lunedì 14 dicembre 2020

IL MEGLIO DEL PEGGIO

 


Una celebre poesia di Giuseppe Ungaretti diceva: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” per descrivere la fragilità della condizione umana. E come foglie d’autunno ci troviamo nel bel mezzo di un tempo segnato da un virus che sembra non demordere. Fosse solo questo, potremmo armarci tutti di buon senso e attendere la fine della tormenta. Il punto è proprio questo: dov’è finito il buon senso? L’equilibrio, la sobrietà, il discernimento che dovrebbero governare le azioni umane in momenti di difficoltà, al contrario, sembrano evaporati.
Con sommo rammarico si assiste impotenti a una deriva morale inarrestabile in cui l’insulto, l’ostilita’, la discriminazione e la volgarità rappresantano non più l’eccezione ma la regola. Prendiamo ad esempio la palude del web in cui fake news e hate speech vanno di pari passo, diffondendo la propria carica dirompente nel comune sentire e in special modo nella politica. 

Il garbo, la gentilezza, l’ascolto, l’intelligenza emotiva sono ormai prerogative di un’era geologica definitivamente archiviata. Tutto questo per dire che è proprio nei momenti più bui che la condivisione e la solidarietà umana dovrebbero essere il baricentro dell’agire comune. E dell’azione politica. E invece, un tal senatore di Rignano, in barba alla tragedia umana, passa ancora il segno. In tempo di pandemia serpeggia lo spettro di una crisi di governo e il baldanzoso leader di Italia Viva se ne intesta orgogliosamente l’iniziativa. Un copione già visto: il delirium omnipotentia declinato al proprio tornaconto in barba al destino del Paese. 

Ma in questo imbarbarimento collettivo, per nostra fortuna c’è anche il volto di un Paese umile e gentile che ci rende orgogliosi di essere italiani.
Il suo nome è Paolo Rossi, unico e indimenticabile.

Cleopatra, lunedì 14/12/2020

venerdì 11 dicembre 2020

FUN LOVIN' CRIMINALS - COME FIND YOURSELF (Crysalis, 1996)

 


Succede talvolta che il disco d’esordio sia la cosa migliore di un’intera carriera, peraltro, magari, anche lunga. E’ il caso dei newyorkesi Fun Lovin’ Criminals, band che, nel corso degli anni, ha esaurito la forza propulsiva e le intuizioni che avevano animato questo clamoroso Come Find Yourself. Un momento magico, anche commercialmente, durato, però, ben poco, e seguito da una progressiva perdita di notorietà e da dischi sempre meno ispirati e prevedibili.

In questo caso, però, il trio capitanato dal cantante e chitarrista Hugh Morgan (gli altri due sono Brian Leiser e Steve Borgovini) fece il botto, tanto da ritagliarsi l’appellativo di rivelazione del 1996 e da scalare le classifiche grazie a un autentico tormentone dal titolo Scooby Snacks.

A prescindere dal singolo, di cui diremo a breve, tutto il disco funzionava maledettamente bene, grazie a un’idea, forse non originalissima, ma vincente: frullare, all’interno di groove sensuali, rock, hip hop bianco, funky e pop. Un disco da cazzeggio, divertente ed eclettico, ricco d’inventiva e di momenti di altissimo songwriting, il classico cd che si mette nel lettore alle feste, quando il livello alcolico ha superato la soglia della decenza e la voglia di sculettare prende il sopravvento.

Attenzione, però: in Come Find Yourself ci sono le idee, ci sono gli arrangiamenti, c’è mestiere, ma anche talento e versatilità. Resta, però, un disco dal sorriso beffardo e ironico, che gioca con la black music rivisitandola attraverso una sensibilità tutta bianca, che ammicca al gangsta e al mondo latino, che sostituisce oro, anelli e catene con un drink da bicchiere della staffa e che filtra con disinibita trasandatezza la lezione dei Beasty Boys, altri cazzari al servizio del rap.

Scapestrati, ironici, vagamente lascivi e iconoclasti, i Fun Lovin’ Criminals, con questo esordio definiscono immediatamente uno stile e forgiano uno suono asciutto, essenziale, privo di inutili orpelli, ma al contempo scanzonato e spregiudicato, capace di arrivare esattamente al cuore del divertimento.

S’intitolano una canzone in apertura, creando un irresistibile groove di chitarre (The Fun Lovin’ Criminals), replicano i riff hard e ipnotici dei maestri Beasty Boys (Bombin’ The L), esplorano la sensualità con ballate da pantaloni di pelle e pacco in evidenza (I Can’t Get With That), oliano i pistoni del funk omaggiando la grande mela (King Of New York), rappano duro su sciabolate di armonica (Bear Hugh), rendono omaggio con inaspettata efficacia a Luis Armstrong, con una splendida cover di We Have All The Time In The World.

E poi, come già accennato, scalano le classifiche con la linea di basso e il riff stradaiolo dell’irresistibile Scooby Snacks, divertito e tossico omaggio al Diazepam (meglio conosciuto come valium). Canzone che entra nelle top 40 di Australia, Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Inghilterra e Nuova Zelanda, e che, sentite questa, fa incazzare a morte Quentin Tarantino. Il motivo? Nel pezzo compaiono campionamenti tratti dai film Pulp Fiction e Le Iene, cosa che il regista non accetta e, minacciando cause milionarie, chiede e ottiene il 37% delle royalties derivanti dalla vendita della canzone e anche di comparire nei crediti come co-autore.

 


 

Blackswan, venerdì 11/12/2020

giovedì 10 dicembre 2020

BLUE OYSTER CULT - THE SYMBOL REMAINS (Frontiers, 2020)

 

 


Il 2020 è stato l’anno che ha certificato un potente ritorno sulle scene per i Blue Oyster Cult, rimasti per lungo tempo ai margini del mercato musicale. In pochi mesi, infatti, abbiamo assistito alla ristampa di alcuni album della loro discografia più recente, alla pubblicazione di una serie di dischi dal vivo celebrativi (ben tre, quest’anno) e finalmente, all’uscita del primo disco di brani originali, dopo quasi un ventennio di assoluto silenzio.

Alla luce della caratura di un disco come questo The Symbol Remains, ci si chiede quale sia stato il motivo che ha spinto la band di Long Island a fare attendere così tanto i propri fan, per regalare loro, finalmente, un nuovo full lenght; per converso, però, si può affermare che tutta questa attesa non è stata vana, dal momento che ci troviamo di fronte, almeno a parere di scrive, al miglior disco dei BOC dai tempi di Fire Of Unknown Origin (1981).

Un nuovo album che raggruma in sé cinquant’anni di storia di una delle band più influenti e originali del panorama hard rock statunitense, che ha fatto la storia con album seminali come Tyranny And Mutation (1973) e Secret Treaties (1974), che ha sbancato le classifiche con Agents Of Fortune (1976) e la hit Don’t Fear The Reaper, e che, tra alti e bassi, si è affacciata al nuovo millennio, con lavori a metà tra il rock potente e tenebroso degli esordi e ammiccamenti radiofonici in salsa Aor.

The Symbol Remains risulta, così, un disco compatto nel suono e granitico nel suo esibire dosi massicce di decibel ed energia, ma al contempo estremamente vario nell’andamento. La band capitanata da Eric Bloom (voce e chitarra) e Donald “Buck Dharma” Roeser (chitarra), unici membri originari rimasti, ha sempre avuto dalla sua, nei momenti di massima ispirazione, la capacità di scartare l’ovvio, puntando sull’inventiva degli arrangiamenti, e giocando spesso sul contrasto tra furore elettrico e melodie che frullano in testa alla velocità della luce.

Il disco inizia, così, con il riff sparato ad alzo zero di That Was Me, una botta di cattiveria che, se non si regola il volume della casse, rischia di scrostare l’intonaco dai muri. Una prova di forza belluina, che mette subito in chiaro quanto questa musica si muova a proprio agio nei territori confinanti il metal, cosa che succede anche nell’incedere grave e nel riff sabbathiano della minacciosa Stand And Fight.

Non sono, però, tutti assalti all’arma bianca: nella splendida The Alchemist, a firma di Richie Castellano, chitarrista della band da una quindicina d’anni e autore di molti dei brani in scaletta, la potenza di tiro si mette al servizio di una visione più marcatamente prog, Train True (Lennie’s Song) gioca con un rock’n’roll dal sapore antico, Box In My Head e Edge Of The World mostrano un’irresistibile profilo Aor, mentre Tainted Love veste di elettricità una ballata da cantare tutti insieme sotto il palco, migliaia di accendini accesi nel cuore della notte.

E’ davvero sorprendente ritrovare una band così in palla dopo tanti anni, una band capace di rimanere fedele a sé stessa, che riesce, però, a innervare la propria musica di tanta esuberante freschezza, evitando di imboccare la strada di un frusto passatismo. Tanto che, l’unico difetto che si può imputare a The Symbol Remains è proprio il suo essere un disco riuscitissimo, circostanza che ci fa incazzare, pensando ai vent’anni passati invano prima della sua uscita, e tremare all’idea di doverne attendere altrettanti prima di poter ascoltare un altro gioiello dei BOC.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, giovedì 10/12/2020

mercoledì 9 dicembre 2020

JOE BONAMASSA - ROYAL TEA (Provogue, 2020)

 


Che gli vuoi dire a Joe Bonamassa? Che fa male a rilasciare troppi dischi? E poi, perché? Lui è fatto così, non ce la fa a stare con le mani in mano, ha un bisogno fisico, non coercibile, di fare concerti e scrivere canzoni, di pubblicare, ogni tre quattro mesi, un nuovo disco. E’ più forte di lui. Però, va detto a sua difesa, che la qualità è mediamente alta, che ogni volta s’inventa qualcosa di nuovo, e che, pur mantenendo una chiara linea artistica e un suono che è un marchio di fabbrica, cerca sempre di spostare il baricentro della narrazione.

Royal Tea, diciottesimo album in studio del chitarrista di Utica, omaggia, infatti, il british blues, come già in passato, correva l’anno 2018, Bonamassa aveva fatto con British Blues Explosion Live. Quel disco, però, era dal vivo e in scaletta comparivano cover di Eric Clapton, Cream, Led Zeppelin, John Mayall e di altri eroi britannici della sei corde. Questo nuovo full lenght, invece, è un disco di brani originali, registrati nei miti Abbey Road Studios di Londra, con la complicità di Bernie Marsden (ex chitarrista dei Whitesnake), Pete Brown (ex paroliere dei Cream) e il pianista Jools Holland (noto anche per un programma musicale condotto sul secondo canale della BBC).

L’aria di Londra, che si respira in buona parte delle canzoni in scaletta, ha dato un’ulteriore sferzata di energia alla scrittura di Bonamassa, così come la collaborazione con Marsden, coautore di molti brani del lotto. A produrre, il fido Kevin Shirley, e, in studio, la solita, rodata crew composta da Anton Fig alla batteria, Michael Rhodes al basso, Reese Wynans all’organo, oltre a un nutrito gruppo di coriste, capitanate dall’ugola d’oro di Mahalia Barnes. 

Se è vero che lo stile del nostro è immediatamente riconoscibile, è però altrettanto vero che Royal Tea suona come il più riuscito degli ultimi dischi in studio, grazie ad arrangiamenti più rotondi e a una energia, talvolta, addirittura debordante.

La partenza è affidata a When One Door Opens, brano lungo e strutturato, aperto da un maestoso arrangiamento orchestrale: una prima parte cadenzata e avvolgente, dalle atmosfere quasi alla James Bond, che improvvisamente esplode in una tirata hard rock, ruvida e possente.

I momenti rilassati del disco sono davvero pochi, e Bonamassa preferisce puntare il piede sull’acceleratore, come nel sensuale shuffle di High Class Girl (che ha John Mayall come nume tutelare), nelle distorsioni rabbiose della cupa e bellissima Lookout Man!, nell’apoteosi wah wah della scalpitante I Didn’t Think She Would Do It o nello scattante swing di Lonely Boy, innanzi alla quale è assolutamente impossibile non gettarsi in una danza sfrenata e liberatoria.

Due le ballate, la vibrante Beyond The Silence e la più acustica Savannah, che abbassano i giri del motore, ma non il tiro di un disco che regala ai fan cinquantaquattro minuti di energia pura e grandi canzoni. Tutto ben fatto, a partire dal packaging, una scatola di latta dalle decorazioni vintage, che richiama in modo inequivocabile le brume e le fascinose atmosfere di Londra.

VOTO: 8

 


 

Blackswan, mercoledì 09/12/2020

martedì 8 dicembre 2020

DOWN IN A HOLE - ALICE IN CHAINS (Columbia Records, 1992)

 


Layne sembra volatilizzato, sparito nel nulla: non risponde più al telefono e non apre la porta di casa a chi lo cerca. Non è nuovo a questi comportamenti, lo sa sua mamma, Nancy McCallum, lo sanno i componenti della band, lo sanno i suoi amici più stretti. Due settimane, però, sono troppe, è un’assenza lunghissima, anche per Layne. L’amico e batterista degli Alice In Chains, Sean Kinney, è il più preoccupato di tutti, lo è da sempre, tanto che, d’accordo con una contabile, fa controllare il conto corrente di Staley, per avere una prova certa della sua esistenza in vita.

Il 19 aprile, la contabile lo avverte: “Sean, guarda che Layne non preleva più nulla da quattordici giorni”. Sean chiama subito la polizia e la mamma di Layne, e tutti corrono nell’appartamento di Seattle, in cui il cantante vive da tempo. Nessuno risponde, si sente solo il miagolio disperato della gatta di cui Staley si prendeva cura. La polizia sfonda la porta, costringendo Nancy a restare fuori; sopraffatta dalla preoccupazione, però, Nancy si divincola ed entra. Layne giace sul divano, in avanzato stato di decomposizione. Pesa quaranta chili e ha ancora la siringa fatale infilata nel braccio. Overdose di speedball, si leggerà poi nell’autopsia, un miscela letale di cocaina e eroina. Nancy abbraccia il corpo del figlio, lo tiene stretto per cinque lunghissimi minuti, per un ultimo straziante saluto a quel ragazzo difficile, incapace di trovare un senso alla propria vita, che non fosse in una dose di eroina.

Sean Kinney, ebbe a dire successivamente: “Con Layne abbiamo assistito al suicidio più lungo della storia”, e mai parole hanno colto il senso ultimo di quella assurda e disperata corsa verso l’autodistruzione. Anima tormentata e fragile, segnata dall’allontanamento del padre, Philip Staley, in tenera età, e, successivamente, dai rapporti burrascosi con la madre e il padrino, Layne inizia a drogarsi fin da ragazzo, e quando partecipa alle registrazioni di Dirt, il disco che consegnerà gli Alice In Chains alla leggenda, è già un tossico conclamato, ha già superato abbondantemente il punto di non ritorno.

Fa fatica a gestire il successo, fa fatica a rapportarsi con gli altri membri della band, con cui scazza in continuazione. Sopravvive, però, e tira avanti tra mille difficoltà, perché nel suo cuore c’è l’amore grande e totalizzante per Demri Parrot, la donna della sua vita, l’ex fidanzata di cui è ancora innamorato, l’unica che comprende a fondo l’animo del cantante. Layne ci prova, ci prova disperatamente: entra in clinica per disintossicarsi, non una, ma dieci volte. Una lotta impari contro il male di vivere, che lo vedrà soccombere definitivamente quando, ad ottobre 1996, Demri muore a causa di complicazioni cardiache dovute all’abuso di droghe.

Da quel momento in avanti, per Staley è una lenta discesa negli inferi, un percorso tragico di solitudine autoimposta, di dipendenze sempre più esiziali. Fino a quando, nella notte fra il 4 e il 5 aprile, lo stesso giorno in cui otto anni prima Kurt Cobain lasciava questa terra, arriva l’iniezione fatale, quella che restituirà a Layne la pace che non è mai riuscito a trovare in terra. Una fine che il cantante ha cercato con autodistruttiva pertinacia, dose di eroina dopo dose di eroina, consapevole che quello, e nessun altro, sarebbe stato il suo destino. Layne sapeva sarebbe finita così, le canzoni che scriveva raccontavano la sua vita e le sue dipendenze, presagivano la catastrofe, ammiccavano a una tragica e prematura morte.

Dirt, in tal senso, è un disco cupo, ossianico, spinto nelle tenebre da liriche che raccontano il suo rapporto con le droghe (Sickman, Junkhead, Dirt), che ricordano amici morti per overdose (Would? dedicata a Andrew Wood), che aprono a preveggenti visioni di morte (Rain When I Die), e che tratteggiano lividi scenari di disperazione (Down In a Hole).

E’ in quest’ultimo brano, pubblicato il 30 agosto del 1993 come quarto singolo da Dirt, che si racchiude tutta la parabola di Staley. Una richiesta d’aiuto, che resterà inascoltata, l’immagine del buco, evidente e tangibile mortificazione corporea di ogni iniezione di eroina, ma anche metafora di una vita nascosta, sofferente, lontana dagli altri che non capiscono, che sanno solo procurare dolore.

Down in a hole, feelin' so small, Down in a hole, losin' my soul, I'd like to fly, but my wings have been so denied” sono versi che tratteggiano il profilo di Layne meglio di qualsiasi biografia: sentirsi piccolo e inadeguato al mondo, vendere la propria anima alla droga, provare a riprendere il volo, a tornare libero, ma accorgersi di non avere più le ali, desiderare di essere altrove e di essere qualcun altro, bisogno recitato in quei versi struggenti, Sand rains down and here I sit, Holding rare flowers in a tomb (oh I want to be inside of you), Oh I want to be inside.

Layne canterà nuovamente Down In A Hole la sera del 10 aprile del 1996, al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music, per registrare uno di quegli Unplugged, che ai tempi andavano tanto di moda. E’ pallido, emaciato, quasi un fantasma. Ed è visibilmente confuso, dimentica le parole, sembra un pesce fuor d’acqua. Canta, però, canta divinamente, con quella voce tossica e potente, che sa scuoterti le ossa fin dentro al midollo. La sua versione di Down In A Hole , segnata da quell’attimo di smarrimento nel finale, è semplicemente da brividi. Una sorta di canto del cigno, un testamento artistico, la definitiva presa di coscienza che la propria vita sta volgendo al termine. Il lascito emotivo di una delle voci più intense e disperate di sempre, il saluto al mondo di un ragazzo che non ha saputo vivere un solo giorno della propria esistenza, e ora vive, amato da tutti, nell'eternità delle sue canzoni.

 


 

Blackswan, martedì 08/12/2020