mercoledì 2 novembre 2022

PETRO MARKARIS - ULTIME DELLA NOTTE (Bompiani, 2000)



Il commissario Kostas Charitos vive ad Atene, metropoli sospesa tra Oriente e Occidente, crocevia di immigrati clandestini, ex spie sovietiche e trafficanti d'organi. Charitos tenta comunque di ritagliarsi uno spazio di tranquillità personale, per dedicarsi anche ai propri problemi famigliari. Ma un efferato omicidio lo costringe a scendere in campo, scontrandosi con schegge impazzite di realtà.

 

Una coppia di giovani albanesi viene trovata brutalmente assassinata. Il colpevole viene catturato subito e confessa. Si tratterebbe di un delitto passionale, o almeno così lo liquida il Commissario Charitos, titolare dell’inchiesta. La morte della nota giornalista Ghianna Karaghiorghi, uccisa negli studi televisivi proprio mentre stava per annunciare in diretta televisiva un clamoroso scoop, lo porterà, però, a rivedere il caso.

Inizia così, il primo romanzo che vede come protagonista il Commissario Kostas Charitos, una figura di poliziotto spesso paragonata al Pepe Carvhalo di Manuel Vazquez Montalban o al Montalbano del nostro Camilleri. In realtà, Charitos è un personaggio con caratteristiche peculiari che lo rendono un unicum nella letteratura di genere. Scontroso, maleducato, cinico, frustrato da un matrimonio abitudinario con una donna che passa le giornate davanti al televisore, Charitos si concede come unica distrazione la lettura degli amati dizionari, vivendo una vita piatta e grigia, confortata esclusivamente dall’amore per la figlia Katerina, che vive lontano da casa, per motivi di studio.

Eppure, dietro la scorza di uomo rude e scostante, si nasconde una verace umanità che coincide spesso con un indefettibile senso di giustizia, quel senso di giustizia che lo rende allergico alle regole e al compromesso, che lo spinge a inimicarsi chiunque cerchi di manovralo, che è il carburante nobile di una testardaggine che lo induce a indagare anche là, dove non dovrebbe, fino a svelare, nonostante le mille pressioni dall’alto, un complesso e redditizio progetto criminoso.

Le indagini di Charitos si svolgono nelle strade di Atene, metropoli sospesa tra Oriente e Occidente, crocevia di etnie che convivono tollerandosi a fatica, città rumorosa e caotica, in cui il traffico sembra prendere il sopravvento sulla storia e le bellezze artistiche, che sembrano offuscate da un’inquietante coltre di smog. Se la Marsiglia di Izzo, il cui malinconico Fabio Montale incarna la stessa figura di perdente di Charitos, era il cuore pulsante della narrazione, per Markaris Atene è solo una muta testimone alle vicende, fredda e distante dagli eventi, una città il cui volto umano si manifesta solo attraverso la bontà dei souvlaki, gli spiedini di cui Charitos è ghiotto.

Uscito nel 1995, e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2000, Ultime Della Notte è un noir costruito magnificamente, che non ha bisogno di ritmi serrati per coinvolgere il lettore in una vicenda che conquista fin dalla prima pagina. Una prosa lineare e piacevolissima, intrisa di ironia e aperta anche alla critica sociale e politica (il razzismo, gli strascichi della feroce dittatura dei colonnelli, l’arroganza del potere, il cannibalismo di una stampa a cui non interessa la verità ma solo mettere il mostro in prima pagina), fanno di questo romanzo un must per gli amanti del genere, che cercano nel thriller intelligenza e profondità, e non solo sangue e violenza.

Blackswan, mercoledì 02/11/2022

lunedì 31 ottobre 2022

JOHN FULLBRIGHT - THE LIAR (Thirty Tigers, 2022)

 


Nel bel mezzo della cartina dell'Oklahoma, c'è un crocicchio di case chiamato Okemah, in cui vivono tremila anime, un terzo delle quali sono nativi americani. Appena poco più grande di un buco di culo, insomma. E nonostante ciò, Okemah è un luogo ricco di storia musicale, visto che ha dato i natali al grande Woody Guthrie e a un'altra Guthrie, Gwen, figura di riferimento del r'n'b anni '80. Sarà l'aria particolarmente buona, ma da queste parti nasce anche John Fullbright, classe 1986 e, fin dall’inizio della sua carriera, considerato giovane promessa del cantautorato a stelle e strisce.

Un artista così dotato che, infatti, con il suo primo lavoro in studio, From The Ground Up (2012), ottiene subito successo commerciale, apprezzamento della critica e una nomination ai Grammy Awards per il miglior album di Americana. Due anni di attività concertistica ma anche di studi, hanno portato il songwriter dell’Oklahoma a una completa maturazione artistica e a un nuovo disco, Songs (2014), altrettanto bello, composto da dodici canzoni, per cinquanta minuti di durata, in cui è la ballata intimista e confessionale, e una scrittura sincera e appassionata, a far la parte del leone.  

Oggi, a distanza di otto anni (un’eternità rispetto alle tempistiche dell’odierno mercato discografico) John Fullbright esce con un nuovo album, intitolato The Liar, ed è chiaro che il trentaquattrenne musicista americano ha fatto buon uso di tutto il tempo trascorso. Ha ingaggiato una nuova band per farsi accompagnare in studio, ha ampliato il proprio spettro musicale e ha consolidato, arricchendolo, il proprio stile. Uno scostamento dalle origini, che potrebbe in qualche modo spaventare i fan della prima ora, quelli che si aspettano la semplice intensità di un uomo chino sul suo pianoforte. Quel tipo di songwriting non è svanito del tutto, e infatti The Liar inizia con "Bearden 1645", un brano che palesa quale sia la comfort zone di Fullbright e che evoca un mood alla Billy Joel, anche se poi la canzone si arricchisce con un bell’assolo di slide.

C’è, però, un maggiore eclettismo in questo nuovo lavoro, che pur mantenendo una famigliarità emotiva, esibisce un’espressività più varia: in "Safe To Say" l’organo si sostituisce al piano per un brano dagli accenti fortemente gospel, la title track è una ballata che si sviluppa su coordinate country soul, "Where We Belong" è un classicissimo country accarezzato dal violino, mentre l’autoironica "Social Skills" è una filastrocca rock di due minuti, dritta e diretta, e senza fronzoli. Il pianoforte resta, ovviamente, il fulcro della musica di Fullbright, e anche se lo strumento viene avvolto spesso da arrangiamenti più corposi, le ballate spezza cuore, che sono il fiore all’occhiello del musicista dell’Oklahoma, non mancano ("Stars" e "Lucky" sono da brividi).

Registrato nello studio della fattoria di Steve e Charlene Ripley nel nord-est dell'Oklahoma, The Liar si avvale della presenza di alcuni dei migliori musicisti dello stato, la maggior parte dei quali ha già lavorato con Fullbright, tra cui Jesse Aycock, Aaron Boehler, Paul Wilkes, Stephen Lee e Paddy Ryan. Sono stati impiegati solo quattro giorni per registrare le dodici canzoni, ma nonostante le tempistiche compresse, il disco non è certo un parto frettoloso, anzi replica la brillantezza di Songs e From The Ground Up, offrendo una scaletta più ricca e composita, che non manca di toccare le corde del cuore grazie al consueto surplus di emotività.

Otto anni sono davvero una lunghissima distanza fra un disco e l’altro, ma queste dodici canzoni di ottima fattura, sono riuscite ad azzerarla. E, tutto sommato, è valsa la pena aspettare.

VOTO: 7,5

 


 

Blackswan, lunedì 31/10/2022

giovedì 27 ottobre 2022

TEENAGE DREAM - KATY PERRY (Capitol, 2010)

 


Secondo singolo e title track dal terzo album della californiana Katy Perry, Teenage Dream è un leggerissimo brano elettropop che racconta di come l’amore per un giovane uomo faccia sentire la cantante nuovamente adolescente.

Il brano fu concepito dalla Perry in un periodo particolarmente stressante, in cui le risultava insopportabile vivere a Los Angeles, la città in cui lavorava e che le faceva provare una pressione incredibile. Stufa delle dinamiche frenetiche e dell’arrivismo della metropoli, la cantante tornò a casa, a Santa Barbara, per ritrovare il sapore buono dei luoghi in cui era cresciuta e che la facevano sentire bene. Qui, la Perry ritrova un entusiasmo che sembrava essersi affievolito, e ricordando i giorni belli dell’adolescenza, mette mano alla genesi di Teenage Dream, trasportata dalla ritrovata vitalità di sentirsi in un luogo che le apparteneva veramente e che suscitava in lei ricordi belli di quand’era ragazzina, quando i sogni a occhi aperti le trasmettevano una gioia, in seguito mai più provata.

E cosa c’è di più bello ed emozionante, agli occhi di una ragazzina, se non immaginare il principe azzurro e l’amore della vita? E proprio di questo parla Teenage Dream, di quei sentimenti che si provano a quindici anni, che fanno battere il cuore in gola e tolgono il respiro, di quell’euforia totalizzante e pura che, invecchiando, le esperienze e i dolori della vita, tendono progressivamente a sfumare, trasformando l’amore in qualcosa di diverso, più profondo, probabilmente, ma decisamente meno intenso. Teenage Dream è, dunque, un invito rivolto alle persone di tornare a innamorarsi senza vergogna come quando erano ragazzi, di tornare a riprovare il fremito vitale dei sogni adolescenziali.

Riordinate le idee e trovato il concept, la Perry si mise al lavoro, coadiuvata da Lukasz "Dr. Luke" Gottwald e Max Martin, due produttori che, quando bisogna mettere in piedi un pezzo pop sfacciato e dal grande appeal radiofonico, hanno pochi eguali al mondo, e dall’amica Bonnie McKee, una cantautrice con alle spalle un album d’esordio passato inosservato (Trouble del 2004), che mise lo zampino in tutte e tre le hit estratte dall’album (California Gurls, Last Friday Night e, appunto, la title track).

Il lavoro fu tutt’altro che semplice, a causa della pignoleria e del perfezionismo dei due produttori, e le due amiche dovettero riscrivere il testo cinque o sei volte prima di avere l’approvazione. Il problema maggiore era quello di trovare le immagini giuste, che rendessero perfettamente l’immedesimazione dell’artista con la ragazza che era un tempo. Tutto doveva suonare naturale, con la giusta enfasi sulla giusta sillaba, in modo che la canzone suonasse sincera, profumasse d’estate, possedesse anche un pizzico di nostalgia e un retrogusto vagamente agrodolce. Una faticaccia che, però, valse alla Perry la top ten in quasi tutti i paesi del mondo, e un vero proprio record, mai più eguagliato, con ben 14.900.000 ascoltatori nella sola prima settimana di passaggi radiofonici.

 


 

 

Blackswan, giovedì 27/10/2022

mercoledì 26 ottobre 2022

A.A. WILLIAMS - AS THE MOON RESTS (Bella Union, 2022)

 


Forever Blue era stato, a parere di chi scrive, uno degli album più suggestivi del 2020. Un disco gotico e notturno, che aveva attirato l’attenzione di stampa e pubblico, grazie a un filotto di canzoni emotivamente vulnerabili, interpretate con voce bassa e commossa, e avvolte da orchestrazioni lussureggianti, spesso preludio di intensi crescendo post rock. Con Songs From Isolation, uscito nel 2021, A.A. Williams aveva destrutturato grandi classici della letteratura rock (Cure, Pixies, Radiohead, etc.) immergendoli nella cupa disperazione dei giorni del lockdown.

Un’inquieta creatività, quella dell’artista inglese, che è culminata nella composizione di questo As The Moon Rests, un disco che si distanzia leggermente dalla cifra estetica dei suoi predecessori, pur mantenendo inalterato il mood malinconico e mesto, che è il marchio di fabbrica di una sensibilità artistica complessa e profonda. Fin dall’iniziale "Hollow Heart", infatti, è chiaro che questo sia un album molto più orientato al rock, anche se la preponderante elettricità delle chitarre è comunque compensata da altrettanti passaggi sonori delicati e meditabondi.

"Evaporate" possiede un’anima melodica minimalista, costruita su poche note di pianoforte, strapazzate da un riff di chitarra urticante, i cui echi quasi doom danno alla canzone un ronzante senso di disperazione. Come sempre, la voce della Williams è al centro della scena, il suo timbro è al contempo intensamente vulnerabile e totalmente accattivante. Qui, il mood gotico possiede una potenza espressiva tanto elegante quanto disturbante, una sensazione, questa, che permea l’intero minutaggio di un disco ambizioso ed emotivamente ricco.

L’ambiguo titolo del disco, inoltre, crea ulteriori suggestioni, anche visive: sembra ammiccare alla luce decrescente del giorno che va a morire, ma preso alla lettera può suggerire anche il graduale sorgere del sole, mentre la luna si ferma a riposare. In ogni caso, al centro della scena, c’è una visione di chiaro scuri, in cui la luce incerta del crepuscolo si posa su tutte le undici canzoni in scaletta.

Una sensazione evocata perfettamente dall’inquietudine che pervade la splendida Pristine, che si apre, librando tra volute morbidissime, prima che le chitarre e gli archi si schiantino fragorosamente al suolo in una febbricitante esplosione post rock. Se "Shallow Water" sfiora leggiadra i canoni esteti del chamber folk, grazie a una melodia semplice e alla voce rilassata ed evocativa della Williams, "For Nothing" è, per converso, uno sprofondo gotico, ipnotico ed emozionante nella reiterazione dei medesimi accordi, su cui la voce salmodiante e carica di dolore della Williams sorvola, fino all’ennesima sportellata elettrica.

As The Moon Rests non è certo un album minimalista perché potente e gonfio di umori, talvolta perfino divergenti (l’arpeggio di chitarra della title track che deflagra in un botto di convulsa elettricità limitrofa, ancora una volta, al doom metal); eppure, nella sua forma complessamente altalenante, la sostanza comunicativa resta semplice e immediata, e arriva direttamente al cuore, per stritolarlo in una morsa di mestizia e sognante malinconia. C’è una perfetta simbiosi fra melodie e arrangiamenti, che evitano ogni inutile sovraesposizione, pur riuscendo nell’intento di rendere la narrazione epica anche nei momenti maggiormente intimi e raccolti.

Si potrebbe parlare a lungo di un disco, nelle cui pieghe si nasconde un mondo di suggestioni che la Williams ha plasmato con la lucidità di chi sa dominare la materia senza bisogno di eccessi; ma nessuna parola, in questo caso, è paragonabile all’esperienza dell’ascolto. La sua formazione classica e l'amore sempre dichiarato per il metal convivono, qui, in un equilibrio e con una misura che lascia senza fiato. La Williams sa scrivere grandi canzoni in cui goth, doom e post-rock confluiscono in un sali e scendi palpitante, ove la quiete più sommessa si gonfia di fremente emotività, capace di aprire crepe nel cuore e generare un disperato soliloquio, salmastro di lacrime. In tal senso, As The Moon Rests è un dono prezioso per tutte quelle anime romantiche, che cercano nella musica una compagna con cui condividere i propri tormenti interiori. Mettete, quindi, nel lettore il cd e predisponetevi ad abbracciare questo tumultuoso flusso emotivo: che il rituale della voluptas dolendi abbia inizio.

VOTO: 9

 


 

 Blackswan, mercoledì 26/10/2022

lunedì 24 ottobre 2022

LAMB OF GOD - OMENS (Nuclear Blast, 2022)

 


I Lamb Of God sono una di quelle pochissime band che sono sempre state in grado di mantenere saldo il timone e di seguire senza incertezze la rotta, tanto che non è un’eresia affermare che musicalmente non abbiamo mai fatto un passo falso. Qualcuno potrebbe obbiettare che la band originaria della Virginia conosce a menadito i suoi limiti e i suoi pregi e che, forti di questa consapevolezza, abbia rilasciato più o meno sempre lo stesso disco. Questa, però, sarebbe una considerazione ingiusta per un gruppo che ha fissato gli standard del metal per oltre due decenni, e che in realtà non è mai stato del tutto estraneo al cambiamento, come avvenuto, ad esempio, nel bellissimo VII: Sturm Und Drang (2015).

Questo nuovo Omens rappresenta, dunque, un ulteriore tassello in una discografia solidissima ed esprime al meglio quello che è il patrimonio musicale di una band che non sembra aver subito le angherie del tempo: l’aggressività, il lirismo, l'armonia dei loro riff sono tutte componenti di un tiro di fuoco che continua a pompare decibel con intelligenza e credibile rabbia.

Mentre il loro eccellente album omonimo del 2020 offriva un senso di speranza in mezzo alle tribolazioni del mondo, Omens è un album fortemente nichilista e cupo, e fornisce una riflessione pessimista sui giorni tristi che viviamo. La ferocia è ovunque, nella musica e nelle liriche.

L'opener "Nevermore" mette in chiaro subito le cose: è un pugno in faccia, un inno rabbioso, sono i Lamb Of God come sempre li abbiamo amati, a cui si aggiunge anche la sorpresa di un breve inciso melodico in cui Randy Blythe canta pulito. La miscela infuocata di thrash, death e groove metal che ha sempre contraddistinto il suono della band americana continua a non far prigionieri ed è ancora incredibilmente vibrante e seducente. E forse lo è ancora di più alla luce di testi poetici che profetizzano la fine del nostro mondo, come avviene ad esempio, in Raven, omaggio a Edgar Allan Poe, in cui Blythe canta: “Questa è una resa dei conti, senti i corvi urlare”.

E’ questo il tema principale di un disco che osserva l’implosione di una società, in cui la pandemia e alcune folli scelte politiche hanno generato molteplici conflitti e dolorosi tormenti interiori. E così "Gomorrah", posta a metà disco, paragona, quasi inevitabilmente, la deriva etica presa dal nostro mondo al racconto biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra. Il pessimismo, insomma, regna sovrano.

In generale, Omens, come dicevamo all’inizio, non aggiunge nulla di nuovo a quanto conoscevamo dei Lamb Of God, eppure tutto sembra a funzionare a dovere, anche nei pezzi, per così dire, più prevedibili come "To The Grave" e "III Designs". Ci sono, però, anche un paio di gioiellini che possono essere annoverati fra le cose migliori mai scritte della band: il deathcore di "Ditch", tecnica e furiosa, e la bellissima conclusiva "September Song", il cui inizio molto melodico (ecco un tentativo di uscire dalla comfort zone), e la ritmica in leggero controtempo, deflagrano poi in una seconda parte feroce, corroborata dal vibrante duello fra i due chitarristi Mark Morton e Willie Adler.

Omens, in definitiva, è un ottimo disco di metal, che non deluderà le aspettative dei fan, che sanno esattamente cosa aspettarsi dalla band originaria della Virginia. Il merito dei Lamb Of God è quello di essere riusciti ad affrontare un tema prevedibile come quello dell’umanità post pandemia, convogliando rabbia e frustrazione in quaranta minuti potenti e incendiari. E per quanto non ci siano novità sostanziali, la formula non mostra la corda della ripetitività e la band mette a segno l’ennesimo, ottimo capitolo di una discografia, fin qui, impeccabile.

VOTO: 7,5

 


 

 

Blackswan, lunedì 24/10/2022