Gigantoid sancisce vent'anni di onorata carriera per
uno dei gruppi più importanti e longevi del movimento stoner. Undici dischi
all'attivo, lo scettro detenuto, insieme a Kyuss e Queens Of Stone Age, di
leaders di un genere nato agli inizi degli anni '90 e le cui coordinate,nella
loro particolare interpretazione, nonostante siano ormai passati
vent'anni, non si sono spostate di un centimetro sulla grande cartina del rock.
I Fu Manchu, insomma, continuano a fare i Fu Manchu, senza nemmeno un minimo
tentativo di rinnovare un suono che appare impermeabile a gusti, mode, tecnologie.
Si potrebbe dire della band capitana da Scott Hill ciò che si è sempre detto a
proposito di alcuni gruppi universalmente noti e altrettanto
longevi, quali i Motorhead e gli Ac/Dc: a volte bene, a volte male, ma
rifanno sempre lo stesso disco. Così, anche il ventennale di carriera viene
celebrato con undici tracce di puro stoner che resta il migliore, anche perchè
unico, prodotto della casa: riff pesantissimi, tracimamenti strumentali
lisergici (l'iniziale Dimention Shifter e gli otto minuti conclusivi di The
Last Question), brevi accenni al passo elefantiaco tanto caro al doom dei Black
Sabbath, suono grezzo, devastante, potentissimo. Novità? Nessuna. Disco bello o
disco brutto ? Un disco dei Fu Manchu, ne più ne meno: qualche tirata
entusiasmante (Anciety Reducer), tanto deja vù e quindi qualche momento di
noia dovuto a un eccesso di ortodossia. Un disco che non dispiacerà
ai fans del gruppo o agli amanti del genere, sconsigliato a quanti amano i
suoni cattivi ma corroborati da un pizzico di originalità.
Ho studiato vent’anni,
lavoro come un cane per uno stipendio da fame e vedrò la pensione, forse, fra un trentennio. Pago le tasse, aiuto le vecchiette ad attraversare la strada, non
ho mai commesso un reato (vabbè, un paio di multe per divieto di sosta le ho
prese), assolvo a tutti i miei diritti e doveri di cittadino, contribuisco in
modo fattivo allo sviluppo culturale della mia comunità, tengo la porta aperta
alle signore, piscio alzando la tavoletta, non mi scaccolo in pubblico. Lotto tutti
i giorni spremendo sangue e sudore dalle ossa per poter uscire dalla mediocrità
che mi attanaglia. Il risultato? Calci in culo a destra e manca, aspirazioni
frustrate, tasche vuote come il pitale di un prostatico. Se m’avessero detto
prima che bisognava ammazzare qualcuno per avere visibilità, soldi, drappelli
di fans osannanti, partecipazioni a talk show e reality, cattedre universitarie
da cui pontificare, mi sarei organizzato. Peccato che mi faccia impressione il
sangue e piango se qualcuno muore. Provo pudore e vergogna.
Mi organizzerò per la prossima vita. Un
inchino a tutti voi.
È stato la Mafia è
un volume, comprensivo di DVD, in cui Marco Travaglio, vicedirettore de Il
Fatto Quotidiano, racconta gli intrighi e le malefatte perpetrate negli anni
dalla classe politica italiana. Il DVD e il volume sono tratti da uno
spettacolo teatrale, proposto da Travaglio, che ha riscosso un notevole
successo in tutta la penisola. Travaglio svela gli inganni, gli accordi segreti
e le trattative che a partire dal 1992 sono state portate avanti tra lo Stato e
Cosa Nostra. Si tratta di documenti resi pubblici che dimostrano come alcuni
importanti esponenti politici di allora fossero invischiati in faccende poco
limpide. Travaglio racconta tutto, senza peli sulla lingua. Racconta gli
accordi e i vari tentativi di nascondere tutto sotto un velo di silenzio e di omertà,
riporta i tentativi di delegittimare la Procura di Palermo compiuti da Stato e
Cosa Nostra. Travaglio enuncia le telefonate dell’ex ministro Mancino, del
presidente Napolitano e del suo consigliere giuridico che sono state depositate
dai magistrati e quindi rese pubbliche. Il volume ripercorre la corsa degli
eventi che ha caratterizzato oltre vent’anni di storia politica del nostro
Paese. Ad accompagnarlo, Isabella Ferrari, la quale legge alcuni testi
incentrati sulla parte buona della politica, brani di grandi italiani come
Gaber, Pasolini, Calamandrei, Pertini e Flaiano. Marco Travaglio, con il volume
dal titolo E’ stato la Mafia, racconta gli ignobili compromessi dello Stato con
il malaffare e la criminalità organizzata.
Dal momento che incazzarsi pare faccia male alla
salute, sconsiglio a tutti di intraprendere la lettura di questo libro. Il
consiglio, ovviamente, vale solo per quelli che continuano a sperare in un
Italia migliore, che sono stufi di governicchi non eletti e che puzzano di
muffa lontano chilometri, che desidererebbero istituzioni forti, consapevoli e
rispettose del dettato costituzionale, operose nel gestire la cosa pubblica per
il bene dei cittadini. Per coloro, soprattutto, che pensano che la
legalità sia un valore indisponibile, che non possa essere oggetto di
mercimonio, patti (a proposito di legalità e patti, vi dice niente l'inciucio
del Nazareno?), contrattazioni, compromessi. E' Stato La Mafia, ultima
fatica del vice-direttore de Il Fatto Quotidiano, è infatti uno di quei libri
che letto e compreso in tutte le sue implicazioni (politiche,
istituzionali, criminogene e stragiste), fa venir voglia di scendere in piazza
coi forconi e andare a prenderli uno per uno. Non fosse altro che per
onorare la memoria di tutti quegli uomini, e ce ne sono stati, che hanno
sacrificato la propria vita per la salvaguardia dello Stato e di tutti i
cittadini per bene che nello Stato e nel Paese credono
ancora (pleonastico accennare a Falcone e Borsellino). Fedele
sceneggiatura dell'omonimo spettacolo teatrale che Marco Travaglio e Isabella
Ferrari hanno portato in giro per l'Italia nel 2013 (il dvd con una serata
dello spettacolo è allegato al libro), E' Stato La Mafia mette
insieme in ordine cronologico tutti i tasselli che
costituiscono quegli abominevoli abboccamenti, su cui oggi indagano
(rectius: stanno giudicando) i magistrati palermitani, che prendono il
nome di "trattativa Stato -Mafia". Nessuna illazione
o ricostruzione fantascientifica, ma un excursus documentato di fatti,
testimonianze e carte processuali che documentano il do ut des
intercorso fra criminalità e istituzioni, in una escalation di doppigiochi,
menzogne, ritrattazioni, ricatti e omissis che fa accapponare la pelle. Un
crescendo rossiniano di misfatti che sfocia nel capitolo finale,
intitolato esplicitamente "Romanzo Criminale", in cui emerge in tutto
il suo squallore il ruolo giocato da Napolitano per cercare di salvare le terga
proprie e dell'amico Mancino, ostacolando in modi, diciamo così, avulsi dalle
prerogative presidenziali, il lavoro dei giudici di Palermo. Un quadro che
lascia sgomenti, attoniti e decisamente incazzati. Quindi, se non volete
rovinarvi le ferie, non leggetelo. Consigliatelo semmai a quanti hanno votato
Renzi e ritengono Re Giorgio il baluardo della nostra democrazia. Magari gli
fate cambiare idea.
Nel
pronto soccorso del Victoria Infirmary di Glasgow, i medici hanno fretta.
Ci sono malati di ogni genere, chi ha tempo di occuparsi dell’agonia di un
barbone alcolizzato? Ma Eck Adamson continua a ripetere il nome dell’ispettore
Jack Laidlaw, finché qualcuno si decide a dargli retta. Le ultime
parole di Eck, così come il biglietto che mette in mano all’ispettore
giunto al suo capezzale, sembrano il delirio di un moribondo, ma sono più
che sufficienti per solleticare il fiuto investigativo e il senso di
giustizia di Laidlaw, esacerbati dall’indifferenza generale. Mentre lui
indaga su questa pista e sulla misteriosa scomparsa di uno studente universitario
di nome Tony Veitch, un altro decesso provoca ben più clamore in città: un noto
malavitoso è stato accoltellato, cosa che lascia presagire una lunga scia di
vendette tra bande rivali e che spinge la polizia a concentrare tutti i propri
sforzi su questo caso. Ma Laidlaw non ci sta. In una Glasgow di stretta
osservanza calvinista, lui crede ancora nella sua religione laica, quella per
cui l’unica strada verso la redenzione passa attraverso la giustizia e la cura
per il prossimo, chiunque esso sia. Compresi gli ubriaconi senzatetto.Contro lo scetticismo di tutti, prosegue cocciutamente le sue indagini,
finché la verità verrà finalmente a galla.
William McIlvanney è un
grande scrittore, uno dei migliori che abbia incontrato nel mio (tortuoso)
cammino di lettore onnivoro. In Italia è praticamente sconosciuto e solo da
ultimo, grazie a Feltrinelli (le precedenti pubblicazioni le si devono a
Giovanni Tranchida Editore), le sue opere cominciano a essere conosciute al
grande pubblico. Non è mai troppo tardi, quindi, per accostarsi a un autore che
traendo spunto dal romanzo poliziesco, esce dagli schemi di genere per
raccontarci, attraverso la complessa figura dell’ispettore Laidlaw, miseria e
nobiltà del genere umano. Usando uno stereotipo abusato, si potrebbe affermare
che Il Caso Tony Veitch (titolo originale Le Carte Di Tony Veitch) sia un thriller
dell’anima: chi è questo giovane rampollo dell’alta borghesia scozzese ? Cosa
ha fatto ? Dove si nasconde e perché? Tutte domande le cui risposte serviranno
a sviluppare la trama gialla del romanzo, certo, ma soprattutto a ricostruire una
storia fatta di menzogne, di ipocrisia, di dolore, di idealismo, di lettere
scritte (le carte di Veitch) e mai veramente giunte a destinazione. Tony Veitch
è solo un pretesto per raccontarci di una Glasgow fascinosa e cupa, sporca e
violenta, crogiuolo di umanità reietta, di uomini e donne impotenti di fronte
alla tragedia che si compie, di un perbenismo di facciata che è il vero ostacolo
alla ricerca della verità. In un mondo che appare immobile e manicheo, in cui
ogni cosa pare soggetta a regole immutabili (anche il male è conforme a rigide
regole non scritte), Laidlaw e Tony Veitch sono due variabili incontrollate le
cui personalità (una svelata, l’altra muta ma incombente) inevitabilmente si
attraggono: entrambe portano un carico di sofferenza indicibile, entrambe
pagano il caro prezzo di una sensibilità superiore, entrambe sono destinate
alla solitudine della consapevolezza. A metà fra Simenon e Durrenmatt, Il Caso
Tony Veitch è un romanzo difficile per
gli infiniti sottintesi che propone, spiazzante nello sviluppo dell’intreccio,
complesso per l’architettura psicologica di personaggi tanto ben delineati da
apparirci come reali, quasi palpabili (l’incontro di Laidlaw con la sorella di Eck
Adamson è un crescendo di sottigliezze emotive che lascia storditi per
intensità). Alla fine del libro, scoprirete tutto di Tony Veitch, scoprirete l’assassino
(ma a quel punto vi importerà ben poco) e scoprirete che il male fatto è un esattore
che bussa alla vostra porta prima che lo faccia Dio (e redimersi è possibile
solo attraverso l’esercizio dell’empatia). Un grande romanzo, un grande
scrittore. Imperdibile.
E’ un po’ come scoprire l’acqua
calda, ma molto più redditizio: fare la cresta sulla fortuna altrui, rigenerare
anticaglie musicali, riesumare generi ormai desueti, dar loro nuovo forma e
riproporle al pubblico (quasi) come fossero novità. Lo hanno fatto di recente,
mi vengono in mente un paio di esempi, i The Strypes e i Temples, lo fecero,
molto bene almeno all’esordio, i Wolfmother di qualche anno fa. Oggi, tocca ai
Syd Arthur (formatesi otto anni fa, ai tempi del liceo, pubblicano ora il loro
secondo disco), che tornano a ritroso nel tempo e vanno a ripescare nel passato
il Canterbury rock, movimento progressive dai connotati elusivi e assai
raffinati, portato in auge negli anni ’70 da gruppi come Caravan, Camel e
National Health, solo per citarne alcuni. Un genere complesso e forse il più
anacronistico tra le sonorità seventies, che tuttavia i quattro ragazzi
originari del Kent (guarda caso arrivano proprio da Canterbury) ripropongono
con piglio moderno e qualche variazione sul tema. Tempi sincopati, brani dall’architettura
elaborata, qualche deragliamento jazz-rock (Chariots), ma anche tanto pop dall’impronta
tipicamente british. Così il risultato finale è un po’ come se i Verve suonassero
un disco dei Caravan e viceversa: un progressive estremamente agile ma non
annacquato, melodico al punto giusto (le iniziali Garden Of Time e Hometown
Blues, ad esempio, sono ricche di spunti quasi radio friendly), curato nelle
sfumature, che possiede il merito di tenersi lontano da intenti manieristici e
da sterili copia-incolla. Merito di questi quattro ragazzi (Liam Magill,
chitarra e voce, il fratello Joel Magill, basso e voce, Raven Bush, violino,
tastiere, mandolino, Fred Rother, batteria) che hanno un approccio strumentale
deliziosamente cool, che sbrigliano gli strumenti senza però mai eccedere in
tecnicismi, rilasciando un suono morbido, rilassato, disteso. Prodotto dalla
mitica Harvest, Sound Mirror è un album filologicamente corretto che evita tuttavia
ogni passatismo, ponendo i Syd Arthur tra le migliori nuove leve del
progressive 2.0. Per nostalgici poco ortodossi.