise di esibirsi regolarmente nel The Arthur Godfrey Show, una trasmissione a diffusione nazionale. Durante questo periodo, ebbe la possibilità di scrivere le sue prime composizioni, registrando un paio di canzoni, A Very Special Love e Almost In Your Arms, che sono state piccole hit, grazie alla sua esposizione in televisione.

Dopo aver cambiato diverse case discografiche, senza tuttavia riuscire ad accasarsi in modo definitivo, la carriera di Nash ha una svolta decisiva 1967, quando si recò in Giamaica per registrare un suo brano, Hold Me Tight, e una cover di Cupid di Sam Cooke, con la collaborazione di una sezione ritmica locale. Inaspettatamente, entrambe le canzoni divennero grandi successi in terra di Giamaica, e nei due anni successivi, entrarono anche nelle classifiche del Regno Unito e degli Stati Uniti. Nel 1972, altre due canzoni, Cecilia e Mother And Child Reunion trovarono un certo successo negli States, incorporando inusitati ritmi reggae, tendenza che Nash seguì anche per la sua celebre I Can See Clearly Now. Insomma, fra Nash e la Giamaica si instaurò un vero e proprio rapporto d’amore, consolidato anche dalla collaborazione con Bob Marley, un giovane musicista e arrangiatore locale, che di lì a poco sarebbe diventata una stella di prima grandezza, e che per l’amico texano compose qualche canzone, tra cui Stir It Up, che sarà anche l’ultima hit del musicista americano.

Il successo, quello vero, Nash lo consegue, però, con la citata I Can See Clearly Now, un brano scritto di suo pugno, che venne registrato a Londra con i membri della The Average White Band, un gruppo funk, noto anche per la collaborazione con Eric Clapton, che, nel 1974, sfornò una clamorosa hit con Pick Up The Pieces, che raggiunse la prima piazza di Billboard 100.

Il titolo del brano e liriche in esso contenute, furono oggetto di curiose interpretazioni. Quando I Can See Clearly Now uscì, infatti, girava una storia secondo cui Nash l’aveva scritta mentre si stava riprendendo da un intervento di cataratta. Non c’è nessuna prova che ciò sia realmente accaduto, e con tutta probabilità questa curiosa notizia fu fatta circolare dall’agente del musicista, per creare un po' di rumors intorno al brano. Ancora più strampalata, la voce che girava su quello che avrebbe dovuto essere il significato recondito della canzone, che a dispetto del testo ottimista, era, invece, una consapevole presa di coscienza delle brutture del mondo, attraverso la quale, in buona sostanza, si rendeva auspicabile il suicidio, come soluzione a tutti i problemi. Un volo pindarico, questo, magari affascinante, ma privo completamente di fondamento.

Perché I Can See Clearly Now è un canto di coraggio e di speranza, un’ode a tutte quelle persone che hanno vissuto delle avversità, ma sono riuscite a superarle. Difficile attribuire un diverso significato a liriche tanto ottimiste e assertive, corroborate, peraltro, da una melodia incredibilmente allegra:”Posso vedere chiaramente ora che la pioggia è sparita, riesco a vedere tutti gli ostacoli sulla mia strada, sono finite le nuvole scure che mi rendevano cieco…sarà una luminosa giornata di sole, Oh, sì, posso farcela ora il dolore è scomparso, tutti i cattivi sentimenti sono scomparsi, ecco quell'arcobaleno per cui ho pregato…”.

I Can See Cearly Now, che è anche una delle canzoni più usate nel cinema (la trovate, ad esempio, nella sequenza finale di Ti Odio, Ti Lascio, Ti…, gustosa commedia romantica del 2006, con Vince Vaughn e Jennifer Aniston) è stata la prima canzone dalle sonorità reggae a raggiungere la prima piazza di Billboard 100, dove rimase, per quattro settimane, alla fine del 1972. Gira voce, inoltre, che sebbene il brano, ai tempi, vendette ben sette milioni di copie, Martyn Ford, che ne era stato l’arrangiatore, percepì come compenso la misera somma di 35 dollari.  




Blackswan, venerdì 02/12/2022

giovedì 1 dicembre 2022

THE OFFERING - SEEING THE ELEPHANT (Century Media Records, 2022)

 


Seeing The Elephant, secondo prova in studio dei bostoniani The Offering, supera in creatività l'ottimo esordio Home (2019) e si candida a essere il disco metal dell'anno. Folli, bizzarri e geniali, i quattro ragazzi del Massachusetts sfornano un album che è impossibile catalogare sotto un genere specifico. Tutto è estremo, nelle dieci tracce in scaletta, tutte diverse, tutte strutturate in modo da confondere l'ascoltatore: metalcore, prog metal, System Of A Down e Korn, groove adrenalinici, melodie stranianti e digressioni strumentali di tecnica sopraffina. Quando pestano, l'aggressione sonora è insostenibile, e le orecchie sanguinano (la feroce e politicizzata opener "Wasp"), ma, al contempo, sono capaci anche di aperture melodiche malinconiche, che stendono per intensità e mestizia.

Band tecnicamente stratosferica: il chitarrista Nishad George è un'ira di Dio, velocissimo, spiazzante negli assoli da capogiro, granitico in riff che spezzano le casse dello stereo, il cantante Alexander Richichi passa dallo screaming e al cantato melodico con una semplicità disarmante, la sezione ritmica è una macchina da guerra, e Steve Finn, il batterista, picchia come un fabbro, salvo poi inventarsi partiture complesse in controtempo che fanno rizzare i capelli in testa.

Seeing The Elephant, con quella copertina colorata che assorbe anche lo sguardo più distratto, non è un’opera di facile assimilazione, perché quando si pensa di aver colto il mood e la direzione intrapresa dalla band, ci si trova deviati su sentieri paralleli o divergenti, che conducono in altri luoghi, lontanissimi da quelli immaginati. "Wasp", come dicevamo, è un intro durissimo e respingente, un pugno in faccia sferrato con tutta la forza del metalcore più estremo. Eppure, a metà della lunga narrazione (ben sette minuti), il brano assume connotati quasi epici, la melodia spezza le catene del rumore, grazie anche agli arabeschi e ai ceselli di Nishad George, un chitarrista che ama giocare con la leva del vibrato e dare lezioni di tecnica tapping. La successiva "Ghost Mother" è un’altra derapata che lascia sul posto a bocca aperta, tra nuvole di polvere, e unisce l’ipervelocità di esecuzione ad accenti medio orientali, che tanto ricordano i System Of A Down.

Poi, un’improvvisa svolta con "Tipless", un brano atmosferico e psichedelico, una breve parentesi che si sviluppa su una melodia tanto sghemba quanto seducente. Quindi, si riprende la corsa, con l’inquietante "Rose Fire", aperta da spari e sirene della polizia, e la band dispiega nuovamente tutta la sua ferocia, con una prova sopraffina della sezione ritmica che spinge a velocità supersonica. Eppure, anche se qui è la brutalità a farla da padrone, il brano è tutto tranne che lineare, con cambi ritmo inaspettati e arrangiamenti spiazzanti.

La title track fa da spartiacque tra la prima e una seconda parte della scaletta, decisamente più melodica: è una marcia militare intrisa da funerea mestizia, un vertiginoso rallentamento rispetto a tutto quello che si è ascoltato prima. Poi, parte "My Heroine", uno dei brani più riusciti del lotto, che riesce a fondere, in un perfetto equilibrio, l’urgenza metal, una melodia malinconica, una vibrante spinta epica e un lavoro alla chitarra di Nishad George che fa sobbalzare sulla sedia. "Flower Children" parte a razzo con la consueta potenza, per poi scartavetrare un ritornello melodico e furbetto (per quanto possa esserlo in un contesto così estremo), e non sfuggiranno agli ascoltatori più attenti una certa parentela con i System Of A Down (viene in mente "Cigaro" da Mesmerize).

Il disco rallenta ancora, e continua con la superba "Tiny Disappointments", un midtempo molto malinconico, che sfoggia calibratissimi inserti di elettronica e un ritornello orecchiabile ma sigillato da un muro delle chitarre. Se "With Consent" suona come un brano dei Prodigy, rivestito di una pesantissima armatura di metallo, ottimo per un rave a tutta borchia e anfetamina, "Esther Weeps" chiude il disco in acustico, con una melodia tristissima che a metà brano prende fuoco, per poi acquietarsi e, quindi, ripartire veloce verso la catarsi finale.

Seeing the Elephant è un ascolto ostico, a tratti disturbante, di quelli che impongono l'aut aut amore/odio; ma se avrete la pazienza di affrontare i 50 minuti e passa di durata del disco, senza mollare la presa, vi troverete per le mani un gioiello di cui non potrete più fare a meno.

VOTO: 9

 


 

 

Blackswan, giovedì 01/12/2022