Sono passati
esattamente quarant’anni dall’uscita di Leftoverture, capolavoro AOR datato
1976, che lanciò definitivamente i Kansas nell’Empireo del rock radiofonico,
grazie anche a quell’immortale tormentone dal titolo Carry On Wayward Son. In
questo lungo lasso di tempo, tante cose sono cambiate, sia a livello di
ispirazione (tra alti e bassi, questi ultimi sono stati più numerosi) che di
line up (se ne sono andati Steve Walsh e Kerry Livgren, sono entrati Ronnie
Platt alla voce, David Manion alle tastiere e l’ottimo Zak Rizvi alla
chitarra). Affacciatisi al nuovo millennio (l’ultimo album in studio è stato
Somewhere To Elsewhere del 2000) i Kansas sono praticamente spariti e, a parte
qualche live e un paio di best of, non hanno più dato notizie di loro. Ne
consegue che questo The Prelude Implicit arriva come una sorta di fulmine a
ciel sereno, la sorpresa inattesa di una band che stava ormai lambendo i
confini dell’oblio e che probabilmente in molti davano per morta e sepolta.
Un’uscita importante, dunque, non solo perché cade nell’anno dell’anniversario
di Leftoverture, album che verrà risuonato per intero nel prossimo tour, ma
anche perché ci restituisce un gruppo che, contro ogni pronostico, si ripropone
sul mercato con una prova decisamente gagliarda. L’impressione, infatti, è che
i nuovi arrivati abbiano dato una sferzata di energia, sia sotto il profilo
delle composizioni che dell’esecuzioni dei brani, tanto che, per quanto la
proposta possa risultare anacronistica, The Prelude Implicit suona, per gran
parte della sua durata, vivace e fresco, come, cioè, se a misurarsi col
repertorio fosse un gruppo con un’anagrafe molto meno usurata. Se è vero che in
scaletta qualche punto debole c’è, soprattutto verso il finale del disco, per
converso canzoni come Camouflage, la splendida The Voyage Of Eight Eighteen e
l’iniziale With This Heart lustrano il vecchio marchio di fabbrica, riportando
a nuova vita quella curiosa miscela di progressive, pop e hard rock di cui i
Kansas sono stati, per lungo tempo, tra i principali interpreti . Buone
canzoni, dunque, ma anche ottimi arrangiamenti e un’indiscutibile tecnica
individuale, fanno di The Prelude Implicit un ritorno davvero riuscito e un
disco che supera agevolmente la sufficienza. Certo, coloro che amano i graffi
di un rock più scarno e diretto non toccheranno quest’album nemmeno con la
canna da pesca; ma per i fans del gruppo e per gli amanti del genere, questa è
un’occasione imperdibile per riscoprire una band (ancora) in forma smagliante.
VOTO: 6,5
Blackswan, 08/10/2016
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