mercoledì 11 settembre 2013

PLACEBO - LOUD LIKE LOVE


Avevamo lasciato i Placebo a Battle For The Sun, album invero abbastanza modesto, pubblicato nel 2009 in concomitanza con la sostituzione dietro i tamburi di Steve Hewitt con il batterista degli Eveline, Steve Forrest. Sono passati quattro anni da quell'ultimo disco (con un inutile Ep di mezzo, B3), e non sono certo pochi per una band che da sempre conosce una potentissima eco mediatica, mentre quasi venti sono trascorsi da quando Brian Molko e soci hanno cominciato a calcare la scena rock britannica, nel lontano 1994. Un ventennio in cui, a parte un fulminante esordio (Placebo del 1996) e il superlativo Without You I'm Nothing (1998) i Placebo non hanno mai convinto completamente, disseminando qui e là qualche singolo di spessore (Song To Say Goodbye, Twenty Years), una cover memorabile (Running Up Thet Hill di Kate Bush) ma anche un pugno di dischi riusciti sempre a metà (il migliore dei quali è Sleeping With Ghosts). Oggi, il nano tossico e malato di sesso (così la stampa inglese ama definire Brian Molko), torna dopo una lunga parentesi in cui gli stravizi sembrano essere stati (definitivamente?) accantonati per essere invece sostituiti dal piacere della lettura (non a caso nel video del singolo Too Many Friends compare come voce narrante lo scrittore statunitense Brett Easton Ellis) e da una concezione più matura e articolata su come realizzare la propria musica. Lo stile della band, quel suono che ormai siamo abituati a riconoscere al volo anche grazie alla voce caratterisca del suo leader, non è cambiato di una virgola. Ciò di cui invece occorre prendere atto è una produzione con maggior ampiezza di soluzioni e  una verve compositiva, che si arricchisce di inserti elettronici e convincenti arrangiamenti d'archi, risultando così assai composita fin dal primo ascolto. Ne deriva quindi che Loud Like Love possiede un livello qualitativo che in altre circostanze era mancato, e la scaletta scorre via intensa e senza riempitivi. Certo, manca l'urgenza di un disco imperfetto eppure estremamente suggestivo come il primo Placebo; tuttavia, per la prima volta da tempo, c'è un ottimo filotto di canzoni, un'equilibrata alternanza fra rock song da stadio (la title track) e ballata malinconica (splendido il j'accuse verso i social network contenuto nel singolo Too Many Friends), tutte piacevoli, tutte ben confezionate, tutte, o quasi, possibili hit. Un ritorno in grande spolvero che soddisferà i fans della prima ora e che non dispiacerà a quanti amano un certo pop-rock venato di glam.
VOTO : 7 

Blackswan, mercoledì 11/09/2013


martedì 10 settembre 2013

KING KRULE - 6 FEET BENEATH THE MOON


 
Archy Marshall ha 19 anni. Lo guardi in faccia e quasi ti viene da ridere, perchè sembra il fratello maggiore di Billy Elliott (copyright Che-Rotto), si nasconde dietro lo sguardo da rude boy di chi ha passato la propria esistenza sulla strada, ma possiede anche le sembianze del bamboccione cresciuto troppo in fretta, che ispira tenerezza e attenzioni. Lo vedresti bene al parco a fare lo sbruffoncello con le ragazze tra una partita di pallone e l'altra, oppure in sala giochi, a spendere la paghetta settimanale davanti all'ultimo gioco della Konami. Mai diresti che questo ragazzino dal marcato accento cockney fa musica già da tre anni e oggi, con il nuovo moniker King Krule, riempie le pagine delle riviste specializzate di mezzo mondo. Così, quando parte Easy Easy, primo brano di 6 Feet Beneath The Moon, rimani di stucco e pensi di avere di fronte un veterano del rock con chilometri di esperienza alle spalle. Poche pennate di chitarra, atmosfere plumbee, un punk al rallenty che sfocia in poche note finali dal sapore jazzy, e una voce impressionante, vero marchio di fabbrica di questo giovanissimo fenomeno della musica britannica. Non che canti bene, Archy : si esprime come un portuale, è sgraziato e a tratti diventa quasi monocorde nella sua ruvida intensità. Eppure possiede una potenza espressiva che lascia allibiti e un timbro nerissimo e baritonale che fa pensare a un Joe Strummer a cui sono state trapiantate le corde vocali di Isaac Hayes. Venendo al disco, il repertorio in scaletta è ricco anche se non particolarmente innovativo : dubstep, elettronica, schegge hip hop, digressioni ambient, inaspettati echi di soul-jazz. Il ragazzo però sfoggia uno stile e una personalità notevolissimi, evita con pertinacia sconcertante il mainstream preferendo alla melodia ostiche dissonanze, ricama atmosfere claustrofobiche, rifugge gli spartiti convenzionali della composizione. Se non tutto è centrato, se si vivono momenti ad alto tasso di indigeribilità, è anche vero che Archy ha dalla sua un'urgenza espressiva tanto rabbiosa e scorbutica che è impossibile non restarne affascinati. Sarà il tempo, come sempre, a dirci se abbiamo assistito ai primi passi di un genio o se 6 Feet Beneath The Moon è solo l'estemporaneo esordio full lenght di una new sensation che scomparirà senza lasciare tracce di sè. Meglio non farsi troppe domande, allora, e concentrarsi su questo disco sorprendentemente sincero. Che non è il miglior album del 2013, ma sicuramente quello più avvincente.
 
 VOTO 7,5
 
 
 
 
 
Blackswan, martedì 10/09/2013

domenica 8 settembre 2013

BLACK CROWES – THE SOUTHERN HARMONY AND MUSICAL COMPANION



Capitanati dai fratelli Robinson (Chris alla voce e Rich alla chitarra) i Black Crowes muovono i primi passi ad Atlanta, in Georgia. E’ il 1984, si fanno chiamare Mr. Crowe’s Garden (nome che cambieranno in Black Crowes solo nel 1988), sono giovani, impertinenti e talentuosi, sono nati per  salvare il rock americano. Il debutto arriva nel 1990, grazie all’interesse del ventisettenne Rick Rubin, audace discografico che con la sua etichetta Def American diventerà punto di riferimento per il rock a stelle e strisce degli anni ’90 (Danzing, RHCP, Johnny Cash, Slayer, etc etc). Ci vuole coraggio a credere nei Black Crowes: in anni in cui imperversano crossover e grunge, Shake Your Money Maker è un disco demodè, che pesca dalla tradizione country, dal southern rock, dall’hard rock di matrice zeppeliniana (Live At The Greek del 2000 vedrà sul palco anche l'immenso Jimmy Page), dal soul e dal gospel. Un lavoro anacronistico, eppure incredibilmente fresco, che in poche settimane vola al numero 4 delle charts, con plauso unanime di pubblico e critica. Battezzati subito come i salvatori della patria, i BC ritornano in studio nel gennaio del 1992 con parecchio materiale su cui lavorare (circa venticinque canzoni) e soprattutto un nuovo chitarrista, Marc Ford, che prende il posto di Jeff Cease e che porta all’interno della band un sound che si ispira in modo più marcato a Hendrix e agli Zep. Potrebbe filare tutto liscio come l’olio, ma i due fratelli Robinson litigano che è un piacere. 




Rich vuole dare al disco un’impronta più blues, mentre Chris punta ad un suono più robusto, più virato verso l’hard rock. Quando iniziano le registrazioni di Sting Me, uno dei brani di punta dell’album, i due sono ai ferri corti : Chris colpisce Rich con un microfono, l’altro reagisce appendendo letteralmente il fratello al muro. Tuttavia, nonostante i furibondi litigi e le canzoni che vengono in buona parte riscritte in studio, l’album vede la luce in otto giorni, praticamente un record, se si considera anche la qualità del materiale registrato.  Il tempo di uscire nei negozi, e The Southern Harmony And Musical Companion schizza al primo posto delle classifiche, portando la band ad avere un notevole consenso di pubblico anche in Europa. Merito di un suono carico di passione, filologicamente rispettoso della tradizione, dominato da solide chitarre e riff potenti e dalla voce graffiante di Chris Robinson. Un sound che si ispira a quello degli Stones e soprattutto alla musica degli Allman Brothers Band (la celebre fotografia in copertina di Mark Seliger, scattata in una zona periferica di Atlanta fa il verso all’iconografia tradizionale della band di Greg e Duane), ma che in definitiva resta originale e inconfondibile, diventando in poco tempo un vero marchio di fabbrica. Complice anche un filotto di canzoni stratosferiche che porterà The Southern Harmony And Musical Companion a essere considerato uno dei dischi più belli, ispirati e importanti del decennio. Dal rockaccio stonesiano e ritmato dell’iniziale Sting Me, alla cover in stile New Orleans di Time Will Tell di Bob Marley che chiude il disco, i Black Crowes inanellano un brano più bello dell’altro : la ballata elettrica di Thorn In My Pride, il soul rock di Remedy, che scala le classifiche di mezzo mondo, il rock cialtrone e ruspante di No Speak, No Slave, le tonnellate di acido di Black Moon Creeping. Un successo incredibile e un ottimo riscontro di critica, che porterà non solo i Black Crowes a essere considerati la più grande southern rock band dai tempi degli Allman, ma soprattutto a rinverdire i fasti di un genere che sembrava sul punto di essere definitivamente spazzato via dalla titanica avanzata dell'esercito del grunge.




Blackswa, domenica 08/09/2013

sabato 7 settembre 2013

E TORNA ANCHE RADIO PANE & SALAME…






Torna anche la radio, dunque. Domenica sera, 8 settembre, a partire dalle 21.30 circa. Andrà infatti in onda Attenti Agli Affettati Misti, programma nato dalla fusione di Attenti A Quei Blù e Affettati Misti, quale piccolo antipasto del palinsesto autunnale. A condurre la trasmissione, ci saranno Danny Rock, Indie Brett, e DJ FRA con tanta musica, tante novità e soprattutto tante cazzate. Per sintonizzarvi è sufficiente cliccare sull’icona di Radio Pane & Salame posta alla destra della pagina. Vi rammento che sul sito della radio è ancora possibile scaricare e votare la migliore compilation dell’estate, cioè la mia, se vi piace il rock a stelle e strisce, o quella degli altri, se vi piacciono la bigiotteria colorata ma senza valore.:))



Concludo con una piccola marchetta. Sul sito dell’Orablù (clicca sul banner posto a destra della pagina)  trovate un nuovo contest legato alle opere del mio amico Cherotto, vero genio della comunicazione grafica. Fate un salto e misuratevi con la vostra conoscenza di sport, si può vincere un premio. 



Blackswan, sabato, 07/09/2013

venerdì 6 settembre 2013

THE BEVIS FROND - WHITE NUMBERS





La premessa è d'obbligo : White Numbers, ultima fatica degli inglesi Bevis Frond, è probabilmente uno dei dischi più interessanti usciti in questo 2013, ma richiede un impegno all'ascolto superiore alla media. In primo luogo, perchè è lungo, dannatamente lungo. Basti pensare che l'ultimo pezzo in scaletta (Homemade Traditional Electric Jam) è una jam chitarristica della durata di 42 minuti. Avete letto bene : praticamente una maratona musicale, un chilometro al minuto a briglia sciolta, un disco nel disco. Estenuante ? Assolutamente no. Semmai impegnativa, ma piacevole e a tratti entusiasmante : un viaggio attraverso sonorità che spaziano dai Grateful Dead a Neil Young a Hendrix, il tutto miscelato in un'improvvisazione che naviga negli acidi . E poi ? E poi, altre 23 canzoni (un numero di brani all'incirca pari alla sconfinata discografia dei Bevis Frond) per due cd e oltre due ore di musica, in cui il gruppo capitanato dal plenipotenziario Nick Saloman, spazia in lungo e in largo attraverso gli sconfinati territori del rock. Esce un pò di tutto dallo scrigno dei Bevis Frond, quasi White Numbers fosse una sorta di zibaldone buono a soddisfare i gusti più disparati. Tante chitarre, feedback a profusione, acquarelli psichedelici, cianfrusaglie hippies, folk, blues, amarcord beatlesiani e di nuovo tante chitarre. Ma se proprio dovessimo trovare una definizione che più di altre racconta la musica di mr. Saloman & co., mi azzarderei a dire che i Bevis Frond sono il crocevia della morte fra i Dinosaur Jr di J Mascis e gli Husker Du di Bob Mould. Paragone impegnativo ? No, non se scrivi canzoni strepitose come Begone e Cruel World. Armatevi di un pò di tempo e di pazienza e ascoltate White Numbers: non ve ne pentirete.
VOTO : 8






Blackswan, venerdì 06/09/2013