giovedì 5 giugno 2014
mercoledì 4 giugno 2014
TOM OVANS - LAST DAY ON EARTH
Anche a voler dedicare del tempo a una ricerca
approfondita nel web, le notizie relative a Tom Ovans sono davvero scarne. Per
conoscere il personaggio, dunque, è meglio ascoltare i suoi dischi, che in
parte potrete trovare su Itunes e ascoltare su spotify (si trova qualcosa ma
non tutto), oppure, con qualche difficoltà in più, reperire in supporto cd
presso i negozi specializzati. Il motivo di tutta questa reticenza è che Ovans
è un artista relegato ai margini dello show business così, come da uomo, lo è
stato ai margini della vita. Nativo di Boston, trasferitosi ad Austin da
una decina d'anni, Ovans ha vissuto a lungo come homeless, ha
viaggiato in lungo e in largo per gli States e ha svolto decine di lavori
diversi, senza tuttavia mai abbandonare la sua grande passione per la musica.
Oggi, alla veneranda età di sessant'anni comincia finalmente ad avere, grazie
al passaparola degli aficionados, quel minimo di riscontro commerciale che il
suo talento merita. Potremmo sprecare parecchi accostamenti per descrivere la
poetica del songwriter bostoniano: ad ascoltare le sue canzoni, infatti,
vengono in mente Joe Ely, Seasick Stevie, Vic Chesnutt, Neil Young
e Woodie Guthrie. Soprattutto però, fa capolino alle orecchie la figura di
Bob Dylan, dal quale Ovans ha ereditato la capacità di narrare storie di
disperazione, solitudine, emarginazione, colpendo dritto al cuore. E forse,
ascoltando questo ottimo Last Day On Earth viene da dire che l'alunno, almeno
per quanto riguarda gli ultimi anni di carriera del menestrello di Duluth,
abbia abbondantemente superato il maestro. Ci sono molti motivi per acquistare
questo nuovo full lenght (e magari anche quello precedente, Get On
Board) e vorrei elencarvene qualcuno. Per cominciare, particolare non da
poco, il disco è doppio (ma costa come un singolo) ed è composto da
trentaquattro canzoni, tutte bellissime. Poi, Ovans, possiede una voce che
tramortisce, cruda, alcolica, graffiante, capace di un timbro colloquiale,
quasi dimesso, che all'improvviso si inalbera in fiotti di
roca rabbia. In questa lunga scaletta (quella del primo disco
più elettrica mentre quella del secondo decisamente più acustica),
c'è tutta l'America che vale la pena di conoscere: la provincia rurale,
l'afrore del Mississippi, la desolazione di autostrade perse nel nulla, la
polvere di un peregrinare antico che si attacca agli stivali e ti brucia la
gola. Chitarra, slide, lap steel, armonica sono tutto il mondo di Ovans, un
mondo a cui approcciarsi con filologico stupore perchè capace di narrare
la storia e le tradizioni di una nazione molto meglio di tanti libri.
Soprattutto, e questo è il motivo più importante fra tutti, è che Ovans è
uno di quegli artisti che non ha nulla da perdere perchè alla musica ha dato
tanto, senza aver ricevuto nulla in cambio. Ci si presenta nudo, a mani vuote e
con un cuore grondante di dolore. Non c'è trucco e non c'è inganno: qui si
canta la vita, così com'è, senza artifici o abbellimenti stilistici, come se
fosse l’ultimo giorno da vivere su questa disgraziata terra. Allora,
canzoni come War e Caroline, lo sferragliamento neilyounghiano della title
track e il disincanto malinconico di California's Not What It Used To Be (da
quanto Dylan non scrive una canzone così?) ci svelano tutta la forza dirompente
di un disco capace di sfiorare vette eccelse con accordi e parole da pochi
cents. Chi ama la musica americana e la schiettezza se ne innamorerà
perdutamente: sono palpiti veri.
VOTO: 9
Blackswan, mercoledì 04/06/2014
martedì 3 giugno 2014
COLDPLAY - GHOST STORIES
Da quanto tempo i Coldplay non fanno un disco decente
? A voler essere cattivi fino in fondo si potrebbe dire che Chris Martin e soci
non sono mai più stati in grado di ripetere la magia di un album fresco e
poetico come Parachutes, l'esordio datato 2000. A voler essere invece un
pò più condiscendenti, potremmo salvare, per il rotto della cuffia, due dischi
modesti, ma dignitosi, quali A Rush Of Blood To The Head (2002) e X&Y
(2005). Quindi, anche esprimendo il giudizio più benevolo possibile sono
esattamente nove anni che la band londinese non ne azzecca una. La realtà è che
i Coldplay hanno bruciato le tappe del naturale imborghesimento derivante dal
successo commerciale e, si sa, la pancia piena mal convive con l'arte e la
creatività. Ghost Stories, oltretutto, nasce in uno dei momenti più difficili
nella vita di Chris Martin che ha definitivamente rotto con la moglie Gwyneth
Paltrow dopo una tormentata relazione. Era ovvio, quindi, che la fine della
storia d'amore finisse necessariamente per riverberarsi sulla
composizione dei brani che compongono la scaletta del disco. Ciò che però
avrebbe potuto essere motivo di ispirazione (la sofferenza e il dolore producono
spesso ottime intuizioni artistiche) ha finito invece per essere un
fardello troppo pesante da portare, trasformando Ghost Stories in un soliloquio
pseudo filosofico (e anche un tantino masturbatorio) nel quale Chris
Martin, sulla buona fede del quale questa volta non ho motivo di dubitare,
sembra aver perso completamente il bandolo della matassa. Non è tanto il mood
malinconico di cui l'album, obtorto collo, appare pregno fin dal primo
ascolto: i dischi tristi hanno un loro fascino e possono risultare bellissimi. Il
problema, a mio avviso, è che Martin ha fatto confluire il proprio dolore non
nelle canzoni, ma nel suono, omologando lo sviluppo delle idee in una staticità
opprimente. Il risultato finale è un disco monocorde, ucciso da una
produzione che appiattisce ogni palpito, che anestetizza la riflessione, che
sigilla le emozioni nel più grigio anonimato. Si intuisce, qui e là, qualche
buona idea, il tentativo quantomeno di rivitalizzare un songwriting, da tempo
asfittico, guardando al passato (Oceans, ad esempio, sembra ispirata
ai primissimi Coldplay), ma lo sforzo profuso non coglie quasi mai il bersaglio
(salviamo almeno un brano scontato ma piacevole come A Sky Full Of Stars). Le
canzoni infatti sono bolse, noiose, prive di personalità, così mediocri
da far apparire anche una ciofeca senza fine come Myxo Xyloto un disco
frizzante e convincente (il che è tutto dire). Peccato, perchè questa
volta almeno la copertina, curata da Mila Furstova, è davvero bella.
VOTO: 5
Blackswan, martedì 03/06/2014
lunedì 2 giugno 2014
DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS
Nella disputa fra Oasis e
Blur che infiammò l’Inghilterra nella prima metà degli anni ’90 mi sono sempre
schierato a favore dei primi. I Blur mi piacevano, certo, ma preferivo di gran
lunga l’approccio musicale degli Oasis, che ai miei occhi apparivano un filo
più rock e decisamente più bohemiens. In seguito, la storia diede ragione a
Damon Albarn e alla sua vitalità creativa: i fratelli Gallagher si persero in
un mare di mediocrità dopo un paio di album davvero notevoli, mentre i Blur, e
in seguito i Gorillaz (uno dei fenomeni mediatici più interessanti del nuovo
millennio), mantennero standard qualitativi costantemente alti. Everyday
Robots, che possiamo definire come il vero primo album solista di Albarn (Democrazy
era una raccolta di demo e Dr Dree una bizzarria assolutamente anomala rispetto
agli standard del cantautore inglese), è la sintesi di ventitre anni di
carriera e racchiude la summa delle esperienze di un musicista che ha raggiunto
ormai la piena maturità. Una maturità svelata dal linguaggio di chi finalmente
sa raccontarsi senza filtri, in modo colloquiale e comprensibile a tutti, e da
un suono (e accidenti che suono!) che sa essere minimale e al contempo pieno e
sostanzioso, e che si gioca le carte migliori nel cesello dei particolari,
senza tuttavia mai perdere di vista il quadro d’insieme. Un disco adulto e
misurato, in cui Albarn impasta il proprio vissuto artistico senza rinnegare
alcunché ma trovando invece una nuova consapevolezza. In questo senso, all’interno
della medesima scaletta, convivono elettronica e pop-rock, jazz e
campionamenti, folk e soul, gospel e world music, in una sinossi il cui
equilibrio è temperato dallo sguardo malinconico e disilluso della mezza età.
Non esiste più la rockstar dietro le canzoni di Everyday Robots, ma
semplicemente un uomo, un crooner meno baritonale ma quanto mai espressivo, che
racconta se stesso e il mondo che lo circonda, l’incomunicabilità (Hostiles),
la solitudine (Lonely Press Play), la dipendenza dalle droghe (You And Me), e
che nonostante ciò è ancora in grado di divertirsi e divertire (Mr. Tembo) e di
sorridere nello squarcio di sole finale di Heavy Seas Of Love, brano santificato
dalla collaborazione con Brian Eno. Il mood che pervade il disco tuttavia è
decisamente malinconico, anche se Albarn gestisce la materia da consumato
artigiano, tenendo a distanza melodramma e pathos, preferendo la prosa alla poesia,
il ragionamento all’impeto. L’andamento folk etereo, quasi onirico, di
Hostiles, il beat notturno di Lonely Press Play, il pianoforte jazz di the
Selfish Giant, la disperazione trattenuta di You And Me (sette minuti di esplicita
confessione sull’abuso di eroina: “carta
stagnola e accendino, la nave va da una parte all’altra”) e quella di
Hollow Ponds, con l’assolo di corno francese a richiamare il Miles Davis del
Concierto De Aranjuez, rappresentano i vertici di un disco bellissimo e alcune
delle cose migliori composte nell’ormai più che ventennale carriera. L’eterno ragazzo,
l’enfant prodige del brit pop, l’irrequieto Peter Pan dei mille progetti e delle
altrettante collaborazioni, sembra aver trovato la dimensione più congeniale
alla seconda parte della sua carriera artistica. Come un fuoco che non divamperà
più ma la cui fiamma continua a scaldare con seducente intensità. La
discrezione consapevole di una classe infinita.
VOTO: 8,5
Blackswan, lunedì 02/06/2014
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