venerdì 29 novembre 2024

John Grisham - L'avvocato Degli Innocenti (Oscar, 2019)

 


Sono passati più di ventidue anni da quando Quincy Miller, un giovane di colore, è stato arrestato dalla polizia della cittadina di Seabrook, in Florida, con l'accusa di aver ucciso l'avvocato Keith Russo, di cui era stato cliente. Quincy viene frettolosamente processato sulla base di testimonianze e prove poco attendibili e di un movente poco credibile. Ciononostante viene condannato all'er­gastolo. Per tutto il tempo l'uomo si professa innocente senza venire mai ascoltato da nessuno, fino al giorno in cui, disperato, scrive una lettera alla Guardian Ministries, i "padri guardiani", una fondazione no profit che si occupa di dimostrare l'innocenza dei suoi assistiti salvandoli dalla pena di morte.

Cullen Post è a capo di questa piccola e agguerrita organizzazione, ha all'attivo otto casi risolti e una storia personale sui generis: quando era un giovane avvocato alle prime armi e pieno di ideali, era rimasto fortemente deluso dal sistema giudiziario e dopo una profonda crisi aveva deciso di diventare pastore episcopale, per dedicarsi poi anima e corpo a combattere le condanne ingiuste e assistere gratuitamente solo clienti dimenticati dal sistema.

Accettando di dimostrare l'innocenza di Quincy Miller, strappandolo all'ergastolo, Cullen deve partire alla ricerca dei vecchi testimoni e smontare le false prove che erano state prodotte, mettendo a rischio la sua vita. Perché il suo cliente è stato incastrato da criminali senza scrupoli che non vogliono certo che lui esca vivo dalla prigione. Hanno già ucciso un avvocato ventidue anni prima e possono benissimo eliminarne un altro senza pensarci due volte. Corruzione, abuso di potere ed errore giudiziario sono gli elementi portanti di questo nuovo legal thriller scritto da John Grisham con impeccabile maestria e con un ritmo incalzante.

 

Maestro del legal thriller, John Grisham è un romanziere che non ha bisogno di molte presentazioni, dal momento che, in oltre trentacinque anni di carriera, ha dato alle stampe un incredibile filotto di libri diventati bestseller e, successivamente, trasposti in pellicole che hanno sbancato il botteghino (Il Rapporto Pelican, Il Socio, Il Cliente, L’uomo Della Pioggia, solo per citarne qualcuno).

L’Avvocato Degli Innocenti, pubblicato per la prima volta nel 2019, può essere annoverato fra le sue opere minori, ma non per questo risulta meno riuscito di altri suoi romanzi decisamente più famosi. Ispirato da fatti di cronaca realmente accaduti (è lo stesso autore a spiegarlo nelle note conclusive), il romanzo racconta la battaglia di Cullen Post (prete e avvocato che dedica la propria vita a cercare di scagionare innocenti ingiustamente condannati) per far liberare Quincy Miller, un uomo di colore condannato all’ergastolo sulla base di prove false e di un processo pilotato per coprire un omicidio commesso da altri.

Dopo ventidue anni trascorsi dalla condanna, la speranza di acquisire nuove prove e far luce sulla verità è ridotta al lumicino, ma grazie alla pertinacia di Post e dei suoi collaboratori tutto è ancora possibile…

Non aggiungo altro per non togliere il piacere di una lettura che conquista fin dalle prime pagine. D’altro canto, Grisham è un maestro nel creare suspense e piazzare i numerosi colpi di scena al punto giusto. E se anche, come in questo caso, il ritmo non è vertiginoso, il lettore viene risucchiato in una vicenda, giuridica e umana, che lascia senza fiato. L’occasione, inoltre, è ghiotta per gettare lo sguardo sul sistema legale americano, che se da un lato fornisce all’imputato numerose garanzie, dall’altro, è avviluppato in una macchinosa burocrazia e piagato da infinite storture (oltre che dall’obbrobrio della pena di morte) che mettono seriamente a repentaglio il conseguimento di una giustizia giusta.  


Blackswan, venerdì 29/11/2024

mercoledì 27 novembre 2024

Linkin Park - From Zero (Warner, 2024)

 


Qualche premessa, prima di parlare di From Zero, ultima fatica dei redivivi Linkin Park, credo sia necessaria. Il disco, ben prima della sua uscita, aveva fatto registrare svariate polemiche, sia da parte dei familiari di Chester Bennington, indignati per l’utilizzo del marchio di fabbrica LP, a loro avviso inscindibile dalla figura del defunto cantante, sia di tutti quei fan della prima ora scandalizzati che il progetto potesse proseguire senza colui che rappresentava la componente emotiva (ed emozionante) del progetto, ora saldamente in mano all’alter ego Mike Shinoda. Critiche comprensibili, ci mancherebbe altro, ma in qualche modo anche non giustificate, visto che da nessuna parte è scritto che una band debba necessariamente sciogliersi quando viene a mancare il suo leader. Che poi i Linkin Park abbiano ancora qualcosa da dire, è un altro paio di maniche.

Di sicuro la pubblicazione di questo From Zero (un titolo che vorrebbe evocare una ripartenza, un nuovo abbrivio, una sorta di resurrezione dalle ceneri) ha lasciato perplessi in molti, assillati dalla solita domanda circa la necessità di riesumare una band che, anche con Bennington vivo, aveva già dato il suo meglio con i primi due album (Hybrid Theory e Meteora, rispettivamente del 2000 e del 2003), vivacchiando in costante calo d’ispirazione per i quindici anni successivi, toccando definitivamente il fondo con il pessimo One More Light (2017).

Per converso, c’era anche molta curiosità di ascoltare Emily Armstrong, chiamata al difficile compito di sostituire Bennington dietro al microfono. Una scelta, questa, rischiosa ma furba, il cui scopo, a prescindere dalle doti canore della bionda vocalist, era quella di ridimensionare immediatamente ogni possibile paragone tra un nuovo cantante e il compianto frontman. Ed è questo il cambiamento più significativo del nuovo corso, che registra il primo punto a favore della band: la Armstrong ci sa fare, ha grinta da vendere e non pecca certo di mancanza di personalità. Il suo timbro è decisamente più rabbioso rispetto al tono disperato e malinconico delle interpretazioni di Bennington e, anche quando i giri del motore rallentano, non sfigura assolutamente nel rendere più morbida e vellutata la sua performance.

Le novità, però, si fermano qui. From Zero, infatti, è un disco che arriva direttamente dall’inizio del nuovo millennio, nulla è cambiato nel suono dei Linkin Park, la struttura dei brani si sviluppa su una formula che pare immutata nel tempo e la scaletta presenta i soliti pregi e difetti che già conosciamo. Le cose, tuttavia, vanno decisamente meglio rispetto al passato. I “vecchi” Mike Shinoda, Brad Delson, Dave Farrell e Joe Hahn vengono affiancati, oltre che dalla alla Armstrong, anche dal nuovo batterista Colin Britain, dando vita a un mix fra membri originali e sangue fresco, che ha prodotto significativi miglioramenti sotto il profilo dell’ispirazione.

Nel disco non ci sono brani epocali come "In The End", "Numb" o "Crawling", certo, ma l’insieme regge più che dignitosamente, anche grazie a un minutaggio decisamente contenuto (poco più di mezz’ora). Come detto, la formula è sempre la stessa, ma laddove gli hook melodici sono centrati e vivono in perfetta sintonia con gli slanci più rumorosi, escono dal cilindro della band ottime canzoni come "The Emptiness Machine", "Cut the Bridge" e "Two Faced".

Ovviamente, qualcosa è inevitabilmente risaputa più del lecito ("Heavy Is The Crown") e un paio di episodi ("Over Each Other" e "Stained") sono imbevuti di quel pop radiofonico tipicamente americano buono solo per la truppa; per converso, "Casuality", pur nella sua esposizione semplicistica, è rumorosa e scalciante, mentre "Good Things Go" è una piacevolissima ballata che chiude un disco tutto sommato riuscito, senz’altro il migliore dai tempi di Minutes To Midnight (2007).

From Zero è un nuovo capitolo della storia e probabilmente anche il primo di altri che verranno in futuro. In tal senso, va giudicato tenendo conto non solo del passato ma anche delle potenzialità che questa vecchia/nuova band riuscirà a esplicitare nel tempo. E’ inevitabile, dunque, che i Linkin Park siano andati sul sicuro e abbiano sfruttato al meglio un suono che è diventato un marchio di fabbrica. Tuttavia, se nei precedenti lavori era evidente una stanchezza di fondo, From Zero, nonostante gli alti e bassi, palesa una ritrovata vitalità, che aspetta solo, forse, di recidere definitivamente il cordone ombelicale con gli anni di gloria, per immaginarsi un nuovo domani più coraggioso.

Voto: 7

Genere: Nu Metal, Pop

 


 


Blackswan, mercoledì 27/11/2024

martedì 26 novembre 2024

I'm Easy - Keith Carradine (Asylum, 1976)

 


Diretto da Robert Altman, Nashville (1975) è un film dagli intenti satirici, che getta uno sguardo cinico e caustico su un gruppo di musicisti country e gospel, nei giorni precedenti una convention politica.

Keith Carradine interpreta Tom Frank, il chitarrista di un popolare trio folk-rock, che spera di intraprendere la carriera solista. Durante una celebre sequenza del film, Carradine suona I’m Easy, una tenera ballata d’amore, dedicata a una persona speciale tra il pubblico. Tom, però, è un mascalzone, un donnaiolo impenitente, che usa (e abusa) delle donne, molte delle quali, presenti in sala, pensano che la canzone riguardi loro. In realtà, il brano è rivolto alla sua prossima conquista, la cantante gospel Linnea Reese (interpretata da una bravissima Lily Tomlin), che, fino a quel momento, aveva resistito alle sue avances.

Altman, per dare alla pellicola un surplus di realismo, volle che il suo cast scrivesse ed eseguisse le proprie canzoni per il film, e Carradine fu entusiasta di rispolverare per l’occasione questa canzone d’amore, scritta anni prima. I’m Easy, infatti, fu composta dall’attore musicista per corteggiare Shelley Plimpton, la sua compagna di cast nella produzione originale di Broadway del musical hippie, Hair, del 1968. Mentre Carradine si struggeva per la Plimpton (e le dedicava la canzone), l'attrice stava già vedendo qualcun altro, e all’inizio sembrò fredda innanzi alle attenzioni del giovane songwriter. Alla fine, però, Carradine l’ebbe vinta, e anche se il rapporto fra i due durò poco, dalla relazione nacque una figlia, Martha Plimpton. Merito di quelle liriche, in cui il giovane affermava che non era disposto a prendere un impegno serio, se i suoi sentimenti non fossero stati ricambiati:

 

” Non prendermi in giro se non c'è nessun posto dove portarmi

Se amarti dovrebbe essere una cosa da fare qualche volta

Non posso mettere le sbarre alle mie viscere

Il mio amore è qualcosa che non posso nascondere

Fa ancora male quando ricordo le volte in cui ho pianto".

 

A 19 anni, quando compose la canzone, Carradine era un giovane ragazzo, appassionato e ingenuo, e quei testi, svelavano un’anima vulnerabile che offriva il proprio cuore alla donna amata (anche se poi il musicista, un po’ cinicamente, ha sempre affermato che "stava solo cercando di scopare"). Nelle mani di Altman, però, la canzone si trasformò in qualcosa di completamente diverso, e lo stesso Carradine rimase sorpreso quando il regista trasformò I’m Easy “nella supplica di un abietto narcisista".

"Non era la semplice canzone d'amore che avevo scritto: è diventata qualcos'altro. È diventata un'incredibile manipolazione", ha spiegato Carradine in un documentario del 2013 sulla realizzazione di Nashville. "C'era qualcosa di meravigliosamente cinico in questo, ma quello era Bob (Altman, ndr.)."

Altman e Carradine avevano già lavorato insieme nel film del 1974 Gang (Thieves Like Us). Durante una festa a casa del regista, l'attore tirò fuori la sua chitarra e iniziò a suonare alcuni dei suoi brani originali, tra cui proprio "I'm Easy". Altman rimase sbalordito dalla bellezza del brano, e quando l’anno dopo iniziò a girare Nashville, Carradine fu tra i primi a essere reclutato.

Questo fu l'unico singolo di successo del musicista californiano (ebbe anche un breve momento di gloria in Canada con Mr. Blue nel 1978), il quale sperava di poter intraprendere la carriera di cantante, che però non decollò mai, nonostante un paio di album discreti (I'm Easy del 1976 e Lost & Found del 1978). I’m Easy, però, nel 1976, vinse il premio Oscar per la miglior canzone originale, e sempre quell’anno si portò a casa anche il Golden Globe per la stessa categoria.

 


 

 

Blackswan, martedì 26/11/2024

lunedì 25 novembre 2024

Human Impact - Gone Dark (Ipecac Recordings, 2024)

 


Siete disposti a farvi percuotere a sangue i padiglioni auricolari per tre quarti d’ora? Ve la sentite di affrontare questa mattanza sonora, che non dà tregua, che non fa prigionieri, nonostante sia ispirata dal raggiungimento di un bene superiore? Se la risposta è no, abbandonate immediatamente questa recensione, perché non c’è nulla che fa per voi: nessuna melodia, nessuna condiscendenza, ma solo rabbia, furore e disperazione.

Il nuovo album degli Human Impact, Gone Dark (un titolo, un programma), è la disperata, ma non arresa, presa di coscienza che il mondo come lo conoscevamo è morto, che il limite è stato valicato irrimediabilmente, e che la speranza, che il grande Monicelli definiva una trappola, è una scoria residuale in una società ormai alla deriva. 

Per questo secondo capitolo della breve discografia degli Human Impact (registrato al Cedar Creek Studio di Austin in collaborazione con il produttore Andrew Schneider), Chris Spencer, chitarra e voce degli Unsane, e Jim Coleman dei Cop Shoot Cop, si sono fatti affiancare dal bassista Eric Cooper (Made Out of Babies, Bad Powers) e dal batterista Jon Syverson (Daughters), che hanno sostituito rispettivamente Chris Pravdica e Phil Puleo.

Basta una fugace lettura ai titoli delle canzoni per comprendere come Gone Dark guardi in faccia alla realtà senza compromessi, fotografando lo schifo e lo squallore di ciò che siamo costretti a vivere ogni giorno. Non ci sono filtri (e perchè mai dovrebbero essercene?), tutto è abisso, è dolore, è perdita. Gli Human Impact sono (giustamente) molto incazzati, ma lo sguardo è quello di una rabbia e di un’angoscia collettiva, la visione è quella del “noi”, il “noi” di un’umanità vessata, frustrata, corrotta al midollo, persa e sull’orlo del collasso. Lucida presa di coscienza, ma anche invito a reagire a non mollare, anche se, forse, tutto è ormai inutile. Un incubo solo apparentemente distopico, ma inquietantemente concreto, figlio di uno scenario che solo vent’anni fa sarebbe sembrato fantascientifico, ma che ora è pericolosamente alle porte.

"Collapse" mette in scena l’abisso, è una discesa negli inferi: “niente di ciò che facciamo può farci tornare indietro” ringhia Spencer, in un’apoteosi di feroce nichilismo, che appare come unica strada per il conforto. Qui, come in tutto il disco, il suono è compresso, oscuro, la batteria sovraesposta, i riff affilati con precisione chirurgica, la voce disturbata e disturbante, un urlo disperato che non trova mai il conforto della luce. Una miscela abrasiva di noise e furente post punk, tra echi dissonanti dei Shellac, furia cieca dei Killing Joke e i miasmi post hard core dei Jesus Lizard ("Hold On").

"Destroy Rebuild" è un vortice post punk che si risucchia inesorabilmente verso il basso, trasuda terrore e rabbia, mentre Imperative e le sue torbide trame industrial mettono in gioco la militanza politica (“We got lost / Broken industry / Not much thought / Sudden atrophy”), innalzando una barricata pronta al combattimento a fianco della classe operaia.

E se "Corrupted" mostra i muscoli e le vene in una travolgente ondata metallica di rabbia post punk a torso nudo, le dissonanze acide di "Reform" mettono in scena la sciagura di un mondo irreparabile, nei versi, gridati, sputati, belluini di Spencer: "Questo ambiente è fuori controllo / Guarda i fuochi dallo spazio".

Gone Dark ha il valore di un’ultima disperata lettera inviata all’umanità, un ultimo inane tentativo di invitare gli uomini ad aprire gli occhi, a ribellarsi al capitalismo che ci ha messo con le spalle al muro, a mostrare il muso duro e occhi di leoni a una società, che in nome del profitto, ci sta portando via tutto. E anche se, come recita, la conclusiva e angosciante "Lost All Trust", tutto appare perduto, questa musica, come quella di tante band che continuano a militare in un mondo di plastica musicale ed emotiva (Godspeed You! Black Emperor per tutti), ci insegna che una cosa possiamo ancora farla: resistere, per Dio, e rendergliela dannatamente complicata.

Voto: 9

Genere: noise rock, post punk

 


 


Blackswan, lunedì 25/11/2024

venerdì 22 novembre 2024

The New Roses - Attracted To Danger (Napalm Records, 2024)

 


Il tempo passa, le mode cambiano, la musica si evolve. Eppure, nonostante tutto, l’hard rock melodico di matrice ottantiana sembra resistere allo scorrere dei decenni e ai mutamenti della società, con una pertinacia da far impallidire tanti altri generi. Certo, è inevitabile che questa materia antica oggi venga plasmata da produzioni più moderne, ma quel suono, quell’impasto di riff graffianti, melodie uncinanti e radiofoniche e attitudine glam, gode ancora di invidiabile salute.

Il 2024, in tal senso, ha già visto alcune uscite davvero interessanti (Eclipse, Kissin’ Dynamite, Sebastian Bach, etc), a cui si aggiunge il nuovo lavoro dei tedeschi New Roses, band originaria di Wiesbaden, giunta alla sesta prova in studio.

Una storia abbastanza recente, quella del gruppo teutonico, iniziata nel 2007 con la consueta gavetta tra piccoli locali della zona, e che li ha visti, disco dopo disco, acquisire una popolarità sempre più internazionale. Attracted To Danger è, quindi, l’ennesimo passo avanti verso la gloria per una band che nel tempo ha mantenuto un livello altissimo d’ispirazione e che, anche sotto il profilo tecnico, ha ben poco da invidiare ad altre compagini più rodate.

Solo ascoltando il primo brano, “When You Fall in Love”, si può avere un'idea chiara di ciò che offre la casa: suono definito e pulito, melodie limpide e cori avvolgenti, ma anche quel tocco di sporco nei riff che è il linguaggio preferito di chi suona il Rock 'n' Roll. Le canzoni suonano dirette, guardando l’ascoltatore direttamente negli occhi.

La musica dei New Roses non presenta artifici, si veste di abiti semplici i cui colori hard rock e glam vengono screziati da un tocco di southern e di blues, e trovano il loro punto di forza in ritornelli facili da imparare e da cantare sotto il palco. Altro non serve. Così Attracted to Danger risulta ispirato, pieno di energia e vita, ma senza che le canzoni appaiano troppo sovraccariche in termini di arrangiamenti. E’ un disco potente, melodico, e non molla un colpo dall’inizio alla fine. Radiofonico, certo, ma intenso e divertente, esplicito nei suoi intenti, ovviamente, ma di grande efficacia.

Il mid tempo di "Natural Born Vagabonds" trabocca di passione ed è attraversato da un suono che più americano non si può, This Heart possiede un tiro pazzesco, pura melodia col piede pigiato sull’acceleratore, "Spirit Of A Rebel" è una grintosa dichiarazione d’intenti, il cui ritornello è di quelli da cantare a squarciagola sotto il palco, ondeggiando insieme alla folla, e "Hold Me Up" (cantata da Timmy Rough in duetto con Gill Montgomery delle Amorettes) è una super ballata, anche questa segnata da sonorità più americane che europee. C’è anche una grintosa cover di "Rockin’ In The Free World" di Neil Young, un scelta un po’ banale, forse, ma la cui resa è di sicuro impatto.

Attracted To Danger è un disco senza trucchi e senza inganni, semplice e lineare come deve essere. Nessun tentativo di scartare da una narrazione musicale rimasta immutata nel tempo, nessun tentativo di vestire le dieci canzoni in scaletta con l’aura dell’originalità. Questo è semplicemente rock melodico, che assicura ritornelli da mandare a memoria, headbanging compulsivo e sudatissime sessioni di air guitar. Quanto basta per passarlo in loop dalle casse dello stereo, con buona pace del vicinato.

Voto: 7

Genere: Hard Rock Melodico 




Blackswan, venerdì 22/11/2024