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domenica 14 aprile 2013

STAY - JACKSON BROWNE


Immaginate di essere tornati ragazzi e di essere innamorati della ragazza più bella del liceo. Cercate in tutti i modi di conoscerla, di rivolgerle la parola, di farvi notare. Lei però è distante, innarrivabile, sempre circondata da uno stuolo di ammiratori che vi impedisce ogni forma di contatto. Quella ragazza insomma è una specie di miraggio, un chiodo fisso che vi toglie il sonno e l’appetito.E anche se tutto vi gira bene, avete un sacco di amici, andate bene a scuola e siete dei veri sportivi, non c’è niente da fare : innanzi a lei vi sentite goffi e inadeguati, tanto che quelle poche volte che vi si presenta l’occasione di scambiare due chiacchiere, vi limitate a guardarla attoniti, labbro pendulo e occhio a palla, senza riuscire a proferire parola. Poi, un giorno, avviene il miracolo : incredibilmente è lei stessa che vi si avvicina e vi parla. Oddio ! Quasi vi sentite svenire ed è solo grazie a un colpo di reni che riuscite a rimanere in piedi e a trovare il coraggio di sostenere la conversazione.Una schifezza di conversazione, peraltro : iniziate a balbettare e proferite una sequenza di idiozie, ricordandovi le quali resterete traumatizzati tutta la vita. Eppure, lei non vi sputa in faccia e non se ne va. Anzi, sembra felice, continua a sorridere e si diverte ascoltando tutte le cazzate che dite. Così, o la va o la spacca, le chiedete di uscire. In attesa della risposta, vi si ferma il cuore, la gamba destra balla il can-can del nervosismo, la salivazione si azzera e l’umido confluisce tutto sui palmi delle mani. Poi, con voce flautata e sbarluccicando quei begli occhioni azzurri, lei dice di si, che uscirà volentieri con voi nel fine settimana.






E per un attimo solo, quel tanto che basta perché i riflessi riprendano in mano la situazione, vi viene quasi da esultare come se la vostra squadra del cuore avesse appena vinto la partita dell’anno (cosa che peraltro farete non appena lei girerà l’angolo). Sarebbe il momento più bello della vostra vita se non ci fosse quel piccolo particolare che rende tutto più prosaico e vi riporta coi piedi per terra: lei può stare fuori al massimo fino alle 22.00, diversamente il padre non le da il permesso. Insomma, il tempo di un gelato e, se va bene, di un bacetto sulla guancia. Questo è, più o meno, il resoconto di ciò che negli anni ’50 capitò a Maurice Williams, il quale, allupato quindicenne, riuscì a strappare il primo appuntamento a una ragazza della quale si era follemente innamorato. Però, invece di insistere come avrebbe fatto chiunque altro perché lei convincesse il padre a farla tornare più tardi, Maurice le scrisse una canzone e la intitolò Stay, cioè Resta. Nonostante lo splendido omaggio, leggenda vuole che l’esecuzione del giovane menestrello non produsse alcun risultato.








Tuttavia, il brano scritto dall’imberbe Williams, adeguatamente riarrangiato e suonato insieme alla sua band di allora, gli Zodiacs, scalò le classifiche americane e nel 1960 raggiunse la prima piazza. Il successo fu clamoroso e Stay passò alla storia come la canzone più breve (dura solo 1 minuto e 37 secondi) ad arrivare in cima alle charts statunitensi. Strano a dirsi, visti i retroscena appena raccontati, ma Stay la conosciamo soprattutto per la splendida rivisitazione che ne fece Jackson Browne e che venne inserita in Running On Empty (1978), unita in medley con The Load Out. Browne, però, non ha nessuna ragazza da invitare ad uscire e il suo intento è un altro : vuole che la canzone diventi uno dei momenti più caldi dei suo show. Quindi, non solo la riarrangia, tinteggiandola di rock e accelerandola, ma ne modifica il testo, trasformandolo in un invito rivolto al pubblico a non andare a casa, a restare ancora un pò e ad ascoltare un’altra canzone : “People stay just a little bit longer We want to play - just a little bit longer Now the promoter don't mind And the union don't mind If we take a little time And we leave it all behind and sing One more song...” . La voce in falsetto che si ascolta a metà brano è quella del fidato amico e chitarrista di Browne, David Lindley : un tocco surreale per una delle hit più note (e allegre) del malinconico cantautore californiano.




 

Blackswan, domenica 14/04/2013 

domenica 24 febbraio 2013

COVERLAND



NICK CAVETHE MERCY SEATJOHNNY CASH

Quando nel 1988 entra in studio per registrare Tender Prey, Nick Cave sta camminando sull’orlo del precipizio: sarebbe sufficiente un soffio di vento per farlo precipitare nell’abisso. Il male oscuro del rocker australiano si chiama eroina. Fin dai tempi dei Birthday Party, ne assume in continuazione e in quantitavi industriali. Non è l’artista a pagarne le conseguenze ( Cave rilascia un disco più bello dell’altro) ma l’uomo, che è diventato irrazionale, violento, sempre più succube dei propri fantasmi. Quando manca un mese all’uscita del disco, Cave viene arrestato per possesso di eroina (884 grammi!) e condannato a diciotto mesi di reclusione, poi commutati in un periodo di disintossicazione forzata. Sono giorni travagliati e dolorosi, giorni di lacrime e sangue, in cui il cantante combatte una battaglia impari contro l’astinenza e il male di vivere. Ne riemergerà vincitore, raccontando la propria rinascita ( New Morning) e il proprio travaglio interiore nelle dieci canzoni che compongono Tender Prey. Non semplicemente un disco, ma il disco : il percorso dalla tenebra alla luce, da “un letto di malato e insonne”(Garcia Lorca) fino alla speranza della guarigione e della resurrezione. Il sacro e il profano, il divino e il blasfemo, il diavolo che morde forte alla gola con le lusinghe dell’eroina, il giogo dal quale è impossibile liberarsi se non attraverso la misericordia di Dio. The Mercy Seat, il blaterare confuso di un condannato a morte che prende coscienza, nota dopo nota, dei propri peccati, è l’emblema di questa lotta fra il bene e il male (“La mia mano assassina si chiama M.A.L.E. Porta una fascia nuziale che è B.E.N.E. Sono i ceppi dell'eterna sofferenza Che incatenano tutto quel sangue ribelle”). La Sedia Della Pietà rappresenta i due volti della giustizia: quella umana, la sedia elettrica, che elimina fisicamente il criminale in funzione retributiva verso le vittime (“E il trono di misericordia attende/ E credo che la mia testa bruci /E in un certo senso ho una gran voglia/ Di farla finita con questa prova della verità/ Vita per vita/ Verità per verità”), e quella divina, il trono di Dio, che attende l’uomo e forse saprà perdonare (“Nei cieli il Suo trono è fatto d'oro/ E l'arca del Suo testamento è ben custodita/Da quel trono, mi è stato detto/Discende tutta la storia/Quaggiù ci sono soltanto legno e cavi/E il mio corpo va a fuoco/E Dio non è mai lontano”).






Il peccatore Cave, orgogliosamente consapevole e sicuro di inizio canzone (“Occhio per occhio/Dente per dente/E comunque ho detto la verità/E non ho paura di morire”), crolla progressivamente innanzi al tormento del dubbio (“E in certo senso contribuisco/A farla finita con questa distorsione della verità/Menzogna per menzogna/Verità per verità”), fino all’agghiacciante resipiscenza finale ( “Occhio per occhio/Dente per dente/E comunque ho detto la verità/Ma ho paura di avere mentito”).
La canzone venne reinterpretata nel 2000 da Johnny Cash e la cover si trova nell’album “American III: Solitary Man”. Il vecchio Cash, ormai al limitare della propria esistenza (morirà tre anni dopo al Baptist Hospital di Nashville), mette a fuoco la melodia carezzandola di intimismo e trasforma The Mercy Seat in una struggente litania del perdono e in una malinconica riflessione sulla vita e sulla morte. 










Blackswan, domenica 23/02/2013

sabato 19 gennaio 2013

COVERLAND




 
 LEONARD COHEN - FAMOUS BLUE RAINCOATORNELLA VANONI / TORI AMOS

Ho sempre ritenuto che Famous Blue Raincoat, sesta traccia da Songs Of Hate And Love (1971), rappresenti meglio di qualsiasi altra canzone del suo repertorio la poetica di Leonard Cohen. Arrangiamenti ridotti all’osso, il suono scarno e drammatico, soundscapes malinconicamente autunnali e una voce intima, quasi sussurrata, dall’incedere colloquiale. Peculiarità della canzone è l’inusitata forma di lettera (che si conclude con la firma Cordialmente, L. Cohen ) con cui un marito tradito scrive all’amante delle moglie. Nonostante l’architettura del brano sia semplicissima e l’andamento musicale quasi monocorde, non è semplice districarsi nel groviglio di rimandi e di emozioni che suscita la lettura del testo.

Sono le quattro del mattino, è la fine di dicembre
ti sto scrivendo solo per sapere se stai meglio
New York è fredda, ma mi piace dove vivo
c’è musica in Clinton Street per tutta la sera
Ho sentito che stai costruendo
la tua piccola casa in fondo al deserto
tu stai vivendo per niente ora
spero che tu tenga qualche specie di nota
Sì, Jane è entrata con una ciocca dei tuoi capelli
ha detto che l’hai data a lei
quella notte che hai deciso di dire la verità
sei mai stato sincero?
Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così vecchio
il tuo famoso impermeabile blu era strappato sulla spalla
sei andato alla stazione per aspettare un treno qualsiasi
e sei tornato a casa senza Lili Marlene
E hai offerto alla mia donna
solo una scheggia della tua vita
e quando lei è tornata
non era più la moglie di nessuno
Bene, io ti vedo lì con la rosa tra i denti
un altro esile ladro zingaro
bene, io vedo il risveglio di Jane
Lei ti manda i suoi saluti.
E cosa posso dirti fratello mio, mio assassino
cosa potrei mai dirti?
Non so se mi manchi, non so se ti perdono
sono lieto che tu abbia preso il mio posto
Se mai verrai qui, per Jane o per me
(sappi che) il tuo nemico sta dormendo
e la sua donna è libera
Sì, e grazie, per le ansie che hai tolto dai suoi occhi
pensavo che fossero lì per sempre
e quindi io non ci ho neanche mai provato
Sì, Jane è entrata con una ciocca dei tuoi capelli
ha detto che l’hai data a lei
quella notte che hai deciso di dire la verità.
Cordialmente, L. Cohen”.


Da un lato, infatti, il brano è pieno di citazioni autobiografiche (Clinton Street, strada dove il cantautore visse per un pò, e quel verbo finale Go Clear – fare chiarezza – che nasconde un riferimento alla dottrina di Scientology, scuola di pensiero della quale ai tempi Cohen si era fugacemente invaghito) ; dall’altro, invece, i sentimenti del mittente la lettera non sono univoci, sembrano anzi sovrapposti, confliggenti : non c’è odio nei confronti dell’amico rivale, semmai, a tratti, una gelida e risentita degnazione (Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così vecchio, Il tuo famoso impermeabile blu era strappato sulla spalla ); c’è delusione, tristezza, ma il rancore è trattenuto, sospeso, compresso dal ricordo dell’amicizia e dell’affetto (E cosa posso dirti fratello mio, mio assassino, Cosa potrei mai dirti? Non so se mi manchi, non so se ti perdono, Sono lieto che tu abbia preso il mio posto). 




Tra le tante reinterpretazioni che negli anni sono state fatte del brano ( Judy Collins, Nina Persson, Lloyd Cole, Joan Baez, per citarne alcune), due a mio avviso sono veramente di livello. La prima è di Ornella Vanoni ed è tratta dall’album Ricetta Di Donna del 1980. La cover, che in italiano prende il titolo di La Famosa Volpe Azzurra,  è arrangiata da Fabrizio De Andrè, e pur essendo sostanzialmente fedele all’originale, viene ambientata a Milano (invece che a New York) e ribalta la prospettiva del tradimento dal punto di vista della donna. 





La seconda, datata 1995, è invece eseguita da Tori Amos nell’album tributo a Cohen, Tower of Song. In questo caso, la chitarra è sostituita dal piano, e la piccola Tori enfatizza, tra pause e silenzi, la drammaticità del brano.




Blackswan, sabato 19/01/2013

domenica 16 dicembre 2012

BILLIE JEAN – MICHAEL JACKSON



C’è una brutta storia che riguarda la genesi di Billie Jean. Michael è già un artista affermato, fa musica da una vita, prima con i Jackson 5 e poi da solo. Quando si ha successo, capita di essere circondato dai fans e capita anche che qualcuno di questi travalichi il limite di una pacifica venerazione. C’è una ragazza in particolare che perseguita Jackson : lo chiama di continuo e gli scrive lunghe lettere, tutte col medesimo contenuto. La ragazza sostiene che Michael sia il padre di suo figlio, vuole che la sposi e che lui si occupi del bambino. Il cantante si disinteressa della vicenda, finchè un giorno gli viene recpitata una busta al cui interno ci sono un’altra lettera, la foto della ragazza e una pistola. Se non vuoi sposarmi, dice la lettera, allora ucciditi. Lo farò anch’io, in questo esatto giorno e quest’ora esatta. Il nostro amore così potrà vivere in una dimensione diversa, lassù, nell’alto dei cieli. Michael non la prende bene, va in depressione, ma trova egualmente lo spunto per scrivere una canzone ed esorcizzare le paure. “ Billie Jean non è il mio amore, è una ragazza che dice che io sono suo, ma il figlo non è figlio mio “ recita  il testo di Billie Jean come a voler far chiarezza sulla vicenda. La canzone (che è stata arrangiata da Quincy Jones), sarà il secondo singolo estratto da Thriller ( non il più venduto però ), il primo video di un artista di colore passato dalla neonata MTV e la numero 1 della Billboard Hot 100 per sette settimane di fila ( vinse tra l'altro anche due Grammy ). La magia del brano ? Più che nella storiaccia che l’ha generato, il successo di Billie Jean è dovuto al favoloso giro di basso che introduce il pezzo e che originariamente Quincy Jones aveva intenzione di "sforbiciare " ( fu lo stesso Michael a insistere perchè la lunga introduzione di basso fosse mantenuta come originariamente concepita ).







Tra le cover del brano vale la pena ricordare quella, così così a dire il vero, apparsa su Carry On, secondo album solista di Chris Cornell ( Soundgarden, Audioslave ), e quella invece strepitosa dei The Civil Wars, gruppo americano di alt-folk,  originario di Nashville. Il duo, composto dalla cantante Joy Williams e dal chitarrista e cantante John Paul White, rilegge il brano di Michael Jackson in versione acustica, trasformando il piglio dance che aveva animato la canzone in un delicato intreccio vocale dagli accenti gospel e vagamente jazzy. La performance vocale dei due è di quelle che restano impresse nella memoria.



 Blackswan, domenica 15/12/2012