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domenica 2 febbraio 2014

DISCOGRAFIE : THE JAYHAWKS




Genere: Alternative Country
Periodo Di Attività : 1985 – Ancora In Attività


Per quanto il paragone posso apparire forzato, si potrebbe parlare di Gary Louris e Mark Olson come dei Lennon & McCartney della musica a stelle e strisce. Nella prima metà degli anni ’90, per un paio di dischi almeno, i due sono infatti riusciti a rivitalizzare la scena rock country americana grazie a ottime idee, splendide canzoni e un affiatamento e un gusto per la melodia la cui fonte d’ispirazione traeva linfa vitale dai dischi del quartetto di Liverpool. Un abbinamento quello fra roots e Beatles, che ha retto molto bene per Hollywood Town Hall e Tomorrow The Green Grass, che ha debordato, rendendo il suono troppo smaccatamente pop, in Sound of Lies e Smile, e che è tornato a brillare, per gusto e intelligenza di soluzioni, nell’ultimo, brillantissimo episodio della discografia Jayhawks, Mockingbird Time.
Il gruppo viene formato nel 1985 a Minneapolis (Minnesota) da Mark Olson (chitarra e voce), Norm Rogers (batteria) e Marc Perlman (prima chitarra e poi basso), a cui si aggiunge in seguito Gary Louris (chitarra e voce) che entra subito in sintonia con Olson, con cui condividerà in seguito la leadership. Il primo omonimo disco (praticamente introvabile fino alla ristampa avvenuta nel 2010), prodotto da una piccola casa discografia (The Jayhawks, 1986, Voto: 6), se da un lato denota una creatività ancora acerba e ancora troppo legata alla tradizione country, dall’altro evidenzia un intesa perfetta fra i due chitarristi, bravissimi ad armonizzare i rispettivi timbri vocali che diventeranno ben presto il segno distintivo delle loro canzoni. Nonostante il buon successo dell’album a livello locale,  nessuna major sembra però interessata al sound della band. Nel frattempo, Norm Rogers se ne va (viene rimpiazzato da Thad Spencer) e Gary Louris subisce un grave incidente stradale che lo terrà fuori dai giochi per parecchio tempo. Le canzoni del successivo Blue Earth, rilasciato dalla Twin Tone Records (1989, Voto: 7) sono quasi tutte a firma del solo Olson, e il contributo di Louris si limita alla registrazione delle parti vocali e di chitarra. Acustico e scarno negli arrangiamenti, Blue Earth mette in bella evidenza quel tipico suono Jayhawks che dall’album successivo prenderà forma compiuta: un country rock che parte dalla tradizione ma è capace di impennate creative pop che rendono le canzoni agili, moderne, deliziosamente melodiche. Tra le piccole gemme che impreziosiscono l’album vale la pena ricordare Two Angels, che diventerà in seguito un classico della band, e l’arpeggio paradisiaco di Commonplace Street, esempio mirabile di una moderna rilettura del country-rock, che sfuma in un finale decisamente più rumoroso.




Notati dal geniale Rick Rubin, che li vuole fortemente con sé per la Def American, i Jayhawks perdono l’ennesimo batterista (entra Ken Callahan al posto di Thad Spencer) e firmano il loro disco più bello, Hollywood Town Hall (1992, Voto: 10) che insieme a No Depression degli Uncle Tupelo, August And Everything After dei Counting Crows e The Southern Harmony And Musical Companion dei Black Crowes rappresenta le fondamenta per la rinascita del classico sound a stelle e strisce (guarda caso tutti questi album vengono pubblicati nel giro di un paio d’anni) .
L’attenzione verso le radici è palese fin dalla copertina che cita il primo album dei Crosby, Stills & Nash (il gruppo se ne sta seduto su un divano) e da sonorità che chiamano alla mente i Byrds, i citati CS&N, Gram Parsons e The Band. Ma il suono, seppur radicato, si tinteggia di cromatismi pop mai zuccherini (ecco per la prima volta il sentore beatlesiano) e viene impreziosito da l’interplay vocale fra Olson e Louris (sorretto da controcanti e cori) mai così perfetto, raffinato, intenso. Vengono riletti superbamente due brani da Blue Earth (la citata Two Angels e Martin’s Song), ma il meglio, tra le tante splendide canzoni, arriva con la ballata folk di Waiting For the Sun (la prima hit del gruppo), la neilyounghiana Crowded In The Wings e la superba Clouds, che dimostra una volta di più quanto la miglior freccia all’arco dei Jayhawks sia rappresentata soprattutto dalla capacità di creare melodie senza tempo. Prodotto da George Drakulis, l’album vede fra gli ospiti il leggendario Nicky Hopkins al pianoforte (The Rolling Stones, The Jefferson Airplane) e Benmont Tench (Tom Petty). 




Il successivo Tomorrow The Green Grass (1995, Voto: 8) ripropone la formula del suo predecessore, anche se le canzoni suonano decisamente meno rock a favore di un’impostazione più decisamente pop. Un nuovo batterista, Don Heffington, un nuovo membro (la tastierista Karen Grotberg) e la presenza di alcuni ospiti, Sharleen Spiteri alle voci, Lili Hayden e Tammy Rogers agli archi, e soprattutto Victoria Williams (moglie di Mark Olson e star della scena country-folk americana) contribuiscono ad arricchire gli arrangiamenti e a completare il processo di maturazione di un percorso che finalmente porta ai Jayhawks il successo commerciale e la meritata attenzione mediatica. Anche in questo caso le belle canzoni si sprecano, merito di Olson e Louris, le cui voci sono nuovamente in perfetta simbiosi e le cui penne continuano a scrivere melodie di solare lirismo. Blue, Two Hearts, Bad Times (cover dei Grand Funk Railroad) e Over My Shoulder sono il meglio di un album che convince nuovamente per la facilità disarmante con cui queste canzoni toccano il cuore dell’ascoltatore senza mai sbracare nel melenso.




Qualcosa però all’interno del gruppo si è incrinato: Olson vorrebbe dare un taglio più decisamente country rock alla musica dei Jayhawks, Louris invece preferirebbe continuare a battere una strada più marcatamente pop. Olson, quindi, se ne va, anche perché vuole stare vicino alla moglie, Victoria Williams, gravemente malata di sclerosi. Così Louris prende saldamente in mano il progetto e rimescola le carte della formazione :  entra nella line-up di Tim O' Reagan, batterista e cantante che da quel momento in poi, assieme a Louris e Perlman, farà parte dello zoccolo duro del gruppo. Ai tre e a Karen Grotberg (tastiere) si aggiungono il chitarrista Kraig Johnson e Jessy Greene agli archi. Il risultato è Sound Of Lies (1997, Voto: 6), un disco poco sentito e molto leggero, con parecchi riempitivi, in cui la mano di Louris, e la sua passione mai celata per il quartetto di Liverpool, si fa sentire pesantemente. Con la sola eccezione di Trouble, unica canzone all’altezza dei precedenti, i brani che compongono l’album, pur denotando la classe e l’estro melodico di Louris, appaiono fiacchi e privi di quel fascino a cui contribuiva l’approccio più rock di Olson. 





Il successivo Smile (2000, Voto: 5), nonostante la produzione di un guru, quale Bob Ezrin, è il punto più basso della carriera dei Jayhawks, ormai indirizzati verso un pop molto radiofonico, che ottiene un ottimo ritorno di vendite (I'm Gonna Make You Love Me) ma è carente di qualità e intuizioni. Ormai il gruppo sembra arrivato al capolinea. Ma tre anni dopo, nel 2003, Rick Rubin interviene personalmente per raddrizzare le sorti della band. Mette alla produzione l’inglese Ethan Johns (Kings Of Leon, Laura Marling, The Vaccines, etc) che va a recuperare il suono degli esordi. Alla riuscita dell’album contribuisce anche il nuovo innesto del duttile polistrumentista Stephen McCarthy. Il disco, intitolato Rainy Day Music (2003, Voto: 7 ) è bello, suonato meravigliosamente bene e finalmente di nuovo ricco di quella vena creativa che aveva contraddistinto le cose migliori di Louris. La slide di Madman, la byrdsiana Stumbling Through The Dark, l’immensa e commovente Will I See You In Heaven, restituiscono ai fans un gruppo nuovamente in salute. 





Nonostante il riavvicinamento tra Louris e Olson, sancito dall’acustico e affascinante Ready For the Flood (2009, voto: 7), bisognerà aspettare altri otto anni prima che veda la luce il nuovo disco dei Jayhawks, e cioè Mockingbird Time (2011, Voto: 8). Una scrittura cristallina, le tasche piene di melodie di facile presa, l’incastro assolutamente perfetto di due voci che sanno toccare il cuore e l’interplay sincronizzato fra chitarre elettriche e acustiche, sono le caratteristiche essenziali di un filotto di quattordici canzoni quasi tutte di livello. Che l’ispirazione sia alta, lo si capisce subito dall’iniziale Hide Your Colors, luminoso pop rock in chiave harrisoniana che nel finale vira inaspettatamente verso il soul. Con  Tiny Arrows  i Jayhawks costruiscono un monumento west coast che non avrebbe sfigurato in  Deja Vù  dei CS&N (acustica, elettrica e slide riempiono meravigliosamente ogni angolo della canzone). Closer To Your Side  e, soprattutto, l’ispiratissima  She Walks In So Many Ways (una vera delizia per le orecchie) citano smaccate e ruffiane i cromatismi chitarristici dei migliori Byrds, mentre High Water Blues è un salto a ritroso nel tempo alla San Francisco dei Jefferson Airplane. La ballata che da il titolo al disco è un agro-dolce richiamo ai REM più acustici, e nonostante un mezzo passo falso (l’incolore Guilder Annie ), in scaletta spunta un’altra ballata incredibile, Black Eyed Susan, che evoca Dylan, cita Parsons e chiude in un crescendo di tensione tra drammatiche note di violino. Mockingbird Time non solo segna un ritorno atteso da troppo tempo, ma ci riconsegna un gruppo in palla come ai tempi di Tomorrow The Green Grass. In attesa di nuovi, emozionanti sviluppi.




Blackswan, domenica 02/02/2014

domenica 1 dicembre 2013

DISCOGRAFIE : THE SMITHS





Genere: Indie Rock, Brit Pop
Periodo di Attività : 1982 – 1987

Una delle poche certezze acquisite nella mia ormai più che trentennale carrriera di appassionato di musica è il fatto che gli Smiths siano stati uno dei pochi gruppi della scena musicale inglese a essere davvero seminali. Ad avere inventato cioè un linguaggio universale (alcuni altri gruppi hanno fatto cose egregie nel sottobosco indie) dal quale ha attinto, rielaborandolo, un’intera generazione di musicisti (si pensi agli Stone Roses o ai Suede, ad esempio). Non solo gli Smiths aprirono le porte al movimento brit pop (che trovò qualche anno più tardi il proprio manifesto nel primo e unico lavoro dei La’s) e diedero visibilità a livello sociale al tema dell’omosessualità e della diversità in genere , ma grazie all’estro di Johnny Marr riportarono al centro della canzone lo strumento chitarra. Ma andiamo con ordine. E’ il 1982 e Manchester è una cittadina ribollente di fermenti musicali. La Factory Records del mecenate Tony Wilson ha appena creato l’avventura Joy Division, sta formando il progetto New Order, spinge gruppi alternativi come i Durutti Column e gli Happy Mondays. In questo contesto, gli Smiths nascono dall’incontro fra lo scrittore Steven Patrick Morrissey, appassionato di letteratura anglosassone e in particolar modo dell’opera di Oscar Wilde, e il chitarrista, giornalista e promettente calciatore, Johnny Marr, all’anagrafe John Maher (“Ero abbastanza buono per il City - disse in un intervista Marr circa i suoi trascorsi pedatori - ma non ho poi dato seguito alla cosa perché ero probabilmente l'unico giocatore ad usare l'eyeliner”). 

 

 

I due iniziano a comporre, scelgono il nome per la band (The Smiths, un nome anonimo in reazione a quelli troppo pomposi usati dalle band synth pop) e reclutano il batterista punk Mick Joyce e il bassista Andy Rourke, amico d’infanzia di Johnny Marr. La musica degli Smith è caratterizzata fin da subito da due elementi fondamentali : il cantato monocorde e dolente di Morrissey, la cui scrittura, caustica e malinconica, non lesina attacchi frontali al governo Thatcher e infarcisce i testi di riferimenti culturali ; e soprattutto il chitarrismo colorato, luccicante, a volte addirittura stralunato, giocato tutto su cascate di morbidi arpeggi che vestono alla perfezione, esaltandone la drammaticità, il canto di Morrissey. Di chiara derivazione Byrdsiana, la peculiarità del suono di Marr (che influenzerà in seguito giovani musicisti come Noel Gallagher, Bernard Butler e John Squire) è determinata dall’utilizzo di una Rickembacker 300 a dodici corde (un tempo appertenuta a Pete Townshend) su cui il chitarrista sfoggia un’invidiabile tecnica, sia col plettro che con le dita. Musicista intuitivo e moderno, Marr, a differenza dell’istrionico Morrissey, ama una posizione defilata, mettendosi al servizio della canzone piutosto che del proprio ego. Ecco perché durante la sua militanza con gli Smiths si cimenta in solo due assoli (uno in  Shoplifters Of The World Unite e l’altro in  Paint a Vulgar Picture) preferendo caratterizzare i brani con una vasta gamma di tecniche diverse che vanno dal glissando scintillante di  How Soon Is Now ?, al folgorante riff di Bigmouth Stikes Again fino al wah wah epocale dell’attacco di  The Queen Is Dead

 

Il 6 maggio del 1983 gli Smiths firmano il loro primo contratto discografico con la mitica Rough Trade, specializzata in post punk e alternative rock, e sfornano successivamente il loro primo singolo, Hand In Glove. Un altro pugno di singoli e poi finalmente, il 20 febbraio del 1984 esce The Smiths (1984, voto: 9), primo full lenght della band mancuniana. Nonostante i dubbi di Morrissey sulla resa delle canzoni contenute nel disco, l’album schizza al numero due delle charts britanniche. Negli anni del synth pop, dei capelli cotonati, di un’estetica disperata e inconsapevole, questi quattro ragazzi dal nome anonimo che citano Wilde, restituiscono un ruolo predominante alla chitarra elettrica e lanciano stilettate contro le crudeli contraddizioni dell’epoca thatcheriana, riaccendono gli entusiasmi verso il pop rock di derivazione britannica. In copertina, Joe Dallessandro, attore e modello americano, proveniente dalla Factory di Andy Wharol (i chiaroscuri del salmodiare iniziare di Reel Around The Fountains dimostrano che gli Smiths hanno mandato a memoria anche la lezione dei Velvet), e in scaletta dieci canzoni che vanno, per citare De Andrè, in direzione ostinata e contraria. Un disco che peraltro viene attaccato dalla stampa inglese che i molti testi vede espliciti riferimenti sessuali di matrice pedofila (l’iniziale Reel Around The Fountain, che doveva uscire come singolo ma fu censurata, e la conclusiva Suffer The Children, che prende spunto dai fatti criminosi (i cosiddetti Moors murders) che ebbero luogo nell'area di Saddleworth Moor, nel nord di Manchester, dove, tra il 1963 e il 1965, una coppia di amanti rapì ed uccise tre bambini, lasciando la città in stato di shock. 

 

 

In un disco che non conosce riempitivi, la fanno da padrone Hand In Glove, attacco al perbenismo dell’abito che fa il monaco, Still Ill, storia malinconica di amore e odio verso l’inghilterra che un incipit testuale folgorante (Oggi io stabilisco che la vita é semplicemente prendere senza dare L'Inghilterra mi appartiene e mi deve una vita Chiedimi perché e ti sputerò in un occhio Chiedimi perché e ti sputerò in un occhio), e la livida Pretty Girls Make Graves, esplicito riferimento all’omosessualità di Morrissey. Un altro pugno di singoli, e poi nel 1984 esce Hatful Of Hollow (1984, Voto: 8), prima raccolta che mette ordine nella già molto frastagliata discografia degli Smiths : materiale di provenienza BBC, alcune B sides e soprattutto singoli scintillanti come Heaven Knows I’M Miserable Now e How Soon Is Now?. Il gruppo, dopo le polemiche dell’esordio, decide di autoprodursi, facendosi aiutare da Stephen Street, che collaborerà anche con Blur e cramberries. Esce così Meat Is Murder (1985, Voto: 7,5), in cui i testi di Morrissey, divenuto portvoce delle inquietudini della gioventù britannica, si fanno più radicali e meno elusivi. Un vero e proprio attacco frontale nei confronti del sistema educativo inglese con due canzoni esplicite fin dal titolo (The Headmaster Ritual – il rituale del preside- e Barbarism Begins At Home - la barbarie ha inizio ha casa propria), così come sono espliciti la copertina e il titolo del disco (Meat Is Murder – la carne è assassinio) che lancia la campagna di Morrissey e Marr a favore della dieta vegetariana (sia il cantante che il chitarrista sono vegani dichiarati). 

 

 

Lo stile cambia leggermente, nel disco compaiono sonorità anche funky e rockabilly, ma la svolta piace comunque al pubblico, visto che l’album arriva fino al primo posto in classifica, l’unico peraltro della breve, ma intensa, discografia degli Smiths (mentre il singolo  estratto dall’album, That Joke Isn’t funny Anymore, si attesta solo alla 49° posto). Il suono Smiths è ormai un marchio di fabbrica e la band va in tour facendo sold out quasi ovunque, Stati Uniti compresi. A celebrare questo successo internazionale esce il terso disco ufficiale della band: The Queen Is Dead (1986, Voto: 10).  E' l'anno del Signore 1986. La regina è morta, canta Paul Morrissey, leader di quello che ormai è uno dei gruppi più influenti e seminali del decennio. Muore la regina e prende forma compiuta il brit-pop, un bel pò di anni prima che Oasis e Blur se ne attribuiscano la paternità. Autoprodotto con il consueto supporto di Stephen Street, l'album è un capolavoro a partire dalla copertina, che ritrae un giovane e bellissmo Alain Delon dallo sguardo sognante immerso in uno sfondo verde scuro. L'attacco è fulminante: la title track inizia con un coro che intona la tradizionale Take me back to dear old blighty che prelude all'attacco tribale della  rullata di Mike Joyce, al basso martellante di Andy Rourke ed al riff ipnotico di Marr. Morrissey canta l'Inghilterra bigotta, conservatrice e ferita dalle politiche conservatrici e reazionarie della signora Thatcher, canta di vite spese nei pub, in povertà e solitudine (…life is very long when you're lonely), dipinge con sarcasmo iconoclasta la disperazione di una generazione mutilata nelle prospettive e nella speranza. 

 

 

E’ solo l’inizio di un filotto di gemme che riscrivono con nuova consapevolezza le coordinate del rock anglosassone. Dalla marcetta straniante di  Frankly, Mr.Shankly alla struggente e dolentissima I Know It's Over, storia in chiave soul di un amore (omossessuale) finito (…love is natural and real but not for you and i, my love), in cui la voce di Morrissey, spostando continuamente gli accenti del cantato, in un finale tesissimo recita i versi: Oh mother i can feel the soil falling over my head, in una sorta di disperata accettazione del fallimento. Nel disco trovano spazio anche un’accorata elegia sul dramma della solitudine (Never Had No One Ever) e la querelle letteraria di Cemetry Gates, in cui Morrissey prende le distanze dall’austera poesia anglosassone in favore del genio anticonformista di Oscar Wilde (…Keats and Yeats are on your side,while Wilde is on mine). La tirata non sense di Bigmouth Strikes Again, nobilitata dall’intuizione di un controcanto accelarato ai limiti della parodia, è il preludio  di There Is A Light That Never Goes Out, classico fra i classici della produzione smithiana e struggente presa di coscienza dell’impossibilità di vivere alla luce del sole un amore omosessuale, il cui destino vira inesorabilmente verso la morte (...and if a double decker bus crashes into us, to die by your side, such an heavenly way to die). 

La chiosa è lasciata alla superba Some Girls Are Bigger Than Others, nella quale la chitarra byrdsiana di Marr inventa sublimi riff ad incastro e Morrissey, sarcastico e ispirato come non mai, canta un geniale paradosso sul senso della vita: “… From the ice-age to the dole- age there is but one concern and i have just discovered: some girls are bigger than others". Il clamoroso successo del disco, accompagnato  dalle inevitabili polemiche per i testi antimonarchici e per i continui ed espliciti riferimenti all’omosessualità, rappresenta il vertice della discografia degli Smiths, che di li a poco si scioglieranno, a causa dei continui litigi fra Morrissey e Marr. Nel 1996, nel decennale della pubblicazione dell'album,uscì un imperdibile tributo dal titolo The Smiths Is Dead (1996, Voto: 8), in cui artisti del calibro di Supergrass, Placebo, Divine Comedy, etc.etc, omaggiarono i maestri, riproponendo in chiave personalizzata l’intera scaletta del disco. La tensione all’interno della band è ormai insostenibile : Morrissey, egocentrico e dittatoriale, non vuole cambiare di una virgola una formula vincente, mentre Marr, sfinito dai lungi tour e da un’insana propensione all’alcol, ha la volontà di percorrere strade nuove. Esce una raccolta degli ultimi singoli della band, The World Won’t Listen (1987, Voto: 7; per il mercato americano la raccolta è doppia e porta il titolo di Louder Than Bombs) e poi finalmente il nuovo album, Strangeways, Here We Come (1987, Voto: 7), il cui titolo si ispira a una prigione di Mancheter, la Stargeways Prison, e che nonostante i dissapori interni è considerato dai componenti della band come il loro miglior lavoro. 

 

 

Il suono si arricchisce di orchestrazioni psichedeliche, e il fascino di certe canzoni, nonostante non tutto sia perfettamente centrato, resta inalterato. Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, ultimo singolo ufficiale della band e una delle canzoni più cupe dell’intero repertorio smithiano, la graffiante Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before, censurata per presunti riferimenti nel testo ad assassinii di massa e in seguito riportata al successo nel 2008 da Mark Ronson, e la profetica e conclusiva I Won’t Share You, che suona come commiato di Morrissey all’amico/nemico Marr, sono il meglio di un disco comunque di buon livello. Si chiude così, rapidamente come è iniziata, una delle stagioni più intense del pop rock britannico. Rank (1988, Voto: 7), live registrato a Kilburn, Londra, esce dopo lo scioglimento della band e ne celebra le esequie. Morrissey inizierà una carriera solista di grande successo, mentre Marr parteciperà a svariati progetti, tra cui quello, interessantissimo, con gli Electronics, in compagnia di Bernard Sumner (Joy Division, New Order).

 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE :

THE SMITHS (1984)

THE QUEEN IS DEAD (1986)

 

 

Blackswan, domenica 01/12/2013