mercoledì 4 giugno 2014

TOM OVANS - LAST DAY ON EARTH




Anche a voler dedicare del tempo a una ricerca approfondita nel web, le notizie relative a Tom Ovans sono davvero scarne. Per conoscere il personaggio, dunque, è meglio ascoltare i suoi dischi, che in parte potrete trovare su Itunes e ascoltare su spotify (si trova qualcosa ma non tutto), oppure, con qualche difficoltà in più, reperire in supporto cd presso i negozi specializzati. Il motivo di tutta questa reticenza è che Ovans è un artista relegato ai margini dello show business così, come da uomo, lo è stato ai margini della vita. Nativo di Boston, trasferitosi ad Austin da una decina d'anni, Ovans ha vissuto a lungo come homeless, ha viaggiato in lungo e in largo per gli States e ha svolto decine di lavori diversi, senza tuttavia mai abbandonare la sua grande passione per la musica. Oggi, alla veneranda età di sessant'anni comincia finalmente ad avere, grazie al passaparola degli aficionados, quel minimo di riscontro commerciale che il suo talento merita. Potremmo sprecare parecchi accostamenti per descrivere la poetica del songwriter bostoniano: ad ascoltare le sue canzoni, infatti, vengono in mente Joe Ely, Seasick Stevie, Vic Chesnutt, Neil Young e Woodie Guthrie. Soprattutto però, fa capolino alle orecchie la figura di Bob Dylan, dal quale Ovans ha ereditato la capacità di narrare storie di disperazione, solitudine, emarginazione, colpendo dritto al cuore. E forse, ascoltando questo ottimo Last Day On Earth viene da dire che l'alunno, almeno per quanto riguarda gli ultimi anni di carriera del menestrello di Duluth, abbia abbondantemente superato il maestro. Ci sono molti motivi per acquistare questo nuovo full lenght (e magari anche quello precedente, Get On Board) e vorrei elencarvene qualcuno. Per cominciare, particolare non da poco, il disco è doppio (ma costa come un singolo) ed è composto da trentaquattro canzoni, tutte bellissime. Poi, Ovans, possiede una voce che tramortisce, cruda, alcolica, graffiante, capace di un timbro colloquiale, quasi dimesso, che all'improvviso si inalbera in fiotti di roca rabbia. In questa lunga scaletta (quella del primo disco più elettrica mentre quella del secondo decisamente più acustica), c'è tutta l'America che vale la pena di conoscere: la provincia rurale, l'afrore del Mississippi, la desolazione di autostrade perse nel nulla, la polvere di un peregrinare antico che si attacca agli stivali e ti brucia la gola. Chitarra, slide, lap steel, armonica sono tutto il mondo di Ovans, un mondo a cui approcciarsi con filologico stupore perchè capace di narrare la storia e le tradizioni di una nazione molto meglio di tanti libri. Soprattutto, e questo è il motivo più importante fra tutti, è che Ovans è uno di quegli artisti che non ha nulla da perdere perchè alla musica ha dato tanto, senza aver ricevuto nulla in cambio. Ci si presenta nudo, a mani vuote e con un cuore grondante di dolore. Non c'è trucco e non c'è inganno: qui si canta la vita, così com'è, senza artifici o abbellimenti stilistici, come se fosse l’ultimo giorno da vivere su questa disgraziata terra. Allora, canzoni come War e Caroline, lo sferragliamento neilyounghiano della title track e il disincanto malinconico di California's Not What It Used To Be (da quanto Dylan non scrive una canzone così?) ci svelano tutta la forza dirompente di un disco capace di sfiorare vette eccelse con accordi e parole da pochi cents. Chi ama la musica americana e la schiettezza se ne innamorerà perdutamente: sono palpiti veri.

VOTO: 9





Blackswan, mercoledì 04/06/2014

IL BELLO & LA BESTIA

martedì 3 giugno 2014

COLDPLAY - GHOST STORIES




Da quanto tempo i Coldplay non fanno un disco decente ? A voler essere cattivi fino in fondo si potrebbe dire che Chris Martin e soci non sono mai più stati in grado di ripetere la magia di un album fresco e poetico come Parachutes, l'esordio datato 2000. A voler essere invece un pò più condiscendenti, potremmo salvare, per il rotto della cuffia, due dischi modesti, ma dignitosi, quali A Rush Of Blood To The Head (2002) e X&Y (2005). Quindi, anche esprimendo il giudizio più benevolo possibile sono esattamente nove anni che la band londinese non ne azzecca una. La realtà è che i Coldplay hanno bruciato le tappe del naturale imborghesimento derivante dal successo commerciale e, si sa, la pancia piena mal convive con l'arte e la creatività. Ghost Stories, oltretutto, nasce in uno dei momenti più difficili nella vita di Chris Martin che ha definitivamente rotto con la moglie Gwyneth Paltrow dopo una tormentata relazione. Era ovvio, quindi, che la fine della storia d'amore finisse necessariamente per riverberarsi sulla composizione dei brani che compongono la scaletta del disco. Ciò che però avrebbe potuto essere motivo di ispirazione (la sofferenza e il dolore producono spesso ottime intuizioni artistiche) ha finito invece per essere un fardello troppo pesante da portare, trasformando Ghost Stories in un soliloquio pseudo filosofico (e anche un tantino masturbatorio) nel quale Chris Martin, sulla buona fede del quale questa volta non ho motivo di dubitare, sembra aver perso completamente il bandolo della matassa. Non è tanto il mood malinconico di cui l'album, obtorto collo, appare pregno fin dal primo ascolto: i dischi tristi hanno un loro fascino e possono risultare bellissimi. Il problema, a mio avviso, è che Martin ha fatto confluire il proprio dolore non nelle canzoni, ma nel suono, omologando lo sviluppo delle idee in una staticità opprimente. Il risultato finale è un disco monocorde, ucciso da una produzione che appiattisce ogni palpito, che anestetizza la riflessione, che sigilla le emozioni nel più grigio anonimato. Si intuisce, qui e là, qualche buona idea, il tentativo quantomeno di rivitalizzare un songwriting, da tempo asfittico, guardando al passato (Oceans, ad esempio, sembra ispirata ai primissimi Coldplay), ma lo sforzo profuso non coglie quasi mai il bersaglio (salviamo almeno un brano scontato ma piacevole come A Sky Full Of Stars). Le canzoni infatti sono bolse, noiose, prive di personalità, così mediocri da far apparire anche una ciofeca senza fine come Myxo Xyloto un disco frizzante e convincente (il che è tutto dire). Peccato, perchè questa volta almeno la copertina, curata da Mila Furstova, è davvero bella.

VOTO: 5





Blackswan, martedì 03/06/2014

lunedì 2 giugno 2014

DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS




Nella disputa fra Oasis e Blur che infiammò l’Inghilterra nella prima metà degli anni ’90 mi sono sempre schierato a favore dei primi. I Blur mi piacevano, certo, ma preferivo di gran lunga l’approccio musicale degli Oasis, che ai miei occhi apparivano un filo più rock e decisamente più bohemiens. In seguito, la storia diede ragione a Damon Albarn e alla sua vitalità creativa: i fratelli Gallagher si persero in un mare di mediocrità dopo un paio di album davvero notevoli, mentre i Blur, e in seguito i Gorillaz (uno dei fenomeni mediatici più interessanti del nuovo millennio), mantennero standard qualitativi costantemente alti. Everyday Robots, che possiamo definire come il vero primo album solista di Albarn (Democrazy era una raccolta di demo e Dr Dree una bizzarria assolutamente anomala rispetto agli standard del cantautore inglese), è la sintesi di ventitre anni di carriera e racchiude la summa delle esperienze di un musicista che ha raggiunto ormai la piena maturità. Una maturità svelata dal linguaggio di chi finalmente sa raccontarsi senza filtri, in modo colloquiale e comprensibile a tutti, e da un suono (e accidenti che suono!) che sa essere minimale e al contempo pieno e sostanzioso, e che si gioca le carte migliori nel cesello dei particolari, senza tuttavia mai perdere di vista il quadro d’insieme. Un disco adulto e misurato, in cui Albarn impasta il proprio vissuto artistico senza rinnegare alcunché ma trovando invece una nuova consapevolezza. In questo senso, all’interno della medesima scaletta, convivono elettronica e pop-rock, jazz e campionamenti, folk e soul, gospel e world music, in una sinossi il cui equilibrio è temperato dallo sguardo malinconico e disilluso della mezza età. Non esiste più la rockstar dietro le canzoni di Everyday Robots, ma semplicemente un uomo, un crooner meno baritonale ma quanto mai espressivo, che racconta se stesso e il mondo che lo circonda, l’incomunicabilità (Hostiles), la solitudine (Lonely Press Play), la dipendenza dalle droghe (You And Me), e che nonostante ciò è ancora in grado di divertirsi e divertire (Mr. Tembo) e di sorridere nello squarcio di sole finale di Heavy Seas Of Love, brano santificato dalla collaborazione con Brian Eno. Il mood che pervade il disco tuttavia è decisamente malinconico, anche se Albarn gestisce la materia da consumato artigiano, tenendo a distanza melodramma e pathos, preferendo la prosa alla poesia, il ragionamento all’impeto. L’andamento folk etereo, quasi onirico, di Hostiles, il beat notturno di Lonely Press Play, il pianoforte jazz di the Selfish Giant, la disperazione trattenuta di You And Me (sette minuti di esplicita confessione sull’abuso di eroina: “carta stagnola e accendino, la nave va da una parte all’altra”) e quella di Hollow Ponds, con l’assolo di corno francese a richiamare il Miles Davis del Concierto De Aranjuez, rappresentano i vertici di un disco bellissimo e alcune delle cose migliori composte nell’ormai più che ventennale carriera. L’eterno ragazzo, l’enfant prodige del brit pop, l’irrequieto Peter Pan dei mille progetti e delle altrettante collaborazioni, sembra aver trovato la dimensione più congeniale alla seconda parte della sua carriera artistica. Come un fuoco che non divamperà più ma la cui fiamma continua a scaldare con seducente intensità. La discrezione consapevole di una classe infinita.

VOTO: 8,5





Blackswan, lunedì 02/06/2014