mercoledì 25 settembre 2019

THE SLOW SHOW - LUST AND LEARN (Pias, 2019)

Talvolta, le logiche del mercato discografico mi sfuggono completamente e faccio fatica a comprendere come alcuni dischi, non semplici, certo, ma molto belli, siano relegati alla nicchia della nicchia, snobbati dagli ascoltatori, e questo ci può stare, ma nemmeno presi in considerazione dalla stampa specializzata.
E’ il caso di questo terzo disco degli inglesi The Slow Show, su cui non è stata scritta una riga, nonostante sia una delle pubblicazioni più interessanti di questo 2019. La band, originaria di Manchester, non è certo una di quelle che aggrediscono il mercato con singoli di facile presa né sono oggetto di battage mediatici volti a ingenerare attesa e interesse da parte del pubblico. Ciò nonostante, in quasi dieci anni di carriera, gli Slow Show, grazie a canzoni votate al minimalismo e ricche di suggestivi paesaggi sonori, sono riusciti a crearsi un discreto seguito soprattutto in Francia, Germania e Olanda. Di loro, però, nel nostro paese, non si è accorto quasi nessuno, ed è un vero peccato, perché Lust And Learn è uno di quei dischi che lasciano il segno e ruba infiniti ascolti alle nostre orecchie e al nostro cuore.
La musica degli Slow Show si muove entro i confini tracciati da band come Elbow, Tindersticks e, soprattutto per una certa somiglianza fra il timbro del cantante, Rob Goodwin, con quello di Matt Berninger, è possibile un qualche accostamento anche ai The National. Eppure, a prescindere da questi evidenti punti di contatto, il marchio di fabbrica del gruppo inglese resta personalissimo.
Da un lato, la varietà di suoni e gli arrangiamenti inusuali, creano un’importante stratificazione, con i vuoti, i silenzi e le esitazioni che si gonfiano all’interno della stessa canzone, fino a creare, in certi casi, un effetto quasi orchestrale. In tal senso la scrittura di Goodwin può apparire calligrafica, ma così non è: soprattutto dall’ascolto in cuffia, è chiaro quanto ogni nota sia necessaria alla resa finale di un brano, e l’uso di archi, cori chiesastici e caldi tocchi di elettronica gentile stiano perfettamente in equilibrio, cogliendo sempre la misura esatta.
Dall’altro lato, poi, gli sfarfallii, le evanescenze, le angeliche voci femminili, le volute ascensionali o le dilatazioni orizzontali dei soundscapes trovano un eccitante contrappunto nella voce di Goodwin, crooner dell’anima, dal baritonale timbro ultraterreno, in cui confliggono estasi contemplativa, afflizione e affettazione dandy.
Lust And Learn è un disco che, fin dal primo ascolto, tocca i sentimenti più profondi dell’ascoltatore. E’ tutto un evocare, un suggerire languori, un toccare le corde dello struggimento malinconico. Eppure, per quanto la malinconia sia il collante delle dodici canzoni in scaletta, non si coglie mai dolore o rimpianto, perché lo sguardo è sereno, pacificato, in alcuni momenti attraversato anche da un’euforia ingenua, quasi fanciullesca (St. Louis). C’è una contemplazione pacata, in queste canzoni, un riaffiorare di ricordi lontani e un’evocazione di immagini, che evitano però di impaludarsi nella vischiosa fanghiglia dell’autocommiserazione, per suggerire, invece, una serena accettazione della perdita: ciò che amavo non c’è più, ma sono felice che ci sia stato e tanto basta.
In tal senso è molto esplicita la copertina del disco: quella natura incontaminata sullo sfondo è la stessa che accarezza di epica le composizioni di Goodwin. Ma è anche lo sguardo rivolto verso il futuro di un uomo solo che tiene per mano i fantasmi della propria vita o il memento di una perdita che la musica ha evocato. Non c’è futuro né speranza se non si rielaborano i traumi o i lutti, gli amori perduti o gli affetti persi per strada, ma nessuno può davvero affrontare l’esistenza che gli resta senza il bagaglio della propria vita passata. Lust And Learn, brama e impara, così è la vita.
Difficile indicare le canzoni più belle di un disco che non perde un briciolo della propria intensità dalla prima all’ultima nota. Ma so per certo che brani come Eye To Eye, Breatheair, The Fall o Exit Wounds sono pervasi da una tendenza all’assoluto emotivo così invasiva da impedirmi di uscire da un loop di ascolto che dura ormai da due settimane. Sentirsi un tutt’uno con la musica che si ascolta è un’emozione impagabile.

VOTO: 9





Blackswan, mercoledì 25/09/2019

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