mercoledì 16 agosto 2023

GRETA VAN FLEET - STARCATCHER (Lava Music, 2023)

 


E’ sempre un problema quando bisogna affrontare la nuova uscita di un gruppo incredibilmente divisivo come i Greta Van Fleet.

La band originaria del Michigan, nata più di dieci anni fa, ha avuto un'interessante traiettoria musicale fin dall'uscita del loro primo singolo Highway Tune nel 2017. Non solo, infatti, il gruppo ha ricevuto riconoscimenti per le proprie esibizioni live e il materiale registrato in studio, incluso un Grammy per il miglior album rock con il loro EP From The Fires, ma ha anche attirato parecchie critiche da parte di coloro, moltissimi, che li definiscono derivativi e figliocci inconcludenti dei leggendari Led Zeppelin. Pur prendendo in considerazione queste aspre critiche, talvolta non proprio giustificate, i quattro hanno continuato a rifinire il loro sound ed esplorare diversi lati dell'hard rock di matrice settantiana, arrivando oggi al loro terzo album, Starcatcher. Con quali risultati? Hanno dimostrato che i loro critici si sbagliavano oppure stanno nuovamente prestando il fianco a tanti convinti detrattori?

La prima cosa evidente è che Starcatcher espande il suono, lo stile e le influenze della band per un album che esplora territori in parte diversi rispetto al materiale precedente. Nell’opener Fate Of The Faithful, ad esempio, la solida base rock blues è ancora presente, impressiva come sempre, ma ci sono elementi aggiunti che derivano dalla psichedelia degli anni '60/'70, un suono che, al momento, pare essere tornato molto di moda. Elementi derivativi? Certo. Ma quale musica non fa riferimento al passato? Tuttavia, per tutta la durata di Starcatcher, i GVF mostrano una notevole evoluzione nella scrittura delle canzoni, e la conoscenza del rock classico è solo lo spunto per creare un’alchimia cangiante, ricca di eccitazione e di seducenti melodie.

Canzoni come Waited All Your Life, Sacred The Thread, The Archer, Meeting The Master e Farewell For Now sono le migliori testimonianze di questa evoluzione, in cui il contributo di ogni singolo membro si fonde con gli altri in modo fluido, creando una fantastica musicalità, più complessa, più consapevole. Un brano come The Archer, ad esempio, con il suo lussureggiante e vibrante interplay fra chitarre, crea un tappeto sonoro meravigliosamente psichedelico intorno al quale ruotano in perfetta simbiosi basso, batteria e la voce di Josh Kiszka, le cui performance, spinte sempre al limite, potranno far storcere il naso a chi continua a elaborare paragoni con Robert Plant, ma la cui resa, se contestualizzata, è davvero di grande effetto.

Stupisce, in una scaletta che fila via assai coesa la strana presenza di Runway Blues, una canzone che dura solo un minuto e diciassette secondi e che suona come una jam improvvisata, in cui la band, divertita e totalmente libera, sbriglia gli strumenti, tornando a un suono rock blues essenziale ed energico. Peccato la breve durata e l’incomprensibile dissolvenza: questo è un brano che dal vivo potrebbe davvero spaccare, se adeguatamente allungato, ed è un piccolo mistero il suo inserimento in una forma dal minutaggio così costretto.

Nel complesso, a parte questo, i GVF hanno realizzato un ottimo album rock blues psichedelico, che dovrebbe soddisfare sia i fan di lunga data, sia tutti coloro che, amanti di sonorità vintage, si approcciano alla band per la prima volta. Perché in Starcatcher tutto funziona a meraviglia, a partire dalla scrittura e della ricca produzione di Dave Cobb, che rende giustizia a quattro giovani ragazzi, a cui non si può non riconoscere un’ottima caratura tecnica e un bagaglio di idee brillanti, e che, invece, troppo spesso, vengono ingiustamente accusati di mero passatismo. Questa nuova prova, però, potrebbe far ricredere in modo definitivo tanti detrattori: basta dare un ascolto per comprendere che, piaccia o meno, i Greta Van Fleet possiedono una marcia in più, e la sanno usare molto bene.

VOTO: 8

GENERE: Rock

 


 

 

Blackswan, mercoledì 16/08/2023

lunedì 14 agosto 2023

ROYAL THUNDER - REBUILDING THE MOUNTAIN (Spinefarm, 2023)

 


Tenersi lontano sei anni dalle scene (l’ultimo album, Wick, risale al 2017) non è stata una buona mossa strategica per una band che aveva tutto per sfondare, ma che è rimasta sempre un po’ ai margini della scena. Certo, i giorni del Covid e del conseguente lockdown non hanno favorito la continuità, peraltro già messa in discussione da cambi di line up e incomprensioni interne, che hanno portato il gruppo originario di Atlanta (Georgia) sull’orlo dello scioglimento.

Oggi, i Royal Thunder tornano a pubblicare un nuovo album con una formazione che comprende la cantante/bassista Miny Parsonz, il chitarrista Josh Weaver e il batterista Evan Diprima, rientrato all’ovile dopo aver abbandonato la band nel 2018. Che il tempo trascorso potesse produrre dei cambiamenti nel sound era un fatto da mettere in conto, e così è stato. I Royal Thunder suonano coesi e compatti come sempre, ma dopo la lunga pausa, questo quarto album è un rientro in punta di piedi. Rebuilding the Mountain è un ascolto molto riflessivo, indicativo delle incertezze e dell'instabilità di formazione che la band ha attraversato in questi sei anni; la durata di quaranta minuti, breve rispetto alle precedenti pubblicazioni, fa pensare, poi, a un accorto understatement, alla volontà di riaffacciarsi sulle scene con somma circospezione, come se fosse un nuovo corso, un nuovo inizio, con un percorso e una fama tutte da ricostruire (esplicito, in tal senso, il titolo dell’album).

Questo atteggiamento si manifesta anche nella struttura dei brani, in cui il rock blues psichedelico della band assume un’esposizione più sobria. Le singole canzoni sono più brevi di quelle degli album precedenti, le esecuzioni sembrano poggiarsi su soluzioni più melodiche, aprendosi a momenti delicati e reggendosi su costruzioni maggiormente contemplative e decisamente meno lineari. Una scossa di assestamento, insomma, rispetto al suono più energico dei precedenti lavori; tuttavia, se è vero che la performance risulta meno esplosiva, la musicalità mantiene intatta tutta la sua chimica. Rebuilding the Mountain inizia con i cinque minuti di Drag me, la canzone più lunga del set: andamento lento, improvvise accelerazioni, accordi cupi, atmosfere psichedeliche rarefatte e la voce bassa della Parsonz che suona incredibilmente vulnerabile nell'introduzione della canzone, attirando immediatamente l’attenzione dell'ascoltatore. Davvero, un gran bel brano, che mostra le doti della vocalist, la cui espressività, quel timbro roco e possente, risulta meno energica, ma non per questo meno seducente.

Una cosa che rende Parsonz una vocalist così talentuosa è, poi, la sua versatilità, come si coglie molto bene nella successiva The Knife, vibrante rock psichedelico, in cui la cantante torna ai vecchi registri e graffia con fremente rabbia. Così come succede nell’intensa Now Here-No Where, cantato urlato e angosciato, ritmica aggressiva e distorte chitarre noise.

A parte questi intermezzi che richiamano l’hard rock dei primi lavori, ciò che rappresenta la vera novità di Rebuilding the Mountain è il lato più vulnerabile del cantato della Parsonz (lo splendido incipit di Live To Live mette in evidenza un soprano scintillante e spogliato di ogni artificio) e la capacità di forgiare melodie dal retrogusto evocativo e malinconico, mantenendo una buona dose di elettricità, ma senza mai alzare la potenza di tiro (Twice, Fade). Ne risulta, così, una scaletta equilibrata, in cui riff e melodia, rock e psichedelia, ombre e paesaggi illuminati convivono in perfetta armonia, senza sbavature, ma con rinnovata consapevolezza.

Rebuilding the Mountain, in definitiva, rappresenta una nuova fase per i Royal Thunder, a cui il lungo iato sembra aver giovato soprattutto a livello di scrittura. Niente da dire sulla precedente discografia, per carità, ma l’impressione è questo album abbia trovato una maggiore ispirazione e diversificato la proposta, rendendo il suono della band americana più vario e intrigante, e aprendo la strada a un nuovo percorso che potrebbe portare a una maggiore visibilità. Sempre che non facciano passare altri sei anni per pubblicare un nuovo lavoro.

VOTO: 7,5

GENERE: Rock, Psichedelia, Hard Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 14/08/2023

giovedì 10 agosto 2023

THE OCEAN - HOLOCENE (Pelagic Records, 2023)

 


Cosa aspettarsi oggi da un disco degli Ocean è l’inevitabile domanda che si porranno quei fan che hanno seguito le evoluzioni del combo tedesco fin dagli esordi. Per ventitré anni, questa band progressive e post metal, capitanata dal chitarrista e autore principale Robin Staps, ha plasmato uno stile unico, mescolando intelligenza, bellezza e brutalità, attraverso una line up in continua evoluzione, che, disco dopo disco, ha puntato alla ricerca della perfezione sonora. Con il quarto album Precambrian (2007), ispirato al primo periodo di formazione della terra, il gruppo teutonico ha dato il via a una serie di dischi influenzati dallo studio della geologia, culminata nei precedenti Phanerozoic I & II, e che trova oggi un nuovo (e finale) capitolo con Holocene.  

Nel corso degli anni, a partire dall'ambizioso Pelagial (2013), la band ha introdotto nel proprio suono sempre più elementi elettronici, dando vita a un lento mutamento culminato in Phanzerozoic II, un disco che sperimentava fra luci e ombre, melodie e costrutti filosofici, allo scopo di bilanciare la selvaggia irruenza di un tempo. Con Holocene, la svolta elettronica è completata, dando vita a una scaletta decisamente più morbida e cinematografica, che non nasconde però il disagio e il pessimismo provato a narrare l’ultima era geologica, quella che stiamo vivendo, in cui l’uomo ha preso il dominio sulla natura con le nefaste conseguenze che tutti conosciamo.

Così, la traccia di apertura del disco, "Preboreal", inizia com’era finito il precedente album, adagiata su un’elettronica leggera e danzante, e quando entrano in gioco gli strumenti e la voce sofferente di Loïc Rossetti, prende corpo una melodia equilibrata e delicata, il suono si gonfia e cresce, ma la potenza è contenuta, misurata.

"Boreal" inizia più o meno allo stesso modo, è pura melodia in crescendo, coi sintetizzatori e la ritmica che sostengono gli svolazzi della chitarra di Staps, prima che un riff corposo prenda piede, ma senza la ferocia a cui eravamo abituati (e qui è possibile che i vecchi fan abbiano un momento di sconforto).

Ci sono armonie multistrato, attraverso le quali la band sta creando un diverso approccio all’heavy, e dove in passato gli Ocean incanalavano la rabbia nella furia degli elementi o nella belluina violenza di un rinoceronte che carica, qui la struttura si fa più cupa e soffocante, dolorosa come un coltello affondato nella carne, senza strepiti, ma con determinazione.

Il calore del nuovo corso elettronico plasma la splendida "Sea Of Reeds", un brano che potrebbe appartenere tranquillamente al primo catalogo dei Radiohead, e che procede come una ninna nanna sofferta e ricca di inquietante pathos. E’ evidente che i fan della prima ora si troveranno spiazzati, ma i temi trattati nell’album (l'ascesa delle teorie del complotto, la decostruzione dei valori moderni, l’angoscia e la perdita) riescono a essere veicolati con maggior efficacia quando i decibel si abbassano, e lo struggimento prende il posto della furia. E’ una scelta di campo figlia di una costante evoluzione, può indispettire, certo, ma se ci si abbandona al senso della narrazione, finisce per essere incredibilmente suggestiva e vincente.

Non mancano però momenti imparentati al passato, che emergono prepotenti dal nuovo impianto sonoro: "Atlantic" inizia su un ritmo dub avvolto di morbida elettronica, ma la canzone così depressa e cupa, piano piano si gonfia in un gioco di stop and go, che deflagra in una seconda parte più rabbiosa, in cui la sezione ritmica martella feroce e la chitarra schizza lava incandescente verso un finale minaccioso che si arresta poco prima della catarsi finale, in cui resta nelle orecchie solo il ringhio gutturale di Rossetti.

Ritornano i ritmi ipnotici, con le voci che sussurrano in modo sciamanico in "Subboreal", fino a quando il corpo principale della canzone si infrange contro la potenza della chitarra e la brutalità del drumming, e Rossetti urla rabbia e frustrazione, tanto che si possono quasi vedere gonfiarsi le vene del collo del cantante, mentre si abbandona a uno screaming definitivo ed esiziale.

Caratterizzata da accenni industrial, melodia quasi pop, riff spigolosi e percussioni quadrate, "Unconformities" si avvale della splendida e sofferta voce della cantante norvegese Karin Park, il ritmo profondo e pulsante evoca un senso di perdita urgente e doloroso, che vede la band nella sua forma più accessibile, mentre tocca le corde del cuore, spingendo poi questa insospettabile leggerezza verso un frenetico caos agitato dai latrati selvaggi del frontman. Violento, urticante, furioso, esplosivo.

In "Parabiosis" riaffiorano echi trip hop che riportano ai Massive Attack, lo slancio sale e scende, in una costruzione anomala e lussureggiante, in cui prende piede lentamente una bellissima melodia, che è anche il momento più cantabile del disco, mentre "Subatlantic" è un brano più lento e spettrale, che si muove con passo pesante fra territori disseminati di elettronica spigolosa e atmosfere lunatiche e inquiete.  

Holocene è un lavoro ambizioso, enigmatico e cerebrale, che, con tutta probabilità, farà storcere il naso a coloro che mal tollerano questa svolta in cui il fragore delle chitarre è decisamente attutito. Eppure, l’album, ascolto dopo ascolto, palesa tutta la sua scorbutica bellezza, e si ritaglia un posto molto alto nella discografia di una band che non smette, seppur in modi diversi, di indagare sulla psiche umana, l'evoluzione della creazione e i cambiamenti del tempo che incidono profondamente sulla storia dell’umanità. Non per tutti, ma decisamente un gran disco.

VOTO: 8

GENERE: Progressive Metal

 


 

 

Blackswan, giovedì 10/08/2023

martedì 8 agosto 2023

BALL OF CONFUSION - THE TEMPTATIONS (Gordy, 1970)

 


“Oh sì, questo è ciò che il mondo è oggi. La vendita di pillole è ai massimi storici, giovani che vanno in giro con la testa al cielo, Le città in fiamme in estate…Lanciando razzi sulla luna, i bambini crescono troppo presto, i politici dicono che più tasse risolveranno tutto”. E ancora: “Paura nell'aria, tensione ovunque, Disoccupazione in rapido aumento…E l'unico posto sicuro in cui vivere è una riserva indiana… popolazione fuori controllo, suicidio, troppe bollette…Gli hippy si trasferiscono sulle colline, la gente di tutto il mondo grida, finisci la guerra”.

Questi sono alcuni versi tratti da Ball of Confusion (That's What the World is Today) hit scritta da Norman Whitfield and Barrett Strong e pubblicata dai Temptations nel 1970 per l’etichetta Gordy (Motown). Un vero e proprio j’accuse contro il sistema americano, il dito puntato contro il caos e il disordine che pervadevano i tempi, un brano che non le manda a dire a proposito della guerra in Vietnam, delle politiche sociali del governo Nixon, della vendita delle armi e del dilagare della tossicodipendenza, facendone una delle poche canzoni di protesta uscita dal circuito Motown. Uno straordinario brano psichedelico e con un forte messaggio politico, che getta uno sguardo disincantato sui problemi che affliggevano gli States e il mondo intero: “"Giriamo e giriamo e giriamo", cantano i Temptations, "dove il mondo è diretto, nessuno lo sa".

Bob Babbitt membro della band house della Motown, The Funk Brothers, venne chiamato in studio da Norman Whitfield e lì trovò un bel po’ di musicisti pronti a scatenarsi: Uriel Jones, Pistol Allen, Jack Ashford, Eddie Bongo, Earl Van Dyke, Johnny Griffith, Joe Messina, Dennis Coffey. Nessuno aveva pronta una canzone da registrare, ma solo alcune idee musicali, alcuni schemi di accordi e parte di una linea di basso di Babbitt, che poteva essere il punto di partenza per un nuovo. Whitfield, però, sapeva esattamente cosa voleva, voleva qualcosa che doveva essere assolutamente e indiscutibilmente funky e psichedelico. In quel periodo, infatti, aveva ascoltato molto i dischi di Hendrix e dei Sly & the Family Stone, ed era questo il suono che voleva dare alla canzone. Che, poi, venne composta in sole tre ore di sessione, con molta calma, intervallando la registrazione con numerose porzioni di hamburgher.

Le liriche Ball of Confusion (che furono aggiunte successivamente alla registrazione della traccia ritmica) si innestano su un ritmo up-tempo con due tracce di batteria (una per ogni canale stereo), chitarre wah-wah e la minacciosa linea di basso, creata da Bob Babbitt, che apre la canzone. Il drammatico count-in di Norman Whitfield, registrato sempre all'inizio di ogni registrazione solo per scopi di sincronizzazione, è stato poi lasciato nel mix finale.

Nonostante i suoi forti temi politici, il disco evita consapevolmente di implicare un punto di vista definitivo o una posizione di sfida. Questo perché Whitfield aveva già avuto dei problemi con la Motown per War, una canzone che voleva far pubblicare come singolo dai Temptations, cosa a cui la casa discografica si oppose fermamente, perché riteneva che il messaggio militante del brano potesse alienare le simpatie degli ascoltatori più conservatori nei confronti della band (la canzone trovò asilo comunque nella scaletta di Psychedelic Shack). Whitfield, allora, rielaborò War e la diede all'artista Edwin Starr, che la portò in vetta alle classifiche, mentre per i Temptation scrisse la meno esplicita, ma non meno impegnata, Ball of Confusion. Quando videro per la prima volta lo spartito della canzone, i Temptations non pensavano che sarebbero stati in grado di eseguire quel brano così rapido, che in alcuni passaggi risultava essere un vero e proprio scioglilingua. Allora, dopo averci ragionato un po’ sopra, le battute più difficili furono assegnate al cantante Dennis Edwards, che era il solito in grado di tenere testa alla velocità di quell’impetuoso fiume di parole.

Numerosi artisti hanno reinterpretato questo brano, tra cui i Neville Brothers, Tina Turner, i Duran Duran e gli Anthrax. La versione di Tina Turner fu inclusa nel disco Music of Quality And Distinction Volume Uno, uscito nel 1982, un album tributo dei B.E.F, che erano un team di produzione formato dagli ex membri degli Human League, Martyn Ware e Ian Craig Marsh, che in seguito divennero gli Heaven 17 (con Glenn Gregory alla voce). La cover di Tina Turner era il brano di apertura e fu pubblicato anche come singolo, raggiungendo la Top 5 in Norvegia. Scelta azzeccatissima per la cantante, perché le portò in dote un contratto con la Capitol Records, e il suo singolo successivo, una cover prodotta da Martyn Ware di Let's Stay Together di Al Green, divenne un clamoroso successo, tanto in America che in Europa.

 


 

 

Blackswan, martedì  08/08/2023

lunedì 7 agosto 2023

NITA STRAUSS - THE CALL OF THE VOID (Sumerian Records, 2023)

 


Discendente del compositore austriaco Johann Strauss e chitarrista di grande talento, Nita Strauss ha acquisito la meritata notorietà quando, nel 2014, è entrata a far parte della band che accompagna dal vivo Alice Cooper, circostanza, questa, che l’ha fatta conoscere al grande pubblico e che le ha permesso di costruirsi la fama di essere una delle migliori interpreti della sei corde al femminile, in ambito rock e metal. Un risultato fantastico, che ha contribuito in qualche modo a spianare la strada ad altre musiciste donne, e che Nita ha raggiunto dandosi molto da fare soprattutto negli ultimi dieci anni, seguendo Cooper in turnè, prestando i suoi servigi anche a Demi Lovato nell’Holy Fuck Tour del 2022, e pubblicando il suo album di debutto da solista Controlled Chaos nel 2019.

Un esordio notevole, interamente strumentale, che metteva in evidenza, se mai ce ne fosse bisogno, la grande caratura tecnica della Strauss oltre a ottime qualità in fase di songwriting. Un ulteriore passo in avanti verso il consolidamento di una carriera già di per sé brillante è, dunque, questo nuovo album intitolato The Call of the Void (pubblicato il 7 luglio su Sumerian Records), in cui la chitarrista losangelina aggiunge la voce alle proprie composizioni, producendo così un lavoro più appetibile al grande pubblico.

Nita, però, non canta, ma ha deciso di mettere in piedi un progetto simile a quello creato da Slash nel suo omonimo disco d’esordio del 2010: lasciare le parti vocali delle canzoni a un cast di cantanti stellari.  Con questa idea in mente, la Strauss ha così arruolato una lista killer di vocalist, che include Lzzy Hale degli Halestorm, David Drainman dei Disturbed, Dorothy Martin dei Dorothy, Chris Motionless dei Motionless in White, Juliet Simms dei Lilith Czar, Alisa White-Gluz degli Arch Enemy, Anders Fridén degli In Flames e… il grande Alice Cooper.

Per molti versi, creare un album con il contributo di più cantanti è una sfida non da poco, perché le canzoni possono suonare bene individualmente, ma magari mancare di coesione nel loro insieme. Fortunatamente, The Call of the Void non presenta questo problema, ogni canzone indossa l’abito perfetto per la voce chiamata a interpretarla, il disco suona coerente e coeso, a testimonianza dell’ottimo livello di scrittura raggiunto dalla Strauss e dalla capacità di dirigere un’orchestra in cui tutti sanno esattamente cosa fare.

Una compattezza di fondo che è la forza di un disco che dura un’ora, ma non annoia, e che conquista all’ascolto, brano dopo brano, per varietà espressiva e potenza. La Strauss, poi, dà ovviamente sfoggio della propria tecnica cristallina, si abbandona, talvolta, a derive shredding ad alto tasso di virtuosismo, eppure riesce a non cannibalizzare la proposta, scatenando gli assoli al momento giusto e ritirandosi con intelligenza nelle retrovie per lasciar respirare la musica.

Inoltre, a infiocchettare la confezione, ci sono alcuni brani strumentali ("Consume the Fire", "Scorched", "Momentum") strategicamente posizionati all’interno della scaletta in modo da rendere l’ascolto più vario e meno prevedibile.

Grandi riff, adrenalinici assoli e ottime melodie fanno di The Call of the Void una raccolta di canzoni metal davvero riuscita, a cui forse una produzione meno “americana” e pompata avrebbe giovato maggiormente. Ma è il classico pelo nell’uovo di un album che viaggia velocemente dalle casse dello stereo, e pur senza far gridare al miracolo, lascia nelle orecchie buonissime sensazioni.

VOTO: 7

GENERE: Heavy Metal

 


 

 Blackswan, lunedì 07/08/2023